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Il 18 settembre, nell’ambito della Milano Montagna Week, settimana in cui il capoluogo lombardo è diventato teatro di numerosi eventi dedicati al mondo montagna e all'outdoor, il fumettista Claudio Getto, meglio noto come Caio Comix, ha presentato il suo ultimo libro dedicato al mondo dell’arrampicata.

“Ancora qui senza divertirci!”, un titolo che fa chiaramente seguito al primo volume “Siamo mica qui per divertirci!" (2008). Un secondo album di vignette che mettono a nudo vizi e manie della tribù degli arrampicatori comuni. Una tribù cui lo stesso Claudio appartiene. “In 21 anni di 'lavoro' ho attrezzato circa mille tiri”, si legge sul suo sito ufficiale.

Arrampicata e fumetto rappresentano due passioni che hanno corso per un certo tempo della sua vita in parallelo fino a incrociarsi. Abbiamo deciso di farci raccontare più nel dettaglio questo percorso che lo ha portato ad una inaspettata notorietà tra arrampicatori e scialpinisti, non solo a livello nazionale ma anche all’estero.

 

Cosa è venuto prima, il disegno o l'arrampicata? 

"Bella domanda. Devo dire che hanno avuto strade diverse che a un certo punto si sono incrociate. Perché il disegno uno lo fa da sempre, anche da bambino. Tutti facciamo disegni, poi magari non si diventa artisti. Io ho sempre avuto una particolare predisposizione che ho poi coltivato nel tempo, disegnando altre cose, non di montagna. 

Quando poi ho iniziato a scalare, e soprattutto a collaborare alla realizzazione di guide di arrampicata agli inizi degli anni Novanta, mi sono reso conto di quanto tali volumi potessero essere noiosi, pieni di numeri e tecnicismi. E allora, dato che sono un gran curioso, un osservatore che ama guardare la gente per puro spirito di osservazione, ho iniziato a tradurre in disegni alcuni atteggiamenti che mi colpivano degli arrampicatori. Immagini molto semplici, per arricchire le guide".

La reazione del pubblico qual è stata?

"Mi sono reso conto che agli arrampicatori piaceva. La gente guardava le vignette e rideva e allora mi sono detto ‘ magari ci faccio un libro’. Che poi quello dell’arrampicata è solo uno degli ambienti in cui mi muovo. Ci sono anche gli scialpinisti. Di loro ne ho parlato in "Anche le foche ridono", il mio libro del 2017. La dinamica è la stessa: prendo in giro vizi e manie".

Quando si parla di vignette si pensa sempre ad un artista che ha il dono di poggiare la matita sul foglio e in tre secondi convertire in immagine una idea. Quanto tempo hai investito nella realizzazione di “Ancora qui senza divertirci!”?

"Assolutamente no. A parte che io non penso di saper disegnare poi così bene. In media per un mio disegno impiego una giornata. Quindi per 96 disegni fai un po’ il calcolo!"

Sono nati prima i 96 disegni o l’idea del libro?

"Siccome quella del fumettista non è la mia attività principale, e di conseguenza non ho delle scadenze del tipo ‘devo far uscire un libro entro tot, mettiti lì e lavoraci a tempo pieno spremendoti le meningi!’, ho collezionato una serie di idee nel tempo. 

Quando mi viene uno spunto in mente lo disegno. Butto giù un appunto, solo per ricordarmi in un secondo momento il soggetto della mia idea. Quando sono arrivato ad avere circa 150 spunti mi sono detto ‘Ok, faccio il libro’. La scadenza non è derivata da un proposito preciso, ma proprio dall’aver raggiunto un quantitativo idoneo di contenuti".

Nei mesi scorsi hai disegnato una vignetta dedicata a “Free solo” di Alex Honnold. Eppure i personaggi celebri non compaiono praticamente mai nei tuoi disegni. Come mai?

"Le mie vignette nascono dall’analisi degli atteggiamenti dell’arrampicatore comune, il chiodatore comune, o come dicevamo poco fa, scialpinista comune. Perché sono quelle categorie di cui posso sentirmi parte anche io. Sono parte della tribù che mi dà spunto, che vedo tutti i giorni".

L’arrampicatore comune è pronto a ridere di se stesso?

"Per darvi risposta, riporto una esperienza per me straordinaria che mi è capitata quando frequentavo un rifugio che era la base di una palestra di arrampicata, in cui erano esposti i miei disegni. Vedevo capannelli di persone che, riunite davanti a tali vignette, si divertivano, si riconoscevano. E per riconoscersi intendo proprio che c’era chi diceva ‘guarda c’è Mario’ oppure ‘Questi siamo noi’. Per me è stato uno dei riconoscimenti maggiori. Ho capito di essere riuscito nel mio intento.

Poi c’è lo 0,01% che non capisce la battuta e si offende addirittura. Ma è davvero una percentuale risibile che ti fa pensare ‘è un problema tuo, non mio’. Non credo che si possa fare qualcosa di universalmente apprezzato, vale anche per i più grandi capolavori dell’arte, figurati per queste fesserie!"

Mettendo per un attimo da parte Caio, chi è Claudio Getto nella vita di tutti i giorni?

"Nella vita di tutti i giorni, nella mia versione seria, sarei un grafico pubblicitario. Ho lavorato per 20 anni con Armando Testa, una agenzia pubblicitaria di Torino. Per 8 anni sono stato direttore creativo alla Fila Sport di Biella e poi mi sono messo in proprio. Ho aperto una attività da grafico freelance e a tempo perso sono un disegnatore.

Ad essere precisi, all’inizio la mia passione per le vignette la potevo definire tempo perso. Ora si sta trasformando in un impegno. Una attività che svolgo abbastanza a pieno ritmo, sempre con immenso piacere e divertimento, collaborando anche con riviste, producendo libri, poster, disegni".

Progetti in cantiere per il futuro? Stai per caso lavorando anche ad un nuovo libro sullo scialpinismo?

"Sicuramente verrà il momento di un secondo libro sullo scialpinismo. Ma ho anche altre idee, ad esempio nuovi poster. Ho in particolare un progetto in mente, su cui devo ancora ragionare bene. Una idea che mi stimola da anni. Non vorrei farvi immaginare cose volgari ma si tratta di un libro sull’erotismo di montagna. Il punto di partenza è che la montagna si presta a doppi sensi, a giochi di parole. Niente di pornografico in ogni caso. L’erotismo è ben altra cosa".
            [post_title] => I comix di Caio, dove il fumetto incontra la montagna: "Prendo in giro vizi e manie dell'arrampicatore comune"
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Lo scorso 26 settembre François Cazzanelli ha raggiunto la vetta del Manaslu ed è rientrato al campo base nel tempo record di 17 ore e 43 minuti percorrendo la via normale alla montagna. Partito dal campo base insieme ad Andreas Steindl, quest’ultimo ha iniziato a rallentare la marcia una volta superata quota 7mila. François ha però continuato senza mollare, insieme all’amico Marco Camandona, raggiungendo la vetta in un one push che dimostra ancora una volta l’incredibile motore della guida valdostana.

   

François tu sei stato velocissimo, ma più in generale tutti voi siete stati molto veloci. Non è passato molto tempo dall’arrivo al campo base al tentativo di vetta…

“Si, siamo stati molto rapidi. Il 13 settembre eravamo tutti al campo base e tredici giorni dopo abbiamo fatto la cima.”

Quindi anche acclimatazione velocissima?

“Siamo decisamente stati veloci, volevamo sfruttare le finestre di bel tempo preannunciate dal 25 settembre in poi. I pochi lavori fatti sul Pangpoche, che ci hanno portati una volta sopra quota 5mila, sono stati utili a darci una base poi, dopo l’arrivo al campo base del Manaslu, abbiamo immediatamente iniziato le rotazioni sulla montagna. Il 14 settembre eravamo a campo 2, quindi abbiamo continuato fino a circa 6600 m.”  

Veniamo però a te, cosa significa salire un Ottomila in appena 17 ore?

“Bella domanda. Il Manaslu è una montagna tecnicamente facile, ma salirlo in poco tempo significa anzitutto fare un grosso sforzo mentale. Sapevamo di poterlo fare, ma quando sei al campo base tutto sembra in un limbo d’incertezza.”

In che senso?

“Parlare di one push con molti alpinisti al campo base è difficile, è una cosa che non esiste. Ti guardano come se fossi un matto, uno che la spara grossa.”

È così con tutti?

“No, chi capisce di cosa si sta parlando ti aiuta a livello mentale incoraggiandoti. Per fare un esempio al campo base ho incontrato Kami Rita, lo sherpa che ha raggiunto la vetta dell’Everest 24 volte, e sentendo del progetto ci incitava. Essere incoraggiati da un alpinista come lui non poteva che farci pensare positivo. Anche un altro sherpa, che era stato con me in vetta all’Everest, continuava a ripeterci che sarebbe stato possibile e che ci avrebbe aspettato in vetta (così è poi stato). Oltre alle loro conservo il piacevole ricordo delle parole di Mario Casanova, gestore del rifugio Mantova al Vioz con cui ero stato a fare un viaggio sci alpinistico in Cina, anche lui al campo base. Forse era più gasato di me e Andreas all’idea del nostro progetto.  

Persone e parole che ci hanno aiutato molto ad affrontare quei momenti pre-partenza, difficile è invece stato rimanere al campo base guardando i nostri compagni iniziare la loro salita sulla montagna. In quel momento ti passano tante domande nel cervello, ti domandi se davvero riuscirai a fare qualcosa o se tutto quello che hai immaginato non sia i realtà nient’altro che un grosso sbaglio.”

A proposito dell’attesa al campo base. Come mai avete deciso di partire di notte?

“È stata una scelta dettata dalla meteo. Così facendo saremmo arrivati oltre campo 4 al mattino, quando erano previste delle schiarite, necessarie per poter tentare le vetta.”

Salita veloce, nessuno problema?

“Qualcosa è accaduto. Siamo partiti con tuta e scarponi d’alta quota nello zaino, convinti di poter arrivare fino a campo 3 in ‘assetto leggero’. In realtà poi il freddo provato ci ha costretti a vestirci già a campo 2. A parte questo però la prima parte è andata molto bene, Andreas era molto in forma e saliva meglio di me. Oltre campo 3 poi ci siamo trovati in una situazione meteo davvero sfavorevole. Il forte vento aveva trasportato molta neve, coprendo completamente la traccia. Ci siamo quindi trovati a dover ritracciare tutto, in alcuni tratti con la neve al ginocchio.”

Nonostante questo non avete perso tempo…

“La nostra fortuna è stata che fino a campo 3 eravamo di un’ora e mezza in anticipo rispetto alla nostra tabella di marcia teorica, superato però questo tratto difficile siamo rientrati nei tempi che avevamo calcolato.”

Salendo a un certo punto la stanchezza prende Andreas e ti ritrovi solo. Com’è stato continuare?

“Non è stato un momento preciso. Man mano mi sono accorto che Andreas si rallentava e non stava più al passo, facendo così iniziare un’altra fase della spedizione. Non è stato facile, è cambiato tutto. Partiti in due mi sono ritrovato da solo, certo non solo come Bonatti sulla nord del Cervino, ma ero rimasto senza compagno in quella trance che spesso precede l’arrivo su una vetta himalayana. Mi è però andata bene perché poco dopo ho trovato Marco, con cui ho fatto gli ultimi 300 metri mentre Andreas si è unito agli altri compagni.”

Com’è stato arrivare in vetta con Marco?

“È stato il nostro secondo Ottomila dopo il Lhotse. A livello emotivo è stato stupendo, siamo rimasti in cima mezz’ora a divertirci, a farci foto e a goderci il momento. In quel momento sulla performance ha prevalso il piacere di essere in vetta con un amico.” 

Un momento di relax, poi giù a razzo fino a campo base…

“L’arrivo a campo base è stato complicato. Da campo 2 a scendere ha iniziato a piovere quindi sono arrivato bagnato fradicio, così la prima cosa che ho fatto è stata entrare nella tenda cucina. Qui c’è stato un momento divertente perché il cuoco e gli altri ragazzi non si aspettavano di vedermi già di ritorno, con la vetta in tasca. Mi hanno guardato un po’ straniti, poi è iniziata la festa. Anche se i veri festeggiamenti sono partiti quando tutti hanno raggiunto il campo base e mi sono riunito a Marco, Andreas, Francesco e Emrik.”
            [post_title] => Il Manaslu di François Cazzanelli: “Un momento stupendo”
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In caso di necessità, è importante conoscere e comunicare la propria posizione ai soccorritori che, se informati adeguatamente, sono in grado di giungere il più rapidamente possibile nel luogo esatto in cui prestare aiuto. Spesso è proprio la mancanza di informazioni corrette o complete a determinare ritardi negli interventi.

La prima domanda che l'operatore del numero unico di emergenza (112) pone in risposta a una richiesta di aiuto è la seguente: “Da dove sta chiamando?”.

Un dato non sempre facile da fornire qualora ci si è persi in montagna. Come fare allora a fornire indicazioni utili ai soccorritori?

Ho uno smartphone e connessione internet

  • SMS locator
In Italia è attivo un servizio denominato SMS Locator, che prevede da parte della centrale di soccorso contattata l’invio al numero del richiedente aiuto. Nell’SMS è contenuto un link. Cliccandovi vengono direttamente inviate alla centrale le proprie precise coordinate GPS.
  • Invio coordinate tramite App
La propria posizione può essere inviata alla centrale mediante differenti applicazioni comunemente utilizzate quali chat. Ne sono un esempio Whatsapp o Telegram.
  • GeoResq
L’App ufficiale del Soccorso Alpino Nazionale CNSAS Geo ResQ, è liberamente e gratuitamente scaricabile da Playstore. Il suo utilizzo è gratuito per i soci CAI e a pagamento per i non iscritti (24,40 euro annuali). In caso di emergenza basta attivare l’App perché questa invii in automatico la richiesta di soccorso corredata della propria esatta posizione alla centrale del CNSAS.

Ho uno smartphone ma non c’è connessione

  • Google Maps offline
Nel caso in cui si sia perso l’orientamento in una zona priva di segnale internet l'operatore che riceve la chiamata di soccorso suggerirà al disperso di spostarsi in un’area scoperta, assicurando in tal modo che il segnale GPS funzioni al meglio. A questo punto sarà opportuno attivare il localizzatore del telefono (il tasto “posizione” della barra di comandi rapidi dello smartphone) e lanciare Google Maps. Naturalmente senza rete dati la mappa non mostrerà sfondo. Nella parte in basso a destra dello schermo comparirà il simbolo del mirino. Basta cliccare su tale simbolo per venire centrati sulla propria posizione, indicata da un pallino blu (su sfondo sfocato). Esercitando una debole pressione su tale segnale comparirà il simbolo del segnalibro di Google Maps e, in contemporanea, verranno visualizzate in alto le coordinate di longitudine e latitudine. Sono tali 16 numeri, compresi punti e virgole, i dati importanti da comunicare all’operatore.

Alternative allo smartphone

  • Dispositivi di geolocalizzazione
Andando oltre lo smartphone, esistono altri strumenti utili a essere rintracciati dai soccorsi. Parliamo dei dispositivi di geolocalizzazione, che consentono di poter inviare la richiesta di soccorso e le proprie coordinate GPS sostanzialmente ovunque, anche in assenza di linea telefonica e rete dati. Motivo per cui sono utilizzati anche nelle spedizioni alpinistiche sugli Ottomila. I localizzatori satellitari funzionano grazie alla rete satellitare Iridium, satelliti che orbitano attorno alla Terra, dunque mobili e agganciabili in qualunque parte del mondo, indipendentemente dalla copertura (nuvolosità, chiome arboree). Tramite la rete satellitare consentono di inviare richieste di soccorso e brevissimi messaggi di testo.
  • Rete Radio Montana
Accanto a smartphone e dispositivi di geolocalizzazione ruolo importante nella sicurezza in montagna può essere svolto dalle radio ricetrasmittenti (apparati PMR 446). Il progetto “Rete Radio Montana” ha portato alla definizione di una frequenza radio di libero uso in banda PMR-446 (UHF) – canale 8.16, unificata a livello nazionale, che consente l’interscambio di informazioni di sicurezza tra più persone impegnate in attività in quota. In sintesi, in assenza di segnale dati e telefonico, è possibile chiedere aiuto via radio ad altri utenti della Rete Radio Montana, che potranno fungere da tramite per allertare i soccorsi o, sotto consulenza dei soccorsi, intervenire in prima persona in aiuto del richiedente assistenza. [post_title] => Ti sei perso in montagna? Come conoscere e comunicare la propria posizione ai soccorsi [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => ti-sei-perso-in-montagna-come-conoscere-e-comunicare-la-propria-posizione-ai-soccorsi [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-22 10:01:57 [post_modified_gmt] => 2019-10-22 08:01:57 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148748 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 5 [filter] => raw ) [3] => WP_Post Object ( [ID] => 148945 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-10-19 06:00:18 [post_date_gmt] => 2019-10-19 04:00:18 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="148949,148947,148948"] 7 ore e 53 minuti dal campo base alla vetta del Dhaulagiri VII, 7.246 metri, e ritorno. Questo il tempo impiegato da Benedikt Böhm, che ha salito la cima più bassa del massiccio con le pelli di foca dal versante nord. Dopo qualche giorno di acclimatamento, alle 4.17 della mattina del 15 ottobre Benedikt Böhm è partito dal campo base, a 4.903 metri, raggiungendo la vetta dopo 6 ore e 6 minuti, per poi scendere nuovamente con gli sci ai piedi. L’obiettivo era di stare sotto le 8 ore. “Il Dhaulagiri VII, con il suo immenso versante innevato, è una montagna fantastica per lo scialpinismo – racconta Böhm -. Le condizioni della neve hanno però rappresentato una sfida: da quella crostosa a quella, in alcuni passaggi, ghiacciata. Le temperature erano freddissime e ciò ha contribuito, insieme all’altitudine, a farci trascorrere notti inquiete prima della partenza per la vetta. Sono molto felice di avercela fatta in meno di otto ore, ma questa salita in stile “speed” mi ha portato ai miei limiti fisici”.

Non solo velocità, ma anche beneficenza

Benedikt Böhm ha dedicato la sua salita velocità a una buona causa: prima di volare verso il Nepal ha infatti lanciato la raccolta fondi “United for Himalayan Kids”. Con Dynafit, di cui Böhm è general manager, è stata creata una fascia dedicata all’iniziativa, che è stata venduta nello shop online, raccogliendo ad oggi 7.530 euro. Il ricavato della vendita sarà devoluto al 100% a un progetto scolastico di iniziativa privata in Dandaphaya (in Humla), una delle regioni più povere del Nepal. Qui l’associazione Nepal-Medical-Careflight ha costruito una scuola e la gestisce con grande impegno e passione. La scuola elementare e media è frequentata oggi da oltre 200 bambini e il centro annesso con infermeria per mamme e bambini offre alle famiglie bisognose l’accesso alle cure più urgenti. Un’altra scuola è in costruzione e sarà presto pronta. Il 24 ottobre, ad Allgäu, Benedikt Böhm consegnerà personalmente l’assegno con la donazione all’associazione. “La testa è sempre ciò che di più conta e la consapevolezza di portare avanti una spedizione per una buona causa dà sempre un’ulteriore motivazione. Un sentito ringraziamento a chi ha sostenuto l’iniziativa “United for Himalayan Kids”, dando quindi l’accesso ai bambini a un’istruzione validaha commentato Böhm.

Il Dhaulagiri VII

Il Dhaulagiri VII, chiamato anche Putha Hiunchuli, è la cima ovest e la più bassa della catena Dhaulagiri Himal, situata nel nord-ovest del Nepal. Con i suoi 7.246 metri di altezza, è considerata una montagna ideale per lo scialpinismo: relativamente semplice dal punto di vista tecnico ma non molto frequentata a causa della lunga salita e della posizione fuori mano all’interno della regione. Al momento sulla montagna c’è anche l’italiano Andrea Lanfri, che proverà a raggiungere la vetta del suo primo 8000 in vista della spedizione del 2020 all’Everest. L’intento è quello di dimostrare che dopo la malattia, che gli ha causato l’amputazione di entrambe le gambe e di sette dita delle mani, si può continuare a perseguire i propri sogni e andare in vetta al mondo. [post_title] => Benedikt Böhm: sul Dhaulagiri VII in 7 ore e 53 minuti [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => benedikt-bohm-sul-dhaulagiri-vii-in-7-ore-e-53-minuti [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-18 17:50:10 [post_modified_gmt] => 2019-10-18 15:50:10 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148945 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [4] => WP_Post Object ( [ID] => 148905 [post_author] => 31 [post_date] => 2019-10-18 06:00:01 [post_date_gmt] => 2019-10-18 04:00:01 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="148907,148906,148908,148909,148910,148911,148912,148913,148914,148915"] Austriaca, classe 1988, Barbara Zangerl è una delle arrampicatrici più forti del momento. La sua vita si divide tra un lavoro normale, come assistente di radiologia in ospedale e la passione per la roccia. Questo non le impedisce però di scalare su gradi alti e collezionare alcune delle vie più estreme che le pareti hanno da offrire, tracciati come El Nino, Zodiac, Magic Mushroom sul granito di El Capitan o anche Gondo Crack (8c, trad) in Svizzera fino ad arrivare a Speed Integrale (9a) a Voralpsee, la falesia di casa. E ancora Odysee, tra le più difficili vie dell’Eiger, scalata insieme a Jacopo Larcher. Un curriculum unico che le ha fatto guadagnare il premio Adventurer of the Year di National Geographic e che oggi la vede entrare a far parte del Climbing Team Vibram. Andiamo però a conoscerla meglio.  

Barbara, oggi sei una delle climber più complete e forti in circolazione. Ricordi la tua prima volta sulla roccia?

“La ricordo molto bene. Mio fratello ha portato me e mio fratello su una parete rocciosa delle nostre montagne di casa, un monotiro da 40 metri. La scalata non era stata un grosso problema, ma io e mia sorella eravamo terrorizzate all’idea di calarci da quella verticalità. Dopo questa esperienza abbiamo iniziato a frequentare la vicina palestra di boulder e da lì abbiamo iniziato ad arrampicate con regolarità. Abbiamo fatto molta palestra, ma il vero fascino rimaneva la scalata all’aperto, su roccia.”

Tra l’altro, l’arrampicata non è il tuo lavoro. Come riesci a combinare i turni in ospedale con allenamento e arrampicata?

“Mi piace molto la mia professione, mi aiuta ad avere un equilibro nella vita. È importante avere qualcosa di diverso dall’arrampicata nella mia vita, se dovessi lavorare in palestra o fare un altro lavoro legato alla scalata perderei sicuramente la motivazione. Apprezzo molto la routine giornaliera: alzarmi presto per andare a lavorare, avere turni da seguire, rimanere bloccata in ospedale. Sono tutte cose che mi aiutano a motivarmi ancora di più quando sono in parete, che mi spingono a sognare a occhi aperti. Nonostante io abbia un lavoro devo dire un grande grazie ai miei sponsor, come Vibram, che mi supportano permettendomi di scalare quanto voglio realizzando bellissimi progetti.”

A proposito di progetti, ci racconti qualcosa su Speed Integrale a Voralpsee, in svizzera, la tua via più difficile fino a oggi?

“Avevo come obiettivo di salire un 9a una volta nella vita. Un tracciato di resistenza, difficile, leggermente strapiombante con prese molto piccole. Una linea bellissima, è stato facile trovare la motivazione per affrontarla. La mia vera passione sono però le big wall.”

Qual è stato il tuo progetto più interessante su big wall?

“Senza dubbio Magic Mushroom su El Cap, è stato veramente difficile. Ho investito tanto tempo ed energie in questo progetto e non sono stata sicura di poterlo portare a termine fino all’ultimo giorno. Sono rimasta in parete 11 giorni per riuscire a portare a termine tutti e 33 i tiri della linea.”

Dimostri una passione smisurata per l’arrampicata…

“È così incredibile ciò che l’arrampicata ha da offrire, adoro passare da uno stile all’altro. Un giorno sono motivata per l’arrampicata trad e l’altro per delle vere avventure sulle big wall. Poi c’è il bouldering, che è tutt’altra cosa. In generale però a entusiasmarmi davvero sono le grandi pareti perché regalano una sfida non solo fisica ma anche mentale.”

La scarpetta è il tuo strumento più importante in parete, cosa ti piace portare ai piedi quando scali?

“Adoro le scarpe morbide, sono un’arma assoluta per l’arrampicata. La Vibram XS GRIP2 è la mia preferita di tutti i tempi.” [post_title] => Barbara Zangerl, tra El Cap, Eiger e 9a: “La routine della vita mi sprona ancora di più in parete” [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => barbara-zangerl-tra-el-cap-eiger-e-9a-la-routine-della-vita-mi-sprona-ancora-di-piu-in-parete [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-17 22:59:44 [post_modified_gmt] => 2019-10-17 20:59:44 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148905 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) )