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Montagne in punta di matita. Intervista a Marco Camandona

Marco Camandona, artista, illustratore, intervistaUn disegno del Civetta. (c) Marco Camandona

In un piccolo appartamento della periferia torinese, alla sola luce di una lampada, si compie una magia. Marco Camandona, illustratore, cartografo e alpinista (non quello che ha salito il K2, sia chiaro), incide la carta con la sua affilata matita HB. La usa a mo’ di piccozza, con lei percorre le vie che han segnato la storia dell’alpinismo. Fa emergere i diedri, da profondità ai canali, traccia spigoli affilati e creste regolari. Così facendo la montagna prende forma e, quando Marco lascia la sua postazione, al posto di un semplice foglio di carta abbiamo una montagna in tre dimensioni, perfetta, vera, autentica, da scalare.

Marco al lavoro su un disegno del K2

Come sei arrivato a questa perfezione nel disegno?

Io ho sempre disegnato. Quando da piccolo a scuola la maestra ci faceva fare i dettati e tutti disegnavano cornicette io disegnavo incroci con i semafori, mari con i velieri, montagne. La maestra ogni tanto si domandava da dove tirassi fuori quelle cose (ride).

Ho poi studiato disegno pubblicitario e così ho iniziato a lavorare nel ramo pubblicità. Per un certo periodo ho fatto anche le illustrazioni per un’azienda di panettoni. Ho lavorato ai ritratti di personaggi come Carlo Magno o alla riproduzione del Colosseo per una collana di libri di storia per le scuole e poi, molti altri lavori.

La montagna come si inserisce in questo tuo talento naturale per il disegno?

Ho iniziato ad andare in montagna fin da piccolo, con mio zio praticavo tanto alpinismo. Diciamo che un po’ come tutte le famiglie torinesi, avendo le montagne a portata di mano, ho iniziato a frequentarle come fuga dalla città. Quando poi ho scoperto che sono un “luna-park” fantastico e ho imparato a inoltrarmi in quel territorio allora mi sono iniziato a divertire tantissimo.

Con gli anni ovviamente la frequenza dell’attività è calata. Oggi poi, con questo tipo di lavoro che mi tiene incollato a una sedia per otto ore, prima di fare qualche salita impegnativa dovrei trovare la voglia di mettermi a correre dopo il lavoro. Qui finisco alle otto e la voglia di andare a correre proprio non c’è. C’è invece la passione per il fondo escursionismo che pratico volentieri nel fine settimana con un gruppo di amici. Ho ancora gli sci un poco più larghi e con le lamine che non usa più nessuno, sono una meraviglia: pratici anche per chi non ha voglia di portarsi il materiale da scialpinismo.

Una panoramica del Cervino (c) Marco Camandona

Così inizi a disegnare montagne…

In realtà ho sempre disegnato montagne, ho sempre utilizzato il disegno come metodo per capire le montagne.

Ad esempio andavo a fare una gita alla Barre des Écrins e la disegnavo, poi tracciavo la via normale e mi studiavo le possibilità di salita. Se dovevo fare il Gran Paradiso prima di salire capivo come arrivare in vetta disegnandolo.

Per me il disegno è una grande avventura, come l’andare in montagna.

Quindi quei disegni che oggi possiamo ammirare anche su Meridiani Montagne per te sono qualcosa di naturale? (mentre per noi di sorprendente)

Si, i disegni che produco adesso sono solamente un’evoluzione di quel che facevo da ragazzo andando in montagna. All’epoca disegnavo con la Bic, che tra l’altro ha delle sfumature magnifiche anche se non ammette errore.

Diciamo però che il vero salto professionale, a diventare illustratore di montagne, l’ho fatto quando ho preso contatto con la Vivalda. Mi sono presentato da loro con un book fotografico, un’altra delle mie passioni. Ho portato fili d’erba, gocce d’acqua e altre immagini interessanti. A fianco di queste c’erano però anche dei disegni e sono stati proprio questi a colpire l’occhio di Enrico Camanni.

(c) Marco Camandona

Poi?

Mi hanno proposto di provare a usare i miei disegni in delle interviste al posto delle foto, sulla storica Rivista della Montagna. Facevo ritratti di personaggi alpinistici e della cultura di montagna. Ho fatto questo fin quando la Rivista è diventata monografica, occasione nella quale mi han chiesto di aprire il numero con una cartina in due pagine realizzata da me al posto delle solite IGM. Ricordo ancora il lavoro che ne è venuto fuori con le tre Cime di Lavaredo, le ombre e le luci che facevano emergere le montagne consegnando al territorio una sua tridimensionalità.

Dopo la Rivista della Montagna è arrivata l’epoca di Meridiani Montagne…

Si, ricordo ancora quando Marco (Ferrari, nda) mi ha chiesto di disegnare una panoramica doppia per il primo numero, dedicato al Monte Bianco. Ha avuto un successo pazzesco perché è molto siglante rispetto alla fotografia. La foto è molto bella, ma la mano del disegnatore è unica. Come mi ha detto Marco dopo quel primo numero: “come il National Geographic ha il bordino giallo noi abbiamo te” (ride).

Ci racconti il dietro le quinte: come nasce una montagna?

All’inizio lavoro su una lavagna luminosa. Ho bisogno di una fotografia di base su cui posizione un foglio di carta liscio e omogeneo. Quindi ricalco la foto a matita: parto da sinistra e procedo verso destra, senza possibilità di tornare indietro perché altrimenti con la mano potrei sbavare il tratto. Eventuali correzioni le apporto successivamente, a computer.

Uno scalatore (c) Marco Camandona

Scansionato quindi il disegno a matita con i programmi di grafica lavoro per dare un tono a speroni, valloni e canali. Se li conosci sai esattamente dove andare a sfocare leggermente dietro e a enfatizzare davanti vedendo, mano a mano che ci lavori, la montagna “crescere”. È come se assumesse una sua dimensione.

Tu però non hai visto tutte le montagne che disegni…

No, io conosco e ho visto le Alpi però ho disegnato montagne di ogni parte del mondo.

Per fare un disegno mi serve sempre una foto di base e poi tanto studio. Per disegnare una montagna devi ad esempio ricordarti che la si vede in un determinato modo e bisogna fare attenzione a non metterla al rovescio. Una cosa facile quando consoci i massicci o hai materiale fotografico. Non sempre però trovo quel che mi serve. In questo caso devo studiare molto più a fondo e poi cercare di riprodurre quel che posso nel modo più accurato possibile.

Toglici ancora due curiosità: hai degli allievi e si vive disegnando montagne?

Purtroppo non ho allievi, anche i figli han preferito fare altro (ride). Per quanto riguarda invece il discorso economico: diciamo che ci vorrebbero due o tre riviste specializzate per vivere solamente disegnando montagne.

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1 Comment

  1. Complimenti: primo per la passione condivisa per le escursioni con sci fondo a lamine ,pellicine di foca strette e scarponcelli di pelle attacco 75mm, ingrassati anni 70 e ghette ,zaino con magliette sostituzione inzuppate e paninazzi veri o o salami di gruppo e bottiglia di rosso..
    Da domani..si …puo’..fareee!
    Poi per gli splendidi disegni.
    Due di questi li ho
    pantografati , completati a matita, … su foglio di compensato di pioppo senza difetti, cancellato quasi tutto a lasciare ombre e pirografati, con pirografo belle arti a varie punte.Vietato sbagliare.
    Poi solo qualche tocco di smalto bianco, acrilico perlato o bianco opaco.. anche oro, non ho superato il maestro ma fanno la loro figura.
    Stessa tecnica per animali, su vari legni.Su tavoletta di cirmolo in piu’ si ha il profumo.
    Tecnica tramandata a figlio e nipoti? col cavolo…preferiscono il lavoro fatto con cui omaggiare le tose.

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