Rifugi ed Alberghi – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 19 Jan 2018 08:43:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Il rifugio Guglielmo Jervis nel Parco del Gran Paradiso cerca un nuovo gestore http://www.montagna.tv/cms/117588/il-rifugio-guglielmo-jervis-nel-parco-del-gran-paradiso-cerca-un-nuovo-gestore/ http://www.montagna.tv/cms/117588/il-rifugio-guglielmo-jervis-nel-parco-del-gran-paradiso-cerca-un-nuovo-gestore/#respond Thu, 11 Jan 2018 06:00:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117588

La Sezione di Ivrea del Club Alpino Italiano intende affidare, a partire dal 1 aprile 2018, il servizio di gestione del Rifugio alpino Guglielmo Jervis, di proprietà del Demanio Militare e di cui il CAI Ivrea è concessionario, sito in località Pian del Nel (2264 m), Comune di Ceresole Reale (TO), all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, secondo le modalità dettagliate nei documenti scaricabili sotto.

Il numero di posti letto disponibili, compresi quelli riservati al gestore, è di 25.

La domanda dovrà pervenire alla Sezione entro il 18 febbraio 2018 e la graduatoria del Bando di gara sarà pubblicata entro e non oltre il 31 marzo mediante affissione nei locali della sede della Sezione e pubblicazione sul sito della stessa www.caiivrea.it e su loscarpone.cai.it.

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria della sezione segreteria.caiivrea@gmail.com.

Qui sotto sono scaricabili il Bando di gara, la domanda di partecipazione (allegato A) e la planimetria della struttura (allegato B).

CAI Ivrea

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Gli assi dell’arrampicata su ghiaccio ritornano a Corvara http://www.montagna.tv/cms/117583/gli-assi-dellarrampicata-su-ghiaccio-ritornano-a-corvara/ http://www.montagna.tv/cms/117583/gli-assi-dellarrampicata-su-ghiaccio-ritornano-a-corvara/#respond Wed, 10 Jan 2018 10:32:58 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117583 Anche nel 2018, venerdì 26 gennaio (qualificazioni) e sabato 27 gennaio (finali), Corvara in Passiria ospita la UIAA Ice Climbing World Cup. Su uno degli impianti più impegnativi di tutta Europa, gli atleti si sfideranno nelle discipline Lead (difficoltà) e Speed (velocità). 

La struttura consiste in una torre di ghiaccio alta 25 metri che si innalza verticalmente, un cilindro di ghiaccio di 14 metri e una ripida parete ghiacciata di 15 metri. Questi elementi sono collegati da passaggi orizzontali, numerosi aggetti e traversate laterali molto complesse che richiedono ai migliori arrampicatori al mondo il massimo impegno. Gli aggetti, infatti, vantano pendenze di 57, 62 e 72 gradi.

A due settimane e mezzo dall’evento, tutto promette bene a Corvara: finora, i preparativi si sono svolti entro i termini prestabiliti e, dopo che l’impianto dell’Alta Val Passiria, come da tradizione, è stato aperto il giorno di Santo Stefano, attualmente la costruzione di acciaio e cemento è ricoperta da uno strato di ghiaccio spesso un metro. “La struttura già oggi è in ottime condizioni. Non vediamo l’ora di dare il benvenuto ai primi arrampicatori qui a Corvara”, dichiara il presidente dell’associazione Reinhard Graf, che è anche a capo del comitato organizzatore della tappa altoatesina di Coppa del Mondo di fine gennaio.

Al via vedremo nuovamente i vincitori dello scorso anno, i sudcoreani HeeYong Park e HanNaRai Song, che dovranno affrontare la concorrenza della squadra russa guidata dai fratelli Maxim Tomilov e Alexey Tomilov e da Maria Tolokonina. Sarà assente, invece, la regina altoatesina dell’arrampicata su ghiaccio, la meranese Angelika Rainer, già tre volte campionessa del mondo, che quest’anno si concede una pausa dalla Coppa del Mondo.

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Luca Mazzoleni: sfogo di un rifugista appenninico http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/ http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/#respond Sun, 31 Dec 2017 07:40:36 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116915
Foto di Biagio Mengoli

Da trent’anni quasi gestisce il rifugio Franchetti al Gran Sasso d’Italia. Lo fa con amore e passione, ma gestire un rifugio non è la vita poetica che molti si aspettano, non è godersi le albe e i tramonti sulle cime delle montagne. Spesso, nei giorni di maggior affluenza, nemmeno riesci a vederle le montagne tanta è la mole di lavoro da sbrigare. Ma lasciamo che a raccontarci tutto questo sia il rifugista da una vita, Luca Mazzoleni.

Prima del Franchetti hai gestito altri rifugi?

Ho iniziato con il Duca degli Abruzzi che si trova al lato opposto del Gran Sasso, sul versante aquilano, rispetto al Franchetti. La prima richiesta per averlo in gestione l’ho mandata a 17 anni ma, vista l’età, non è stata presa in considerazione. Ci ho allora riprovato l’anno dopo e la richiesta fu esaudita.

Come mai hai voluto un rifugio in gestione così giovane?

Fondamentalmente tutto nasce dalla non volontà di continuare ad andare a scuola. Non andavo bene e, per dirla tutta, ho passato l’ultimo anno di liceo appoggiato al termosifone chiedendomi cosa fare dopo. L’unica certezza era la passione per la montagna, ero anche socio CAI ormai da anni e così, finita la scuola, sono riuscito ad averlo in gestione.
Sono entrato al Duca nell’82 che era un rudere. Non fu semplice, ma pian piano ci siamo fatti strada e l’ho portato avanti fino all’87.

Poi?

Rifugio Franchetti in invernale. Foto @ Luca Mazzoleni

Nell’88 si liberò la gestione del Franchetti e lo chiesi. Me lo affidarono e , ormai da allora sono passati quasi trent’anni.

Tutto un altro rifugio?

Decisamente, al Duca portavamo l’acqua su a spalla anche per lavare i piatti. Quando sono entrato al Franchetti c’era già una sorgente e un lavandino per lavare i piatti, però era in condizioni pessime. Ci sono voluti anni per renderlo vivibile.

Di certo non è un rifugio comodissimo perché non ha le docce e ha il bagno fuori, sta a venti metri dal rifugio però per l’anno prossimo è già stato approvato e finanziato dalla Regione Abruzzo un bando per la realizzazione di servizi igienici più comodi al Franchetti con anche, si spera, le docce.

A proposito di lavori di adeguamento del rifugio, secondo te hanno senso le normative di valle in un rifugio?

Apertura invernale

In parte no. Spesso ti portano alla chiusura dei rifugi. In un rifugio come in Franchetti, con 23 posti letto, non c’è assolutamente la cubatura che c’è in un albergo e non avrebbe senso imporre le stesse regole. Infatti ci sono poi state delle deroghe. Nel caso specifico del Franchetti, ad esempio, non devo mettere la porta antipanico perché se nevica richiamo di rimanere bloccati dentro.

Ci sono invece le norme sanitarie che vanno applicate, ma bisogna poi ricordarsi del luogo in cui ci si trova. Per poter applicare tutte le norme bisognerebbe aumentare tantissimo i costi oppure, nel caso più sciagurato, chiudere i rifugi.

Chiudere i rifugi?

Spesso ci troviamo a lavorare in situazioni emergenza e, messi alle strette, dopo un po’ ci arrendiamo.
Porto il mio esempio personale con il Franchetti in cui da qualche anno a questa parte nel mese di agosto mi trovo a dover sopportare un carico di lavoro molto più alto di quello che la struttura e il personale può sopportare. A questo si aggiunge che non ho il posto fisico in cui alloggiare altro personale aggiuntivo e, ovviamente non posso e non voglio allargare il rifugio.

Non dovreste essere contenti di un maggior afflusso?

Certamente, se fossi un ristorante in cui apro la cucina dalle 11 alle 15 io però sono un rifugio e devo poter sempre dar da mangiare a chi lo chiede e l’eccesso di frequentazione del mese di agosto ci mette in crisi portandoci ad arrivare a fine stagione morti. Questa cosa accade in molti rifugi.

Amo questo lavoro, ma comincio a temere davvero il mese di agosto. Non puoi fare il numero chiuso, ma non riusciamo davvero a sostenere questo ritmo. Sembra assurda come cosa da dire perché, come giustamente avete detto, dovrei essere contento di avere più gente, ma ci sono dei limiti che ti fanno passare la voglia.

Se potessi, rinunciando anche ai soldi, lavorerei solo a giugno, luglio e settembre. Non solo per la folla, ma anche per la qualità della gente. Agosto è un mese che non finisce mai. Ho avuto anche persone salite al rifugio con il carrellino con le rotelle per fare la spesa, quando l’ho visto sono rimasto allibito.

Cosa vorresti vedere in un rifugio di montagna perfetto?

Dipende. Un tempo ti avrei detto un Franchetti più comodo e meno affollato ad agosto. Ora ti direi un rifugio dove riesci ad avere più dialogo con le persone, com’è anche qui, ma non ad agosto. Un luogo dove le persone si trovano come a casa loro.

Il Franchetti sommerso

Pensi che gestire un rifugio in Appennino sia diverso dal farlo sulle Alpi?

È completamente uguale in quanto a mentalità e soluzione dei problemi. Anche il pubblico è lo stesso.

È invece completamente diverso per quanto riguarda il numero e la politica. Noi siamo soli. Siamo abbandonati dalle amministrazioni e dalla politica. Adesso abbiamo ottenuto un finanziamento della Regione grazie ad un’amministrazione di cui fanno parte persone appassionate di montagna, che sanno quanto vale la montagna. Prima eravamo quasi del tutto ignorati. Abbiamo anche provato a fare un’associazione, ma eravamo davvero pochi. L’associazione esiste ancora ma saranno due anni che non ci riuniamo. Sulle Alpi c’è tutto un altro interesse.

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Inaugurato in Cile, a 6.100 metri, il bivacco/rifugio più alto al mondo http://www.montagna.tv/cms/116851/inaugurato-in-cile-a-6-100-metri-il-bivacco-rifugio-piu-alto-al-mondo/ http://www.montagna.tv/cms/116851/inaugurato-in-cile-a-6-100-metri-il-bivacco-rifugio-piu-alto-al-mondo/#comments Wed, 27 Dec 2017 07:30:24 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116851 Sul vulcano El Ojos del Salado, uno stratovulcano in Cile alto 6893 metri, è stato inaugurato in questi giorni il bivacco/rifugio più alto del mondo a 6.100 metri.  El Ojos è considerato il vulcano attivo più alto del mondo e ha due crateri, uno in Cile e l’altro in Argentina. 

Le operazioni per costruire il rifugio sono iniziate il 4 novembre quando un team di costruttori e alpinisti cileni e tedeschi sono partiti con dei camion alla volta dello spiazzo dove è stato realizzato il piccolo capanno. 

Il rifugio è stato denominato “Amistad”e  può contenere fino a otto persone. Oltre alle difficoltà di lavorare a quelle quote, la sfida è stata portare i camion così in alto. Questo è stato possibile grazie alla collaborazione tra le  società Rheinmetall Man e la MAN che hanno provveduto a far avere dei camion di ultima generazione per raggiungere questo obiettivo. 

 

Fonte @wkndheroes.com

 

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I Ricordi, le speranze, la montagna ed il Boccalatte: intervista a Franco Perlotto http://www.montagna.tv/cms/114995/i-ricordi-le-speranze-la-montagna-ed-il-boccalatte-intervista-a-franco-perlotto/ http://www.montagna.tv/cms/114995/i-ricordi-le-speranze-la-montagna-ed-il-boccalatte-intervista-a-franco-perlotto/#respond Sun, 29 Oct 2017 06:00:31 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=114995 È finita la stagione dei rifugi e così siamo riusciti a ad intercettare Franco Perlotto, eclettico gestore del rifugio Boccalatte alle Grand Jorasses recuperato dopo anni di abbandono.

Uno spirito libero o, meglio, un alpinista “fuori dagli schemi” che ci ha concesso di entrare nel suo regno fatto di ricordi, speranze per il futuro e un nuovo lavoro tutto dedicato al mondo della montagna.

Franco Perlotto

Tanti anni fa hai scelto di lasciare la montagna e diventare cooperante, da cosa nasce questa decisione?

È stata una scelta dovuta. Avevo 36 anni quando ho deciso di lasciare perché ero in calo sia dal punto di vista tecnico che sportivo.

All’epoca vivevo di piccole sponsorizzazioni e consulenze ad aziende. Davo una mano suggerendo migliorie o nello sviluppo di nuovi prodotti. Sapevo però che era il tempo di lasciare. Avevo deciso di fare un paio d’anni di volontariato in Amazzonia, un progetto sanitario particolare. Nel giro di sei mesi mi sono però ritrovato cooperante perché quel lavoro mi riusciva benissimo, pareva me l’avessero cucito addosso.

Negli anni mi sono così ritrovato a lavorare nei luoghi più disparati del mondo come il Sud Sudan e ancora l’Amazzonia. Tendenzialmente lavoravo su progetti di protezione e tutela dell’ambiente, motivo per cui sono poi stato insignito di una laurea ad honorem. Anche qui però, come nell’alpinismo, ho raggiunto un limite oltre il quale non potevo andare.

Com’è stato lasciare l’alpinismo?

L’ho sofferto in modo terrificante, ma ho sempre arrampicchiato dove potevo.

Cos’è cambiato oggi?

Franco Perlotto con Walter Bonatti

Vedo ragazzi fortissimi che fanno cose impensabili ai nostri tempi. Livelli che richiedono allenamento costante.

Oggi si è però mutato lo spirito con cui questi ragazzi si approcciano alle sfide, si è passati dal romanticismo ad un approccio più sportivo. Ma questo non è un problema. Quello che invece contesto è lo spirito dell’alpinista di medio livello che non ha la maturità e il rispetto verso quello che dovrebbe essere un bene comune.

Dopo tanti anni sei tornato in montagna…

Si. È stata una scelta obbligata. Di ritorno da una missione in Afghanistan, mentre andavo al ministero degli esteri, ho avuto un infarto e questo mi ha portato a scegliere di lasciare il mio lavoro per tornare in montagna. Da tempo pensavo alla gestione di un rifugio, così ho iniziato a cercarne uno. Ho chiesto in giro e alla fine mi han proposto il Boccalatte accompagnando la proposta con la frase ‘solo tu puoi farcela’.

Com’era quando sei salito su la prima volta?

L’ho trovato in condizioni pietose. Dentro era pieno di lattine, le avevano gettate dentro da una finestra rotta. Ce n’erano talmente tante che la porta non si apriva più. Oltre a quello c’era poi spazzatura ovunque. Ho portato giù 7 big pack con l’elicottero. Una cosa inimmaginabile che mi fa pensare alla montagna di un tempo e al rispetto che avevamo per lei.

Il rifugio Boccalatte-Piolti

A livello strutturale invece com’era messo?

La struttura era in ottimo stato. Ho dovuto solo fare le vasche biologiche per adeguarmi alle attuali normative di legge, per il resto ho preferito non toccare nulla. È un rifugio d’antan, con una sua storia che merita rispetto. Un posto bellissimo per localizzazione e per modo d’essere. Sono molto contento che sia tornato ad essere un punto di riferimento per le vie delle Grand Jorasses.

Quanto tempo ci è voluto per rimetterlo in sesto?

Circa un anno, ma la parte più difficile non è stata tanto il lavoro di ristrutturazione quanto la parte burocratica perché, rimanendo chiuso per molti anni, aveva perso le licenze. Per richiederle si è dovuto lavorare sodo in modo da adeguare l’edificio alle nuove normative.

Quante persone salgono in stagione?

Non si può pretendere granché. Abbiamo solo una ventina di posti letto. Ho però visto un incremento con gli anni, soprattutto dell’escursionista che usa il rifugio come punto di arrivo.

Alpinisti?

Loro sono aumentati tantissimi poi, ovviamente, dipende dalle condizioni. Quest’anno, ad esempio, è stato difficile il tempo.

Franco Perlotto al rifugio

Si sopravvive con il rifugio?

No. Con il Boccalatte non vivo, è difficilissimo tenere un rifugio. La mia fortuna è avere anche un locale a Recoaro Terme. Un posto vicino alle scuole che mi permette di avere l’estate libera. Sommando le due attività riesco a vivere.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Spero di continuare ad essere gestore di rifugio per lungo tempo. Ho voluto un contratto lungo perché ho investito anche di mio nel rifugio. Spero di resistere ancora per molto tempo.

 

 

 

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Donna, mamma e rifugista: la storia di Eleonora Saggioro nel cuore dell’Appennino abruzzese http://www.montagna.tv/cms/114937/donna-mamma-e-rifugista-la-storia-di-eleonora-saggioro-nel-cuore-dellappennino-abruzzese/ http://www.montagna.tv/cms/114937/donna-mamma-e-rifugista-la-storia-di-eleonora-saggioro-nel-cuore-dellappennino-abruzzese/#comments Fri, 27 Oct 2017 05:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=114937 Uno storico rifugio dell’Appennino centrale recuperato e rivitalizzato grazie all’intraprendenza di una donna dal carattere deciso che abbiamo incontrato, davanti ad una birra, in un piccolo borgo d’Abruzzo mentre fuori scendevano le piogge autunnali.

Ex attrice teatrale, da sempre appassionata di montagna, Eleonora Saggioro gestisce ormai da vent’anni il rifugio Vincenzo Sebastiani.    

 

Quando hai iniziato a gestire a lavorare in rifugio?

Ho iniziato intorno al 1992-93 quando cercavo un lavoro estivo. La montagna era una passione che già coltivavo da anni e che ho avuto modo di frequentare in modo assiduo grazie al CAI di Roma e ai corsi dell’alpinismo giovanile che mi hanno fatto scoprire la realtà del rifugio e la sua essenza di accoglienza e luogo condiviso, posto di tutti che mi ha spinto a ricercare lavoro in queste strutture.

Rifugio Vincenzo Sebastiani

Quando decidi di diventare gestore?

Nel 1998. Ero davvero molto appassionata e quando si è palesata questa possibilità di gestione mi ci sono buttata a capofitto. C’è però da dire che i primi anni sono stati una sorta di custodia a livello, diciamo, volontaristico con i ragazzi dell’alpinismo giovanile. Dal 2000 è poi cominciata la gestione ufficiale del rifugio in mano alla cooperativa. Una cooperativa che si chiama “equo rifugio” di cui io sono presidente e responsabile.

Hai dei collaboratori?

Certamente, attorno a me ruotano tutta una serie di collaboratori e collaboratrici. Ci tengo particolarmente a sottolineare la presenza di collaboratrici donne perché questo ci rende particolari nel mondo dei rifugi montani.

Quali sono state le prime difficoltà incontrate?

Rifugio Vincenzo Sebastiani

Nei primissimi anni il fatto di essere forestiera ha inciso molto nei rapporti con i locali. Gli abruzzesi mi guardavano un po’ strano perché dicevano: ma questa che ci è venuta a fare qui. Era un discorso a metà tra questa è venuta a prendersi il nostro lavoro (lavoro che però non voleva fare nessuno perché il Sebastiani era in condizioni pietose) e dall’altra parte si domandavano proprio: perché ci è venuta, cos’avrà mai trovato di interessante in questo posto. Per me però era una situazione eccezionale, un luogo da far rinascere e valorizzare per tutti gli appassionati di montagna.

Hai avuto difficoltà economiche all’inizio?

Molte. Era un rifugio che arrivava da un periodo di chiusura e quindi aveva perso il suo giro di clienti anche se, in realtà, non ha mai avuto un grande introito economico. Per questo nei primi tempi la più grande difficoltà è stata trovare un modo per promuovere il rifugio. Ricordo che i primi anni molti salivano e si mangiavano il panino fuori dalla struttura o si stupivano che fossimo aperti nei weekend autunnali.

A livello logistico invece?

Anche, soprattutto per una mancanza di abitudine. Cose come l’impiantistica, la gestione dei materiali, la mancanza di acqua, il problema degli scarichi. All’epoca non c’era ancora un bagno, oggi ne abbiamo uno ma rimane il problema acqua.

È stato tutto molto complicato all’inizio, ma per me adesso è la normalità. Ora sono acclimatata al vivere lassù.

Com’è stato adattarsi alla vita in rifugio?

Eleonora Saggioro

Non ho avuto particolari difficoltà, diciamo che il problema è stato più degli altri che mio. Soprattutto per chi magari non pensava che una donna potesse prendere in gestione un rifugio.

Cioè?

Spesso basta anche che ci sia un lavapiatti maschio e diventa immediatamente il capo della struttura. Anche se entrano in una stanza e vedono me e un uomo lui diventa subito il gestore della struttura, anche se è l’ultimo arrivato.

Ultima domanda, sei mamma?

Si, di due bambini nati praticamente in rifugio. Con il secondo abbiamo rischiato anche il parto in quota.

Come hai gestito la maternità in quota?

Avere dei figli non è un dramma in questo lavoro. Basta organizzarsi. È stata dura perché portare dei bambini piccoli in rifugio non è facile, ma si può fare. Ora sono separata, ma devo ammettere che sono riuscita a gestire il rifugio con due bimbi perché avevo a fianco un compagno fantastico che ha dovuto accantonare un po’ il suo lavoro per darmi una mano lassù. Adesso che sono cresciuti vedono il rifugio come una casa. Quello grande viene a lavorare lassù in estate e quella piccola starebbe sempre là.

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Riapre la storica Capanna Sella ai Rochers del Monte Bianco http://www.montagna.tv/cms/114882/riapre-la-storica-capanna-sella-ai-rochers-del-monte-bianco/ http://www.montagna.tv/cms/114882/riapre-la-storica-capanna-sella-ai-rochers-del-monte-bianco/#comments Thu, 26 Oct 2017 06:30:42 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=114882 Sono concluso i lavori di ristrutturazione della storica Capanna Quintino Sella ai Rochers del Monte Bianco a 3370 m di quota.

Venerdì 13 ottobre 2017, il Club4000 del CAI Torino, oltre a concludere le ultime minime lavorazioni in capanna, ha installato due webcam orientate una sul ghiacciaio del Dome e l’altra verso la rampa glaciale che porta alla vetta del Monte Bianco.

La capanna è dunque agibile e i suoi interni sono stati completamente ripuliti, restaurati e dotati di materassi e coperte.

Per quanto riguarda invece l’itinerario d’accesso, a causa dell’incompleta copertura del budget necessario, l’attrezzatura del percorso alternativo alla Capanna Sella è rinviata al 2018. Si raccomanda pertanto agli alpinisti prudenza nell’avvicinamento, soprattutto a causa delle mutate e assai delicate condizioni ambientali. 

 

La capanna risale al 1885, l’anno successivo alla mote di Sella: a 3370 metri di quota, lungo la cresta sud ovest dei Rochers del Monte Bianco, sul percorso di quella che dal 1872 al 1890 sarà l’unica via normale italiana (dal cosiddetto Sperone della Tournette), e ancor oggi la più diretta, si erige in sua memoria un ricovero non custodito. Costruito dal CAI centrale sotto la supervisione dell’avvocato Francesco Gonella al costo di 6.200 lire e poi ceduto alla sezione di Torino, attuale proprietaria, figura tra i primi rifugi in assoluto costruiti sul versante italiano del Bianco. Il fabbricato, in ossatura e pareti in legno modulari, predisposto a valle in falegnameria, trasportato a spalla e montato pezzo a pezzo e infine rivestito di muratura in pietrame a secco reperito in loco, misura 9 x 2,7 metri ed è suddiviso in tre ambienti uguali: un ingresso centrale con cucina e refettorio; due camere ai lati per 15 posti letto totali. Caduto rapidamente in disuso a seguito della scoperta del più agevole accesso alla vetta delle Alpi dal lato italiano (la via del Dôme, servita dal futuro rifugio Gonella fin dal 1891), e poco frequentato a motivo della collocazione remota e dell’impegno degli itinerari, il ricovero ha conosciuto nel tempo limitati rimaneggiamenti e interventi manutentivi, preservandosi così nelle sue sembianze pressoché originarie fino a oggi. Si tratta dunque di una testimonianza di particolare valore storico che merita di essere tutelata quale museo di se stesso: basti pensare alle iscrizioni a lapis dei frequentatori (varie generazioni delle principali famiglie di guide di Courmayeur e loro clienti), riscontrabili fin dall’anno di costruzione sui rivestimenti lignei e gli scuri degli interni.

 

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Il Rifugio Franchetti chiude “per burocrazia” la stagione in anticipo http://www.montagna.tv/cms/112851/il-rifugio-franchetti-chiude-per-burocrazia-la-stagione-in-anticipo/ http://www.montagna.tv/cms/112851/il-rifugio-franchetti-chiude-per-burocrazia-la-stagione-in-anticipo/#comments Wed, 06 Sep 2017 04:59:24 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=112851 “A causa di problemi tecnici sono costretto a chiudere il rifugio con grande anticipo, non era mai successo in 30 anni, scusate. Rimane aperto per il ricovero di emergenza il solo locale invernale, dove abbiamo provveduto a lasciare coperte e viveri di emergenza: fatene uso solo se necessario per favore. Se sarà possibile aprirò nei fine settimana, vi darò conferma come possibile. Un saluto, Luca Mazzoleni”.

Così scriveva il 3 settembre Luca Mazzoleni, gestore del Rifugio Franchetti, che a 2433 metri di altitudine accoglie gli alpinisti all’ombra del Corno Grande e del Corno Piccolo, sul Gran Sasso. La causa non è la fine stagione e nemmeno qualche altro fenomeno più o meno naturale, come è successo questa estate per diversi rifugi chiusi per “siccità”. No, questa volta il fenomeno è del tutto umano, anzi, ci viene da dire italiano. Infatti il rifugio Franchetti si trova costretto a chiudere a causa della burocrazia. 

A spiegare cosa è successo il quotidiano Messaggero con un articolo a firma di Stefano Ardito: secondo le nuove regole regionali sul turismo il rifugio necessita di una regolare licenza, ma l’iter burocratico si è trasformato, come troppo spesso accade, in un infinito labirinto. Due anni per stipulare un contratto tra CAI Roma, proprietario del Franchetti, ed amministrazione dei Beni civici; sei mesi fa, la richiesta di licenza al comune di Pietracamela, senza ancora risposta. (AGGIORNAMENTO) Nella tarda serata di ieri è arrivata anche la presa di posizione del Sindaco di Pietracamera, che su Facebook scrive: “Non c’è NESSUNA RICHIESTA di licenza di esercizio relativa al rifugio Franchetti in giacenza presso gli uffici del Comune di Pietracamela. Ad oggi non è stata depositata nessuna istanza in merito, è quindi clamorosamente infondata la notizia che mette in correlazione la chiusura del rifugio con una inadempienza dell’Amministrazione a guida del sottoscritto che anzi sta garantendo già il massimo impegno e disponibilità per risolvere l’annosa vicenda in collaborazione con il gestore della struttura”.

Intanto il gestore è costretto a chiudere, ma spiega su Facebook: “Non è al Sindaco di Pietracamela Michele Petraccia che dobbiamo dare la responsabilità di una situazione che si cerca di risolvere da oltre 30 anni. La responsabilità è una burocrazia complessa, esasperante e a volte incomprensibile. Se non si è regolarizzato prima il Franchetti la colpa è da condividere tra tutti: amministratori, tecnici, presidenti, gestori. Nessuno ha creato ostacoli, tutti ci abbiamo provato ma dopo decenni la situazione è ancora questa. Io credo che finalmente si troverà una soluzione, ne sono sicuro; è stato un bene che il problema sia venuto alla ribalta, di questo ringrazio anche Stefano Ardito. L’attuale giovane sindaco di Pietracamela si è ritrovato in mano una bomba con la miccia accesa decenni fa e che finora nessuno ha saputo disinnescare, le pratiche amministrative sono lente certo, ma non è questo sindaco il problema, anzi lui è la soluzione.
Regione Abruzzo, Provincia di Teramo, Comune di Pietracamela e CAI di Roma in questi giorni sono al lavoro perché finalmente anche il rifugio Franchetti abbia tutte le carte a posto, quindi dobbiamo essere positivi.

Ora il Franchetti è chiuso e questo fa male, ma è questione di poco: nei fine settimana di settembre sarò di nuovo su con chi vorrà aiutarmi perché non si può tener chiuso un rifugio d’alta montagna, non il Franchetti! Buona montagna a tutti. Luca Mazzoleni”. 

Speriamo bene, per il Rifugio Franchetti, per il Gran Sasso, per tutto l’Appennino e per la montagna. 

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“Pisciare a 3000mt costa 1€”, lo sfogo del rifugio Casati http://www.montagna.tv/cms/112195/pisciare-a-3000mt-costa-1e-lo-sfogo-del-rifugio-casati/ http://www.montagna.tv/cms/112195/pisciare-a-3000mt-costa-1e-lo-sfogo-del-rifugio-casati/#comments Mon, 21 Aug 2017 08:57:39 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=112195 Stefano Alberti gestisce assieme al papà Renato il Rifugio Casati e Guasti, a 3269 metri nel cuore del gruppo Ortles-Cevedale. Qualche giorno fa ha affidato a Facebook uno sfogo, che vi riportiamo di seguito, a seguito della lamentela di un ragazzo circa il pagamento dell’utilizzo del servizi igienici. Parole che raccontano meglio di tante altre la fatica ed il sacrificio che si nasconde nel gestire un rifugio, soprattutto se difficilmente accessibile, e dei quali non sempre i clienti se ne accorgono.

Vi lasciamo in fondo alle parole di Stefano Alberti anche un video postato qualche settimana fa da Marco Confortola, che, intento a portare a spalla i rifornimenti, fa un appello a tutti i frequentatori della montagna: aiutate i rifugisti, perché sono i custodi della montagna. 

“Pisciare a 3000mt costa 1€”. Questa è la frase che un giovane ragazzo ha sussurrato all’orecchio di suo padre questa mattina mentre lavavo il pavimento del rifugio. Arrivata al mio orecchio non ho fatto altro che stringere ancora più forte il manico dello spazzolone e cercare di tenere chiusa la bocca anche se il desiderio era ben altro.

Carissimo ragazzo, quell’euro che tu e molti altri turisti criticate con tanto stupore è frutto di qualcosa che Voi manco minimamente vi immaginate perché fortunatamente siete abituati ad avere qualsiasi cosa a portata di mano godendo di tutte le comodità che la civiltà moderna è in grado di darvi stando comodamente seduti sul divano di casa vostra in città, senza fare il minimo sforzo. La cosa peggiore, date aria alla bocca senza la minima cognizione di dove vi troviate!

Qui non siamo in città, non c’è l’acquedotto e manco gli operai del comune. Quel fottuto euro per permettervi di tirare l’acqua del cesso è frutto di eterne giornate di lavoro passate di fuori in mezzo al ghiacciaio, magari con il maltempo, con le mani e i piedi mezze congelate su e giù per i pendii, molte volte esposti a slavine, a piedi o con gli sci, trascinando tubi spesso e volentieri rotti, portando in spalla zaini carichi di chiavi, raccordi, corde, giratubi e altri strani arnesi (ne dimentichi uno e ti tocca tornare a prenderlo contando solo sulle tue gambe).

Sono 35 anni che portiamo avanti questo lavoro e Vi garantisco che grazie a quell’Euro nessuno di noi gira in Porsche o Ferrari. Al contrario mio padre ha due protesi ad entrambe le ginocchia, un’ernia alla schiena e una spalla operata. Per farla breve ieri l’elicottero del 118 è dovuto intervenire perché sempre mio padre per permettervi di tirare lo sciacquone è scivolato sul ghiacciaio battendo violentemente…risultato…spalla lussata, 5 punti all’arcata sopracciliare e le sue parole sono state “ora non posso più aiutarti”.

Sta mattina alle 9.00 bello fasciato e incerottato era di nuovo nel suo posto di lavoro perché la persona cade e si rialza (fortunatamente) ma i problemi restano.

Quindi per tutto ciò che ho detto e consciamente tralasciato per non diventare volgare e pesante…è meglio tacere e dare l’impressione di essere scemo, piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio…
A dimenticavo…”Pisciare in Stazione Centrale a Milano costa 1€”.

 

 

Foto in alto @ Rifugio Casati e Guasti Facebook Page 

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Mentre il Gonella chiude, al Torino l’acqua abbonda, come al Boccalatte http://www.montagna.tv/cms/111744/mentre-il-gonella-chiude-al-torino-lacqua-abbonda-come-al-boccalatte/ http://www.montagna.tv/cms/111744/mentre-il-gonella-chiude-al-torino-lacqua-abbonda-come-al-boccalatte/#comments Fri, 04 Aug 2017 05:00:26 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111744 Il rifugio Gonella, che ha chiuso la stagione anticipatamente per mancanza d’acqua (lo scorso anno ne aveva avuta fino a meta agosto), come si intuisce dalla foto, in caso di stagione asciutta è isolato dalle fonti di acqua e dalla neve. Ci vorrebbe un investimento per poterla recuperare ed immagazzinare o per un approvvigionamento a maggiore distanza. Possibile, ma costoso. E il fatto che la via italiana al Monte Bianco sia sempre più sbarrata da seracchi e crepi disincentiva gli aspiranti alla vetta per ad affrontare questo percorso e di conseguenza a soggiornare nello splendido e rinnovato rifugio, gestito con passione da Mauro Bianchi e Davide Gonella. Evidentemente tutto questo induce alla prudenza verso ulteriori investimenti.

Il rifugio Torino, toccato dalla grazia rinnovatrice della SkyWay, celebrata a Courmayeur come l’“ottava meraviglia del mondo”, ha la fortuna di affacciarsi sui ghiacciai e l’abbondante scioglimento di questi, disgrazia generale, paradossalmente porta una gran quantità d’acqua ai punti di captazione del rifugio. È quanto racconta Armando Chanoine, che con la sua famiglia gestisce il “Torino”.

Al Boccalatte, anch’esso storico e rinnovato rifugio collocato dalla parte assolata delle Grande Jorasses, Franco Perlotto è tranquillo: anche lui si affaccia sui vicini ghiacciai che producono in questi giorni acqua in quantità.

La Dora, che raccoglie le acque della Val Veny e della Val Ferret, a valle misura con la sua piena, tutto l’abbondante scioglimento di neve e ghiaccio di questi giorni di zero termico oltre i 5000 metri. 

I “cambiamenti climatici” non sono solo una specie di mantra che recitiamo per farci sentire meno in colpa, ma sono una realtà che a cominciare dai tetti dei nostri paesi, le grandi montagne, hanno già modificato fragili equilibri. Dobbiamo mettere in atto in fretta tutte le azioni necessarie per adattarci alle nuove situazioni, anche sulle delicate terre alte del pianeta. In Himalaya, in Karakorum, nelle Ande, come sulle Alpi i ghiacciai non saranno più il grande serbatoio d’acqua per centinaia di milioni di persone, per la loro agricoltura e produzione energetica. 

Anche i rifugi alpini ce lo raccontano e al Gonella con saggezza montanara pensano già all’anno prossimo: iniziare prima la stagione e chiuderla, se necessario, in piena estate, come quest’anno.

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