Protagonisti – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 20 Dec 2018 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Callegari rinuncia al Polo Sud, ma l’avventura continua https://www.montagna.tv/cms/133881/callegari-rinuncia-al-polo-sud-ma-lavventura-continua/ https://www.montagna.tv/cms/133881/callegari-rinuncia-al-polo-sud-ma-lavventura-continua/#comments Fri, 07 Dec 2018 12:25:14 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133881 Che la situazione di Danilo Callegari fosse critica ne eravamo coscienti. Da giorni era infatti impegnato in un’estenuante marcia nella neve fresca e il suo fisico iniziava a risentire del grande sforzo e delle basse temperature. Danilo sembrava però felice, i suoi messaggi erano carichi di entusiasmo e forza di volontà come sempre. Poche ore fa è poi arrivata la notizia. “Così come la vita, anche l’avventura è fatta di scelte, di numeri e di una parte imponderabile resa da quest’ultima attraente e straordinaria”, questo l’incipit del friulano per poi spiegare gli accadimenti che l’han portato a chiudere la traversata verso il Polo Sud Geografico. “Ho superato a fatica i forti venti catabatici iniziali associati a temperature glaciali, sono andato oltre superando intere e lunghissime giornate di white out dove per procedere ero costretto a fissare per oltre dodici ore consecutive al giorno i miei sci e frequentemente anche la bussola per non perdere la direzione dato che il bianco della neve faceva un tutt’uno con il bianco del cielo dandomi una visibilità nulla (si può dire a qualche metro se era tanto) creando disorientamento, visioni e a tratti un forte senso di vomito ma, ritrovarmi a trainare una pesante slitta su neve farinosa a volte perfino umida dove gli sci sprofondano per oltre trenta centimetri, questo no, questo mi ha colto di sorpresa […]. Gli ultimi tredici lunghi giorni di questo quasi mese e mezzo di traversata, mi hanno reso la vita impossibile. Trainare una slitta in queste condizioni, spesso senza vedere oltre una manciata di metri facendomi consumare un numero esagerato di energie, quindi di cibo, rallentando drasticamente la mia marcia, mi hanno costretto a prendere la decisione più logica per garantirmi la possibilità di continuare
l’avventura scalando la montagna più alta d’Antartide
, quarta delle mie 7 Summits e fulcro dell’intero progetto. Il rischio di arrivare troppo tardi al Polo o di non arrivarci nemmeno nei tempi da me calcolati, avrebbe, ogni giorni di più, alzato il rischio di non avere la possibilità di tentare la salita al Vinson”.

Questa che sta per arrivare sarà quindi l’ultima notte di Danilo sul plateau antartico, domani un aereo lo recupererà per portarlo ai piedi del massiccio Vinson, dove l’avventura continuerà. Saltato il primo dei tre obiettivi del progetto Antarctica Extreme, il raggiungimento del Polo Sud geografico in solitaria e autonomia, ora l’avventuriero si prepara per un salto con il paracadute (con cui raggiungerà il capo base del Vinson) e quindi tentare la scalata della più alta vetta d’Antartide.

“Questa scelta l’ho presa con il sorriso, con il solito sorriso che mi porta ogni giorno ad affrontare la vita ed oltre a ritenerla una grande forma di libertà è stata un’esperienza che mi ha dato moltissimo sia dal punto di vista personale che da quello professionale. Come dice un antico proverbio indiano ‘Quando soffia la bufera, l’albero deve piegarsi o verrà strappato alle radici’. Mi sento estremamente fortunato, sto vivendo un’avventura, per me, senza precedenti e ora mi aspetterà un lungo volo in caduta libera e una scalata ad un colosso di neve e ghiaccio che domina maestoso quest’intero Continente bianco”. 

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Alex Txikon al K2 invernale tra ricerca scientifica ed ambientalismo https://www.montagna.tv/cms/133602/alex-txikon-al-k2-invernale-tra-ricerca-scientifica-ed-ambientalismo/ https://www.montagna.tv/cms/133602/alex-txikon-al-k2-invernale-tra-ricerca-scientifica-ed-ambientalismo/#respond Fri, 30 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133602 Alex Txikon passerà l’inverno al K2. Era nell’aria da tempo, ma la conferma è arrivata solo ieri nel corso della conferenza stampa che lo scalatore basco ha tenuto a Bilbao (potete vedere il video QUI. Dopo la prima salita invernale al Nanga Parbat, realizzata con Simone Moro e Ali Sadpara, e i due tentativi non andati a buon fine all’Everest Txikon va quindi in cerca di un nuovo record sulla seconda montagna del pianeta. Alex non sarà solo in questo Tentativo, con lui ci sarà infatti l’alpinista galiziano Félix Criado Alonso e un team composto da otto sherpa, cinque dei quali saranno impegnati nella scalata con i due protagonisti. Durante la conferenza stampa non è invece stato fatto il nome di Ali Sadpara, già compagno di Txikon sul Nanga Parbat e nella scorsa spedizione all’Everest.

Le vere sorprese devono però ancora arrivare. Durante la presentazione del progetto l’alpinista ha infatti narrato e descritto tutto quello che sarà il contorno al tentativo di prima invernale sul K2. Per prima cosa la spedizione si prefigge di sensibilizzare riguardo i cambiamenti climatici e la tutela delle montagne attraverso una campagna ecologica che vedrà i protagonisti allestire il campo base con pannelli solari e mulini a vento. Sistemi green per produrre energia riducendo l’utilizzo di cherosene. Allo stesso scopo verranno riciclati circa 150 chili di rifiuti.

A fianco della campagna ecologica è poi stata annunciata una complessa e articolata campagna di ricerca scientifica che intende monitorare, attraverso l’installazione di alcune capannine meteorologiche, quelle che sono le condizioni climatiche invernali tipiche di quest’area del Karakorum. Inoltre verranno portati avanti esperimenti scientifici utili alla ricerca sui cambiamenti climatici. Per questo scopo, al campo base, sarà presente un team di ricercatori. Un ulteriore gruppo di scienziati si occuperà invece del progetto K2-Extreme. Uno studio che mira a individuare i fattori genetici che generano un cambiamento fisiologico quando il corpo si trova sottoposto a ipossia in un ambiente estremo come può essere quello del K2 invernale.

 

Quella del Basco non sarà l’unica spedizione presente la K2 questo inverno. Come già annunciato qualche tempo fa la montagna sarà raggiunta, verso metà gennaio, dal team Russo-Kazako-Kirghiso mentre Txikon arriverà a fargli compagnia circa una settimana dopo.

Quello che si profila alle porte sarà quindi un inverno interessante che, certamente, regalerà molte emozioni. Ricordiamoci che non ci sarà solo il K2 ma anche il Nanga Parbat di Daniele Nardi, in partenza il prossimo 15 dicembre con Tom Ballard, e il Cerro Torre estivo di Denis Urubko.

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In tuta alare sulle bianche distese dell’Antartide. Una prima assoluta per Heather Swan https://www.montagna.tv/cms/133465/in-tuta-alare-sulle-bianche-distese-dellantartide-una-prima-assoluta-per-heather-swan/ https://www.montagna.tv/cms/133465/in-tuta-alare-sulle-bianche-distese-dellantartide-una-prima-assoluta-per-heather-swan/#respond Thu, 29 Nov 2018 13:09:00 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133465 La temeraria skydiver australiana Heather Swan è diventata lo scorso mese la prima donna nella storia ad aver effettuato un volo in tuta alare sulle bianche distese dell’Antartide, planando sui ghiacci a più di 160 chilometri orari.

 

Una passione, quella di Heather per il volo, nata 23 anni fa quando conobbe Glenn Singleman, suo futuro marito e compagno di avventure estreme. Prima di allora non aveva mai avuto esperienze di skydiving così come più in generale di alpinismo o semplicemente trekking in montagna, aveva un’unica grande passione per la fotografia.

Oggi la ritroviamo a 50 anni con un record tra le mani, conquistato in compagnia del fedele Glenn.

I due si sono lanciati da 3657 metri prima di librarsi in volo sull’Union Glacier. Ondeggiando e virando in tandem sulle candide superfici del Polo Sud, hanno affrontato nel corso della discesa mozzafiato temperature di -35°C.

Heather, ammaliata dal contrasto tra l’intenso blu del cielo e il bianco accecante del paesaggio, si è detta onorata di essere la prima donna ad aver sperimentato un simile volo ma soprattutto di aver realizzato il suo sogno insieme a colui che le ha insegnato questa pratica, l’amato Glenn.

L’Antartide è sempre stato un nostro sogno”- racconta – “decisamente è il salto  che mi ha emozionato  di più in 18 anni di skydiving! Poche persone  hanno visitato il Polo sud finora e noi due siamo di certo i primi ad essersi lanciati in tuta alare, è veramente un onore!”

Prima di approdare in Antartide, Glenn e Heather hanno vissuto altre emozionanti esperienze in tuta alare in Himalaya, in Australia e nel Grand Canyon, giusto per citarne alcune. Una coppia abituata a conquistare record. Nel loro curriculum ne troviamo tre a livello mondiale e due in Australia, i più importanti di certo sono quello del lancio in tuta alare più alto al mondo, effettuato dai 6604 m del  Monte Meru in India (2006, record battuto da Valery Rozov nel 2016) e il primo e unico volo sul Grand Canyon (2015).

Prossima meta?

Ci piacerebbe volare sul Monte Everest un giorno ma al momento ottenere dei permessi sembra alquanto difficile!”

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Marcello Sanguineti: l’alpinismo è una necessità di vita https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/ https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/#comments Sun, 25 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133384 Ha un lunghissimo curriculum di ascensioni e prime ascensioni, tra cui una candidatura ai Piolets d’Or 2018 per la nuova via “Amman in Kashmir”, aperta nell’agosto 2017 nel Karakorum pakistano.

Classe 1968, Marcello Sanguineti è un accademico del CAI ma, di professione è professore di ricerca operativa presso l’Università di Genova. Vive in un paesino sopra Chiavari dove, ci dice, “quando apro la finestra di casa mi godo l’infinità del mare”, ma si trova a proprio sulla verticalità delle pareti alpine e del mondo. Di lui si conoscono le nuove vie e le grandi realizzazioni; oggi cerchiamo di scoprire cosa lo spinge ad andare dove ancora non è salito nessuno.

 

Come ci si sente dopo una candidatura al Piolets d’Or?

Direi che ci si sente motivati a cercare di fare ancora meglio. Ora come ora credo sia importante non tanto godersi la candidatura, quanto prendere esempio da chi il Piolet d’Or l’ha vinto e provare a vivere altre esperienze di questo tipo. Se dovessi fare un paragone, la nomination ai Piolet d’Or è un po’ come quando pubblico un risultato scientifico su una rivista prestigiosa. Un successo che dà sicuramente soddisfazione, ma la cosa veramente importante è continuare a fare buona ricerca – anche se, magari, risultati successivi non vanno a finire su una rivista altrettanto importante. A volte succede di trovare risultati scientifici di grande importanza, senza pubblicarli su riviste top. Viceversa, può capitare di pubblicare lavori meno significativi su riviste più prestigiose. È così che vivo questa candidatura ai Piolets d’Or.

Visto che hai tirato in ballo l’argomento, come riesci a combinare il lavoro da ricercatore con questo tipo di alpinismo esplorativo/estremo?

Io sono un ricercatore e la Ricerca (con la “R” maiuscola), fatta seriamente, è qualcosa di estremo. “Estremo” nel senso che noi ricercatori cerchiamo di oltrepassare i limiti per definirne di nuovi, esattamente come accade nell’alpinismo esplorativo. L’unica differenza sta nel fatto che nel primo caso si tratta di un’attività mentale, mentre nel secondo di un’attività fisica.

Molto probabilmente, se io fossi un professionista della montagna non realizzerei exploit alpinistici, perché a lungo andare la montagna mi annoierebbe. In effetti, il mio grande problema nella vita è il rischio di annoiarmi: per questo devo fare quante più cose possibile, che mi permettano di cambiare continuamente contesto, di passare da carta e penna a piccozze e friends. È qualcosa che mi eccita, che mi esalta, che mi dà vita. L’importante, per me, sta nel rendere ogni giornata il più diversa possibile dalla precedente.

Un vero amore per la montagna…

Esatto. Nonostante questo, però, non vivrei in montagna per tutto l’oro del mondo. A me piace scalare le montagne, ma, una volta arrivato in vetta, resto… come dire… “perplesso”. Guardo il panorama, poi capisco, con un po’ di delusione, che non resta altro che scendere. Dopo poco che sono in valle mi sento “in gabbia”: vi rimango solo se ho in programma a brevissimo un’altra salita, altrimenti preferisco tornarmene di fronte al mare, dove posso godere dell’infinito.

Il fatto è che sono un “assetato di infinito”. La montagna mi regala questa sensazione in verticale, ma solo mentre scalo o, al limite, mentre concepisco una salita. Per provare l’infinità orizzontale, invece, mi basta guardare il mare, sentirne l’odore e “respirarlo” con gli occhi.

Nella tua ricerca di questa libertà verticale hai disegnato tanti nuovi tracciati. Credi che “Amman in Kashmir, la via candidata al Piolets d’Or, sia effettivamente la più bella?

Si tratta di una salita che presenta notevoli difficoltà tecniche, ma l’ingrediente che la rende unica è il contesto in cui si svolge. La via è stata tracciata su una montagna mai salita prima, nel Kashmir pakistano, in totale isolamento e con difficoltà logistiche, in un massiccio mai esplorato in precedenza e in una valle che ha visto pochissimi alpinisti: prima di noi (con me c’erano Gian Luca Cavalli e Michele Focchi) solo due spedizioni si erano addentrate nelle alte valli Kondus-Kaberi, ma non nel massiccio dove abbiamo operato noi tre.

Dal punto di vista tecnico credo di aver fatto salite più impegnative; si tratta di vie che, forse, sono state fatte nel “momento sbagliato”, cioè in un momento in cui non sono state valorizzate. Ad esempio, mi vengono in mente alcune mie aperture in Sud America e anche sulle Alpi.

Se dovessi scegliere quale delle tue vie reputi tra le più interessanti?

Sceglierne una è difficile. Credo che le mie vie nuove più significative siano tre. Una è certamente “Amman in Kashmir”, per i motivi che ho spiegato prima. Accanto ad essa metterei “Plein Sud”, realizzata nel 2010 sulla parete Sud delle Grandes Jorasses insieme a Sergio De Leo, Michel Coranotte e Marco Appino. Un particolare, per capire di cosa sto parlando: quella di Plein Sud è stata la quinta salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses. Si tratta di un percorso magnifico, che segue il grande camino, linea naturale della parete, che aveva respinto Grassi & soci nel 1985. All’epoca di Grassi non esistevano ancora le tecniche di dry-tooling che si utilizzano adesso e che hanno reso possibile la nostra salita. Va detto che non siamo riusciti a raggiungere la vetta delle Grandes Jorasses. Ci siamo fermati a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey: per proseguire sarebbe stato necessario usare qualche spit negli ultimi metri prima della brèche, ma avevamo deciso di effettuare la salita in puro stile “trad”. Infine, completerei il mio “magico tris” con è una via aperta in Cordigliera Real (Bolivia), un tracciato datato fine anni ’90. Sto parlando della prima traversata integrale da nord a sud delle cinque vette dell’Illimani. Senza dubbio molto più semplice tecnicamente delle due salite precedenti, ma un gioiello dal punto di vista estetico e di isolamento: una cavalcata di circa 16 chilometri di sviluppo, tre dei quali oltre i 6000 metri di quota, effettuata in cinque giorni e tutt’ora irripetuta.

Visto che hai citato “Plein Sud”, sappiamo che anche Denis Urubko si è complimentato con te per la realizzazione…

Sì. Ho incontrato Denis lo scorso ottobre in Valsassina, al convegno del Club Alpino Accademico. Si è complimentato per quella salita, per esser riusciti a scovare, nel 2010, una linea naturale così importante sulle Alpi, addirittura nel Bianco e sulla sua parete più alta del massiccio (la sud delle Jorasses è circa 200 circa metri più alta della nord…). Al momento “Plein Sud” ha una sola ripetizione, da parte di Matt Helliker e Jon Bracey. Mi ha fatto molto piacere leggere la loro recensione, in cui hanno l’hanno definita una magnifica avventura in un ambiente incredibile. In effetti, sembra quasi di scalare in un inferno dantesco.

Da ligure, da amante dell’infinità che offre il mare, come sei arrivato a questo tipo di alpinismo?

Di certo non è una passione che arriva dalla mia famiglia, anche se a mia mamma è sempre piaciuta la montagna. È stata lei la prima ad accompagnare me e mio fratello in escursioni, anche impegnative. Mio papà, invece, non concepisce proprio l’idea di camminata in montagna e alpinismo. La prima volta in cui ho capito di trovarmi bene in montagna è stato quando avevo sedici anni, durante una vacanza invernale a Cogne, con amici di famiglia. Da allora, per otto anni, tutte le estati trascorrevo un periodo nella mitica “Casa Alpina” di Cogne con i miei genitori e mio fratello, facendo escursioni via via più impegnative. Nella Casa Alpina c’era un’atmosfera magica, irripetibile; ogni volta che si organizzava un’escursione la sensazione era quella di partire per esplorare un nuovo universo. Un giorno, in cima alla Punta Pousset, dove ero salito con mia mamma e mio fratello, incontrai “Jean” Crudo, che propose a me, mio fratello e un nostro amico di salire insieme la Tersiva. Fu allora che calzai per la prima volta i ramponi – che emozione! Da allora ho scalato sulle montagne di mezzo mondo, ma nulla è paragonabile a quelle estati nelle valli di Cogne.

Poi?

Poi non mi sono più fermato, d’altronde l’appetito vien mangiando. Ho continuato facendo altre salite tecnicamente semplici, come la normale al Gran Paradiso, e solo dopo la Laurea a praticare alpinismo di un certo livello. Ho iniziato dopo essermi laureato perché prima non avevo molto da spendere per l’attrezzatura e i viaggi.

Ogni tanto però lasci da parte questo tipo d’alpinismo di scoperta per dedicarti a qualcosa di completamente diverso, come dimostra il viaggio in Giordania con il CAI di qualche mese fa per contribuire alla creazione di un nuovo tipo di turismo dedicato alla montagna…

Dovendo essere sincero, egoisticamente parlando preferirei che la maggior parte dei luoghi di montagna rimanessero poco esplorati e conosciuti, per avere più terreno di gioco (ride). Da un punto di vista più realistico, però, credo sia importante contribuire con l’arrampicata e l’alpinismo a creare una forma di turismo sostenibile. Serve ad evitare lo sviluppo di altre tipologie di turismo, che, spesso, danneggiano l’ambiente.

Nel caso specifico del viaggio alpinistico-esplorativo in Giordania, nella regione di Wadi Sulam, abbiamo portato avanti un’iniziativa di questo tipo insieme al Jordan Tourism Board. Eravamo un gruppo numeroso e abbiamo aperto un buon numero di itinerari “trad” o “quasi trad” (minimizzando cioè l’uso di spit). Ci sono già stati ripetitori e sono convinto che questa iniziativa richiamerà una forma di turismo rispettosa della Natura: chi meglio degli alpinisti può capire il valore di preservare l’ambiente? Sono rientrato un paio di settimane fa da un’esperienza simile nell’Anti-Atlante marocchino; questa volta eravamo solo in tre, ma abbiamo comunque aperto itinerari, sempre in stile “trad” o “quasi-trad”, che meritano sicuramente di essere ripetuti.

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Kilian Jornet: amo essere sempre in movimento https://www.montagna.tv/cms/133190/kilian-jornet-amo-essere-sempre-in-movimento/ https://www.montagna.tv/cms/133190/kilian-jornet-amo-essere-sempre-in-movimento/#comments Tue, 20 Nov 2018 05:00:09 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133190 Scialpinista, ultrarunner, per alcuni super eroe, per altri extraterrestre. Il suo palmares ha una lunghezza impressionante e, nella sua carriera, ha polverizzato praticamente qualsiasi record abbia incontrato sulla sua strada e tutti ricordiamo ancora quel minuto ragazzo correre su e giù dal Cervino in meno di tre ore, per l’esattezza in 2h52’02’’. Una prestazione sovrumana che non lascia dubbi su chi sia il personaggio di cui stiamo parlando: Kilian Jornet i Burgada. Qualche giorno fa l’atleta spagnolo è stato ospite di una serata milanese da DF Sport Specialist e noi ne abbiamo approfittato per un’interessante chiacchierata informale.

 

Quante paia di scarpe utilizzi all’anno?

Non molte, cinque o sei paia. Tre o quattro per gli allenamenti e due per le gare. Poi ci sono quelle che mi danno per i test. Mettendole tutte insieme credo di utilizzare circa dieci paia di scarpe.

Un paio l’avrai usato solo per l’Everest…

L’anno scorso all’Everest è stato molto bello perché avevo la forma perfetta e sono riuscito a fare una buona acclimatazione che mi ha permesso di realizzare una grande prestazione.

Rispetto ad altre esperienze in quota questa volta ho avuto la fortuna di trovare il giusto equilibrio in alta quota. Un aspetto molto interessante perché, potenzialmente, potrebbe permettermi di fare concatenamenti o altre ascensioni più tecniche e con una maggiore permanenza in alta quota.

Sotto imprese come la tua capita ogni tanto di leggere commenti contrari alla velocità, al record e al cronometro in montagna, tu cosa ne pensi?

Innanzitutto credo che parlare di record in montagna non sia giusto. Alla fine molto dipende dallo stile e dalle condizioni. Il terreno influenza molto la prestazione, soprattutto in alta montagna. Finché si parla di secco allora si può ancora parlare di record, ma su ghiacciaio tutto cambia. Se vai da solo è in un modo, se vai durante le spedizione c’è un altro affollamento, se poi c’è neve da battere cambia di nuovo tutto.

Credo inoltre che la velocità sia una cosa interessante, soprattutto in quota e per ragioni di sicurezza. In generale meno tempo si passa in luoghi esposti o soggetti a crolli e meglio è. Ci sono poi altre volte in cui invece andare veloce può rivelarsi pericoloso. Personalmente a mi piace molto la velocità, amo essere in continuo movimento. Preferisco qualcosa di meno tecnico ma fluido che un tracciato molto tecnico in cui ci si ferma spesso. Più sono in forma, più è alta la propria capacità tecnica, più voglio andare veloce. Non credo che nessuno vada piano per scelta. Se sei in forma vai più veloce, sta in questo la velocità.

Quanto rischio ti prendi quando affronti una salita in velocità?

Io cerco sempre di muovermi in una zona di comfort. Ci sono però delle volte in cui mi prendo qualche rischio in più. Alla fine però credo che l’importante stia nel calcolare con attenzione questo rischio attraverso l’umiltà e la conoscenza delle proprie capacità.

Conoscere la montagna da affrontare e conoscere se stessi sono i due fattori principali da tenere bene a mente prima di cimentarsi in una salita in velocità. In base a questi calcoli si decide, coscientemente, se andare o meno, se assumersi o meno il rischio. La decisione e i calcoli cambiano ogni giorno. Cambiano in base alle condizioni personali e ambientali. Ci sono, ad esempio, giornate in cui vai in solitaria su un tracciato e ti trovi bene mentre altre volte senti che non va. L’importante è imparare ad ascoltare il nostro senso interiore.

Passando dalle corse in territorio d’avventura ai tracciati organizzati… dopo così tanti anni di agonismo ti piace ancora gareggiare?

Certo, mi piace gareggiare ma quell’emozione che fino a dieci anni fa era molto forte, oggi non la sento più. Le prime vittorie lasciavano una sensazione forte. Un sentimento che capita la prima, la seconda e la terza volta ma che dopo un po’ scema. Credo sia normale dopo tanto tempo non sentire più lo stesso stimolo delle prime volte.

Oggi le gare si sono trasformate in un’occasione per testarmi, per capire se il mio fisico è ok.

Se non cerchi più competizione o l’emozione del podio, cosa cerchi oggi dalla corsa?

Cerco questo movimento in montagna di cui ho parlato prima. Cerco la sensazione di poter fare cose che non so se sono possibili finché non inizio a correre. Per fare un esempio quest’anno ho fatto una lunga traversata in Norvegia. Un itinerario di circa 170 chilometri su un terreno non troppo tecnico (quarto o quinto grado d’arrampicata) ma che dopo 20 o 30 ore di corsa senza sosta possono risultare difficili. Questo cerco oggi nella corsa, un modo per testare me stesso in terra d’avventura e capire come il mio organismo reagisce in situazioni di stress.

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Paolo Cognetti: nel Dolpo ho ritrovato l’intimità dell’amicizia https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/ https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/#respond Sun, 18 Nov 2018 05:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132957 Paolo Cognetti, premio Strega 2017 con il romanzo “Le otto montagne” è da poco tornato in libreria. Questa volta non è un romanzo, ma un racconto vero, vissuto, a tratti intimo in cui l’uomo si mette a nudo mostrando le sue debolezze e le sue fragilità al cospetto di una natura estrema, sorprendente, imponente. 20 giorni e 300 chilometri nell’Himalaya del Dolpo, un territorio nepalese ancora lontano dalle carovane turistiche che lo scrittore ha avuto occasione di visitare nel corso del 2017 per conto di Meridiani Montagne su cui, nel gennaio 2018, è apparso il reportage dell’esperienza.

 

Paolo, nel descrivere “Senza mai arrivare in cima” affermi che “parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna”… cosa cerchiamo quando andiamo in montagna?

Ci ho messo un po’ per rispondere a questa domanda anzi, più che a rispondere ho impiegato molto tempo nella ricerca di risposte. Nel senso che anche chi frequenta la montagna da tutta la vita fa fatica a dirti cosa cerca. Cercare di capire cosa ci stiamo a fare lassù è uno dei misteri del frequentare le terre alte.

Per me c’è stato un momento mentre ci trovavamo al monastero di Shey Gompa, nel cuore di questo viaggio, in cui mi è sembrato di vedere una risposta alla domanda. È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro. Una purezza che ho percepito molto forte durante questa esperienza, soprattutto con la quota. È come se salendo in alto tutto si purificasse intorno a te e dentro di te.

Dici anche che si tratta di un racconto d’amicizia…

Si, forse perché, in età adulta, mi sembra così raro sperimentare questo tipo di amicizia maschile che ho provato durante il trek. Una forte intimità che ci lasciamo alle spalle con l’adolescenza, quella cui eravamo abituati da ragazzini e che non proviamo più con la crescita. Quel tipo di rapporto che viene sostituito dalla solitudine della vita adulta. Era qualcosa di cui avevo già parlato ne “Le otto montagne”, ma quello era un romanzo mentre questa è un’esperienza di vita. Nel racconto la condivisione del viaggio con un paio di amici importanti è un aspetto cruciale.

Ci sono però stati di momenti in cui, nonostante fossi in gruppo, ti sei sentito solo?

Senz’altro. Tra l’altro credo sia una delle strane sensazioni che ti da la montagna: anche se cammini con gli altri, in un certo senso ti senti sempre come se camminassi da solo perché la fatica la provi tu, il mal di montagna lo provi tu, come anche l’esaltazione e l’euforia. Quella dell’andare in montagna è tutta una dimensione interiore che si può condividere, ma fino a un certo punto. Si può condividere attraverso uno sguardo e lo stare insieme, ma si tratta pur sempre di una condivisione parziale. Per questo, sorpattutto nei momenti di sofferenza ho anche sentito un grande senso di solitudine. Nonostante questo però mi sono accorto gli amici mi stavano vicini in una maniera discreta, erano attenti a me e c’era qualcuno che, senza che io me ne accorgessi, si prendeva cura di me.

Ci sono stati dei momenti di grande sofferenza in questo percorso…

Si. Io pur essendo un buon camminatore, nel senso che cammino molto abitando in montagna, ho avuto dei momenti in cui mi sono sentito veramente provato. Forse soffro più di altri l’alta quota o, forse, c’è quest’idea che appartiene al buddismo tibetano dove la montagna è ricca di spiriti. Guardiani che non sono né buoni, né cattivi ma fanno la guardia e spesso mettono alla prova chi passa. Lo fanno per vedere se ha al giusta convinzione, la giusta sincerità di cuore per attraversare le montagne. Così il mal di montagna mi sembrava una prova, un’occasione per dimostrare non tanto la forza ma la convinzione nel fare un viaggio del genere.

Come mai la decisione di donare una parte dei ricavati in beneficienza?

Tutto nasce dal fatto che quando si va in Nepal e magari si passa qualche giorno a Katmandu si incontrano altri italiani che vivono là. Un giorno, uno di questi, mi ha chiesto se volevo andare a vedere il lavoro che stanno portando avanti. Così mi sono ritrovato a parlare con ragazze che ti raccontano le loro esperienza drammatiche e che stanno provando a ricominciare, a rifarsi una vita.

Quando ascolti queste storie dopo aver provato l’esperienza del trek, un’esperienza così intensa d’amore per quei posti e poi ti confronti con il lato più drammatico della società non puoi fare altro che provare un forte sentimento di restituzione, se poi hai l’opportunità di farlo lo fai.

Con parte dei proventi del libro sostengo due associazioni. Una di valdostani, fondata dalle persone con cui vado in Nepal, che si chiama Sanonani House ed è un orfanotrofio per orfani e bambini vittima di violenza. L’altra è invece una strutta per donne vittima di violenza e si chiama CASANepal. Sono solo alcuni degli esempi di quel che fanno le persone per il Nepal. Nel senso che ci sono tante realtà come queste che vogliono fare qualcosa per un Paese bellissimo ma poverissimo e con molti problemi sociali legati alla povertà dilagante.

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Mauro Corona: questo clima ci cambierà la vita https://www.montagna.tv/cms/132882/mauro-corona-questo-clima-ci-cambiera-la-vita/ https://www.montagna.tv/cms/132882/mauro-corona-questo-clima-ci-cambiera-la-vita/#comments Mon, 12 Nov 2018 07:00:45 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132882 “La terra s’è rivoltata, i boschi sono orizzontali, i tetti han preso il volo come rondini d’autunno, l’acqua, stanca di prigionia, è evasa, il vento, da invisibile è diventato solido e rotolava come un enorme masso impazzito. Ha sfasciato tutto” scriveva sui suoi canali social Mauro Corona lo scorso 2 novembre. In quei giorni gli alberi, da verticali guardiani delle montagne, si sono piegati, squarciati, destrutturati divenendo orizzontali distese verdi. Il vento, incanalatosi nelle valli, ha raggiunto velocità di oltre 200 chilometri orari e per gli alberi non c’è stato scampo.

“Nel 1966, quando ci fu l’alluvione era solo l’acqua, oggi c’è questo vento che è una pietra, un monsone, un tornado” ha dichiarato lo scrittore ertano durante il suo consueto collegamento a Carta Bianca. “Ecco perché non si può accusare in questo caso nessuno. Solo quelli che hanno bisogno di guadagnare qualche voto, qualche consenso possono imputare ad altri quanto accaduto. Le colpe, Corona, le imputa invece al cambiamento climatico quello di cui lui parlava già tempo fa. “Quindici anni fa parlavo di un cambiamento del clima, da dolce clima Mediterraneo a clima tropicale monsonico e mi ridevano addosso: questo qui dorme sugli alberi”.

Corona attribuisce questi fenomeni al cambiamento climatico e, afferma ai microfoni del TGR Friuli Venezia Giulia, “questo vento, questo clima monsonico, da oggi in avanti ci cambierà la vita. Questo dobbiamo realizzare, non ‘per un po’ non tornano più’. Adesso si devono incaricare squadre di boscaioli di tutta Italia, se non bastano quelli del Veneto e del Friuli, affinché rendano questo legname una fonte di guadagno. Nel dramma almeno ci si guadagna qualcosa, ed è un qualcosa di molto consistente economicamente”. Per fare questo però, afferma lo scrittore ertano, è necessario alleggerire boscaioli e falegnamerie dalla pesantezza burocratica. “È mai possibile che fino a 50 quintali uno può tagliare tutto e da 50 quintali in su deve fare il patentino? Ma da che mondo uscite fuori?”. Secondo Mauro questa può essere, nella tragedia, un’occasione per ridare vita alle montagne del Nord Est colpite dallo spopolamento. “C’è da fare una distilleria del pino mugo, lavorano 20 ragazzi. Distillare il pino mugo è una medicina. Trovate i soldi per far stare bene la gente di montagna perché c’è un’alluvione anche di insofferenza ormai”.

Un ultimo appello, una preghiera alla rinascita, Corona la lancia grazie alla sua penna, delicata ma incisiva.

 

Alberi nuovi cresceranno ancora

Tra molti anni bambini li vedranno

L’erba strappata tornerà più verde

Il tempo ricuce ferite nella terra

Non quelle inferte dagli uomini alla stessa

Quando vedremo il mare senza plastica?

Quando respireremo aria migliore?

Quando i bambini cresceranno forti e giocheranno allegri come un tempo, tra boschi nuovi venati di silenzio?

Forse capiterà ma il giorno atteso

Sarà lontano e noi poveri vecchi

Figli della memoria portentosa

Di una natura in tutto il suo splendore

Non ci saremo più

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Paolo Comune nuovo direttore del Soccorso alpino valdostano https://www.montagna.tv/cms/132827/paolo-comune-nuovo-direttore-del-soccorso-alpino-valdostano/ https://www.montagna.tv/cms/132827/paolo-comune-nuovo-direttore-del-soccorso-alpino-valdostano/#respond Thu, 08 Nov 2018 07:00:29 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132827 È stato nominato, dalla Giunta regionale, il nuovo direttore del Soccorso Alpino valdostano. La scelta, in sostituzione di Adriano Favre il cui mandato è scaduto, è ricaduta sulla Guida Alpina di Gressoney e maestro di sci Paolo Comune.

Paolo, 45 anni, dal 1993 è uno dei coordinatori dell’attività di soccorso della Centrale unica di soccorso. Oltre a questo ha uno spesso curriculum alpinistico in cui si inseriscono anche tre Ottomila (Dhaulagiri, Everest e K2).

Il curriculum è stato fondamentale per la scelta del nuovo direttore, spiega il Presidente della Regione Nicoletta Spelgatti. “Una scelta non facile poiché la terna che è stata proposta al Governo regionale dall’Assemblea del Soccorso alpino valdostano conteneva professionisti che hanno, tutti, una grande esperienza nel mondo della montagna. Abbiamo voluto privilegiare l’ampiezza degli ambiti di attività e la gestione degli interventi di emergenza, ma siamo certi che gli altri due candidati sapranno comunque sostenere il nuovo Direttore nella continua crescita del Sav, nello spirito di solidarietà delle genti di montagna, con il loro sostegno e con il loro apporto di conoscenze e di esperienze”. Candidati, insieme a Paolo Comune, anche le Guide Alpine Lucio Trucco e Claudio Rosset.

“Non posso che essere soddisfatto dalla nomina” ci ha confessato Comune che ancora non si è insediato come nuovo direttore del Soccorso alpino valdostano. Organo di cui fanno parte circa 70 persone tra Guide Alpine, piloti di elicottero e personale medico sempre operativi, 24 ore su 24. “Sicuramente il Soccorso alpino valdostano sta funzionando bene ed è un’eccellenza nel suo settore. Non bisogna però chiudere gli occhi o auto-lodarsi. Bisogna sempre guardare avanti cercando di migliorarsi e non ignorare le nuove tecnologia come i droni, gli infrarossi e nel campo della cinofilia dove i cani molecolari stanno dando ottimi risultati.”

“Guardare quindi al nuovo, senza però dimenticare quel che già c’è e valorizzarlo. Tutto il volontariato va valorizzato: sono persone do posto che in un momento di grandi difficoltà possono fare la differenza” ha concluso.

 

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Dalla montagna al deserto, una storia d’amore e riscatto https://www.montagna.tv/cms/132623/dalla-montagna-al-deserto-una-storia-damore-e-riscatto/ https://www.montagna.tv/cms/132623/dalla-montagna-al-deserto-una-storia-damore-e-riscatto/#respond Mon, 05 Nov 2018 05:01:35 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132623
La copertina del libro

Solitudine, fatica, bellezza, immensità, umiltà. Sono queste le caratteristiche che immediatamente traspaiono non appena si inizia a leggere Correre nel grande vuoto, l’ultimo libro di Marco Olmo ultratrailer di fama mondiale. Olmo, classe 1948, è dotato di un motore impressionante, quasi soprannaturale. Un fisico d’acciaio che, nonostante i 70 anni d’età, lo fa continuare a vivere della sua grande passione per la corsa. Una passione che nel libro traspare fin da subito, una passione che ha dettato anche un riscatto sociale e umano, l’orgoglio di aver lasciato la propria impronta tra i più grandi. Il libro, dalla scrittura semplice ma curata, trasmette tanto e racconta il puro piacere per la corsa e la competizione. Olmo, narrando semplicemente gli accadimenti della sua vita di atleta, emoziona come già aveva saputo fare nel 2012 con Il corridore (Ponte alle Grazie).

Perché però ospitare su Montagna.tv la recensione di un libro che tratta di deserto? Perché quella di Olmo è una storia che arriva dalla montagna, da quella montagna un po’ dimenticata fatta di sudore e fatica perché, come scrive l’autore nel libro, con la corsa non si diventa ricchi. Olmo è un eroe del popolo, forgiato tra le strette valli del cuneese dov’è nato, vive, lavora e si allena. Si allena per correre le gare più dure al mondo, quelle a cui si è avvicinato in età matura quando già aveva 48 anni. Ma qui l’età non conta nulla. Stiamo parlando di un atleta che ha trionfato all’Ultra-Trail du Mont-Blanc all’età di 59 anni. Un atleta che ha nel palmares la partecipazione a 20 Marathon des Sables a cui, leggerete nel libro, ha esordito in modo strabiliante.

Correre nel grande vuoto è la storia di un uomo che ha sognato il deserto, che ha sognato il riscatto sociale attraverso lo sport, la fatica e la sofferenza. La storia di un boscaiolo, poi camionista, operaio e ancora addetto all’escavatore in una valle ai più sconosciuta, che ha saputo trovare la sua strada dove le vie non esistono: nel grande vuoto. Nel luogo in cui perdersi è apparentemente impossibile “era sufficiente andare dritti. O almeno così credevo. Quella mattina scoprii che era impossibile orientarsi nel grande vuoto. Anche in questo il deserto si era rivelato indomabile”. Indomabile come era, ed è tutt’ora, il desidero di tornare a correre tra quei paesaggi, il desiderio di tornare dove la sabbia sprofonda sotto i piedi e gli spazi sono immensi e desolati.

Un libro consigliatissimo.

 

Titolo: Correre nel grande vuoto

Autore: Marco Olmo

Editore: Ponte alle Grazie

Pagine: 183

Prezzo: 14,90€

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“Alta quota”, un nuovo disco ispirato dalle Dolomiti https://www.montagna.tv/cms/132401/alta-quota-un-nuovo-disco-ispirato-alle-dolomiti/ https://www.montagna.tv/cms/132401/alta-quota-un-nuovo-disco-ispirato-alle-dolomiti/#comments Sun, 28 Oct 2018 09:00:44 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132401 Classe 1975, nasce e vive a Palermo, e ha un curriculum musicale di tutto rispetto. Stiamo parlando del chitarrista Germano Seggio che dopo aver suonato con Steve Vai, Ricky Portera, Scott Henderson, Paul Gilbert, Maurizio Solieri, Mike Stern, Alberto Radius, Andrea Braido e Carl Verheyen e dopo aver realizzato due album ha deciso di produrne un terzo interamente dedicato alle Dolomiti. L’album si intitola “Alta quota” ed è in uscita il prossimo 9 novembre. Le otto tracce del nuovo disco sono legate tra loro da un’armonia di suoni che vuole descrivere le emozioni di luoghi dolomitici come Braies, come il Corno Bianco o Cavalese.

 

Germano, come nasce un album dedicato alle Dolomiti?

Stranamente nasce da un problema. Nel 2003 ho subito un brutto incidente in moto che mi ha paralizzato per tre anni, lasciandomi su una sedia a rotelle. In questa situazione prendo la decisione di andarmi a curare in un clinica di Cortina, nel cuore delle Dolomiti. Il recupero è stato molto lungo, ho subito 18 operazioni e, con calma, pian piano ho ripreso possesso del mio corpo. Lentamente sono tornato a camminare, la prima volta l’ho fatto a Cortina dopo tre anni in uno scenario spettacolare che è quello dolomitico. Quando ti trovi in quel posto e ricominci a camminare, provando emozioni così intense, non puoi fare altro che innamorarti di un territorio così maestoso.

Da quel momento la mia vita è cambiata e con lei anche la visione della vita. Prima non mi piaceva camminare, adesso invece torno in Alto Adige dieci volte l’anno solo per andare in montagna e fare Nordic Walking. Pare assurdo, ma è così: quando perdi le cose ti rendi conto del valore che hanno e così inizi a dare un peso diverso a tutto quel che prima era scontato.

Non racconto spesso questa storia, non lo faccio perché non voglio che il pubblico possa vedere in questo la ricerca di un vittimismo volta ad attrarre proseliti.

Come mai hai scelto Cortina per curarti?

Prima dell’incidente ero già stato in Dolomiti e mi ero innamorato di quel territorio. Da lì la decisione di scegliere Cortina per le cure. Ho pensato: se proprio mi devo curare e devo passare un anno chiuso in una clinica almeno voglio farlo in un posto che mi piaccia, tra le montagne di cui mi sono innamorato.

Le tracce dell’album, che abbiamo avuto il piacere di ascoltare, portano nomi di luoghi e montagne suggestive… dove sono nate?

Le tracce sono nate sempre, fisicamente ed esclusivamente, in quota. Io porto sempre con me, in spalla insieme alle bacchette da Nordic Walking, la chitarra. Cammino e quando mi fermo, vicino a una malga o su un passo, traggo informazioni dalla terra, dalla neve e dal tramonto per scrivere la musica prendendo appunti sul cellulare o su carta. Dopo, quando rientro alla baita, in hotel o a casa metto giù il brano che pian piano prende forma cercando di rievocare attraverso le note quelle che sono le emozioni raccolte in quota.

I nomi delle tracce sono i luoghi in cui queste sono state partorite.

Foto Grafimovie

Tre le varie tracce che hai scritto qual è quella a cui sei più legato?

Sicuramente il singolo “Alta quota” che poi è la title track del disco. È uno di quei brani che suono da solo, per sola chitarra. È un brano molto interiore, che riesce a farmi rievocare realmente quel che si prova quando stai a 4000 metri. Hai la sensazione della rarefazione dell’aria, di pulizia assoluta, di rispetto dei luoghi e di timore reverenziale nei confronti della montagna. C’è questa sorta di Do ut des tra me e la montagna grazie anche al fatto che a 4000 metri mi sento più vicino a Dio o comunque protetto, ma allo stesso tempo mi ricordo del luogo in cui mi trovo e per questo sto attento a fare il passo giusto sempre. Dentro “Alta quota” c’è tutto questo.

Cosa intendi quando parli di timore reverenziale nei confronti della montagna?

La montagna è un po’ come il mare. I pescatori dicono che il mare non ha le ossa, ma che rompe le ossa. Io direi che la montagna non solo ha le ossa, ma che oltre ad averle te le rompe anche se sbagli qualcosa. La montagna ha dei pericoli che non vanno mai sottovalutati.

Ti possiamo definire un siciliano di montagna?

Io credo che tutto questo possa servire anche per lanciare un messaggio. Credo che il razzismo nei confronti dei meridionali non esista in realtà. Se tu sei siciliano e arrivi in una terra a te sconosciuta, come può essere l’Alto Adige, il Sud Tirolo o altre, e rispetti l’ambiente, la gente, i tempi, i luoghi e ti confai un poco al territorio alla fine vieni apprezzato. Vieni abbracciato e ti viene dato spazio tant’è che ultimamente l’Alto Adige tv ha deciso di dedicarmi spazio con un’intervista.

Per me il razzismo non esiste. Io divento razzista quando nella mia città arriva uno da fuori che butta la carta per terra, che urla o che beve per strada e butta la bottiglia per strada. In questi casi diventerei razzista anche nei confronti di mio figlio. È un po’ un’invenzione questa cosa del razzismo, la verità è che nessuno vuole stare alle regole degli altri e vuole prendere i sopravvento.

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