Storia dell’alpinismo – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 19 Jan 2018 13:26:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Schegge di K2: “La scoperta del K2” – di Roberto Mantovani http://www.montagna.tv/cms/117876/schegge-di-k2-la-scoperta-del-k2-di-roberto-mantovani/ http://www.montagna.tv/cms/117876/schegge-di-k2-la-scoperta-del-k2-di-roberto-mantovani/#respond Wed, 17 Jan 2018 06:00:49 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117876 Siamo negli anni ’50 dell’800, più precisamente nel 1855, quando si da il via alle Grand Trigonometrical Series nel Kashmir. Si era da poco scoperta la cima più alta del mondo, che nel 1865 prenderà il nome di Everest per volere del Suveyor General Andrew Waugh (successore di George Everest), e si erano ormai terminati i lavori di rilevamento delle altezze dei picchi dell’Himalaya. Era quindi tempo di andare ad eseguire la medesima operazione tre le cime del Karakorum. Per farlo era necessario scegliere uno Station Peak. Una cima, di altezza notevole, da cui poter osservare le vette della catena eliminando l’interferenza dovuta alla rifrazione dell’aria. Per questo viene scelta una vetta di 4880m poco distante da Srinagar su cui viene posizionato lo strumento di misura.

Ad occuparsi del rilevamento è il capitano dei Royal Engineers Thomas George Montgomerie che, dai quasi 5000m della vetta, osserva due cime sovrastare il resto della catena. Le chiamerà K1 e K2, annotando però, su un angolo del suo taccuino, il possibile errore prospettico dovuto alla diversa distanza dei due picchi. Non necessariamente il K1 sarà il più alto dei due.

 

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10 anni dalla morte di Sir Edmund Hillary http://www.montagna.tv/cms/117681/10-anni-dalla-morte-di-sir-edmund-hillary/ http://www.montagna.tv/cms/117681/10-anni-dalla-morte-di-sir-edmund-hillary/#respond Fri, 12 Jan 2018 12:10:18 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117681 E’ passato un decennio da quando ci lasciava Sir Edmund Hillary, uno dei personaggi più importanti della storia dell’alpinismo. Moriva ad 88 anni, l’11 gennaio del 2008, per un malore all’Auckland City Hospital, in Nuova Zelanda. Con un giorno di ritardo (sperando che ci perdoni), vogliamo ricordare alcune delle sue imprese più importanti: a partire  ovviamente dalla salita all’Everest fino al suo impegno umanitario. 

Infatti dopo quel 29 maggio del 1953 quando calpestò per primo, insieme a Tenzing Norgay Sherpa, la cima della montagna più alta del mondo, il suo desiderio di esplorare continuò per tutta la sua vita. 

Nel 1968 navigò i fiumi a est del Nepal utilizzando solo delle piccole imbarcazioni. Nel 1977 invece risalì interamente il fiume Gange, dalla foce nell’oceano indiano fino alle sorgenti himalayane. Fu anche il primo uomo ad aver raggiunto i cosiddetti tre poli della terra: l’Everest, il Polo Sud e il Polo Nord (quest’ultimo con l’astronauta Neil Armstrong). Tra le altre salite alpinistiche ricordiamo la prima ascesa all’Ama Dablam (6.987 m), al Thamserku (6.367 m) e al Kangtega (6.767 m).

Sir Edmund non verrà ricordato solo per l’Everest e le avventure esplorative, ma anche per aver aiutato a costruire 25 scuole, 2 ospedali, 12 cliniche, e numerose opere idriche in Nepal. 

Tra tante attività alpinistiche, umanitarie ed esplorative  Edmund Hillary fu anche nominato “Sir” dalla regina Elisabetta II d’Inghilterra (alla quale fu dedicata la salita all’Everest), fu ambasciatore in India, Nepal e Bangaldesh. Fu anche decorato dall’ONU per il suo lavoro di protezione dell’ambiente. 

Qui sotto potete vedere un documentario che racconta la storica prima salita all’Everest. 

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11 gennaio 1986: Kukuczka e Wielicki firmano la prima invernale al Kangchenjunga http://www.montagna.tv/cms/117615/11-gennaio-1986-kukuczka-e-wielicki-firmano-la-prima-invernale-al-kangchenjunga/ http://www.montagna.tv/cms/117615/11-gennaio-1986-kukuczka-e-wielicki-firmano-la-prima-invernale-al-kangchenjunga/#comments Thu, 11 Jan 2018 11:27:57 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117615 11 gennaio 1986: Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka salivano per la prima volta il Kangchenjunga (8586m, terza montagna più alta della terra)  in inverno, per la via normale sulla parete sud-ovest. Wielecki, ora al K2 come capo della spedizione polacca, raggiungeva così il suo secondo 8.000 invernale. La salita fu compiuta completamente in stile alpino, senza portatori e senza l’utilizzo dell’ossigeno. Durante la salita perse la vita, a causa di un edema polmonare, l’alpinista polacco Andrzej Czok. Qui sotto potete leggere un breve estratto dal libro “Art of Freedom, the Life and Climbs of Voyek Kurtyka” di Bernadette McDonald’s dove si raccontano l’ultimo attacco alla vetta e la tragica fine di Andrzej Czok. 

Jerzy Kukuczka e Krzysztof Wielicki con Wanda Rutkiewicz, prima donna ad arrivare in vetta al K2. Nel 1992 Wanda perse la vita proprio sul Kanchenjunga

Dopo quella partenza ingloriosa, altre due squadre partirono per arrivare in cima: Jurek Kukuczka e Krzysztof Wielicki, Andrzej Czok e Przemek Piasecki. Mentre salivano verso l’alto, non si poteva non notare la persistente tosse di Andrzej, a causa dell’altitudine. Era strano, considerata la sua attitudine alla quota e la sua forza fisica. I suoi record erano impressionati: una nuova via sul K2, il Lhotse senza ossigeno, una nuova via sull’Everest, la parete ovest del Makalu, il Dhaulagiri, il Kangchenjunga sarebbe stato il suo quinto ottomila in inverno. La tosse di Andrzej peggiorò man mano che salivano sempre più in alto: l’aria secca e gelida non aiutava. Al Campo IV fu chiaro che Andrzej avrebbe dovuto scendere. Solo Jurek e Krzysztof avrebbero continuato. 

L’11 gennaio partirono alle 5:45, a 800 metri dalla vetta, arrancando nell’aria gelida. In poco tempo iniziarono a perdere la sensibilità alle gambe. Alle 10 del mattino il sole li colpiva e li riscaldava, attivando la circolazione alle estremità. Si muovevano da soli, ognuno al proprio ritmo. Dal momento che il terreno non era troppo ripido non avevano bisogno di fermarsi. Krzysztof raggiunse per primo la cima, e scendette immediatamente. Jurek lo incontrò proprio sotto la cima, non si scambiarono nemmeno una parola. Le loro menti erano offuscate. Erano robot. Dopo alcune foto, anche Jurek tornò giù. Si diressero verso il campo, qui comunicarono il successo al campo base. La risposta fu priva d’entusiasmo, perché molto più in basso Andrzej stava molto male. 

A metà strada tra i campi IV e III, Andrzej  era diventato così debole che riusciva a malapena a camminare. A campo III, in una tenda, passarono la notte a reidratare Jurek e Krzysztof, e a somministrare diuretici ad Andrzej. Le sue condizioni peggiorarono di minuto in minuto. Ad un certo punto guardarono il Andrzej che riposava. Aveva smesso di respirare“. 

 

Il libro “Art of Freedom, the Life and Climbs of Voyek Kurtyka” è attualmente disponibile sul mercato italiano solo in inglese. La casa editrice Alpine Studio pare stia curando la traduzione e la pubblicazione dovrebbe essere prevista per aprile 2018.

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31 dicembre 1988: Krzysztof Wielicki raggiunge la cima del Lhotse in solitaria http://www.montagna.tv/cms/117253/31-dicembre-1988-wielicki-raggiunge-la-cima-del-lhotse-in-solitaria/ http://www.montagna.tv/cms/117253/31-dicembre-1988-wielicki-raggiunge-la-cima-del-lhotse-in-solitaria/#respond Sun, 31 Dec 2017 16:15:50 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117253 Fu un “ultimo dell’anno” 1988 molto particolare quello di Krzysztof Wielicki. L’alpinista polacco, che in questi giorni si sta avvicinando al campo base del K2 come capo spedizione, il 31 dicembre di quell’anno raggiunse, in solitaria, la vetta del Lhotse (8.516 metri) aggiudicandosi la prima assoluta invernale, senza ossigeno, alla quarta montagna più alta della terra. 

Dopo aver scalato in invernale la cima dell’Everest nel 1980 e del Kangchenjunga nel 1986, Wielicki si aggiudicava un altro primato importante. E’ stato infatti il primo a raggiunger in solitaria d’inverno la vetta di un ottomila. Wielicki quell’inverno era in Himalaya insieme alla spedizione “Belgian Everest Winter Expedition” composta da belgi e polacchi. L’obiettivo principale della spedizione era l’Everest, dal quale però i belgi si ritirarono a metà dicembre. Sul Lhotse, invece, i polacchi arrivarono fino a campo 3, a 7.400 metri, il 30 dicembre. L’ultimo giorno dell’anno solo Wielicki se la sentì di salire fino alla vetta. Arrivò in cima nonostante poco tempo prima avesse avuto un grave infortunio alla schiena scalando sul Bhagirathi II.

 

 

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A parte gli scherzi, ecco la storia di George Mallory e Andrew Irvine sull’Everest http://www.montagna.tv/cms/117191/a-parte-gli-scherzi-ecco-la-storia-di-george-mallory-e-andrew-irvine-sulleverest/ http://www.montagna.tv/cms/117191/a-parte-gli-scherzi-ecco-la-storia-di-george-mallory-e-andrew-irvine-sulleverest/#respond Fri, 29 Dec 2017 09:26:16 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117191 Per chi, con il simpatico scherzo di Desnivel, si è incuriosito circa la storia di George Mallory e Andrew Irvine consigliamo la lettura dell’agile e chiara ricostruzione fatta da Mauro Brusa pubblicata su “Monti e Valli”, periodico del CAI di Torino, che ringraziamo. 

 

«Perché sei lì?» I misteri di George Mallory e Andrew Irvine

di Mauro Brusa

«It is clear that the stake [the mountaineer] risks to lose is a great one with him: it is a matter of life and death…. To win the game he has first to reach the mountain’s summit – but, further, he has to descend in safety. The more difficult the way and the more numerous the dangers, the greater is his victory». George L. Mallory, 1924

Periodicamente i fantasmi di George Mallory e Andrew Irvine, periti nel 1924 durante il tentativo di  raggiungere la vetta dell’Everest, riaccendono il mai sopito dibattito sull’effettivo primato della conquista, riesploso con vigore nel 1999 a seguito del ritrovamento del corpo di Mallory e successivamente riattizzato dalla presunta individuazione, a 8425 m, di quello di Irvine nel 2010 ad opera dello storico americano Tom Holzel, che è giunto a tale conclusione esaminando foto aeree elaborate con una sofisticata tecnologia  informatica. Egli afferma di avere riconosciuto una figura umana di circa 1,80 m di statura compatibile con la corporatura di Irvine. Ad oggi nessuna nuova spedizione è ancora stata organizzata per la ricerca.
Non che adesso vi siano novità, ma l’argomento è interessante e non si contano i libri ed i siti Internet che trattano il tema esponendo teorie disparate e, talvolta, contrastanti.
Illazioni e ipotesi suggestive, talune invero anche stravaganti, nulla tolgono al primato di Hillary e Tenzing: furono i primi salitori dal versante Sudest.

Allora vediamo, con gli strumenti della logica e servendoci di fonti il più possibile di prima mano, di fare un po’ di chiarezza senza alcuna pretesa di esporre la verità rivelata: poi ogni alpinista, in quanto tale, continuerà a nutrirsi di sogni e suggestioni, specie se alimentate dal mito e dalla simpatia che da sempre accompagnano gli eroi sfortunati.

Continua a leggere l’articolo sul sito del CAI di Torino: «Perché sei lì?» I misteri di George Mallory e Andrew Irvine

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Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya! – di Stefano Ardito http://www.montagna.tv/cms/116716/giu-le-mani-da-felice-benuzzi-e-dalla-sua-fuga-sul-kenya-di-stefano-ardito/ http://www.montagna.tv/cms/116716/giu-le-mani-da-felice-benuzzi-e-dalla-sua-fuga-sul-kenya-di-stefano-ardito/#comments Sat, 16 Dec 2017 06:00:00 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116716 di Stefano Ardito 

Nei giorni scorsi tre neofascisti italiani, aderenti al gruppo “Lupi delle Vette”, tra i quali milanese Riccardo Colato, sono stati ricevuti a Nairobi dall’ambasciatore italiano Mauro Massoni. Motivazione ufficiale dell’incontro, la salita da parte dei tre della Punta Lenana, la cima per escursionisti del Monte Kenya, raggiunta da migliaia di trekker ogni anno. 

L’incontro nella sede diplomatica è stato una grave caduta di stile da parte dell’ambasciatore, che si è prestato a una operazione politica da quattro soldi. Se la scusa addotta da Massoni è che si è trattato di un’impresa di alto livello, lo possiamo assicurare che le cose non stanno così. La Lenana, nonostante i 4985 metri di quota, si raggiunge per ghiaie e per elementari nevai. Una escursione turistica, insomma. Ma la gaffe dell’ambasciatore italiano a Nairobi non è il punto che mi interessa approfondire. 

Monte Kenya, acquerello di Felice Benuzzi

Il 24 gennaio del 1943 Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, tre militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi in Etiopia alla caduta dell’impero di Mussolini, evadono dal Camp 354, presso Nanyuki, in Kenya. Sono a migliaia di chilometri di distanza dal Mozambico, il paese neutrale più vicino, per arrivare nella Libia ancora in mani italiane occorrerebbe attraversare il Sahel e il Sahara.  

I tre italiani, però, non si illudono nemmeno per un secondo di tentare di tornare verso casa. Sanno che resteranno dietro a quei fili spinati per anni, hanno bisogno di qualche giorno di libertà. Per questo tentano di salire il Monte Kenya, una difficile vetta di 5199 metri. 

“Sembra il Monviso ma lo batte” scriverà qualche anno dopo Benuzzi. I tre sono quasi senza viveri, non hanno informazioni sulla via di salita, hanno un’attrezzatura rudimentale con corde e piccozze ricavate dai rottami nel campo. 

Benuzzi e Balletto tentano di salire il Batian, la cima più alta, per una cresta con difficoltà di IV grado e oltre. Poi ripiegano sulla Lenana, dove si arriva per ghiaie e nevai elementari. Lasciano in cima una bandiera tricolore, anch’essa fatta con gli stracci messi da parte nel Camp 354. 

Poi, stremati dalla fatica e dalla denutrizione, scendono e si riconsegnano agli inglesi. Finiscono agli arresti di rigore, come da regolamento, ma il generale Platt, comandante supremo britannico in Kenya, interviene per farli liberare prima del tempo. L’avventura romantica dei tre italiani piace immediatamente agli inglesi. 

Lo stesso accade qualche anno più tardi, quando il libro che Felice Benuzzi scrive direttamente in due lingue (il titolo è Fuga sul Kenya in italiano e No picnic on Mount Kenya in inglese) ha ben poco successo da noi, ma diventa famoso in tutto il mondo anglosassone. 

Nel dopoguerra, Felice Benuzzi si dedica con successo alla carriera diplomatica, e quando può sale altre grandi montagne del mondo. Ho il piacere di intervistarlo nel 1988, nella sua bella casa romana, per Repubblica e per Alp. Poi l’uomo della “fuga sul Kenya” ci lascia. 

Nel 1993, insieme a Cristiano Delisi, carissimo amico e guida alpina, celebro i 50 anni dell’impresa dei tre italiani salendo al Batian e poi alla Lenana, e cercando le tracce di Benuzzi e compagni sulla montagna. Diversi tra i trekker e gli alpinisti stranieri, ma anche tra le guide locali, portano nello zaino la loro copia di No picnic on Mount Kenya, che continua a essere una fonte di ispirazione. 

Il racconto dell’avventura mia e di Cristiano esce qualche mese dopo su Airone. L’intervista con Felice Benuzzi, appena ritoccata per semplici questioni di stile, compare anche nei miei Incontri ad alta quota, usciti due mesi fa per Corbaccio. 

In quel pomeriggio di quasi trent’anni fa Benuzzi mi ha accolto in modo estremamente cordiale, mi ha fatto vedere e fotografare le corde e le piccozze fatte con rottami recuperati nel Camp 354, mi ha autorizzato a riprodurre e pubblicare i suoi bellissimi acquerelli dedicati al Monte Kenya. 

Incontri ad alta quota, 2017

Quanto alla sua presunta adesione al fascismo, è la sua biografia a parlare. Nato a Trieste da una famiglia irredentista, Benuzzi non è certo un militante antifascista, ma non si sporca le mani con le malefatte (in colonia e fuori) del regime. 

Dopo l’8 settembre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò, nel dopoguerra sposa un’ebrea, Stéphanie Marx, che negli anni Novanta dà un contributo prezioso alle iniziative di Mountain Wilderness in Italia. 

Purtroppo, invece, i primi pezzi usciti sui siti del Corriere della Sera e di Repubblica, rispettivamente a firma di Alessandro Fulloni e di Paolo Berizzi, sembrano almeno in parte avallare la tesi dell’appartenenza fascista dei tre. Poi scritti e titoli vengono in parte modificati, ma l’amaro in bocca per chi ha conosciuto Benuzzi rimane. 

L’impresa inutile e romantica dei tre prigionieri italiani del 1943 è una pagina bellissima di alpinismo e avventura, e come tale è patrimonio di tutti gli appassionati dei monti, se non dell’intera umanità. Tentare di appropriarsene per sventolare un gagliardetto è orribile, ma soprattutto ridicolo. Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya!

 

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Agosto sul Dru, storie di cattivo tempo http://www.montagna.tv/cms/112029/agosto-sul-dru-storie-di-cattivo-tempo/ http://www.montagna.tv/cms/112029/agosto-sul-dru-storie-di-cattivo-tempo/#respond Tue, 15 Aug 2017 05:00:29 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=112029 Gary Hemming nel 1966 ha 32 anni, la criniera bionda ed una faccia che assomiglia a quella dei giovani connazionali che negli Stati Uniti iniziano a comprendere l’orrore della guerra del Vietnam ed un fisico atletico che impiega in formidabili arrampicate sul granito dei satelliti del Monte Bianco: le Grandes Jourasses, il Dru, il Fou, ma anche con le giovani turiste che frequentano Chamonix.

“La Scuola Militare d’Alta Montagna ha iniziato ieri sera un’operazione di soccorso che si annuncia come la più difficile e la più pericolosa di tutte quelle mai intraprese”.

E’ il 17 agosto ed il meteo continua ad essere brutto, un’estate pessima quella di quell’anno, con poche ore di schiarite tra un temporale e l’altro. Due tedeschi avevano sfidato le previsioni ed il buon senso e l’11 agosto erano partiti per salire la via aperta nel ’62 proprio da Hemming e Robbins sulla parete Ovest del Dru. Forse la più difficle via del massiccio.

Il 13 agosto uno “stratempo” investe violentemente il Monte Bianco, la temperatura precipita, ci sono vittime in Savoia ed Valle d’Aosta, ma i due tedeschi sperano ancora e proseguono nella salita. Sono sopra il diedro di 90 metri.

Il mattino successivo, su segnalazione degli amici rimasti in valle, la Gendarmeria fa alzare in volo un elicottero che si destreggia nella nuvolaglia fino a raggiungere la parte alta del Dru, dove individua uno dei due alpinisti: è sulla piccola cengia che si raggiunge dopo il passaggio “senza ritorno” del pendolo. Sono a tre quarti della salita e non fanno gesti, non chiedono aiuto.

A Montanvers, all’arrivo del trenino che parte da Chamonix, proprio di fronte al Dru, incominciano ad accalcarsi i curiosi e gli amici con i binocoli.

I due sono ancora lì, si intravedono tra il correre di una nuvola e l’altra, hanno sopra la testa ancora qualche seria difficoltà, ma indietro sarebbe veramente difficile tornare.

Passa un giorno e i due rimangono nella stessa posizione. La preoccupazione aumenta, forse uno dei due è ferito. La Gendarmeria si allerta e scatta l’allarme generale, nel senso che nella valle si diffonde un senso di solidale interventismo pubblico e privato.

Partono tre tedeschi per il rifugio Charpoua, sul versante sud del Dru, con l’intenzione di raggiungere la vetta per la via normale e di calarsi fino ai due. Anche i responsabili dell’ENSA pensano di andare in vetta e tentare un recupero dall’alto. Un gruppo nutrito di militari sale e s’installa al Charpoua per un intervento d’appoggio. A chi non è chiarissimo.

Ma il meteo s’accanisce al brutto.

E’ il 17 agosto, sono sette giorni che i due tedesci sono in parete, avevano viveri per tre giorni. Tutti ormai pensano al peggio, ma la macchina è in moto e tutto va tentato. Un elicottero buca le nebbie e li individua. Si muovono, sono vivi.

Sono più di una trentina le persone impegnate sui vari fronti della montagna nel tentativo di raggiungerre la cengia al di là del pendolo. Ogni gruppo con la sua idea sul modo di farcela.

La guida Méhot, con tre colleghi, è quello che si avvicina di più : è sulla via normale del Dru, arriva fino alla “Cengia di Quarzo”, ma ricomincia a nevicare e nonostante abbia sperato di farcela a raggiungere i due, entro sera deve rinunciare.

A quel punto tutti si concentrano sull’arrivare in cima per poi da lì calarsi fino ai ragazzi tedeschi. Più facile a dirsi che a farsi in quelle condizioni meteo.

E qui inizia un’altra storia, che sarà risolutiva rispetto a questa fin’ora raccontata.

Il 18 agosto Gary Hemming spende i pochi soldi che ha per passere il Tunnel ed andare a Courmayeur, da quella parte del Bianco il tempo sembra essere migliore. E’ con Lothar Mauch e vogliono fare delle salite. In un bar legge il Dauphine Libéré acquistato prima di partire ed apprende la cronaca dei soccorsi al Dru e gli scatta il richiamo ancestrale: bisogna andare. I due sono in pericolo sulla sua via e lui ha la soluzione per salvarli.

Investe l’altra metà del suo (dell’amico in verità) capitale per rientrare a Chamonix.
Non la prendono per niente bene a Chamonix quando, nella sede delle Guide prima e poi della Gendarmeria, Gary dice che vuole salire, subito, per raggiungere i tedeschi per la sua via, quella che loro stavano tentando. Alla fine, forse per toglierselo dai piedi, gli danno una radio per mantenere i collegamenti.
Messi insieme altri quttro forti amici, oltre a Lothar, il 19 mattina in 6 sono sul Dru, ma sono costretti a bivaccare fin dalle prime ore del pomeriggio.

Il mattino dopo, presto, sentono delle voci appena sotto di loro. Sono René Desmaison con Vincent Mercié. René è uno dei più profondi conoscitori del Bianco, ha un’esperienza eccezionale su queste pareti, d’estate e d’inverno, conosce il Dru come le sue tasche. E’ incazzato nero con l’Ensa, con le Guide di Chamonix, che non prendono decisioni risolutive, e con i militari. Lui ha deciso per sè. Sono ora in otto sulla via diretta degli americani sulla ovest del Dru e si dividono in due gruppi: il primo va avanti di corsa, i secondi tirano su viveri e materiali.

Il Dru è assediato. Ci sono gli alpinisti dell’ENSA, le Guide di Chamonix, la Scuola Nazionale di Alpinismo e cordate della Federation Francaise de la Montagne. Tutti vogliono salire in vetta e poi scendere. Alcuni sono già in alto.

Ma Desmaisone e Hemming sono ormai vicini ai due tedeschi: “Blocca, blocca!” Grida Renè mentre vola a causa di un cuneo che non lo regge. La fortuna interviene. “Sono salvi!” Gracchiano nella radio Renè e Gary.

Dopo sette bivacchi, la domenica mattina i due naufraghi sono raggiunti, sono vivi e in condizioni che consentono loro di muoversi.
Non dopo alcune divergenze con la centrale del soccorso collocata a valle, inizia per soccorritori e per Heinz e Hermann, questi i loro nomi, la lunga ma sicura serie di calate in corda. La sera bivaccano ancora sulla cengia prima della base, sono sotto un furioso temporale carico di fulmini. Il tempo con l’approssimarsi del nuovo giorno sembra placarsi e con pazienza scendono, a sera finalmente tutti si riparano sotto le tende che nel frattempo erano state montate alla base della parete.

Desmaison pagherà la sua insubordinazione alle autorità alpinistiche costituite con l’espulsione dalla Compagnia delle Guide, il vero eroe di quell’operazione al Dru, anche perchè si prestava ad esserlo, divenne Gary Hemming.

Paris Match gli fa scrivere un lungo articolo per raccontare quell’evento drammatico ed eroico che aveva fatto trattenere il fiato ai francesi – e non solo – per giorni. Gary lo scrive con uno stile poco alpinistico, trascurando i dettagli tecnici, ma con ricchezza di elementi umani e di riferimenti al mondo alle prese con problemi formidabili come la guerra in Vietnam ed il terremoto in Turchia.

Un americano eroe in Francia. Solo a Bonatti nel ’61 erano toccate le glorie francesi dopo l’immensa tragedia estiva del Pilone Centrale. Ma così andarono le cose.

Nel 1969, tre anni dopo i giorni impetuosi del Dru, Gary Hemming muore sulle Montagne Rocciose per un colpo della pistola che si portava sempre nello zaino. Nessuno sa realmente il perché.
Quella sera vicino al lago Jenny c’era da mangiare e c’erano vino e birra. Ci furono discussioni e alcune violente contrapposizioni tra “amici”, poi un colpo di pistola echeggiò sulle calme acque del lago.

La vita e la storia di Gary Hamming è raccontata mirabilmente da Mirella Tenderini in “Gary Hemming, il ribelle delle cime”, edito da Alpine Studio. 

Nel 1973, non avevo ancora 18 anni, con Franco Nembrini ebbi la fortuna salire la diretta degli americani, la via di Hemming e Robbins al Dru. Una linea bellissima e un’esperienza che incise nel mio modo di pensare e praticare l’arrampicata e l’alpinismo

 

Foto in alto @ Francesca Cortinovis – Archivio Montagna.tv

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Su RAI 3 la storia del K2 – la puntata http://www.montagna.tv/cms/111856/su-rai-3-la-storia-del-k2-la-puntata/ http://www.montagna.tv/cms/111856/su-rai-3-la-storia-del-k2-la-puntata/#comments Sat, 05 Aug 2017 10:19:35 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111856 Ieri sera Paolo Mieli, a “La Grande Storia” su RAI3, ha celebrato i grandi esploratori italiani del secolo scorso.

Dopo Nobile e il dirigibile Italia, Mieli ha presentato la storia del K2, La montagna degli Italiani, che è anche la storia di Ardito Desio.

Buona la ricostruzione e bravo Mieli ed i suoi autori che sono riusciti a presentare con belle immagini di repertorio questa vicenda che lo storico e giornalista Mieli ripropone. 

Importante la testimonianza e la valutazione di Messner: “Senza Desio la spedizione non si sarebbe mai fatta, gli uomini che ne facevano parte non sarebbero rimasti al campo base e la spedizione sarebbe fallita”.

Il racconto della spedizione con i filmati di repertorio e i commenti di Reinhold Messner e di Enrico Camanni hanno ben ricostruito la vicenda dal K2. Un’impresa italiana che merita di essere annoverata nella grande Storia del nostro paese, nonostante alcune ombre e qualche temporale.

La notte tra il 30 e il 31 luglio e la questione di Bonatti e Mhadi che hanno portato l’ossigeno viene ricostruita con realismo, come la salita in vetta di Lacedelli e Compagnoni.

Messner racconta bene le capacità di Bonatti e la grandezza del suo gesto sul K2 oltre che la formidabile eccezionalità dell’uomo e dell’alpinista, oggi osannato, ma non sempre amato dagli uomini di montagna italiani. 

Per vedere il servizio dedicato a Bonatti, clicca qui: Rai Play

 

 

 

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31 luglio 1954: il K2 diviene la montagna degli italiani http://www.montagna.tv/cms/111400/31-luglio-1954-il-k2-diviene-la-montagna-degli-italiani/ http://www.montagna.tv/cms/111400/31-luglio-1954-il-k2-diviene-la-montagna-degli-italiani/#comments Mon, 31 Jul 2017 04:00:38 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111400 Era il 31 luglio del 1954 e per la prima volta in assoluto due uomini mettevano piede sulla vetta del K2, la seconda cima più alta del mondo. Erano Achille Compagnoni e Lino Lacedelli e il K2 diventava per tutti la montagna degli italiani. La retorica odierna dell’alpinismo ha perso il linguaggio e il sentire epico, tipico invece di quegli anni del Dopoguerra. Allora però la salita suonò come una conquista, un’impresa gloriosa e ancora oggi la prima scalata del K2 rimane una storia da ricordare.

La spedizione del 1954, con il patrocinio di Cai, Cnr, Istituto Geografico Militare e dello Stato italiano, fu guidata da Ardito Desio. Geologo ed esploratore, Desio aveva compiuto prima di allora due viaggi in Karakorum, durante i quali aveva eseguito primi e importanti rilievi topografici in vaste aree inesplorate, effettuando studi geologici e geografici di tutto il territorio. La spedizione del 1954 fu pertanto in linea con le sue precedenti, animata cioè da propositi scientifici ed esplorativi, oltre che alpinistici.

Il gruppo era composto da 13 alpinisti italiani provenienti da diverse Regioni e 5 ricercatori, più numerosi portatori pakistani, che li aiutarono nel trasporto del materiale fino al campo base, e poi alcuni di loro anche nella salita sulla montagna. Gli scalatori erano: Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Ugo Angelino, Erich Abram, Mario Fantin, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Guido Pagani, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto. Tra gli scienziati, oltre a Desio, c’erano Paolo Graziosi, Antonio Marussi, Bruno Zanettin e Francesco Lombardi.

Per raggiungere gli 8611 metri della vetta, fu scelta la via dello Sperone degli Abruzzi che sale sul versante sud est, e furono fatti 9 campi. A inizio giugno la spedizione era già cominciata e si lavorava sui primi campi: il 21 Mario Puchoz moriva al campo 2 di polmonite fulminante (in realtà edema polmonare); venne seppellito nei pressi del campo base, in corrispondenza del Gilkey memorial.

Gli alpinisti della spedizione italiana al campo base, in piedi da sinistra: Achille Compagnoni, Ugo Angelino, Guido Pagani, Ardito Desio, Erich Abram, Gino Soldà, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Sergio Viotto, Pino Gallotti, Mario Fantin; seduti da sinistra Ubaldo Rey, Cirillo Floreanini, Mario Puchoz. (@ Archivio Rcs)

Gli alpinisti si alternarono sulla montagna nell’attrezzare la salita, fu quindi grazie al lavoro di squadra che alla fine, il 31 luglio 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli toccarono la vetta. Un contributo fondamentale e imprescindibile nel raggiungimento del successo fu dato da Walter Bonatti e Amir Mahdi che, per portare le bombole d’ossigeno necessarie alla salita in cima degli altri due, furono costretti a bivaccare nella notte tra il 30 e il 31 a circa 8100 metri rischiando la vita. Una delle vicende più controverse e dolorose della carriera alpinistica di Bonatti, che si risolse solamente 50 anni dopo. 

Il giorno successivo gli alpinisti rimasti al campo 7, a circa 7600 metri di quota, videro da lontano Compagnoni e Lacedelli raggiungere la vetta. Qui gli italiani piantano una piccozza con le bandiere italiana e pakistana. 

Era il 31 luglio 1954 ed il K2 diveniva la montagna degli italiani. 

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31 luglio 1931: i fratelli Schmid all’attacco della Nord del Cervino http://www.montagna.tv/cms/111408/31-luglio-1931-i-fratelli-schmid-allattacco-della-nord-del-cervino/ http://www.montagna.tv/cms/111408/31-luglio-1931-i-fratelli-schmid-allattacco-della-nord-del-cervino/#respond Mon, 31 Jul 2017 03:59:32 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111408 Problema  alpinistico dei primi decenni del secolo scorso, tra le più temibili ed esteticamente affascinanti pareti delle Alpi, la Nord del Cervino è ancora oggi un mito dell’alpinismo. La prima salita  della parete avvenne per opera di Franz Schimdt insieme a suo fratello Toni, che all’epoca avevano rispettivamente 26 e 22 anni . I due studenti di ingegneria di Monaco aprirono la via partendo il 31 luglio 1931, arrivando in vetta il giorno dopo. Al tempo fu ritenuta un’impresa incredibile. Una scalata di misto molto faticosa, esposta a caduta pietre e valanghe. Rimasero in parete 34 ore con un bivacco (in piedi), in cima furono accolti da una tempesta elettrica e poi bufera. 

In quegli anni la parete Nord del Cervino era annoverata tra i problemi alpinistici delle grandi pareti nord delle Alpi insieme a quelle del Badile, del Petit Dru, delle Grandes Jorasses, dell’Eiger e della Cima Grande di Lavaredo. Vista da Zermatt, in Svizzera,il Cervino offre il suo lato più estetico e verticale e questo, insieme alle difficoltà, ha aiutato a crearne il mito.

I due fratelli arrivarono a Zermatt in bicicletta, stracarichi di materiale, il 27 luglio e dopo aver piazzato la tenda alla base della parete cominciarono a cercare il punto debole dove salire. La via più evidente che scorsero fu una specie di rampa/imbuto che da sinistra saliva verticale verso destra.

I fratelli Schimd al ritorno dal Cervino

La notte del 31 luglio partono, lasciando nella tenda un biglietto con i loro nomi e la loro destinazione. Con loro hanno due corde da 40 metri, 15 chiodi da ghiaccio e roccia, moschettoni, ramponi e picozza, due sacchi da bivacco in lino gommato, indumenti e provviste.  Dopo aver passato la Hörnlihütte e superato il tormentato ghiacciaio ai piedi della Nord finalmente attaccano la parete. Iniziano salendo l’ampio cono nevoso che termina in un ripido canale che sale verso destra. Dopo aver lottato sul misto per una giornata intera il sole  inizia a calare. Racconta Toni: “E noi dove passeremo la notte? Soffriamo di una sete tormentosa e il corpo risente gli effetti paralizzanti dello sforzo eccessivo, dopo l’arrampicata senza soste […] Le corde sono divenute cavi rigidi, rivestiti di  ghiaccio, ed è impossibile manovrarle. Il tormentoso pensiero, al quale non volevamo credere, ora divine realtà: dobbiamo passare la notte sulla parete. L’occhio cerca febbrilmente un punto di sosta, ma nessuna  sporgenza, nemmeno minuscola, ci si offre”. Alla fine a 4150 metri trovano, su uno spuntone di un metro quadrato di roccia, un posto per la notte.

Nord del Cervino e fratelli Schimd in una cartolina dell’epoca

Alle 7 del mattino, dopo una notte limpida e gelida, i due fratelli riprendono la scalata che si rivela più ripida e dura dal previsto con il vetrato che ricopre le rocce. Dopo un traverso esposto su un nevaio continuano a salire i canali nevosi. Il tempo cambia e gli ultimi metri di dislivello sono sotto la grandine e sotto la minaccia dei fulmini. Il metallo delle picozze ronza nella tempesta elettrica, ma i due sono ormai in vista della cima. 

Sono le 2 del pomeriggio del primo agosto 1931 e i fratelli Schimd escono vittoriosi dalla parete Nord del Cervino. E dopo aver atteso che la tempesta si calmasse i due scendono fino alla capanna Solvay, sulla cresta Svzzera, dove, stanchi morti, si riposano. Il mattino dopo scendono dalla montagna ed entrano in una Zermatt che li accoglie in festa. 

Tra il 31 luglio e il primo agosto 1931 la parete Nord della montagna più bella del mondo si concedeva ai fratelli Schimd.

 

Foto in alto @GongaBlog

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