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La montagna e quell’illusione di sicurezza che ci fa dimenticare le sue poche e fondamentali leggi

alpinismo, montagna, editorialeFoto Tobiasvde via Wikimedia Commons

Quando le montagne erano dei montanari che allevavano bestiame, accumulavano fieno per l’inverno, tagliavano alberi, vendevano a valle il burro e i formaggi e il turismo era rappresentato dagli appassionati cittadini che con “ardimento” e timore se ne andavano per i sentieri dei montanari fin sotto le nude cime che talvolta salivano, evidentemente tutto era più semplice dal punto di vista della sicurezza. I montanari sapevano cosa fare e i cittadini ci pensavano due volte prima di fare stupidaggini. Non che tutto andasse liscio nemmeno allora, ma ci piace pensarlo.

Jean-Marc Peillex, sindaco un po’ trombone e un po’ crociato di Saint Gervais le Bain, “padrone” oltre che delle acque termali che sgorgano in paese anche della vetta del Monte Bianco, ha deciso da qualche anno di educare la massa ignorante dei frequentatori della montagna emanando regole sempre più restrittive per la salita sul suo “tetto d’Europa”. Equipaggiamento adeguato (?) da esibire, prenotazioni nei rifugi, veti giornalieri e settimanali, cartelli e avvertimenti minacciosi di sanzioni, perfino penali.

Tra la nostalgia per un passato romantico ed eroico e il piccolo dittatore del Monte Bianco che si diletta dai suoi Bagni nell’esercizio del potere, emule di Chaplin che ci faceva sbellicare dalle risate, non ci rimane che constatare che la montagna anziché riconoscersi nelle sue specificità, cosa che si auspicava negli anni novanta del secolo scorso, s’è frammentata in una infinità di cocci di attività produttive e no.

L’agricoltura si è super specializzata, parzializzata e integrata con la voglia di sapori sempre più gourmet e agli antichi se ne sono aggiunti centinaia di nuovi, cosa certamente positiva se aiuta i montanari a rimanere in quota, non solo come altitudine ma anche come benessere. Anche le attività per così dire ludico, sportive e turistiche sono esplose in una miriade di schegge a volte impazzite.

L’andare sulle montagne non è più solo alpinismo, ma è diventato trekking, trail, running, mountain bike, ciaspolate, canioning e l’arrampicata, che pur sfida la forza di gravità, è sempre più protetta da attrezzi e corde, tanto che perfino l’Everest e il K2 sono stati “addomesticati”.

Tutto pare super sicuro, sotto controllo, ma non è così: il pericolo e il rischio rimangono, attenuati dalla tecnologia, ma incrementati nel contempo dalla statistica che porta nei luoghi di divertimento sempre più persone e appassionati, spesso, anzi, certamente inconsapevoli dei rischi reali che corrono.

Così accade che tre giovani alpinisti che dovevano salire sul Monte Bianco, per i divieti paterni del sindaco Peillex che vuol evitare rischi a chi sul Bianco ci vuole andare, visto che sono a già Chamonix decidono di salire la nord della Petit Vert e soccombono travolti da una scarica di sassi. Destino crudele e baro.

Accade che in Calabria, nel parco del Pollino, due gruppi di turisti in visita alle aspre gole del torrente Raganello vengano travolti da una piena e che 10 (non 1 che sarebbe già terribile) di loro perdano la vita; una catastrofe che accade in una giornata di agosto nel cuore montuoso del Mediterraneo.

La natura, verrebbe da dire. La natura non è solo il piacere dei sapori gourmet e l’odore d’erba, fieno ed essenze; non è solo bagni termali e il piacere del far correre le gambe e scorrere lo sguardo tra ghiacciai, crode e foreste di larici, cembri o faggi. La natura e la montagna sottostanno a una legge fondamentale: quella di gravità. Ce lo scordiamo troppo spesso, quasi sempre. L’aria, l’acqua, la terra e i corpi sono attratti dalla gravità. L’aria può essere fredda, impetuosa e violenta; l’acqua scorre, anche se sotto forma di ghiaccio, e può travolgere ogni cosa con una forza infinita e in tempi rapidissimi; la terra può precipitare sotto forma di sassi o di grandi frane.

I nostri corpi come quelli di tutti gli esseri vivente sono fragili e non resisto agli impatti violenti provocati dalla gravità.

Banale? Forse. Ma se ogni volta che affrontiamo un sentiero facile o impervio ci ricordassimo di questa fondamentale legge della natura, mettendoci in testa che un rischio comunque lo stiamo correndo, forse, ci prepareremmo meglio fisicamente e tecnicamente, ma anche culturalmente. L’amore per la natura e la montagna inizia e si rafforza con la conoscenza e il rispetto delle sue poche e fondamentali leggi, delle regole e valori che gli uomini le hanno attribuito.

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3 Comments

  1. le leggi fondamentali sono quelle della fisica…che regolano la caduta, la perdita di equilibrio, la scivolata.., l’isolamento termico, la metereologia, la geologia.

  2. Concordo pienamente, aggiungendo che la preparazione fisica e quella tecnica dipendono sempre da una scelta di apprendimento, ovvero da un fattore culturale: se la gente pensa che andare in montagna o in un canyon sia come andare ad un parco dei divertimenti va incontro a rischi sottovalutati perché non è preparata fisicamente e tecnicamente.

    Dal punto di vista geologico, ricordiamoci che le montagne sono destinate a crollare, ridimensionarsi ed appiattirsi (ci vogliono milioni e milioni di anni, quindi gli eventi distruttivi sono rari sulla nostra scala di percezione temporale: di nuovo un fattore culturale per non dire cognitivo), tant’è che le montagne più alte sono quelle “più giovani” e quelle più basse sono quelle “più vecchie”. La forza di gravità conta, ma contano soprattutto gli agenti atmosferici in questo processo. Così come nell’orogenesi la forza di gravità conta ancora, ma conta soprattutto la cinematica dell’attività sismica e dell’attività tettonica.

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