Medicina in montagna – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 19 Jan 2018 13:26:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 L’alimentazione in altissima quota, anche al K2 in inverno. Le indicazioni della nutrizionista http://www.montagna.tv/cms/117215/lalimentazione-in-altissima-quota-anche-al-k2-in-inverno-le-indicazioni-della-nutrizionista/ http://www.montagna.tv/cms/117215/lalimentazione-in-altissima-quota-anche-al-k2-in-inverno-le-indicazioni-della-nutrizionista/#respond Sun, 31 Dec 2017 06:01:20 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117215 L’alimentazione è una componente fondamentale in una spedizione alpinistica, soprattutto quando si parla di ambienti estremi e di altissime quote, come il K2 in inverno. 

La dott.ssa Donatella Polvara, nutrizionista e membro del Comitato Scientifico CAI Lombardia, ci spiega cosa è consigliabile mangiare in alta quota. 

 

In una spedizione alpinistica l’approvvigionamento dei viveri basato sullo studio dei cibi più adatti occupa un posto di primaria importanza, soprattutto a fronte del fatto che l’alpinista ha la necessità di avere abbondanti scorte energetiche ma deve ridurre al minimo sia l’ingombro che il peso da mettere nello zaino. Resta sempre il fatto che chi è molto allenato non sente l’esigenza di integrare in modo continuo e ripetuto. Una scarsa o assente integrazione di liquidi e scorte energetiche può però compromettere le performance, riducendo di molto i tempi di ascesa, con il rischio di aumentare il tempo di esposizione ai fattori di rischio dell’altissima quota.

La dott.ssa Donatella Polvara

Con la “consapevolezza” che, a certe altitudini il gusto dei sapori cambia, l’appetito viene a mancare, il palato non sempre ama apprezzare il dolce o il salato e i gusti troppo piccanti, utile mettere nello zaino gli alimenti che più si apprezzano a casa, oppure alimenti dal sapore neutro in modo che non ci si possa stancare della ripetibilità dei cibi.

La poca salivazione, la secchezza delle mucose, l’inappetenza, la nausea, tutti sintomi associati al problema dell’alta quota, non fanno per niente venire voglia di magiare. Dunque indicati gli alimenti precotti o liofilizzati, che cuociano in pochi minuti, che siano digeribili e facili da masticare. Per citarne qualcuno: i noods, oppure i risotti disidratati, il pollo al curry, la carne in scatola.  Per i campi alti, anche se i nutrizionisti ribadiscono che la colazione è importante, sono convinta che risulta un po’ un problema farla in modo completo e corretto, magari quando lo spazio metrico in tenda è condiviso da più persone, che devono prepararsi per partire e non c’è molto tempo. Allora in quei casi il consiglio è di fare una colazione veloce, con bevande in polvere da ricostituire con acqua calda, come orzo o tè, un po’ di miele e un dolce leggero con marmellata ma pochi grassi.

Durante l’attacco alla cima l’alpinista tende a non bere a sufficienza, anche perché spesso non sente l’esigenza, nonostante perda liquidi con la sudorazione, con il rischio di andare incontro ai sintomi della disidratazione come stanchezza eccessiva. Utile dunque nelle brevi soste sorseggiare piccole quantità di liquidi senza esagera ma evitare il rischio di rimanere senza energie. Consigliabile utilizzare un integratore di sali granulare da sciogliere direttamente in bocca che non ghiaccia e può essere tenuto facilmente in una tasca della giacca. Oppure il consumo di frutta secca ed essiccata.

Fare una lista accurata degli alimenti più indicati, per tipologia, gusto e quantità, è ancora più importante quando l’impresa viene condotta in solitario e senza l’ausilio dell’ossigeno supplementare; l’aspetto energetico degli alimenti deve supportare l’introito calorico ma deve anche soddisfare la gradevolezza del sapore e stimolare l’appetito, tenendo alto lo stato d’animo.

Oggigiorno, si sono fatti notevole progressi nel campo delle tecnologie alimentari, grazie agli studi di settore e alla ricerca nutrizionale, con la messa in commercio di prodotti innovativi. Le spedizioni in alta quota possono vantare di avere a disposizione una gamma di prodotti formulati e mirati per ogni esigenza, completi sotto il profilo nutrizionale e ricchi in tutte le calorie necessarie per affrontare la scalata.

I migliori alimenti sono quelli composti prevalentemente da carboidrati disidratati o liofilizzati perché, essendo privi di acqua, hanno un periodo di conservazione molto lungo, mantengono le caratteristiche organolettiche, non deteriorano per gli sbalzi di temperatura e, soprattutto, non ghiacciano quando il termometro scende drasticamente sotto lo zero.

K2 2014. Foto archivio montagna.tv

I classici pasti liofilizzati comprovati sono quelli che si trovano in buste monodose, che vantano di avere tempi rapidi di preparazione, infatti basta l’aggiunta di acqua calda direttamente nella busta per riportarli in piena forma, e di essere consumati senza sporcare pentolame. Sono molto utili per evitare di avere confezioni aperte e usate a metà nello zaino, e indispensabili per l’apporto di vitamine, soprattutto di vitamina C, e sali minerali che, in alta quota, tendono a mancare per la scarsità di frutta e verdura fresche. Un unico accorgimento è quello di avvolgere la confezione in un sacco termico, prima di aggiungere l’acqua calda in modo che venga mantenuto il calore all’interno della busta, anche a temperature rigide. Importante è scegliere quei prodotti privi di lattosio e di glutammato perché non stancano il palato, sono più digeribili e, in genere, sono meglio tollerati anche dall’intestino. Preferire quelli con frutti rossi, potenti antiossidanti, ma anche barrette con avena e quinoa considerati con alto valore biologico.

In ogni caso conviene puntare sulla scelta di cibi con alto potere energetico perché a parità di peso apportano un maggiore contenuto di calorie, per esempio le barrette con Arachidi o noci e nocciole, a parità di peso di quelle con solo frutta, sono più caloriche e danno una marcia in più. I carbogel a base di maltodestrine, possono essere presi, a piccole dosi, anche quando si ha nausea perché vengono assorbiti in modalità rapida a livello sublinguale.

Alimenti semisolidi e cremosi non dovrebbero mai mancare nello zaino di un alpinista in quanto, a causa delle possibili infiammazioni alle labbra o alle gengive, possono essere ingeriti senza l’impegno di una eccessiva masticazione e sono un valido supporto energetico soprattutto nei campi alti.

Resta comunque il fatto che è impensabile mettere nello zaino tutte le calorie necessarie per supportare il dispendio energetico durante un’impresa in altissima quota; le perdite di peso subite potranno essere rimediate con il pasto di recupero.  Per consigli mirati utile affidarsi ad un esperto nel settore.

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Sotto sforzo il corpo risparmia energia. Lo studio condotto sugli ultra-trailer del Tor des Geants http://www.montagna.tv/cms/116789/sotto-sforzo-il-corpo-risparmia-energia-lo-studio-condotto-sugli-ultra-trailer-del-tor-des-geants/ http://www.montagna.tv/cms/116789/sotto-sforzo-il-corpo-risparmia-energia-lo-studio-condotto-sugli-ultra-trailer-del-tor-des-geants/#respond Mon, 18 Dec 2017 07:30:03 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116789 Quando il corpo umano è sottoposto a prove di resistenza prolungata, per esempio una maratona o una gara di ultratrail, impara a “risparmiare energia”. E’ il risultato di una ricerca condotta in collaborazione dalle università di Verona, Milano, Losanna (Svizzera) e Calgary (Canada), che è stata pubblicata a inizio dicembre sulla prestigiosa rivista scientifica Frontiers in Physiology.

“Per realizzare la ricerca – spiega Trabucchi – abbiamo preso due soggetti volontari iscritti al Tor des Geants (la massacrante ultramaratona alpina di 330 chilometri con 24.000 metri di dislivello positivo) che hanno affrontato le salite della gara indossando un metabolimetro, un’apparecchiatura che calcola il dispendio energetico attraverso la misura dello scambio gassoso (ossigeno incamerato, gas espulsi)”.

“Tutte le salite sono state poi parametrizzate – aggiunge – per poter confrontare i dati diversi come altitudine e pendenza. Alla fine dello studio è emerso che la tendenza dell’organismo con il passare dei giorni è di consumare sempre meno energia. C’è un aumento di efficienza del movimento e probabilmente il subentrare di uno stato psicologico di maggiore calma e sicurezza che rallenta i consumi”. “La presente relazione può essere considerata un passo avanti nell’analisi di questo tipo di argomento – si legge nelle conclusioni della ricerca – considerando la difficoltà nell’effettuare queste misurazioni sul campo”.

A curare lo studio sono stati Aldo Savoldelli, Alessandro Fornasiero, Pietro Trabucchi, Eloisa Limonta, Antonio La Torre, Francis Degache, Barbara Pellegrini, Grégoire Millet, Gianluca Vernillo e Federico Schena.

 

Fonte @ ANSA

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Progetto e-rés@mont: applicazioni di medicina di montagna attorno al Monte Bianco http://www.montagna.tv/cms/116736/progetto-e-resmont-applicazioni-di-medicina-di-montagna-attorno-al-monte-bianco/ http://www.montagna.tv/cms/116736/progetto-e-resmont-applicazioni-di-medicina-di-montagna-attorno-al-monte-bianco/#comments Sun, 17 Dec 2017 09:28:17 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116736 Testo del dott. Gege Agazzi, commissione medica CAI  Bergamo

Il convegno ha avuto luogo presso la sala Monte Bianco del Centro Congressi di Courmayeur giovedì 7 dicembre 2017 per illustrare i risultati conseguiti dal progetto “e-rés@mont”. È stata l’evento finale organizzato per portare alla conoscenza dei partecipanti le applicazioni sanitarie innovative poste al servizio della montagna nel campo della medicina di montagna e della telemedicina.

Dopo i saluti di benvenuto, Jean Pierre Fosson della Fondazione Montagna Sicura e Guido Giardini direttore dell’ambulatorio di medicina di montagna dell’ospedale di Aosta (AUSL VdA) hanno preso la parola per raccontare la storia dei tre  progetti europei portati a termine sulla medicina di montagna nell’ambito della cooperazione transfrontaliera.

L’ambulatorio di medicina di montagna dell’ospedale di Aosta è nato nel dicembre 2007, seguendo le indicazioni date da Jean Pierre Herry, medico dell’ENSA di Chamonix. Finora sono state effettuate 558 visite e sono stati formati 516 professionisti. È stato creato un osservatorio di “accidentologia” nella regione del Monte Bianco, e si sono studiate le patologie legate all’alta quota.  É stato istituito un registro per le patologie causate dal freddo.

Il primo progetto è stato il “Med-mont”, seguito dal “Résamont” il cui nome deriva dal termine francese “réseau”, ovvero rete di medicina. Si è attuata una cooperazione tra tre nazioni confinanti: Italia, Francia e Svizzera. In Francia è nato l’ambulatorio di medicina di montagna di Sallanches. In valle d’Aosta da 26 anni esiste l’”Espace Mont Blanc”. Il Monte Bianco è stato candidato per diventare patrimonio dell’Unesco, come in precedenza le Dolomiti. Sono state create delle reti di ricerca transfrontaliera, facendo della montagna, in particolare il Monte Bianco, un laboratorio di innovazione tecnologica, un elemento unificante per la ricerca in alta quota. Si è, così, creata una rete dinamica, aperta a progetti europei. Oltre alla ricerca sono stati organizzati eventi per il pubblico, con valenza turistica sia a Courmayeur che a Chamonix. Da oltre dieci anni si è creata con entusiasmo e passione una collaborazione con altre due nazioni, che si è aperta anche a contatti europei (Pirenei e Alto Adige). L’iniziale “spirito pionieristico” si è gradualmente trasformato in una organizzazione ben strutturata, aperta alla montagna ed ai suoi frequentatori. È nato il consulto in telemedicina che ha, per esempio, permesso di curare i congelamenti a distanza, attraverso uno scambio di immagini. Nel 2010 vi è stato anche uno studio giuridico comparato tra Italia, Francia e Svizzera per tentare di risolvere i problemi legali connessi all’utilizzo della telemedicina in montagna. Sono stati realizzati studi di genomica funzionale ed è stato pubblicato un libro di fumetti con l’intento di spiegare con semplicità i concetti base di medicina di montagna. Il terzo progetto europeo denominato “e-rés@mont” si è occupato dell’innovazione tecnologica.

Lorenza Pratali, presidente della Società Italiana di Medicina di Montagna (S.I.Me.M.) e Emmanuel Cauchy, presidente dell’Ifremmont di Chamonix (Istituto di Formazione e Ricerca in Medicina di Montagna), hanno moderato la prima sessione del convegno, quella scientifica riguardante la ricerca applicata per la prevenzione e la cura delle patologie legate all’alta quota. Hugo Nespoulet, ricercatore francese dell’Ifremmont, primo relatore, ha presentato lo studio TAIA che si occupa dei mezzi alternativi per curare il male acuto di montagna, per esempio il trattamento mediante osteopatia. François Becker, farmacologo di Grenoble, ha illustrato lo studio VIA-CEL effettuato mediante l’uso di una sola compressa di sildenafil (Viagra) da 50 mg. a 3842 m. in condizioni di ipossia ipobarica per prevenire i congelamenti delle dita, contrastando la vasocostrizione provocata dal freddo a livello cutaneo. Il farmaco in oggetto provoca una vasodilatazione a livello delle dita. Lo studio è stato realizzato su 26 soggetti maschi con età media di 40 anni (21-63) e su 6 donne. L’esposizione media al freddo è stata di 85 minuti nei maschi e di 70 minuti nelle donne. Sono stati valutati la temperatura cutanea ed il flusso nei capillari mediante laser-doppler a livello delle dita. Lo studio si è collocato al limite del beneficio significativo. Ha dimostrato una certa individualità, con scarsa evidenza di utilità. La somministrazione del farmaco ha provocato, come effetto collaterale, mal di testa in alcuni soggetti studiati.

Laura Caligiana dell’AUSL Valle d’Aosta ha parlato della risposta fisiopatologica all’altitudine in soggetti con cardiopatia ischemica e malattie cardiovascolari, valutandone la ripresa nell’attività alpinistica. La “stroke incidence” in una popolazione alpina è uguale a quella di una popolazione che vive in pianura (220 casi/ 100.000 abitanti/anno). L’incidenza aumenta nei soggetti residenti a bassa quota che stanno per lunghi periodi in alta quota. Vanno valutati alcuni fattori di rischio come ipertensione, dislipidemia, fumo, fibrillazione atriale, trombofilia, uso di contraccettivi orali nelle donne, diabete. Rischi aggiuntivi sono ipossia, diminuzione del volume plasmatico, diminuzione della temperatura, inattività fisica, alterazione del flusso ematico a livello cerebrale, e, forse, la  pervietà del forame ovale. Pochi sono i dati che si trovano attualmente in letteratura (case report, aneddotica). Nei primi tre mesi che seguono allo stroke è sconsigliato effettuare trekking ad alta quota. Va fatto un attento controllo dei fattori di rischio, mentre vanno identificati parametri clinici e strumenti predittivi al fine  di evitare le recidive e per fornire utili consigli. Sono stati arruolati in uno studio 50 soggetti affetti da malattie cerebrovascolari, 50 soggetti affetti da malattia coronarica e 50 soggetti sani di controllo. L’età media dei soggetti si è collocata  tra i 18 e i 75 anni. È stata data importanza all’attività alpinistica, e  alla quota alla quale i soggetti vivevano, valutando i pregressi episodi di malattie d’alta quota. È stato effettuato un test da sforzo in ipossia simulata. Lo studio si trova attualmente nella sua fase embrionale. Elisa Riccardi dell’Università del Piemonte Orientale ha, poi, parlato dei cardiopatici ischemici in alta quota, valutando la riserva contrattile ed alcuni marcatori di stress ossidativo. Sono stati esaminati 18 soggetti: 14 cardiopatici e 14 controlli. Il tasso di ossido nitrico (NO) è risultato basso nei cardiopatici già in condizioni basali, mentre la malonildialdeide è risultata aumentata; il glutatione è risultato diminuito. Più si riduce l’ossido nitrico e più si riduce la riserva contrattile. La frazione di eiezione si abbassa nei soggetti cardiopatici (CDA) al massimo dello sforzo. Si è evidenziata una sofferenza vascolare endoteliale nei soggetti cardiopatici. L’ipossia si è rivelata un fattore di stress. Si sono verificati, nel corso dello studio, tre avventi avversi all’ecg. La funzionalità endoteliale è risultata peggiore già in condizioni basali nei cardiopatici. È probabile un danno endoteliale microcircolatorio. É probabile che esista un “precondizionamento” nei soggetti sani di controllo. Può darsi che i soggetti cardiopatici risentano in modo positivo del benefico effetto dei farmaci. La riserva contrattile risulta in loro compromessa. Occorre un’attenta valutazione dello stress ossidativo, aggiungendo altri fattori di valutazione e altri marcatori, dando indicazioni di tipo prognostico. Nel 10 % dei soggetti di controllo si sono evidenziate positività durante la prova da sforzo in ipossia (disfunzione endoteliale, ipercolesterolemia, comparsa di aritmie). Occorre arruolare più pazienti e seguirne il “follow up” per valutare eventuali alterazioni in ipossia, che si slatentizzano in tale condizione. Utile la valutazione di soggetti che lavorano in quota.

Andrea Borghini e Silvia Pulignani del Cnr-IFC hanno presentato uno studio effettuato negli “Endurance Ultra-Trail” con la finalità di valutare la lunghezza dei telomeri su campioni di saliva, stabilendo un confronto tra atleti e soggetti di controllo. Occorrerebbe fare un confronto con gli studi precedenti, valutando i cambiamenti di lunghezza dei telomeri anche dopo un mese, valutando pure se l’attività fisica molto prolungata possa avere degli effetti benefici, valutando anche i marcatori di stress ossidativo, aventi un ruolo importante.

Elena Marrucci e Luca Bastiani del Cnr-IFC hanno presentato un’interessante studio realizzato per stabilire un confronto tra stile di vita, fattori di rischio individuali e insorgenza di male acuto di montagna (AMS). È stata fatta una valutazione dei soggetti tramite il “Lake Louise Score” (mal di testa, sintomi gastroenterici, fatica, vertigini, disturbi del sonno). Si tratta di uno studio epidemiologico con domande retrospettive, nel corso di tre giornate passate in alta quota con 1000 italiani (63%), 500 francesi (13%) e 500 inglesi (13%). 1200 questionari sono stati ritornati compilati. L’età media dei soggetti che hanno risposto al questionario è stata di 42 anni (68% maschi e 31% femmine).  Dati statistici: cattiva dieta nel 14%, fumatori 21%, praticanti attività fisica 94%, 18% sovrappeso, 5,3% sottopeso, 24% portatori di patologie. Inoltre, il 35,9% ha segnalato moderato male acuto di montagna: il 17,5% male acuto di montagna severo a quote superiori ai 5500 metri.

Il questionario può essere trovato nel link Http://c-resamont.isti.cnr.it

Massimo Stella, dell’AUSL VdA e del Centro Sportivo Esercito, ha presentato uno studio osservazionale prospettico sulle emergenze in montagna realizzato in collaborazione con i francesi dal 1 gennaio 2012 al 31 dicembre 2016 a quote superiori ai 2500 metri. La  valle d’Aosta si è dimostrata un terreno di studio ideale. Sono stati registrati 618 eventi, comprendenti patologie traumatiche, patologie d’alta quota e patologie causate dal freddo. Importante la stagionalità degli eventi, con due picchi di incidenza (estate-inverno). Le donne hanno rappresentato un terzo degli incidenti. L’età media dei soggetti 42 anni. Il 69% degli incidenti è stato causato dalla pratica dello sci, il 16% dall’alpinismo. Il 50% degli infortunati è stato dimesso dall’ospedale subito, mentre il 30% è stato ricoverato. Si è registrato nel corso dell’ultimo triennio un incremento dei ricoveri nei reparti di degenza, con una diminuzione dei ricoveri nei reparti di terapia intensiva. Si è verificato un 5,8% di decessi sul luogo dell’incidente. Sono stati inclusi nello studio 6 “ski resort” e 29 rifugi oltre i 2500 metri di quota. Il tempo di esposizione risulta aumentato dal 2015 al 2016. Il trauma cranico occupa un posto importante. Si è verificato un aumento dei politraumi e delle patologie d’alta quota. Va segnalata un’incidenza maggiore di eventi alpinistici. Minore l’incidenza degli incidenti nel corso dei trekking. Il maggior numero di incidenti è stato registrato nel periodo estivo. Utile individuare marcatori o indicatori in grado di creare linee-guida.

Alle ore 14 dopo il pranzo il convegno ha ripreso i lavori con la sessione pratica riguardante le soluzioni innovative sviluppate nel contesto del progetto “Rés@amont”, moderata da Pascal Zellner dell’Ifremmont e da Guido Giardini. Dopo la proiezione del filmato  sul teleconsulto medico in Valle d’Aosta, ha preso la parola Lorenza Pratali, cardiologa del Cnr-IFC per parlare  del servizio di teleconsulto medico innovativo. La telemedicina è stata organizzata in valle d’Aosta con lo scopo di ridurre i costi della spesa sanitaria  con circa duecento visite fino ad ora effettuate in teleconsulto. Si tratta di una notevole innovazione tecnologica.

La telemedicina è nata  nel 1874 in Australia  a Barrow Creek, quando, a causa di un attacco ad una stazione ferroviaria  con morti e feriti, l’uso del telegrafo ha permesso di scrivere ad un medico per sapere come trattare le ferite di un uomo. Il paziente in oggetto, purtroppo, è morto, ma è stato comunque soccorso e trattato in modo adeguato. La telemedicina oggi può prevedere uno scenario acuto (radiologia, oculistica, dermatologia), oppure uno scenario cronico. In campo chirurgico si possono effettuare delle simulazioni. La telemedicina si può applicare attraverso la prevenzione secondaria, la diagnosi, il trattamento o il monitoraggio dei pazienti. Si parla di visita tele-clinica (con paziente), di tele-consultazione (senza paziente) e di tele-cooperazione. Ci si può servire di un computer, di uno smart phone o di uno smart phone plus. È stata organizzata una rete transfrontaliera, una collaborazione con Francia (Ifremmont) e Svizzera (GRIMM). Esiste il progetto Alcotra in Italia con 9 postazioni sperimentali (5 in valle d’Aosta e 4 in Vallese). In valle d’Aosta le cinque postazioni sono collocate al Rifugio Torino, al Rifugio Mantova, alla Capanna Arbolle, a Cogne e alla casermetta del col de la Seigne in Val Veny. Viene effettuata una visita che comprende motivazione, anamnesi, diagnosi (Lake Louise Score), valutazione clinica, risposta clinica news score. Un infermiere/a in loco raccoglie i dati dal paziente che vengono trasmessi ad un medico ad Aosta. Il medico valuta la situazione e formula una diagnosi spedita, poi, per via telematica. I teleconsulti attesi sono stati 500 , quelli raggiunti 676, 61% uomini e 49 anni l’età media dei pazienti. Si possono inviare dati riguardanti la pressione arteriosa, la saturimetria, il tracciato elettrocardiografico, la temperatura corporea. L’infermiere/a ha a disposizione un tablet con cui può trasmettere i dati. Possono essere trasmessi anche dati  ecografici. Vengono stabiliti uno score di rischio e vengono dati dei suggerimenti al paziente.La comunicazione è criptata senza intermediari. Punti di forzasono  il finanziamento europeo, il risparmio di risorse  nelle emergenze, una potenziale gestione della cronicità. Sono stati risparmiati circa 70.000 euro. Le criticità riscontrate possono essere individuate nella connessione. La telemedicina è attualmente compresa nei LEA. Massimo Martinelli, informatico del Cnr-Isti ,  ha illustrato gli aspetti tecnici del teleconsulto. Emmanuel Cauchy dell’Ifremont di Chamonix ha parlato del servizio medico di teleconsulto a distanza SOS-MAM attivo in Haute Savoie, con applicazioni sanitarie innovative al servizio delle zone di montagna.  Cauchy ha illustrato i servizi di telemedicina forniti alle spedizioni alpinistiche extra-europee (SOS-MAM Trekkeurs) in grado di fornire assistenza medica tramite l’uso della telemedicina in luoghi remoti del pianeta. Vengono forniti materiale sanitario e farmaci. La comunicazione avviene tramite telefoni satellitari. Sono a disposizione 12 medici svizzeri e francesi. Viene fornito anche un sacco iperbarico. Esiste una piattaforma centrale a Ginevra (Piramedia).  È stata richiesta una validazione da parte dell’ordine dei medici francesi. Esiste una tracciabilità della piattaforma, con la registrazione di tutti i dati. Cinque agenzie che organizzano trekking in Francia (4656 clienti) sfruttano questo servizio di teleconsulto. Il costo di un teleconsulto di 40 minuti è di 46 euro. L’abbonamento costa 50 euro.  Alexandre Cotting HES-SO e Guénolè Addor  del GRIMM hanno parlato della situazione nel Canton Vallese in Svizzera dove esiste un servizio analogo che copre i rifugi con la collaborazione dei medici del GRIMM e  di HES-SO. Il progetto si avvale di una applicazione scaricabile sullo smart phone per alpinisti, guide alpine e custodi di capanne. È stata organizzata la formazione per i custodi dei rifugi.   É stato fatto un periodo di prova con un progetto pilota in 6 rifugi ad una quota media di 3253 metri per una durata di 18 mesi. In un anno  sono stati segnalati 12 casi in sei capanne del Vallese.

È seguita la sessione giuridica che ha esaminato gli aspetti giuridici e giurisprudenziali legati all’impiego della telemedicina nei tre paesi tran frontalieri, dallo studio giuridico comparato del progetto “Rés@mont” (2010) ad oggi.  Sono intervenuti l’avvocato Waldemaro Flick, l’avvocato francese Jean Maxime Courbet e l’avvocato svizzero Michele Giuso che hanno fatto un’analisi giuridica comparata sulla  medicina di montagna e sulla telemedicina nei tre paesi. La sessione è stata moderata da Marco Luca Onida  della Direzione generale per le politiche regionali e urbane.

È seguita un’interessante tavola rotonda dal titolo “Medicina di Montagna e Telemedicina”: prospettive regionali, nazionali e comunitarie cui hanno partecipato Guido Giardini, Matthieu de Riedmatten del GRIMM, Luigi Festi, presidente della Commissione Medica del CAI, Emmanuel Cauchy, presidente di Ifremmont, Marco Luca Onida della direzione generale per le politiche  regionali e urbane, Jean Marc Bellagamba Direttore OCVS, Organizzazione Cantonale Vallesana del Soccorso, Hermann Brugger, Presidente della International Society for Mountain Medicine. Quest’ultimo ha preso la parola auspicando l’utilizzo di un sistema di teleconsulto a livello mondiale, citando l’esperienza di DAN, portata avanti da Peter Hackett e Steve Roy. Il sistema è gestito da un gruppo di esperti a livello internazionale ed é sostenuto dall’International Society for Mountain Medicine. I problemi da risolvere a livello mondiale sono quello legale e quello etico, dal momento che nelle varie nazioni del mondo le leggi sono diverse. La responsabilità del medico viene valutata nel paese di appartenenza in modo diverso. Occorrono linee-guida e raccomandazioni in grado di regolare la telemedicina. In Italia l’attuale legge Gelli Bianco ha fatto fare dei passi avanti alla telemedicina. Cauchy ha fatto presente che in America esiste una unità di telemedicina. De Riedmatten ha parlato del progetto di telemedicina nei rifugi del Canton Vallese in Svizzera, un progetto “inter-reg” che ha una sua tracciabilità. Più difficile in Vallese è il teleconsulto per spedizioni alpinistiche extra-europee, solo 5-10 all’anno. Il medico svizzero Bellagamba ha parlato della possibilità di utilizzare la telemedicina in zone disagiate, dove mancano i medici nella fase pre-ospedaliera, con sistemi di allerta automatizzati. Onida ha affermato che poco si sta facendo in Europa, sottovalutando i problemi della montagna. Non esiste al momento una politica delle aree di montagna a causa della dispersione delle popolazioni di montagna oltre tutto poco rappresentate. La sicurezza informatica è una delle priorità di cui occuparsi. La connettività tramite l’utilizzo della banda larga per coprire le zone montane o rurali è molto importante. Esiste un’alleanza strategica tra 7 nazioni, con 9 servizi strategici dei quali 5 in valle d’Aosta che fa da capofila. Il servizio di telemedicina é di fondamentale importanza per far rimanere le persone in montagna. La telemedicina sarà un tema dominante in futuro. Infatti, nel 2030 l’Europa sarà la regione del mondo più vecchia ed avrà bisogno di investimenti a tal proposito. Festi ha affermato che occorre un sistema sanitario più razionale, più economico e più efficiente. Fosson ha sottolineato l’importanza della telemedicina nel garantire una maggior qualità della vita, specie nelle regioni di montagna.  Bellagamba ha precisato che con la telemedicina si possono gestire molto bene la cronicità e l’emergenza. Occorre integrare tutte le moderne tecnologie. In Canton Vallese si assiste attualmente ad una “desertificazione dei medici”, che si stanno riducendo di numero. La telemedicina potrebbe venire incontro a questa pericolosa carenza. L’elisoccorso è molto attivo e molto ben rappresentato, ma occorrono altri mezzi. Ancora molta è l’approssimazione ed occorre un efficace lavoro dei tecnici per migliorare la tecnologia esistente. Anche la prevenzione e la riabilitazione devono venire sostenute e portate avanti. Il convegno ha  avuto termine alle 17.

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Seppellimento in valanga, sindrome da sospensione, traumi e tanto altro. Ad Andorra oltre 70 medici di montagna http://www.montagna.tv/cms/115821/seppellimento-in-valanga-sindrome-da-sospensione-traumi-e-tanto-altro-ad-andorra-oltre-70-medici-di-montagna/ http://www.montagna.tv/cms/115821/seppellimento-in-valanga-sindrome-da-sospensione-traumi-e-tanto-altro-ad-andorra-oltre-70-medici-di-montagna/#respond Sun, 19 Nov 2017 06:00:16 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115821 Si è svolta lo scorso dal 18 al 22 ottobre ad Andorra, sui Pirenei, l’assemblea annuale della CISA-IKAR (International Commission for Alpine Rescue). In quell’occasione si è riunita anche la Commissione Medica, a cui hanno partecipato oltre settanta medici da tutto il mondo. Tra gli argomenti trattati la proposta di nuove linee guida per la gestione dei traumi in montagne; la sindrome da sospensione; il seppellimento in valanga; l’utilizzo degli ultrasuoni per la diagnosi in ambiente alpino. 

Di seguito la relazione delle giornate ad opera di Gege Agazzi, membro della Commissione Medica del CAI di Bergamo.

 

Si è svolta ad Andorra, sui Pirenei, l’assemblea annuale della CISA-IKAR. In questo ambito ha  avuto luogo pure la riunione della Commissione Medica. Vi hanno partecipato oltre settanta medici, provenienti da Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Irlanda, Islanda, Italia, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Polonia,  Repubblica Ceca, Scozia, Serbia, Spagna, Slovenia, Svezia, Svizzera, USA.

Dopo le comunicazioni del presidente Fidel Elsensohn, che ha comunicato, tra l’altro, la nomina dell’inglese John Ellerton quale nuovo presidente della Commissione Medica, Hermann Brugger ha voluto ricordare la figura di Bruno Durrer, carismatico medico del soccorso alpino svizzero di Lauterbrunnen, scomparso da poco, che molto ha dato alla medicina di emergenza in montagna. Peter Paal ha, poi, parlato della gestione del trauma in montagna, proponendo di stendere alcune linee-guida. Il relatore ha proposto un aggiornamento circa il trattamento pre-ospedaliero dei traumi in montagna, sull’analgesia pre-ospedaliera, sull’anestesia regionale sulla  somministrazione di liquidi, sull’ipotermia accidentale e sulla logistica del trasporto del paziente. Una proposta per rivedere quanto già esistente a proposito dei traumi multipli in montagna. La bozza dovrebbe essere pronta entro la fine del mese di marzo 2018. Verranno raccolti anche nuovi dati sull’argomento, tenendo conto anche delle esperienze già esistenti in campo militare. George Brodway, presidente della Commissione Medica dell’U.I.A.A., ha, poi, preso la parola, augurandosi una fattiva e valida collaborazione tra Wilderness Medical Society, I.S.M.M. e CISA-IKAR, come di fatto, già accade.

Giacomo Strapazzon dell’Eurac di Bolzano, ha parlato della sindrome da sospensione, descrivendo la risposta fisiopatologica del corpo umano che si trova sospeso, attaccato ad una corda. Si tratta di una situazione che risulta rilevante per gli arrampicatori. È dal 1970  e, forse, anche prima, che se ne parla. Si discute circa il meccanismo che è all’origine della sindrome stessa. Potrebbe trattarsi di uno shock di tipo ipovolemico, dovuto alla riduzione della pompa muscolare e alla riduzione del “venous pooling”. Strapazzon ha proposto di stendere delle raccomandazioni in base anche agli studi effettuati su una ventina di soggetti con età media di 31 anni, sottoposti ad una sospensione di durata media di 44,40 minuti, prima del verificarsi della “pre-sincope”, accaduta nel 30% degli individui. Nel corso dello studio sono stati misurati parametri cardiaci, effettuati esami ecografici prima e dopo la sospensione per verificare la velocità del flusso sanguigno. Attraverso esami effettuati con la spettroscopia è stata misurata l’ossigenazione regionale. È stata effettuata pure una revisione della letteratura esistente sull’argomento in oggetto. Verranno stabilite alcune indicazioni riguardanti le modalità di trasporto corretto del paziente, che deve essere soccorso molto velocemente e posto in posizione supina, evitando movimenti che potrebbero essere pericolosi per la sua incolumità. È importante garantire una buona ossigenazione del cervello. Verrà creato un gruppo di lavoro per discutere ampiamente l’argomento, raccogliendo dati epidemiologici, esami post-mortem,  e cercando di indagare sui meccanismi fisiopatologici che sono alla base della  sindrome.

Hermann Brugger è, successivamente, intervenuto per parlare delle raccomandazioni sui traumi da sospensione. Si tratta di un tipo di patologia che coinvolge pure la medicina del lavoro e che può essere fatale. Brugger ha invitato a cambiare strategia. Marie Nordgren, svedese, ha, poi, parlato delle problematiche psicosociali che possono interessare i soccorritori in montagna  (ski-patrollers e mountain rescuers).  Marie ha parlato dei risultati preliminari di uno studio qualitativo effettuato su soccorritori con età media di 37,5 anni, con un’attività media  di soccorso di 7,5 anni. Si tratta di un argomento molto attuale e di rilevante interesse. Il progetto  dovrebbe andare avanti per parlare dei problemi psicologici dei soccorritori, in particolare per studiare eventuali disagi psichici nel corso dell’attività di soccorso, disturbi del sonno, prospettive psicologiche e “debriefing support”.  Lo studio viene effettuato sia su volontari che su professionisti del soccorso in montagna. Fondamentali sono la necessità di un team che funziona, con buoni rapporti interpersonali, buon training , buono spirito di accettazione, e dotato di una buona intelligenza emozionale. La finalità è quella di identificare eventuali stressor, suggerendo eventuali azioni di tipo preventivo, con adeguata gestione dello stress e del trauma emozionale, in particolare il “post traumatic stress disorder”. Dopo ogni incidente, specie se grave, sarebbe indicato effettuare un “debriefing” efficace, garantendo a coloro che lavorano nella medicina di emergenza una buona qualità di vita. È segnalato che nel 35% degli incidenti studiati erano coinvolte guide alpine. Occorre trovare un “agreement” per il futuro.

Sono seguite delle “small presentation”. Giacomo Strapazzon  ha parlato della “Avalanche resuscitation check-list”. Ha sottolineato l’importanza della valutazione dello stato delle vie respiratorie, di un’adeguata rianimazione cardio-respiratoria e del trasporto della vittima da valanga in ospedale, tenendo conto del tempo di seppellimento. Strapazzon ha sottolineato l’importanza di uniformare le varie fasi del soccorso nelle diverse nazioni. La raccolta di informazioni corrette è in grado di far aumentare la professionalità di un team. Fondamentale creare dei “teaching team” standardizzati, che facciano crescere la conoscenza dei soccorritori ovunque nel mondo, capaci di trasmettere messaggi efficaci. Importante la raccolta di dati statistici tramite i vari “registry” (“Hypothermia registry”, “Alpine Trauma registry”, “Avalanche registry”). Una buona e accurata raccolta di dati è in grado di garantire delle valide raccomandazioni.

Natalie Hölzl, medico tedesco, ha, poi, parlato del “medical resource website” (www.alptrauma.com) che sia in grado di far crescere la conoscenza nel campo della medicina di emergenza in montagna, facile da usare e da aggiornare, con vari sezioni, tra le quali le raccomandazioni e la bibliografia.

Alexander Kottmann, medico svizzero  della Rega, ha parlato dello studio presentato in precedenza sulla qualità del soccorso alpino in Svizzera, proponendo un “brainstorming” e un “consensus meeting”.

Un paramedico polacco ha descritto un “survey study” (agosto-dicembre 2016) a proposito della  gestione dell’ipotermia severa in montagna, mediante un questionario con 24 domande. Il questionario è stato completato solo nel 23% dei casi, con misura della “core temperature” solo nel 36% dei casi. È risultato che la maggior parte dei team di soccorso non hanno seguito le linee-guida standard internazionali. Ne sono  emersi un buon livello di formazione, ma uno scarso livello di equipaggiamento.

Interessante la presentazione di Giacomo Strapazzon riguardante uno studio realizzato  a proposito degli effetti della neve su soggetti che respiravano in un “artificial air pocket”. La durata del seppellimento in valanga e la presenza di un “air pocket” spiegano la sopravvivenza in travolti da valanga. Lo studio è stato effettuato su 36 individui, divisi in tre gruppi con tre diverse densità di neve. Il 13 % ha dovuto sospendere lo studio causa le difficoltà respiratorie incontrate (dispnea). La densità della neve ha correlato con i valori di ossigeno presenti nell’”air pocket”. È stata riscontrata una notevole desaturazione  in ossigeno nel sangue arterioso degli individui testati. Con l’aumento della densità della neve si sono riscontrati  una diminuzione dell’ossigeno e un aumento dell’anidride carbonica nell’”air pocket”.

Hermann Brugger ha presentato alcuni dati preliminari circa i valori di “cut-off” di potassio nel siero di soggetti sepolti in valanga, sopravvissuti.  Ha parlato di uno studio retrospettivo su vittime di valanga in arresto cardiaco tra il 1995 e il 2016, su 106 pazienti con età media  di 34 anni con 7 sopravvissuti e durata media di seppellimento di 50 minuti, in 6 centri ospedalieri europei.

Peter Paal ha brevemente illustrato il progetto Monte Carlo, che simula soccorsi in valanga.

Alison Sheet , medico del Colorado, ha presentato uno studio effettuato su morti in valanga in un periodo di 20 anni, 110 casi, per il 99% soggetti maschi. Le cause di morte sono state sia traumatiche che non traumatiche, dovute per la maggior parte ad asfissia. In alcuni casi il coroner ha accertato la morte dei soggetti.

Il medico italiano Andrea Orlandini ha illustrato l’utilizzo degli ultrasuoni in ambiente alpino (ecografia) quale strumento di diagnosi in emergenza. Si tratta di una nuova esperienza che si sta da alcuni anni diffondendo nella medicina di emergenza in montagna, nel corso della fase pre-opsedaliera dei soccorsi, un “point of care” a disposizione dei pazienti. Le prime esperienze  sono avvenute circa 20 anni orsono nel corso della guerra del Golfo. Uno strumento indispensabile nella fase di triage nei disastri. L’uso degli ultrasuoni è utile pure nell’effettuare i blocchi di alcuni nervi o nel porre un accesso venoso. Utile anche in alta quota nella diagnosi differenziale delle patologie gravi quali l’edema polmonare. Si tratta di una strumentazione abbastanza facile da usare. Orlandini ha ricordato che vengono organizzati corsi per medici che vogliono apprendere la tecnica.

Hermann Brugger è di nuovo intervenuto per illustrare  l’”avalanche survival rate”. Ha parlato della posizione in cui vengono trovati i travolti, per il 45% in posizione prona. È stato effettuato uno studio ricorrendo all’uso di manichini, simulando incidenti in valanga, utilizzando tre posizioni diverse dei manichini.

L’inglese Mike Green ha presentato una breve relazione sull’ “educational programme” per i volontari del soccorso inglese, sottolineando l’importanza dell’evoluzione della pratica.

La giapponese Kazue Oshiro  ha illustrato il programma di formazione dei soccorritori in Giappone, della sicurezza da adottare nelle varie fasi delle missioni di soccorso, del “debriefing” dopo ogni incidente, con particolare riferimento al riesame di incidenti pregressi. Notevole il ruolo che va attribuito alla prevenzione, che incrementa la percentuale dei sopravvissuti.

Hermann Brugger ha illustrato il “TerraX Cube”, un progetto ideato per studiare, tramite simulatore,  situazioni di emergenza in ambienti remoti, in ipotermia, ipossia, ventosità, pioggia, umidità. Presso la sede dell’Eurac di Bolzano dal 2018 sarà possibile realizzare studi di “extreme adventure” in una camera speciale  con maggiori sicurezza e riproducibilità. Gli studi realizzati a volte non sono molto affidabili a causa delle difficoltà estreme ambientali incontrate. Oltre il 50% degli studi non risulta riproducibile.Ecco la necessità di simulare simili situazioni. Per la medicina di emergenza in montagna si sta per aprire una nuova era. Hermann Brugger ha parlato del futuro libro sulla medicina di emergenza in montagna.

Corinna Schön, medico forense svizzero, ha parlato delle indicazioni necessarie a stabilire lo stato di morte nel corso di incidenti in montagna.

La norvegese Julia   Fieler, medico norvegese, ha parlato del prossimo meeting della commissione medica che si terrà a Tromsö, in Norvegia, dal 26 al 27 aprile 2018, compreso un “Hypothermia day”. La prossima assemblea generale della CISA-IKAR si svolgerà, invece, dal 17 al 20 ottobre 2018 a Chamonix, in Francia. Hermann Brugger ha, poi, illustrato in breve il prossimo Congresso Internazionale di Medicina di Montagna che verrà organizzato a Katmandu, Nepal, dal 21 al 24 novembre 2018. presso lo “Yak and Yeti Hotel”. Dal 19 al 21 novembre 2018 verranno organizzati vari workshop, dei quali ha parlato la svizzera di Berna Monika Brodmann Maeder.

Sabato 21 ottobre sono state presentate alcune relazioni alla presenza delle quattro commissioni della CISA-IKAR. È stato illustrato un salvataggio sulla parete Nord dell’Eiger, ricorrendo ad una “long line” di 230 metri. Si è parlato dei salvataggi organizzati a Lauterbrunnen nell’Oberland Bernese per soccorrere i “jumper”. Si tratta di circa ventimila salti all’anno, con molti incidenti, che impegnano sia il soccorso aereo che terrestre, talvolta, con grandi difficoltà.

Il medico italiano Gianluca Facchetti ha descritto molto bene le varie fasi del soccorso nella valanga caduta in Italia a Rigopiano in Abruzzo,  nel 2017, causando diverse vittime.

Lo spagnolo Inigo Soteras ha parlato del soccorso in cayoning in Spagna, un’attività sportiva molto aumentata nel corso degli ultimi anni. Si è soffermato in particolare sulla gestione “on site” del paziente e del successivo trasporto in ospedale. Il tempo medio di un soccorso in canyoning è di circa un’ora. Tale tipo di soccorso richiede molta competenza ed esperienza. Fattori condizionanti il meteo e la quantità del flusso di acqua. Importanti risultano l’analgesia, la prevenzione delle infezioni e la ricerca di un accesso venoso. Nel 13 % degli incidenti ci si trova di fronte a casi di ipotermia accidentale. Fondamentale isolare il corpo della vittima dal freddo ricorrendo anche al riscaldamento esterno. La sicurezza è la cosa più importante e va molto rispettata. Occorrono, inoltre, conoscenza e un equipaggiamento adeguato. Tutto il materiale di soccorso, specie farmaci e presidi medici vari, vanno conservati in contenitori di plastica ermetici, per evitare i danni prodotti dall’acqua. Oliver Reisten, medico svizzero di Air Zermatt ha parlato del “modular first aid kit” con le varie raccomandazioni riguardanti l’utilizzo dei tre  moduli del kit (Basic, Advanced e Medical). Ha parlato di tutto ciò che va aggiunto nel caso di una spedizione alpinistica extra-europea, con riferimento alla medicina dei viaggi e di spedizione.

Giacomo Strapazzon ha di nuovo presentato la sindrome da sospensione, mentre i gendarmi francesi hanno parlato dell’organizzazione dei corsi di formazione francesi per i soccorritori con lo scopo di migliorare la qualità delle cure fornite al paziente e di garantire la sicurezza in ogni modo, sia al paziente che ai soccorritori.

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Medicina dell’alta quota, i più grandi esperti a congresso http://www.montagna.tv/cms/115746/medicina-dellalta-quota-i-piu-grandi-esperti-a-congresso/ http://www.montagna.tv/cms/115746/medicina-dellalta-quota-i-piu-grandi-esperti-a-congresso/#respond Wed, 15 Nov 2017 13:45:21 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115746 Ha avuto luogo a Bressanone in occasione dell’ “International Mountain Summits”, venerdì 13 ottobre 2017, un interessante convegno sulla medicina di alta quota, l’ “IMS Medicine Camp”. Vi hanno partecipato i più grandi esperti  nel campo della medicina dell’alta quota in ambito mondiale. Si è parlato di ipossia, mal di montagna, patologie e rischi connessi all’alta quota, acclimantamento, uso dei farmaci e incidenti legati all’attività in montagna. 

Di seguito, per chi volesse approfondire, vi lasciamo il report del convegno ad opera di Gege Agazzi, della commissione medica del CAI di Bergamo. 

 

Prima del convegno vero e proprio, ha avuto luogo il convegno congiunto delle due società di medicina di montagna italiana ed austriaca. Ha preso per primo  la parola Günther Suman, presidente della Società Austriaca di Medicina di Montagna, che ha illustrato i progetti e i programmi della sua associazione. In particolare l’evento organizzato presso la Hoher Sönnblick (3106 m.) in Austria. È, poi, intervenuto Guido Giardini, presidente della Società Italiana di Medicina di Montagna, che ha parlato dei corsi annuali, dei convegni e di tutte le attività organizzate dalla Società, in particolare si è soffermato sulla ricerca e sulla stesura di alcune linee-guida. È, poi, iniziata la prima sessione del convegno dal titolo “Research Perspectives in High Altitude, Mountain Medicine and Mountain Emergency Medicine across the Alps”, moderata da Günther Suman e Hermann Brugger. Gabriel Putzer, anestesista e intensivista di Innsbruck,  ha parlato di uno studio realizzato su maiali anestetizzati per indagare la perfusione cerebrale e l’ossigenazione nel corso della rianimazione cardio-respiratoria.

Guido Giardini ha illustrato l’attività svolta dall’Ambulatorio di Medicina di Montagna dell’Ospedale di Aosta da lui diretto. Nell’ambulatorio sono stati finora  valutati  circa mille pazienti, alcuni dei quali sono stati sottoposti al test da sforzo in ipossia (test di Richalet). Sono state effettuate visite di primo livello e visite di secondo livello, comprendenti il test in ipossia, con valutazione della desaturazione nel corso dell’esercizio in ipossia e della risposta ventilatoria. Il test ha un valore predittivo negativo importante.

Martin Faulhaber dell’Università di Innsbruck ha parlato delle patologie causate dall’alta quota, dando molta importanza alla prevenzione soprattutto  nella fase di acclimatazione.

Simon Woyke, anestesista di Innsbruck, ha parlato degli incidenti di volo con uno studio effettuato tra il 2006 e il 2015. Ha parlato dei fattori di rischio, della prevenzione, del trattamento pre-ospedaliero e ospedaliero  dei pazienti e dei risultati, poi. Lo studio è stato condotto in Austria. La maggior parte dei pazienti non era di nazionalità austriaca. Sono stati valutati 2037 casi. Gli incidenti, soprattutto causati dal parapendio, hanno provocato danni al cervello, al torace, all’addome e alle estremità. Si è trattato, spesso, di incidenti gravi. Molto frequenti le paresi e i traumi alla colonna vertebrale.

Raffaello Brustia, medico di Aosta,  ha parlato di uno studio osservazionale sulle emergenze nelle Alpi Occidentali tra il 2007 e il 2013. Un trauma da sci si è verificato nell’11% dei casi. Oltre duecento incidenti si sono accaduti a oltre 2500 metri di quota. Nel 30% dei casi i pazienti sono stati ospedalizzati. Nel 50% si è trattato di una patologia di tipo traumatico. Il maggior numero di incidenti ha avuto luogo nel periodo estivo.

Hannes Gatterer, medico sportivo dell’Università di Innsbruck, ha parlato di uno studio  realizzato sul male acuto di montagna (AMS) in vari gruppi di persone. Ha sottolineato l’importanza dell’acclimatamento preliminare, specie per i soggetti suscettibili.

Simona Mrakic  Sposta, ricercatrice del Cnr, ha, poi, parlato dello stress ossidativo in rapporto all’alta quota, e di uno studio che è stato effettuato sulle Alpi. Si è cercato di quantizzare il danno che provocato alle componenti cellulari (“oxydative damage markers quantification”). Si viene a creare uno squilibrio tra fattori anti-ossidanti e pro-ossidanti. In alta quota sono determinati i fattori esogeni. La stessa situazione si verifica nell’invecchiamento.

Lorenza Pratali, cardiologa del Cnr di Pisa e neopresidente della S.I.Me.M., ha parlato della telemedicina sulle montagne italiane.

Le prime esperienze con la telemedicina risalgono al 1874 in Australia, con l’utilizzo del telegrafo in caso di ferimento. “Curatio sine distantia et tempora”, questa una definizione latina per la telemedicina. Il paziente si trova lontano dal medico, o i medici sono distanti dal paziente. Esiste la Società Internazionale di Telemedicina. L’applicazione della telemedicina  è utile nella prevenzione secondaria, nella diagnosi, nel trattamento e nel monitoraggio di una malattia. Punti cruciali sono l’informazione,il training e la privacy. I punti a favore il risparmio nei trasporti e la riduzione di inquinamento. Punti a sfavore la mancanza del rapporto medico/paziente.

In Valle d’Aosta è stato istituito il tele-monitoraggio. Esiste pure il “teleconsulto medico” (“e resamont”).

Giacomo Strapazzon ha, poi, presentato una relazione  dal titolo “Dalla ricerca sul campo al laboratorio: nuove prospettive nella ricerca sul seppellimento in valanga”. È stato fatto un confronto di dati raccolti in base alle caratteristiche dell’ambiente, in particolare della neve e del soccorso. La densità della neve può dare informazioni essenziali nel triage. Si raccomanda un miglioramento nella formazione della rianimazione cardio-respiratoria. In futuro gli studi potranno essere effettuati con un simulatore.

La lettura magistrale è stata fatta dall’americano  Erik Swenson di Seattle. Il relatore ha parlato dell’adattamento all’alta quota, dei cambiamenti che si verificano nell’organismo umano che si espone all’altitudine, specialmente a livello cardio-respiratorio e cerebrale. Il fisico dell’uomo  reagisce alla quota con l’aumento dei capillari, del numero dei mitocondri e con la comparsa di sintomi e di segni. Swenson ha parlato del male acuto di montagna e della sua storia, della comparsa dell’”edema vosogenico” a livello cerebrale. Ha descritto l’edema cerebrale d’alta quota (HACE), che compare nell’1-2%  degli alpinisti. Si tratta di una patologia grave che può essere mortale se non curata in modo corretto. Swenson ha, poi, parlato dell’edema polmonare d’alta quota (HAPE), descritto negli anni ’60 da Hultgren e Houston. L’ipertensione polmonare causa questa patologia, provocando un aumento della perfusione polmonare e una conseguente invasione di liquido nei polmoni ( “danno micro vascolare”), come dimostrato dagli studi effettuati in alcuni laboratori d’alta quota. Alcuni soggetti sono particolarmente suscettibili nello sviluppare codesta patologia. Esiste anche una “teoria infiammatoria”, ma ancora non si sa se si tratti di un’infiammazione primaria o secondaria.

Hermann Brugger ha voluto ricordare la figura di Bruno Durrer, guida alpina e medico svizzero di Lauterbrunnen, morto un anno fa. Un grande medico di montagna, che per anni si è occupato di medicina di emergenza in montagna, con passione e dedizione. Bruno Durrer è stato presidente della commissione medica dell’UIAA ed ha fatto parte della commissione medica della CISA-IKAR, pubblicando lavori scientifici, specialmente nel campo dell’ipotermia accidentale.

Peter Hackett ha moderato la seconda sessione del convegno, nel pomeriggio dal titolo “Acclimatazion and High Altitude Illness: Facts versus Myths”.

Peter Bärtsch di Heidelberg  ha parlato dell’acclimatazione in quota. Sarebbe opportuno per la “pre-acclimatazione” allenarsi in ipossia almeno 5 volte un’ora alla settimana per 4 settimane. Stare per una settimana a 1500 metri di quota comporta una riduzione del 40% dei sintomi gastrointestinali dovuti al male acuto di montagna. Bärtsch ha parlato delle “normobaric hypoxia unit” utile  per adattarsi all’alta quota. L’uso dell’acetazolamide è in grado di ridurre il male acuto di montagna severo.

Andrew Luks, pneumologo dell’università di Washington, ha parlato degli “screening” per gli alpinisti che salgono in quota, in particolare ha descritto i rischi cui possono andare incontro alcuni portatori di malattie croniche che vanno in montagna. Spesso i portatori di patologie che vanno in montagna non vengono adeguatamente informati circa l’indicazione o meno all’esposizione all’alta quota. Occorre un’attenta valutazione che va fatta  caso per caso, modificando, a volte, la terapia, come nel caso degli ipertesi o dei diabetici. In molti casi un’esposizione ad una quota moderata è indicata. Occorre valutare e pianificare l’andare in montagna, valutando con attenzione il proprio stato di salute. Importante sempre, in caso di viaggi o spedizioni extra-europei, stipulare un’assicurazione che copra gli eventuali incidenti.

Jean Paul Richalet, fisiologo dell’ Université Paris 13 e fondatore dell’ARPE, ha parlato dei rischi che possono insidiare tutti coloro che vanno in alta quota. Ha parlato di due gruppi di persone: i sani e coloro che sono affetti da malattie. Ha elencato i fattori favorenti e predisponenti nel campo delle patologie causate dall’alta quota. Ha pure  parlato degli “score” di valutazione, ovvero di sistemi, basati su un punteggio, in grado di dare un’indicazione circa la presenza o meno del male acuto di montagna. Richalet ha parlato del “test in ipossia” in grado di dare indicazioni circa l’individuale suscettibilità all’esposizione all’alta quota, ovvero la “chemosensibilità”. L’uso dell’acetazolamide riduce il male acuto di montagna severo (SHAI) del 44%. Richalet ha ricordato che in Francia esistono 22 centri in grado di valutare la suscettibilità individuale all’alta quota anche per soggetti portatori di varie patologie.

Carsten Lundby di Zurigo, ha parlato dell’acclimatamento alla quota, sottolineandone l’importanza prima di affrontare una spedizione alpinistica o un trekking in alta quota.

Giacomo Strapazzon dell’Eurac di Bolzano ha parlato del male acuto di montagna, una patologia che compare di solito oltre i 2500 metri di quota,  già descritta nel 1913 da Thomas Ravenhiil. Strapazzon ha parlato dello studio effettuato sulla vetta dell’Ortler  per verificare la comparsa dell’edema cerebrale. Uno studio ecografico per valutare il diametro del nervo ottico. Strapazzon ha parlato dell’autovalutazione tramite il “Lake Louise Score” e dei principali sintomi causati dal male di montagna: mal di testa, disturbi gastrointestinali, stato di confusione, difficoltà a dormire, fatica. In caso di AMS è opportuno scendere di 500-1000 metri, se possibile. Utile assumere l’acetazolamide.

Marco Maggiorini, medico di Zurigo, ha parlato dell’edema polmonare d’alta quota (HAPE), descrivendone la storia e la fisiopatologia e descrivendo i fattori di rischio individuali. Ha parlato della prevenzione e del trattamento tramite l’uso di farmaci vasodilatatori. La profilassi va effettuata salendo lentamente in alta quota e utilizzando alcuni farmaci (nifedipina, tadalafil, acetazolamide, sildenafil, desametasone). Fondamentali l’acclimatamento e la scoperta precoce dei sintomi.

Peter Hackett , medico americano del Colorado, ha, poi, parlato dell’edema cerebrale d’alta quota (HACE), descrivendo alcuni casi clinici. Si tratta di una patologia che compare dopo 1-3 giorni di esposizione all’alta quota. Può essere trattata con la discesa immediata, con la camera iperbarica e con la somministrazione di ossigeno. Il desametasone è il farmaco di elezione.

Paul Robach,  ricercatore dell’ENSA di Chamonix, ha concluso i lavori del convegno con una relazione sull’utilizzo dei farmaci in montagna. Il relatore ha presentato uno studio effettuato in due rifugi del massiccio del Monte Bianco per valutare il tipo di farmaci assunti dagli alpinisti.

È seguita una tavola rotonda con Peter Habeler, Silvio Mondinelli, Annaluisa Cogo, Erik Swenson, Guido Giardini e Günther Suman.

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L’importanza dell’acclimatamento in quota e l’uso improprio di farmaci http://www.montagna.tv/cms/113032/limportanza-dellacclimatamento-in-quota-e-luso-improprio-di-farmaci/ http://www.montagna.tv/cms/113032/limportanza-dellacclimatamento-in-quota-e-luso-improprio-di-farmaci/#respond Sun, 10 Sep 2017 10:00:21 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=113032 Dal 12 al 14 ottobre 2017 durante l’International Mountain Summit si riuniranno per la prima volta i massimi esperti in medicina di montagna a Bressanone per discutere, ma soprattutto per far conoscere al pubblico, professionisti alpinisti, amanti della montagna allenati o meno, l’importanza dell’acclimatamento in quota per evitare rischi sulla salute a volte anche molto seri e da non sottovalutare.

Che sia durante un trekking in Nepal, praticando alpinismo ad alta quota o sciando sulle Dolomiti, l’acclimatazione all’altitudine è la chiave per evitare malattie legate proprio all’alta quota. Un’ascensione lenta verso quote alte è il modo migliore per acclimatarsi bene.

Quasi tutti possono soffrire di mal di montagna se vanno troppo in alto, troppo in fretta. I farmaci sono sostanze che sono usate in montagna sia per profilassi dei sintomi della malattia d’alta quota sia per il trattamento della malattia stessa, e spesso per migliorare la prestazione fisica togliendo il dolore.

Negli ultimi anni l’uso dei farmaci per scopi non terapeutici è divenuto più frequente, tanto è vero che si dice che il 90% degli alpinisti che tentano di salire l’Everest assumono farmaci per non soffrire della malattia d’alta quota e per ovviare un acclimatamento insufficiente. Purtroppo questo fenomeno si presenta anche ogni weekend per conquistare vette più a portata di mano di tutti, che necessiterebbero comunque di un acclimatamento.

Per ovviare a un utilizzo di farmaci improprio e soprattutto per conoscere meglio i fattori che determinano la malattia d’alta quota, per sfatare miti e credenze, ampiamente diffusi sul web, Luigi Festi, chirurgo generale e toracico a Varese, Presidente della Commissione Medica Centrale del CAI e direttore e ideatore del Master in Mountain Emergency Medicine e del Master in Mountain Expedition Medicine, e Peter Hackett, uno dei massimi esperti di alta quota a livello mondiale e pioniere nella ricerca scientifica, nonché Direttore del Institute for Altitude Medicine del Colorado, hanno riunito in una conferenza nel contesto dell’International Mountain Summit che si terrà venerdì 13 ottobre, tutti i maggiori esperti del mondo in questo campo. Uno degli obiettivi è mettere a confronto la medicina di montagna e la ricerca di alto livello anche con il pubblico non medico amante della montagna per rendere la discussione comprensibile a tutti.

Il supporto della Presidenza Generale del Club Alpino Italiano e di EURAC di Bolzano con Hermann Brugger Direttore dell’Istituto per la medicina d’emergenza in montagna e Presidente dell’International Society Mountain Medicine, garantirà un’ancora più ampia diffusione e un’integrazione anche scientifica con il mondo accademico internazionale.

Per maggiori informazioni, qui

Fonte: cai.it

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La pressione arteriosa in quota, una giornata di sensibilizzazione http://www.montagna.tv/cms/110741/la-pressione-arteriosa-in-quota-una-giornata-di-sensibilizzazione/ http://www.montagna.tv/cms/110741/la-pressione-arteriosa-in-quota-una-giornata-di-sensibilizzazione/#respond Fri, 21 Jul 2017 06:30:56 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=110741 Il 23 luglio in 16 rifugi di montagna Italiani e Svizzeri si terrà una campagna di sensibilizzazione sull’ipertensione arteriosa e sugli effetti cardiovascolari dell’ascesa a quote moderate – alte, promossa  dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, dal Club Alpino Italiano e dalla Società Italiana della Medicina di Montagna e sostenuta organizzativamente dall’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dall’Università di Milano-Bicocca.

L’ipertensione arteriosa, detta “il killer silenzioso” per la sua asintomaticità, è ancora oggi il principale fattore di rischio per malattie cardiovascolari in tutto il mondo, e colpisce circa il 40% della popolazione adulta occidentale. Per prevenire il verificarsi di eventi cardiaci e cerebrali spesso fatali o invalidanti, occorre quindi prestare maggiore attenzione al comportamento della pressione arteriosa in diverse condizioni della nostra vita quotidiana.

Studi recenti dell’Istituto Auxologico Italiano e dell’Università di Milano-Bicocca hanno chiaramente dimostrato come la pressione arteriosa salga in modo significativo durante esposizione ad alta quota (sopra i 2500 metri), iniziando a modificarsi anche in caso di salita ad altitudini moderate (attorno ai 1800-2000 metri). Questo si verifica in soggetti normali e anche in pazienti già affetti da ipertensione arteriosa, sollevando così il problema di come mantenere la pressione controllata anche quando si salga in quota, per garantire un approccio alla montagna sicuro e privo di rischi per l’apparato cardiovascolare.

Dato che, soprattutto in estate, il numero di persone, con o senza problemi cardiovascolari, che salgono in montagna è altissimo, SIIA, CAI e SIMEM hanno deciso di organizzare una campagna di informazione su questi temi. La campagna di sensibilizzazione “La Pressione Arteriosa In Montagna”, “Blood pressure at moderate and high altitude” ha come scopo promuovere in chi si avvicina alla montagna la consapevolezza sulle reazioni dell’apparato cardiovascolare a quote moderate e alte.

Oltre a questo obbiettivo di divulgazione scientifica tra gli escursionisti, la campagna ha anche l’obbiettivo di effettuare una semplice ma importante raccolta di dati per ricerca scientifica sul comportamento della pressione arteriosa in montagna e sul profilo individuale di rischio cardiovascolare tra gli escursionisti.. A questo scopo verranno istituite postazioni in 16 rifugi di montagna che hanno deciso di partecipare all’iniziativa, sulle Alpi in Italia e in Svizzera e sugli Appennini, dove gli escursionisti potranno ricevere informazioni sul rapporto tra pressione arteriosa e montagna, misurare la propria pressione arteriosa, frequenza cardiaca e saturazione di ossigeno nel sangue, e compilare un breve questionario non solo contribuendo alla ricerca scientifica (in modo anonimo), ma anche verificando in modo semplice e rapido la propria condizione di rischio cardiovascolare e la proprio reazione alla esposizione a quote moderate o alte.

“Questa iniziativa, nata grazie allo sforzo congiunto della Società Italiana contro l’Ipertensione Arteriosa (SIIA), della Società Italiana di Medicina di Montagna (SIMeM) e della Commissione Medica Centrale del Club Alpino Italiano, e sperimentata con successo in alcuni rifugi alpini e appenninici già nel 2016. rispecchia pienamente la principale missione delle organizzazioni promotrici: aumentare la consapevolezza di tutti sui rischi legati all’ipertensione e promuovere la sicurezza in montagna” sottolineano il Professor Gianfranco Parati, Presidente della SIIA, il Dr. Luigi Festi, Presidente della Commissione Medica Centrale del CAI, e il Dr. Guido Giardini, Presidente di SIMeM. “Siamo felicissimi di vederla finalmente realizzata su ampia scala » La manifestazione è stata resa possibile dal fondamentale supporto non solo dell’Istituto Auxologico Italiano e dell’Università di Milano-Bicocca, ma anche dell’Università dell’Insubria con i Master in Mountain Emergency Medicine e Expedition Medicine, di EURAC – Institute of Mountain Emergency Medicine, Fondazione Montagna Sicura, Presidenza del Club Alpino Italiano CAI e del Club Alpino Svizzero CAS, oltre che dei gruppi regionali del CAI, Alto Adige, Lazio, Lombardia, Sudtyroler Alpenverein AVS, del CAI di Bergamo e del CAS Ticino e di altre

I rifugi nei quali si svolgerà questa campagna il 23 luglio 2017 sono:

  • Rifugio Mantova
  • Rifugio Torino
  • Casermetta Monte Bianco Espace Mont Blanc
  • Capanna Michela/Motterascio in Canton Ticino, Svizzera
  • Rifugio Curò,
  • Rifugio Tagliaferri
  • Rifugio Martello
  • Rifugio Bolzano
  • Rifugio Vallon
  • Rifugio Franchetti Gran Sasso
  • Rifugio Duca Degli Abruzzi
  • Rifugio Rinaldi
  • Rifugio Teodulo
  • Rifugio Pizzini
  • Rifugio Casati
  • Britannia Hutte
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“Expedition and Wilderness”, la medicina dove l’uomo è solo un visitatore http://www.montagna.tv/cms/110863/expedition-and-wilderness-la-medicina-dove-luomo-e-solo-un-visitatore/ http://www.montagna.tv/cms/110863/expedition-and-wilderness-la-medicina-dove-luomo-e-solo-un-visitatore/#respond Wed, 19 Jul 2017 05:00:31 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=110863 Testo di Giancelso Agazzi, Commissione Medica CAI Bergamo

Si è tenuto in Valle  S. Felicita, alle pendici del Monte Grappa, nel comune di Romano d’Ezzelino (Vr), un interessante giornata di aggiornamento su argomenti di medicina di montagna, un ritrovo periodico per medici appassionati, un’occasione per fornire consigli circa la prevenzione e la gestione di tutto ciò che può accadere nel corso di un viaggio. L’evento è stato organizzato da Andrea Rossanese, medico dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di  Negrar.

Wilderness è dove ci sono vaste aree caratterizzate dalla dominanza dei processi naturali, dove esiste una piena integrazione tra le comunità di piante e di animali, caratteristiche di quella regione, e l’uomo non esercita alcun potere coercitivo sulla natura. L’uomo è solo un visitatore che non rimane. Così ha detto Andrea Rossanese, nel corso dell’introduzione del convegno.

La Extreme Medicine, la Expedition Medicine e la Wilderness Medicine condividono alcune caratteristiche, ma possono essere considerate come specialità distinte. La Extreme Medicine può essere definita come medicina  o ricerca medica praticata in un ambiente fisico impegnativo o ostile (ad esempio  le cure sanitarie fornite  su terreni  montani pericolosi). La Expedition Medicine comprende tutti gli aspetti dell’assistenza  sanitaria sia in preparazione sia durante una spedizione, spesso in un ambiente geografico remoto. La Wilderness Medicine è il corpo unico della conoscenza che comprende la scienza, la fisiologia e la fisiopatologia  di base, la pratica clinica e le ricerche relative  alle interazioni umane con l’ambiente  naturale, così come la medicina  praticata in luoghi remoti o contesti austeri. Il termine comprende una vasta  gamma di campi di azione tra i quali la montagna, le immersioni, l’ambiente polare , la navigazione, l’aviazione, lo spazio, i disastri naturali  o provocati dall’uomo, la giungla, il deserto e simili. La Wilderness Medicine comprende la prevenzione e la gestione di qualsiasi problema sanitario in condizioni in cui il supporto tecnologico sia ridotto al minimo, per esempio a causa delle limitate strumentazioni o del limitato equipaggiamento, o per la lontananza da ospedali o da presidi sanitari attrezzati.

“Wild” è, dunque, un luogo dove l’uomo rimane in silenzio ad ascoltare la natura. Rossanese ha affermato che le spedizioni statisticamente vengono organizzate per il 41% in montagna, per  il 7% nei deserti, per il 33% in zone tropicali e per l’8% in zone polari. Rossanese ha detto che l’idea di occuparsi di questi aspetti della medicina gli era venuta nel 2006 in occasione del Congresso Internazionale di Medicina di Montagna, svoltosi in Scozia, nel corso del quale, con altri due colleghi, aveva presentato un poster. Poi, gli era capitato di soccorrere un amico colpito dal male acuto di montagna in occasione di un’escursione a 2950 metri di quota sulle Dolomiti. Così aveva deciso di organizzare un convegno.

Rossanese è, poi, passato alla  prima relazione del convegno  dal titolo “Le diverse facce del Mal di Montagna” da lui stesso presentata. La mortalità è di 1:6400 per i trekkers, e di 1:40 per gli alpinisti. Tra i 1500 e i 3500 metri si parla di quota elevata, tra i 3500 e 5000 metri di quota molto elevata, e , oltre i 5500 metri di quota estrema. Lo stare in quota può causare delle patologie quali il male acuto di montagna, l’edema cerebrale e l’edema polmonare d’alta quota. La cefalea rappresenta il sintomo cardine, accompagnato da almeno uno dei due seguenti altri sintomi: nausea, insonnia, stanchezza e vertigini. Solo in questo caso si può far diagnosi di male acuto di montagna.  L’edema cerebrale è la complicanza più grave, con confusione mentale, atassia, cefalea, stupor e coma. Anche l’edema polmonare è una situazione seria, accompagnato da tosse secca o escreato schiumoso, difficoltà alla respirazione a risposo, estrema stanchezza, rantoli polmonari ed abbassamento della saturazione di ossigeno nel sangue arterioso. L’acclimatazione è quel processo che avviene abbastanza in fretta in chi sale in quota, mentre l’acclimatamento è tipico di chi vive a quote elevate. Si deve, comunque, sempre dare all’organismo il tempo per acclimatarsi, trattandosi dell’avvertenza  più importante per chi frequenta le alte montagne del mondo. Si deve raggiungere un “compromesso fisiologico” tra corpo e ambiente.

Quattro sono le regole d’oro da seguire con attenzione: imparare a conoscere i sintomi del mal di montagna, non continuare a salire se si sta male, ridiscendere in fretta se non si migliora, tenersi d’occhio a vicenda, evitando la perdita del senso del giudizio. La velocità di salita in alta quota deve essere costante e non troppo eccessiva, lo sforzo fisico deve essere adeguato. L’uso dei farmaci va riservato solo a casi selezionati.

L’alta quota va consigliata a chi si trova in ragionevoli condizioni di salute fisica e psichica, a chi è motivato, e a chi sa dosare il proprio passo, senza esagerare. E’ bene sottoporsi a un “check up” sanitario prima di intraprendere imprese alpinistiche in alta quota, portandosi una piccola farmacia da viaggio e indumenti ed attrezzatura adeguati. Rossanese ha, poi, parlato della “Esposizione a temperature estreme”, accennando ai problemi medici legati alle basse temperature, in particolare l’ipotermia e i congelamenti, e a quelli legati all’esposizione alle alte temperature, quali i crampi, il colpo di sole ed il colpo di calore, dando consigli circa la loro prevenzione.

Alberto Tomasi, medico dell’Azienda Toscana Nord-Ovest, Area Igiene Pubblica, ha parlato di “Vaccinazioni per viaggi in luoghi austeri”, un’interessante presentazione che ha illustrato le principali vaccinazioni necessarie a chi si espone al rischio di contrarre malattie infettive in zone remote del pianeta, evitando di ammalarsi. Ha fatto presente che l’esercizio fisico intenso provoca un transitorio periodo di immunosoppressione (3-72 ore). Prima di partire per un viaggio in aree remote è opportuno sottoporsi ad un “counseling” per essere informati circa i rischi legati ad un viaggio, soprattutto in certi paesi. Tomasi ha affermato che “fin che gli uomini girano, i germi girano” e che “la più parte di chi viaggia, viaggia per tornare indietro”, ecco l’importanza di farsi consigliare nel modo adeguato. Le vaccinazioni indicano un comportamento ed uno stile di vita corretti. E’ opportuno verificare sempre il proprio stato vaccinale.

Ultimo relatore é stato Luigi Rossi, pure dell’Azienda Toscana Nord-Ovest, che ha parlato di “Patologie croniche e viaggi in luoghi austeri”. Ha voluto parlare dello “tsunami” della cronicità”, ovvero di invecchiamento e di malattie croniche, di come affrontarle se si viaggia. Il soggetto anziano, avendo, in genere, più disponibilità economica, di solito viaggia di più, ma si deve saper controllare dal punto di vista sanitario, essendo, spesso, portatore di malattie croniche, come il diabete, le cardiopatie, o le malattie polmonari. Rossi ha dato consigli e indicazioni circa una corretta gestione sanitaria delle malattie croniche.

Il convegno ha avuto termine in tarda mattinata dopo un interessante dibattito.

 

Foto in alto @ Everest ER

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Morso di vipera: cosa fare e cosa invece evitare http://www.montagna.tv/cms/109556/morso-di-vipera-cosa-fare-e-cosa-invece-evitare/ http://www.montagna.tv/cms/109556/morso-di-vipera-cosa-fare-e-cosa-invece-evitare/#comments Sun, 02 Jul 2017 05:00:58 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=109556 Dopo aver  trattato brevemente il tema delle zecche, oggi approfondiamo un altro rischio delle passeggiate in montagna durante il periodo estivo: le vipere.

Anche se l’ incidenza annuale di morsicature nella nostra nazione è molto bassa , e i casi che comportano conseguenze gravi sono minimi, è bene sapere cosa fare se si dovesse essere morsi da questo rettile che è diffuso in tutta Italia. La vipera comunque non sempre inocula il veleno: in almeno il 30 per cento dei casi il morso è “secco”, non sempre la dose iniettata risulta tossica e quasi mai mortale. Il veleno produce segni e sintomi locali che compaiono entro pochi minuti: gonfiore , eritema o arrossamento, dolore locale ed ecchimosi, dovuti al danno tissutale locale e dell’endotelio. Se il dolore locale non compare entro tre ore, si può escludere l’intossicazione. I sintomi sistemici, invece, possono esordire dopo alcune ore, ma di solito si manifestano appieno entro 24 ore dal morso e possono essere:  nausea, vomito, diarrea, crampi addominali, dolori muscolari o articolari, abbassamento della pressione arteriosa, senso di vertigine e turbe a carico del sistema nervoso.

Ma, come capire se siamo stati morsi da una vipera? Il morso di vipera è caratterizzato dalla presenza di dolore locale, gonfiore, piccole vesciche emorragiche e i tipici segni lasciati dai denti, distanti dai 6 agli 8 mm tra loro, che iniettano il veleno, a differenza delle serpi non velenose che lasciano un segno molto meno evidente.

E cosa fare se si è in compagnia di qualcuno che viene morso? Tranquillizzare il soggetto che è stato vittima della morsicatura. La zona del morso deve essere accuratamente disinfettata. Si devono rimuovere anelli, orologi, o bracciali. Si deve immobilizzare la zona sede del morso per rallentare la diffusione del veleno, ricorrendo ad un bendaggio modestamente compressivo. Immobilizzare l’ arto sede del morso. Comprimere la zona colpita nel caso il morso sia localizzato al collo,o al capo o al torace. In ultimo, procedere ad un immediato trasporto in ospedale  (elicottero, auto, ambulanza).

Cosa invece non fare in caso di morso? Non si devono assolutamente incidere la cute nella sede del morso o applicare un laccio emostatico, né si deve effettuare una suzione del veleno. Non si deve iniettare siero antivipera al di fuori dell’ambiente ospedaliero, sia perché il siero si inattiva rapidamente dopo alcune ore a temperatura ambiente, sia per il rischio di anafilassi. É bene sapere che il panico può, talvolta, essere più pericoloso del morso stesso. Inoltre non somministrare alcoolici poiché hanno un effetto depressivo sul sistema nervoso e vasodilatatore periferico, favorendo l’ assorbimento del veleno.

Infine come è possibile prevenire il morso di vipera? Calzare scarpe alte, adatte a passeggiate in montagna, indossare calzettoni al ginocchio, utilizzare un lungo bastone per battere il cammino e far scappare le vipere, evitare di sedersi su pietraie e sassi e non infilare le mani in cavità di alberi o altri buchi.

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L’importanza di proteggersi dal sole in montagna anche senza neve http://www.montagna.tv/cms/109302/limportanza-di-proteggersi-dal-sole-in-montagna-anche-senza-neve/ http://www.montagna.tv/cms/109302/limportanza-di-proteggersi-dal-sole-in-montagna-anche-senza-neve/#respond Sun, 25 Jun 2017 08:00:56 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=109302 Non solo sulla neve o al mare il sole nasconde delle insidie per la nostra pelle, anche durante le passeggiate è consigliabile utilizzare protezioni adeguate. Basti pensare che in Europa la più alta incidenza dei tumori alla pelle indotta dall’esposizione al sole è registrata in Alto Adige.

I melanomi, uno dei due tipi di tumore cutanei, hanno la terza frequenza più alta nelle persone sotto i 50 anni di età e provoca circa 1.900 morti all’anno in Italia, pur essendo solo il 4% dei casi di tumori alla pelle. La prima causa dei melanomi è proprio il sole, soprattutto l’esposizione intermittente, sporadica e intensa, che impedisce alla cute di attivare i meccanismi naturali di fotoprotezione; e anche tra i non-melanomi  alcuni tipi di tumore tra i più diffusi derivano dall’esposizione al sole, ma in questo caso a rischio sono le esposizioni più lunghe e continuate. Tra tutti i tipi di radiazioni quelle ultraviolette hanno capacità mutagene:: non è ancora chiaro il meccanismo ma il meccanismo tra radiazioni e modifiche del dna è ormai certa, gli ultravioletti hanno la capacità di modificare in senso neoplastico le cellule dei tessuti esposti. A tal proposito è utile sapere che l’intensità delle radiazioni del sole aumenta del 4% ogni 300 metri di dislivello. Ugualmente un mito da sfatare è quello secondo cui la presenza di nuvole aiuta a proteggersi: il 90% delle radiazioni giungono ugualmente e, anzi, vengono riflesse e propagate dalle nubi stesse. Inoltre in montagna l’ “aria sottile” assorbe meno le radiazioni, lasciandone filtrare di più. Infine, se al mare l’acqua e la sabbia potenziano l’intensità dei raggi solari, anche in montagna durante l’inverno la neve e durante l’estate le rocce fanno la stessa cosa.

Vitaliano Silipo, dirigente medico presso la struttura complessa di Dermatologia oncologica, Istituto San Gallicano di Roma, ha riferito a Repubblica: “Il messaggio di prevenzione che deve passare è che il sole è dappertutto: al mare come in montagna, e anche in città. E che bisogna, ovunque, mettere in atto azioni di protezione. Per il melanoma siamo oggi intorno ai 14-15 casi ogni 100mila abitanti, in netto aumento rispetto solo a una decina di anni fa. Anche i carcinomi cutanei spinocellulari e basocellulari stanno aumentando e, stando alle proiezioni, nel 2030 ci sarà un incremento del 50% delle visite che riguardano queste patologie. Che hanno un’aggressività biologica inferiore al melanoma, ma una spiccata tendenza alla recidiva locale, se non adeguatamente trattate”. Come proteggersi al meglio quindi? Riprende lo specialista: “Nelle ore centrali è buona regola ripararsi, stare al chiuso, in un rifugio o in un bosco. Ma sotto gli alberi, siccome all’ombra le radiazioni non si azzerano, meglio coprirsi con una maglietta a maniche lunghe. Ma in entrambi i casi (mare e montagna) vanno osservate le stesse regole: portare con sé i solari, che devono essere adatti al proprio fototipo, e applicarli ogni 2-3 ore. E non superare le 4-5 ore al giorno consecutive di esposizione, senza dimenticare capello e occhiali con lenti filtranti e soprattutto senza dimenticare uno stick solare per le labbra, per i carcinomi cutanei soprattutto. I carcinomi squamocellulari delle labbra sono i più aggressivi”. E rispetto a chi ricerca una giusta dose di vitamina D,stimolata dall’esposizione al sole e utile per la fissazione del calcio nelle ossa, il dottore precisa: “Per raggiungere il fabbisogno quotidiano di vitamina D bastano 10 minuti di esposizione senza protezione”.

 

Fonte: Repubblica

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