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Everest: requisiti di esperienza e certificati medici

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Non si placa la discussione relativa agli ingorghi visiti questa primavera all’Everest a cui ha preso parte anche la UIAA e il Ministero del Turismo nepalese.

Quello che è emerso è la necessità di rivedere le regole che permettono ogni anno a circa 400 alpinisti di salire sul Tetto del Mondo, a cui si aggiungono le guide sherpa. Sotto i riflettori, anche a causa del grande numero di vittime quest’anno, è la preparazione a volte scarsa di chi decidere di pagare cifre astronomiche (in media tra i 40 e i 50 mila dollari) per coronare questo sogno.

Si è quindi tornati a parlare di requisiti di esperienza in alta quota per l’ottenimento del permesso di scalata, idea che da tempo è sul banco, ma che non è mai stata recepita nel regolamento alpinistico rivisto anche di recente dal Governo nepalese. “Sarebbe bello se agli scalatori inesperti non fosse permesso di salire l’Everest“, ha dichiarato al New York Times Lakpa Dendi Sherpa, guida nepalese con una grande esperienza, aggiungendo: “Ma chi lo farà? Il Governo? Non credo, non riesce nemmeno a rimuovere la spazzatura dall’Everest. Non fa altro che riscuotere entrate“. Molto critico con il Governo nepalese anche Kami Rita Sherpa, che quest’anno è salito per la 24esima volta sul Tetto del Mondo, che punta il dito contro le deboli regolamentazioni e il lassismo da parte del Governo, che, secondo lo sherpa, sono stati ugualmente responsabili del caos sulla vetta più alta del mondo.

Anche l’alpinista Conrad Anker, recentemente intervistato dall’Himalayan Times, ha spiegato che la soluzione dovrebbe essere quella di imporre dei requisiti di esperienza per evitare di creare situazioni di pericolo a oltre 8000m. Un’ipotesi per l’alpinista sarebbe di porre un tetto massimo di 400 permessi a stagione primaverile, guide sherpa incluse. Vuol dire dimezzare i numeri e sarà difficile che il Nepal possa rinunciare a circa 1,5 milioni di dollari.

Adrian Ballinger , alpinista e manager dell’Alpenglow Expeditions, sulle pagine del New York Times lancia la proposta di richiedere che per ottenere il via libera a scalare l’Everest si sia già arrivati in vetta ad un altro 8000 nepalese. Questo, secondo Belliger, potrebbe portare anche introiti per il Nepal, che non si vedrebbe quindi depauperato dalla diminuzione di permessi per l’Everest. L’alpinista evidenzia però anche un altro tema, strettamente collegato, la preparazione anche fisica degli aspiranti scalatori, tanto che la sua compagnia richiede una visita medica per valutare se ci sono problemi di salute che possono interferire con la scalata. Un buon 70% delle domande a partecipare alle spedizioni della Alpenglow viene per questo motivo respinto. Non vuol dire però che ci sia qualche altra agenzia di trek disposta a portare queste persone ugualmente all’Everest. Per questo anche il Ministero del Turismo nepalese sta iniziando a riflettere sul richiedere un certificato medico a tutti.

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3 Comments

  1. In “Aria Sottile”..si narra di giornalista che si allena alla salita dell’ Everest facendo footing in Central Park, non prova mai gli scarponi doppi in plastica che poi causeranno vesciche e rallentamento e…stracarica lo Sherpa di antenne satellitari , batterie,tablet per poter mandare ogni giorno il resoconto al suo giornale.Poi la tragedia nel 1996.
    Anche su normali montagne gli impreparati fisicamente, psicologicamente e nell’equipaggiamento….causano gravi difficolta’ agli accompagnatori anche in semplice ferrata.

  2. Mi piacerebbe vedere eventualmente come farebbero a giudicare l’esperienza di un alpinista, se fosse introdotta come requisito.

    Tizio ha scalato un altro 8000 con una spedizione commerciale. Va bene?

    Caio ha scalato solo il Monte Bianco. Ok?

    Sempronio ha scalato solo qualche settemila? Ok?

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