Storia dell’alpinismo – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 20 Dec 2018 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Janusz Majer e il periodo d’oro dell’alpinismo polacco https://www.montagna.tv/cms/133441/janusz-majer-e-il-periodo-doro-dellalpinismo-polacco/ https://www.montagna.tv/cms/133441/janusz-majer-e-il-periodo-doro-dellalpinismo-polacco/#comments Sat, 01 Dec 2018 05:00:31 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133441 Janusz Majer, classe 1946, nato e cresciuto di là della Cortina di Ferro. In una terra dove anche il diritto di sognare andava conquistato lottando. In una Polonia che oggi ha cambiato del tutto volto ma che ha saputo rimanere fedele alla sua storia, almeno per quanto riguarda l’alpinismo. Janusz fa ancora parte di quella generazione di alpinisti che han saputo farsi grandi inseguendo un sogno. Appartiene alla Generazione, con al G maiuscola, degli alpinisti polacchi. Il suo curriculum alpinistico è molto lungo, come lo è anche quello di capospedizione. C’era lui alla guida dei polacchi nell’86 al K2, quando hanno aperto la “Magic Line”, ed era sempre lui a guidarli anche nell’84 al Broad Peak e nell’85 al Lhotse. Oggi, alla soglia dei 72 anni, continua a essere protagonista di questo mondo fatto d’altissima quota e aria rarefatta. È infatti lui uno dei volti principali, insieme a Krzysztof Wielicki, del tentativo invernale polacco al K2. La sua è una testimonianza che attraversa due epoche, quasi due universi per quanto è cambiato l’alpinismo in appena quarant’anni.

 

Janusz, quali sono stati gli anni d’oro dell’alpinismo polacco?

Gli anni ’80. In quel periodo ero molto attivo come alpinista, soprattutto nella regione della Silesia. Ero anche presidente del locale club alpino di Katowize. Un club di cui facevano parte molti dei nomi che poi hanno fatto la storia come Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka, Artur Hajzer, Ryszard Warecki e Ryszard Pawłowski. In quel periodo arrampicavamo in Himalaya e Karakorum, facevamo molte spedizioni. Quello era certamente il periodo d’oro dell’alpinismo polacco.

Com’è però iniziato tutto?

Grazie ad Andrzej Zawada che, in quel periodo, iniziò a ragionare sulla possibilità di fare una serie di spedizioni invernali in Asia, ad altissima quota. Fu lui ad organizzare la prima spedizione invernale in Himalaya, scegliendo l’Everest come prima destinazione. La missione iniziò nel dicembre del 1979, ma non credo ci sia da star qui a spiegare gli avvenimenti di quell’inverno.

È stato l’inizio della vostra grande storia himalayana…

Si, quello fu il punto di partenza dell’esperienza invernale polacca sugli Ottomila. Va però detto che prima di allora Zawada e Tadeusz Piotrowski riuscirono nella salita invernale del Noshaq (7492m) in Hindu Kush. Nonostante questo è vero che l’Everest è stato il punto di svolta perché, dopo essere rientrati da quella spedizione, in Polonia scoppiò una “febbre” da invernale. I club alpini iniziarono a organizzare salite e gli alpinisti a prepararsi per questo tipo di scalate, che poco hanno a che fare con la bella stagione.

Si mise in moto una macchina che portò in breve a un susseguirsi di successi invernali. Una lunga carrellata di vetta a cui poi seguì una lunga pausa.

Quanto durò questa pausa?

Una decina di anni.  A interromperla fu il successo di Simone Moro e Piotr Morawski sullo Shisha Pangma, avvenuto nello stesso periodo in cui Krzysztof Wielicki cercava di dire ai giovani polacchi di tornare all’himalaysmo invernale, di ricordarsi le loro origini. Chiedeva “per favore, guardate cosa abbiamo fatto quando eravamo giovani come voi”.

I due eventi, ma soprattutto la richiesta di Krzysztof, smossero qualche coscienza portando Artur Hajzer (nel 1987 realizzò, con Jerzy Kukuczka, la prima invernale all’Annapurna, nda) a preparare un programma di “addestramento” per le nuove generazioni. Fu così avviato il Polish Himalayan winter program.

Così nacque la nuova generazione di alpinisti polacchi…

Si e subito riuscimmo a portare a casa qualche bel risultato. La prima grande realizzazione del programma fu la salita del Gasherbrum I in invernale a opera di Adam Bielecki e Janusz Golab. Poco dopo fu invece la volta del Broad Peak, un successo ma anche una grande tragedia.

Dopodiché arriviamo al 2013, anno che segna la tragica scomparsa di Artur Hajzer sul Gasherbrum I. Con la sua morte l’alpinismo polacco perde una guida e io, data l’amicizia con Artur, decido di portare avanti i suoi ideali e le sue idee. Per questo mi sono messo a organizzare la spedizione per tentate il K2 in invernale.

È stato difficile?

Abbiamo impiegato un anno per mettere tutto a punto, per recuperare i finanziamenti. E, devo dire, alla fine non è stata un brutta spedizione. È stata un’ottima esperienza in previsione dei futuri tentativi. Potremmo ripartire anche subito, i materiali sono già pronti, dobbiamo però concentrarci sulla formazione dei giovani.

Janusz Majer e Krzysztof Wielicki

In che senso?

I nostri ragazzi sono tutti ottimi alpinisti, ma c’è chi non ha mai sperimentato le altissime quote e l’inverno himalayano. Per questo, prima di ritornare al K2, vorremmo fare delle spedizioni invernali “selettive” in Pamir, sul Peak Lenin o sull’Ismail Samani in modo da farli ambientare. Credo poi che, in estate, possa essere necessario tentare una salita al K2 in modo che possano fare esperienza sulla montagna.

Secondo te sta in questi dettagli la possibilità di successo?

In questo come anche nella partenza per la spedizione. Dall’inverno passato abbiamo imparato che la spedizione va iniziata prima. Si partirà certamente ai primi di dicembre, così da arrivare al campo abse intorno al 23 dicembre. In questo modo si può sperare in più finestre di bel tempo. Inoltre, dopo avere tentato la cresta basca, ora sappiamo che la cosa migliore è muoversi fin da subito lungo lo Sperone Abruzzi evitando il pericolo di caduta pietre.

Qualche domanda fa hai detto che Wielicki ha cercato di “far svegliare” i giovani alpinisti d’oggi dal loro torpore… Cos’è cambiato dalla vostra generazione a quella attuale?

Tutto. Mentre noi giovani andavamo in Himalaya qui c’era il comunismo che impediva ai ragazzi di costruirsi una carriera. Ci trovavamo a Est e non potevamo pensare di andare all’estero. Praticamente l’alpinismo diventava l’unico mezzo per poter viaggiare, per poter uscire dal nostro Paese. Noi alpinisti, per andare in Himalaya, avevamo il passaporto, cosa non comune all’epoca. Ricordo che per averlo abbiamo dovuto fare richiesta direttamente al governo. Ricordo anche per recuperare i soldi delle spedizioni, non avendo spesso un vero lavoro da cui attingere finanziamenti, andavamo a ripulire e imbiancare gli alti camini delle industrie di Katowice. Finito il lavoro partivamo. Io, Krzystztof e Jerzy andavamo in Himalaya tre volte l’anno.

Oggi è tutto diverso. Dopo la caduta del comunismo anche il sistema economico ha iniziato a mutare e oggi, chi arrampica, può avere un lavoro normale e aprire la sua azienda. La nuova generazione può andare dove desidera, può viaggiare senza problemi. È tutto drasticamente cambiato e, con questi cambiamenti, anche gli stimoli sono mutati.

Oltre alle persone e alla filosofia sono cambiati anche i materiali, in spedizione sono aumentate le “comodità”. È cambiato anche il modo di organizzare una spedizione?

Per quanto riguarda l’organizzazione di una spedizione ci basiamo su quanto fatto da Artur. Grazie a lui sappiamo bene come si debba pianificare una spedizione invernale in Karakorum. Sappiamo quali tute d’alta quota scegliere, come vanno utilizzate le tende. In più, oggi, a queste nostre conoscenze aggiungiamo i prodotti dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. La qualità del materiale tecnico di oggi è nettamente superiore al passato. Abbiamo sacchi a pelo, scarponi e attrezzatura che ripara molto meglio dal freddo. Inoltre, cosa che fa davvero la differenza, oggi abbiamo delle previsioni meteo molto più accurate. Negli anni ’80 andavamo su e guardavamo in cielo per capire come si sarebbe evoluta la giornata. Adesso abbiamo accurate previsioni meteorologiche che ci permettono di muoverci in sicurezza, soprattutto in inverno.

Materiali migliori e previsioni più accurate regalano qualche chance in più di vetta?

Sì, ma nel caso del K2 credo che l’unica possibilità sia mettere delle corde fisse sulla spalla. Dopo aver fatto questo avremo bisogno di alpinisti che sappiamo muoversi velocemente sulla montagna. Giovani come Adam Bielecki, se vogliamo citare qualcuno della squadra dello scorso anno. Per la futura squadra credo invece che Andrzej Bargiel potrebbe certamente essere un buon membro. Ma queste sono cose che vedremo più avanti.

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In libreria “La montagna lucente”, l’omaggio del CAI a Maraini e al GIV https://www.montagna.tv/cms/133031/in-libreria-la-montagna-lucente-lomaggio-del-cai-a-maraini-e-al-giv/ https://www.montagna.tv/cms/133031/in-libreria-la-montagna-lucente-lomaggio-del-cai-a-maraini-e-al-giv/#respond Sat, 17 Nov 2018 07:00:11 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133031
La copertina del libro

Dopo “La montagna scintillante” (Solferino, 2018), il libro inedito di Walter Bonatti, l’editoria continua a omaggiare il sessantennale dalla prima ascensione del Gasherbrum IV con “La montagna lucente” il volume curato da Alessandro Giorgetta ed edito dal Club Alpino Italiano.

Si tratta di un volume fotografico basato sulle immagini di Fosco Maraini, che della spedizione fu lo storiografo e documentarista. Il libro quindi, tramite la suggestione delle foto, propone una visione degli eventi della spedizione che va oltre quella dell’illustrazione di luoghi, paesaggi e montagne in cui si svolse.

Il volume si sviluppa secondo la visione di Maraini per cui la fotografia è parte di un discorso narrativo, su un doppio registro di testo e immagini. Alessandro Giorgetta, nei tre capitoli introduttivi, definisce il contesto storico dell’alpinismo internazionale di quegli anni e la storia delle quattro spedizioni nazionali organizzate dal CAI dal 1954 al 1975. Rilievo particolare viene dato naturalmente a quella del GIV, che nel quadro della corsa agli 8000 della Terra costituì un elemento nuovo nel metodo di ricerca dell’attività alpinistica che è tuttora vitale.

Il volume, di 128 pagine, arriva nelle librerie come testo che porta alla luce tutte le valenze che hanno fatto di Fosco Maraini, a cui appartengono la maggior parte degli scatti pubblicati, un grande maestro della fotografia della seconda metà del Novecento. Stiamo parlando di un patrimonio fotografico, di proprietà della Presidenza generale del CAI, che è costituito da oltre 2000 scatti della spedizione tra i quali sono state selezionate le immagini che compongono il libro e che vengono qui pubblicate dopo che una parte di esso fu utilizzato nel 1960 nel libro “Gasherbrum 4” di Maraini. Un capolavoro della letteratura della montagna e dell’alpinismo.

“Quest’opera intende essere molto di più di una celebrazione: nel quadro delle quattro storiche spedizioni organizzate dal CAI, infatti, quella al Gasherbrum IV assume connotazioni del tutto particolari, che, come spesso accade per gli eventi umani, il tempo ha reso più evidenti”, scrive il Presidente generale Vincenzo Torti nella prefazione. “Tutti i protagonisti, alpinisti e portatori, sono colti nella quotidianità della spedizione, al pari che nei momenti esaltanti della paziente costruzione della salita, diventandoci familiari e riacquistando una vitalità fuori dal tempo. Così, la spedizione al GIV recupera, non solo presso gli alpinisti, quella visibilità che il suo elevatissimo contenuto tecnico e culturale avrebbe meritato da subito”.

 

Titolo: Gasherbrum IV. La montagna lucente

Pagine: 128

Prezzo: 28,50€ (al pubblico), 22,00€ (soci CAI)

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Everest 1921: l’impresa di Mallory rivive attraverso inediti scatti https://www.montagna.tv/cms/132409/everest-1921-limpresa-di-mallory-rivive-attraverso-inediti-scatti/ https://www.montagna.tv/cms/132409/everest-1921-limpresa-di-mallory-rivive-attraverso-inediti-scatti/#respond Sat, 27 Oct 2018 10:00:19 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132409 Nel 1924 l’alpinista britannico George Mallory perse la vita sulle pendici dell’Everest insieme al compagno Andrew Irvine, non è ancora chiaro se durante la discesa o nel tentativo di raggiungere l’ambita cima.
Il suo nome era però già entrato nella storia nel 1921, come componente della prima di tre spedizioni britanniche di conquista della vetta più alta del Pianeta, la British Mount Everest Reconnaissance Expedition.

La spedizione era capitanata dal soldato ed esploratore Charles Howard-Bury ma in realtà fu proprio il giovane Mallory, alla sua prima esperienza himalayana, a diventare il maggior protagonista dell’impresa.

L’Everest non fu conquistato ma George Mallory e Guy Bullock arrivarono fino a 7000 metri di quota lungo la via del Colle Nord, l’ampia sella che unisce l’Everest al Changtse, raggiunto il quale furono costretti dai forti venti a tornare indietro. La via individuata da Mallory dimostrò che ci fosse un modo per raggiungere la vetta e difatti fu il teatro di tutte le spedizioni britanniche svoltesi dal 1921 al 1938.

Qui di seguito una straordinaria collezione di immagini inedite scattate da Mallory e i suoi compagni durante l’ascesa, digitalizzate in Belgio dal Salto Ulbeek studio, a partire dagli originali negativi in nitrato d’argento, che sarà oggetto di una proiezione pubblica a Londra il 29 ottobre nel corso dell’evento “Everest – A reconnaissance”, presso la sede della Royal Geographical Society (RGS).

 

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“Alpi & Alps!”: un emozionante viaggio nella storia dell’esplorazione https://www.montagna.tv/cms/132309/alpi-alps-un-emozionante-viaggio-nella-storia-dellesplorazione/ https://www.montagna.tv/cms/132309/alpi-alps-un-emozionante-viaggio-nella-storia-dellesplorazione/#comments Sat, 27 Oct 2018 04:00:09 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132309
La copertina del libro

Un libro di emozioni. È questa la prima impressione che si ha quando si prende in mano il volume “Alpi e Alps!” di Ada Brunazzi, giornalista e fotografa nonché appassionata alpinista. Una passione che nel volume si coglie fin da subito, fin da quel punto esclamativo che mostra entusiasmo per la montagna e per i grandi esploratori che trovano spazio di racconto in queste pagine. Un racconto che non è solo d’impresa, ma anche umano perché, alla fine, a far le grandi imprese, sono persone. Uomini celebrati come eroi, tanto da occupare le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo: in “Alpi e Alps!” troviamo molte testimonianze di questo interessamento mediatico verso le grandi esplorazioni. “La montagna era di moda e ‘conquistava’ le città europee che diventano sempre più ‘alpine’” scrive Ada nell’introduzione al testo che ricalca la storia di uno dei più celebri esploratori italiani, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta Duca degli Abruzzi, per poi spostarsi a tempi più recenti: quando l’esplorazione ha lasciato il mondo orizzontale per dedicarsi a quello verticale con la conquista degli Ottomila. In questo caso andiamo a ricordare la più celebre delle imprese himalayane, la prima salita dell’Everest realizzata da Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Due uomini, il Duca degli Abruzzi e Edmund Hillary, strettamente legati tra loro per lo stile dell’impresa, per lo spirito di condivisione e amicizia che accomuna le loro esplorazioni.

Tante, tantissime, le foto a corredo del libro. Foto attuali, di Ada, e storiche. Tanti anche, l’abbiamo già detto, gli articoli di giornale riportati. Memorie storiche fondamentali per ricordare quello che era il valore di queste imprese esplorative e quale impatto avessero sulle masse. A sfogliarlo rapidamente con quel blu ricorrente tra i colori delle pagine, a ricordare i Savoia, si intuisce subito la portata dell’opera. La bibliografia è densa, segno di studi e ricerche approfondite, i testi sono curati e con loro anche l’impaginazione. A impreziosire ulteriormente il volume è la prefazione dello storico d’alpinismo Roberto Mantovani che ricorda, in poche battute, quella che è stata la storia dell’alpinismo e dell’esplorazioni dalle sue origini a oggi spingendo anche a qualche riflessione.

Un capitolo tra tutti, verso la fine del libro, porta a riflettere (più per il titolo che per il contenuto) su quella che è stata la storia dell’esplorazione. In questo volume, che supera le 200 pagine, si affronta un modo di comunicare che oggi è quasi scomparso. Era la carta a dominare il mondo mediatico. La carta e l’attesa. L’attesa del ritorno a casa, dello sviluppo dei rullini. Spesso non si sapeva nulla dalle spedizione per tre o quattro mesi. Un altro mondo ripensando a oggi, alla modernità, alla comunicazione istantanea. “Il mondo in un click” è il titolo del capitolo che, non parla di social network, ma di fotografia, Di questo nuovo (per l’epoca) mezzo di comunicazione che in breve tempo avrebbe rivoluzionato i viaggi nei luoghi remoti del Pianeta. Un libro che aiuta a riflettere.

 

Titolo: Alpi & Alps! Imprese alpinistiche dall’Italia alla Nuova Zelanda

Autore: Ada Brunazzi

Editore: Touring Club Italiano

Pagine: 242

Costo: 24,90€

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Jerzy Kukuczka, 29 anni fa la tragica scomparsa https://www.montagna.tv/cms/132331/jerzy-kukuczka-29-anni-fa-la-tragica-scomparsa/ https://www.montagna.tv/cms/132331/jerzy-kukuczka-29-anni-fa-la-tragica-scomparsa/#comments Wed, 24 Oct 2018 09:38:18 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132331 “La vita mi ha riservato qualcosa di grande, di bello e di inaspettato. Ho avuto la fortuna di essere la moglie di Jerzy Kukuczka e di accompagnarlo per alcuni anni della sua vita. Ho potuto osservare da vicino i successi, le cadute, le incertezze, i momenti gioiosi e quelli difficili della vita che si era scelto. In Jurek sono riuscita a scoprire nuovi valori, che mi hanno legata a lui in modo sempre più stretto” scriveva Cecylia Kukuczka a venti anni dalla scomparsa del compagno Jerzy con cui ha condotto una vita breve ma intensa, piena di amore. Una vita spezzata alla soglia dei quarant’anni da una corda usurata, comprata in qualche mercato di Kathmandu come nella migliore e fedele tradizione alpinistica polacca. Una fune vecchia, marcia, che non è stata in grado di reggere il peso di Jerzy mentre scalava l’inviolata parete Sud del Lhotse. Si trovava a circa 8200 metri di quota quando la presa divenne labile e il vuoto lo colse facendolo precipitare per oltre 3000 metri.

Star qui ad elencare il suo curriculum alpinistico sarebbe ridondante e inutile. Kukuczka è stato uno dei più forti di tutti i tempi, forse il migliore, certamente il più grande. Con le sue salite ha fatto sognare una generazione di alpinisti. In soli 8 anni ha portato a termine la salita dei 14 Ottomila, divenendo il secondo uomo a farlo dopo Reinhold Messner che però ci aveva messo quasi il doppio del tempo. Il suo ultimo Ottomila e stato lo Shisha Pangma nell’87, salito per una nuova via come aveva già fatto altre sei volte su quattordici, senza dimenticare le 4 salite invernali. A chi gli chiedeva cosa trovava nella montagna rispondeva: “in un mese di vita intensa tra le montagne si vivono molti anni. È una occupazione per uomini bramosi di vivere e di vita, noi uomini, ne abbiamo troppo poca”.

I vecchi alpinisti polacchi lo rimpiangono e i giovani lo ricordano.  Il suo spirito rimane vivo nella memoria, anche di chi non l’ha conosciuto. Era il più grande, difficile poterlo scordare. La moglie Cecylia continua a tenere vivo il suo spirito attraverso la cura del piccolo museo  “Izba Pamieci Jerzego Kukuczki” a Istebna dove si trova la casa di montagna della famiglia Kukuczka. “Nonostante siano già passati tanti anni, per me è ancora difficile dar sfogo al dolore e sopportare la sua mancanza” ricorda ancora Cecylia.

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Nella “sua” Savorgnano un monumento a Riccardo Cassin https://www.montagna.tv/cms/131677/nella-sua-savorgnano-un-monumento-a-riccardo-cassin/ https://www.montagna.tv/cms/131677/nella-sua-savorgnano-un-monumento-a-riccardo-cassin/#comments Wed, 10 Oct 2018 06:00:03 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=131677
Succederà a Savorgnano, in Friuli, provincia di Pordenone, dove il sindaco del paese Antonio Di Bisceglie ha annunciato che, su proposta del gruppo alpini locale, verrà eretto un monumento per l’ex cittadino illustre e nome storico dell’alpinismo Riccardo Cassin.
   
Parlando di Cassin si finisce immancabilmente per raccontare di imprese, essendo stato uno dei protagonisti dell’alpinismo pre-Seconda guerra mondiale, con un numero eccezionale di problemi risolti sulle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali. Membro dei Ragni di Lecco, primo non lecchese, e onorario del CAI.
 
Nel 1937 spostatosi sul granito delle Alpi realizza la prima salita della difficile parete nord-est del Pizzo Badile, tanto complessa da costargli la perdita di due amici e scalatori, Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, e da meritargli la medaglia d’oro al Valore Atletico del C.O.N.I. L’anno successivo arriva una delle sue più grandi imprese: la prima salita assoluta dello sperone Walker della parete nord delle Grandes Jorasses, senza aver mai visto prima la via o la montagna.
  
Nel dopoguerra Cassin parteciperà a diverse spedizioni. Nonostante venga, in modo ancora molto discusso, escluso dalla grande spedizione italiana al K2 del ’54, l’alpinista guida quella del ’58 al GIV in cui Walter Bonatti e Carlo Mauri conquistano la montagna scintillante. L’ultima, grande impresa di Cassin è stata però ripetere, alla veneranda età di 78 anni, la salita del Pizzo Badile che l’aveva consacrato ormai mezzo secolo prima.
  
Il nuovo monumento che sorgerà a Savorgnano, dove ha trascorso la giovinezza nella casa del nonno materno, verrà inaugurato proprio nell’anno dell’80° anniversario della sua impresa sulle Grandes Jorasses, ma anche del 60° dalla spedizione al GIV, e consisterà in una struttura con una targa commemorativa e dei simboli dell’alpinismo. Un ricordo da parte del suo paese a un uomo che è stato un monumento dell’eccellenza in vita e continuerà ad esserlo, per ispirare le generazioni future ad avvicinarsi alla montagna.
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Buon compleanno Ueli https://www.montagna.tv/cms/131457/buon-compleanno-ueli/ https://www.montagna.tv/cms/131457/buon-compleanno-ueli/#comments Thu, 04 Oct 2018 12:00:05 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=131457 È difficile scrivere l’ennesimo articolo per ricordare una persona scomparsa. È difficile cercare, ogni volta, di essere originali e non ridondanti. Quando la vita di un uomo si ferma, per sempre, dopo un po’ non si hanno più contenuti. Succede soprattutto quando tutto si placa in giovane età, nel pieno del vigore e della forma fisica com’è accaduto a Ueli Steck che oggi avrebbe compiuto appena 42 anni.

Gli aggettivi con cui descriverlo sono molti, di lui si potrebbe elogiare la velocità, la precisione, la tecnica, lo si potrebbe ancor più semplicemente chiamare con il suo soprannome “the swiss machine”. Un nome che dice tutto, che racconta la perfezione e la potenza del gesto, ma che lascia poco spazio all’uomo. Quello lo si trova nei video, nello sguardo, nella passione che trasuda da ogni poro mentre corre su veloce per la parete Nord dell’Eiger. Siamo andati a ricercarli quei fotogrammi immortali, ogni tanto è utile farlo per rinfrescare ricordi che ormai hanno il sapore della leggenda.

Noi possiamo solo ricordarlo, a fargli un regalo ci hanno pensato invece Matteo Della Bordella e Silvan Schüpbach che pochi giorni fa hanno completato in Wenden (Svizzera) la via che Ueli aveva visto e tentato nel 2000. “Ueli nel 2005 aveva parlato a me e a Fabio Palma di questa linea, proponendoci di finirla insieme o anche senza di lui […] personalmente non mi sentivo all’altezza di aprire con uno scalatore del calibro di Ueli in quel periodo. Ho sempre pensato che Ueli un giorno quella via l’avrebbe finita o con noi o con qualcun altro, ma purtroppo così non fu”. Oggi, quella via esiste e si chiama “Polenta con farina degli altri”, un omaggio nell’omaggio allo scalatore che certamente avrà osservato i due giovani muoversi eleganti verso l’alto fino a lasciare indelebile una nuova traccia nella storia dell’alpinismo.

Buon compleanno Ueli.

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Chris Bonington: non ho rimpianti, ho avuto e ho una vita meravigliosa https://www.montagna.tv/cms/131255/chris-bonington-non-ho-rimpianti-ho-avuto-e-ho-una-vita-meravigliosa/ https://www.montagna.tv/cms/131255/chris-bonington-non-ho-rimpianti-ho-avuto-e-ho-una-vita-meravigliosa/#respond Mon, 01 Oct 2018 04:00:14 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=131255 Sir Chris Bonington non necessita certo di presentazioni. Stiamo parlando di una pietra miliare nella storia dell’alpinismo. Parliamo di un alpinista con un curriculum di prime ascensioni impressionante, a partire dalla prima ascensione alla Torre Centrale del Paine, della nuova via sulla parete Sud dell’Annapurna, delle quattro volte in vetta all’Everest, della prima ascensione al Cangabang e allo Shivling. Un palmares incredibile per una vita meravigliosa che ci siamo fatti raccontare durante il Ladek Mountain Festival.

 

Lei è una leggenda vivente dell’alpinismo, ne è cosciente?

Beh, sono stato in giro per il mondo per così tanto tempo… Credo sia un privilegio ma anche una responsabilità: devi cercare di proteggere le cose in cui credi.

Nella sua lunga carriera come ha visto modificarsi il mondo alpinistico?

Tutte le attività umane cambiano nel tempo, è un’evoluzione naturale. Credo si possa parlare di una retrocessione quando diciamo “oh, come era tutto bello a quei tempi”. Lo facciamo troppo spesso e in realtà sbagliamo a farlo. È normale che le cose cambino perché anche la società si trasforma e con essa ciò che le persone vogliono fare. Dovremmo imparare a vivere tutto con questa prospettiva.

C’è però secondo lei qualche valore assoluto che trascende i tempi?

Certamente. Bisogna ad esempio stare attenti a conservare il giusto rispetto per l’ambiente in cui pratichiamo le nostre attività. La componente etica, il come arrampichi, credo invece sia secondario. La cosa più importante è salvaguardare l’ambiente. È fondamentale perché oggi sempre più persone vanno su per le colline e le montagne.

A cos’è dovuta quest’aumentata frequentazione delle terre alte?

Credo sia dovuta alla vita moderna, sempre più stressante. L’esagerato stress quotidiano ha trasformato le vette in terapia, se vogliamo usare un termine medico. La camminata, l’arrampicata, anche la mountain bike diventano sempre più importanti come luogo di liberazione dalla quotidianità.

Si potrebbe quindi dire che l’alpinismo è sinonimo di libertà?

Certo, anche se questa libertà si perde quando l’alpinismo fa grande uso di chiodi a espansione. Si tratta di attrezzature che danneggiano la roccia e che stanno arrivando anche lì dove un tempo si scalava senza. Ci sono aree bellissime che in origine sono state interessate da un alpinismo diverso, con solo utilizzo di protezioni effimere come Nuts e Friend. Si tratta di aree che andrebbero lasciate così come sono.

Sir Chris Bonington, Ladek Mountain Festival
Chris Bonington, malconcio per una caduta in montagna, durante la nostra intervista

E cosa ne pensa del sovraffollamento che si riscontra, ad esempio, sul Monte Bianco e dei conseguenti divieti che si vorrebbero imporre?

Penso che ci dovrebbe essere meno burocrazia quando si parla di montagna. Mi dispiace per simili situazioni e non credo sia la giusta via da seguire.

Se allarghiamo le vedute lo stesso discorso di può fare per l’Everest dove il numero di persone che salgono cresce anno dopo anno. Di certo sul tetto del mondo una gestione migliore ridurrebbe il problema, ma iniziare a parlare di restrizioni numeriche mi pare eccessivo.

Che soluzione proporrebbe invece?

Di lasciar salire le persone e non pensare al fatto che sia terribilmente affollato. La gente sceglie di farlo? Mi sta bene. Ciò che invece la Francia sta facendo sul Monte Bianco imponendo una prenotazione anticipata in rifugio, limitando il numero, è pura burocrazia.

Parliamo un po’ di lei: a 84 anni si tende tirare le somme, a guardare il bello e il brutto che si è affrontato. Ricordando le sue avventure le viene in mente un momento particolare?

Così di primo impatto mi viene in mente il 1960: l’anno della mia prima esperienza in Nepal, quando ho salito l’Annapurna II. In quel periodo c’era una sola strada che attraversava tutto il Paese, un percorso che dalla frontiera tra India e Nepal arrivava a Kathmandu. Ricordo che non c’erano turisti, non c’erano camion e si iniziava a camminare praticamente da Kathmandu.

In quell’anno scalammo la parete nord dell’Annapurna II e per tutto questo tempo non vedemmo una singola persona. Sulla via del ritorno poi incontrammo due membri della spedizione svizzera del Dhaulagiri. Un incontro buffo dopo non aver visto nessuno per così tanto tempo.

Anche l’anno successivo ad esempio, al Nuptse, incontrammo Peter Aufschnaiter, uno dei ragazzi della spedizione di Heinrich Harrer al Nanga Parbat. Uno di quelli che era stato internato da governo britannico durante la seconda guerra mondiale. E ancora, all’Ama Dablam, incontrammo due membri della spedizione scientifica di Hillary.

È stato bello essere lì in quel momento alpinistico.

Ha un sogno alpinistico/esplorativo rimasto nel cassetto?

No, non ne ho. La vita mi ha dato tanto, ho raggiunto tante vette, alcune magari non le ho raggiunte ma la vita è così: si vince qualcosa e si perde qualcosa. Lo si accetta, ma sono veramente contento e soddisfatto di quel che sono riuscito a ottenere.

Un’ultima curiosità: chi è lei oggi?

Un signore di ottant’anni con una vita normale. Ho avuto la fortuna di trovare una nuova compagna con cui ho una relazione fantastica, la mia Loreto. Praticamente facciamo tutto insieme. Viaggiamo molto e abbiamo una vita movimentata che soddisfa. Credo di avere una bella vita.

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Mimì Alessandri, sesto grado senza età – di Stefano Ardito https://www.montagna.tv/cms/130394/mimi-alessandri-sesto-grado-senza-eta-di-stefano-ardito/ https://www.montagna.tv/cms/130394/mimi-alessandri-sesto-grado-senza-eta-di-stefano-ardito/#comments Fri, 21 Sep 2018 12:00:38 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130394 Domenico Alessandri, Mimì per gli alpinisti e gli amici, è stato un grande protagonista dell’alpinismo sul Gran Sasso. Nato nel 1932 a Tempèra, frazione dell’Aquila ai piedi del massiccio, ha scoperto la grande montagna d’Abruzzo da ragazzo, portando del cibo ai prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento italiani e tedeschi, e che si nascondevano in montagna.

Più tardi, da laureando in geologia e poi da giovane geologo, Alessandri è andato in cerca di pietre sul Paretone e in altri luoghi molto impervi, ma senza usare corde e chiodi. Al vero alpinismo è arrivato intorno ai trent’anni. E quasi subito si è spinto ad alto livello.

Tra il 1965 e il 1971, con pochi compagni fidati come Carlo Leone, Roberto Furi e Roberto Iafrate, Mimì Alessandri ha aperto degli itinerari di gran classe tra il Corno Grande e sul Monte Camicia. Lontano dal “suo” Gran Sasso, ha percorso classiche di alta difficoltà del Monte Bianco e delle Dolomiti. E ha partecipato a tre spedizioni himalayane. 

La montagna non ha regalato a Mimì solo gioie. Nel dicembre del 1974, durante la prima invernale della parete Nord del Camicia, un incidente ha causato il ferimento di Carlo Leone e la morte di Piergiorgio De Paulis. Alessandri ha completato l’ascensione da solo, è sceso a chiamare i soccorsi, poi è salito anche lui sull’elicottero per aiutare il pilota a individuare il ferito. Due anni più tardi, la sua prima moglie Antonella è caduta e ha perso la vita scendendo con gli sci dal Corno Grande.

Dopo la spedizione aquilana nel 1990 nel Tien Shan, una delle più belle catene dell’Asia, Mimì Alessandri ha continuato a praticare lo scialpinismo, ma ha lasciato la roccia. Poi è comparso Leandro Giannangeli, giovane guida alpina di Assergi. E la passione è tornata.

Ho sempre voluto bene a Mimì, lo conosco da quando ero ragazzo” racconta Giannangeli. “L’ho incontrato qualche anno fa ad Assergi, mi ha detto che non scalava da molti anni, gli ho proposto di riprovare”.

Come prima via ha scelto la Virgola della Prima Spalla del Corno Piccolo, quarto e quarto superiore, la prima che aveva salito mezzo secolo prima. Ho visto subito che andava ancora come un treno” prosegue la guida.

Negli anni, la cordata Giannangeli-Alessandri, spesso con altri giovani amici, torna sulle più difficili vie del Gran Sasso. Nel 2016, i due ripetono la Direttissima alla Vetta Occidentale che Mimì ha aperto 49 anni prima.

Nello scorso agosto, Mimì è tornato anche sulla Gervasutti della Punta dei Due e sulla Diretta Consiglio del Corno Grande, due degli itinerari di alta difficoltà più belli del massiccio.

Le foto dei compagni di cordata lo mostrano, concentrato e sorridente, Il progetto per il 2019 è la diretta Alessandri al Terzo Pilastro del Paretone, una via magnifica in uno dei luoghi più remoti dell’Appennino.       

Da giovane arrampicavo da capocordata, salire con la corda davanti è un gioco. Appena la difficoltà aumenta sento la corda che si tende, Leandro è una guida straordinaria” sorride Alessandri.

Mimì è una forza della natura, va come un treno in parete ma anche sui sentieri. In vetta sorride felice. Ogni volta resto a bocca aperta, in ammirazione” spiega Giannangeli.

Il bello è che Mimì preferisce arrampicare in scarponi, come 30 o 40 anni fa. Solo sulla via Asterix al Torrione Cambi, che ha dei tratti di settimo grado, l’ho convinto a sostituirli con le scarpette” conclude la guida.

Tra gli amici con cui Alessandri ha arrampicato nell’estate del 2018 c’è anche Vincenzo Brancadoro, il nuovo presidente della Sezione dell’Aquila del CAI.

Sono troppo giovane per aver arrampicato con Mimì, e troppo vecchio per essere stato suo allievo nei corsi del CAI. Però abbiamo vissuto insieme la spedizione nel Tien Shan. Per me è stata una grande lezione di montagna” racconta Brancadoro.

Sulla Gervasutti alla Punta dei Due, nonostante gli 86 anni e gli scarponi, ho visto tutta la classe e l’eleganza di Mimì. Ho deciso che avremmo dovuto festeggiarlo” spiega Brancadoro.

La festa-evento in onore di Mimì Alessandri e del suo alpinismo senza età si terrà sabato 22 settembre nella storica sede del CAI in Via Sassa, nel centro storico dell’Aquila, che da qualche mese è stata finalmente riaperta dopo i danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009.

Insieme a Leandro Giannangeli, a Vincenzo Brancadoro e a chi scrive, ci saranno Pierluigi Bini, Giampiero Di Federico, molte guide alpine d’Abruzzo. E molti altri alpinisti che hanno percorso le vie di Mimì, o che si sono formati nei suoi corsi.  

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Hermann Buhl, un alpinista destinato a lasciare il segno https://www.montagna.tv/cms/130704/hermann-buhl-un-alpinista-destinato-a-lasciare-il-segno/ https://www.montagna.tv/cms/130704/hermann-buhl-un-alpinista-destinato-a-lasciare-il-segno/#comments Fri, 21 Sep 2018 10:01:48 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130704
Primo alpinista a scalare un ottomila in solitaria e senza ossigeno. Stiamo parlando di Hermann Buhl, leggendario pioniere della scalata austriaco. Conosciuto soprattutto per la sua forza di volontà e la sua resistenza, Buhl ha realizzato imprese di rilevanza eccezionale, nonostante la sua breve carriera alpinistica, a causa della morte prematura avvenuta nel 1957, all’età di soli 33 anni.
  
Prima salita senza ossigeno del Nanga Parbat nel ’53 e del Broad Peak nel ’57, entrambe in stile alpino. È sul Nanga che realizza il suo capolavoro che, come tutte le opere migliori, è avvenuto quasi per caso, per la testardaggine e per la follia di un solo uomo. Niente ossigeno, niente compagni di cordata, solo l’alpinista e la montagna, la forma più pura di scalata.
  
41 ore, quasi due giorni interni per andare da campo 5 alla vetta e ritorno. L’austriaco è sopravvissuto a stento all’impresa, trascorrendo durante la discesa un’intera notte in piedi su una sporgenza minuscola, a quota 8.000 metri e senza protezioni. Le sue azioni sul Nanga Parbat gli vennero aspramente rimproverate, ma contribuirono a cambiare per sempre la visione di cosa è possibile e cosa no su una montagna.
  
Solo qualche anno dopo arrivò anche il Broad Peak senza ossigeno, insieme all’amico Kurt Diemberger. La salita venne realizzata senza appoggi esterni, consolidando le origini di quello che oggi è lo stile alpino.
  
Pochi giorni dopo quest’ultima conquista, la sua tragica scomparsa, a causa del crollo di una cornice nevosa durante una scalata. Buhl è morto facendo quello che amava e, anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato, la sua fin troppo rapida parabola nel mondo dell’alpinismo ha lasciato un segno indelebile.
Buon compleanno, Hermann Buhl.
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