Rubriche – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 20 Dec 2018 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Il ceratosauro più antico al mondo viveva sulle Alpi https://www.montagna.tv/cms/134385/il-ceratosauro-piu-antico-al-mondo-viveva-sulle-alpi/ https://www.montagna.tv/cms/134385/il-ceratosauro-piu-antico-al-mondo-viveva-sulle-alpi/#respond Thu, 20 Dec 2018 14:49:03 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134385 ceratosauro, giurassico, dinosauri, Saltriovenator zanellai, predatore, fossili, paleontologia
Saltriovenator zanellai in una ricostruzione di Davide Bonadonna

Duecento milioni di anni fa le Alpi erano già popolate da giganteschi dinosauri predatori. Lo provano i resti fossili del ceratosauro del Giurassico più antico al mondo, rinvenuti nella cava Salnova di Saltrio, in provincia di Varese. Il dinosauro è stato chiamato Saltriovenator zanellai  (il cui significato è “cacciatore di Saltrio”, dal nome della località e “di Zanella”, dal cognome del suo scopritore).

Si tratta di un nuovo genere e una nuova specie di teropode, lungo circa 7,5 metri per una tonnellata di peso. Secondo i dati della ricerca, condotta dagli studiosi italiani Cristiano Dal Sasso, paleontologo del Museo di Storia Naturale di Milano, Simone Maganuco, paleontologo freelance e collaboratore del Museo di Storia Naturale di Milano e Andrea Cau, paleontologo del Museo Capellini dell’Università di Bologna, pubblicati di recente sulla rivista PeerJ, ci troviamo di fronte al più grande e robusto dinosauro predatore del Giurassico inferiore.

Saltriovenator zanellai rappresenta il primo scheletro di dinosauro teropode rinvenuto sulle Alpi e il secondo a livello nazionale dopo Scipionyx, meglio noto come “Ciro”, scoperto a Pietraroia (BN).

In realtà il rinvenimento dei resti fossili risale al 1996 ad opera di Angelo Zanella del Gruppo Brianteo Ricerche Geologiche di Paina di Giussano (Como). Sono stati necessari anni per estrarre i frammenti ossei dalla roccia e ricomporli. Attraverso la loro analisi è stato possibile escludere che il dinosauro, come inizialmente ipotizzato, appartenesse al gruppo degli allosauri, in quanto dotato di quattro dita agli arti inferiori, caratteristica tipica del gruppo dei ceratosauri. La datazione dei fossili ha consentito di anticipare di 25 milioni di anni la comparsa dei grandi dinosauri predatori.

I resti di omero e caviglia sono stati sottoposti ad una analisi paleontologica degli anelli di crescita, che ha portato a concludere che il dinosauro fosse un esemplare giovane di circa 24 anni, ancora in fase di crescita. Nonostante ciò le sue dimensioni risultano impressionanti se rapportate al Giurassico inferiore, periodo in cui i dinosauri carnivori erano decisamente piccoli. Il cranio misurava ben 80 centimetri, era dotato di denti aguzzi e seghettati e arti anteriori costituiti da quattro dita, di cui tre dotate di artigli ricurvi.

Sebbene frammentario, lo scheletro di Saltriovenator mostra un mosaico di caratteri anatomici ancestrali e derivati, che si trovano rispettivamente nei dinosauri con mani a quattro dita, come i dilofosauri e i ceratosauri, e nei teropodi tetanuri che hanno mani con tre dita, come gli allosauri” – spiega Cristiano Dal Sasso, che si è occupato dell’identificazione delle ossa frammentarie mediante un confronto dei resti con quelli di esemplari più completi appartenenti a specie simili, conservati nell’Università della California, a Berkeley e allo Smithsonian di Washington.

Molto interessante è risultata l’analisi del secondo osso metacarpale, un osso dell’arto anteriore le cui caratteristiche anatomiche hanno portato gli scienziati a concludere che il dinosauro fosse dotato di una ampia capacità di movimento della zampa, che gli consentiva dunque di trattenere le prede con grande forza.

La scoperta di Saltriovenator fa crollare anche una ipotesi in vigore dal 2009 sull’evoluzione degli uccelli a partire dai teropodi. L’idea sviluppatasi dopo la scoperta del ceratosauro primitivo Limusaurus era quella di una evoluzione dell’ala dalla fusione del secondo, terzo e quarto dito dell’arte anteriore. Il giovane dinosauro alpino dimostra che fu il quarto dito a sparire, con seguente fusione dei primi 3.

Un’altra caratteristica mai osservata prima su resti fossili di dinosauri è la presenza di morsicature ad opera di pesci o organismi invertebrati marini, un po’ come i segni visibili sulle carcasse di balena. Dopo la morte, il corpo del predatore deve essere dunque finito in mare, dove avrà galleggiato un poi prima di finire sul fondale e venire sepolto dai sedimenti. Nel Giurassico Inferiore la Lombardia occidentale era infatti occupata dall’Oceano della Tetide, lungo le cui sponde si sviluppavano foreste e spiagge tropicali, terre emerse di dimensioni sufficienti a garantire lo sviluppo  di una catena alimentare al cui apice si trovava il temibile ceratosauro.

 

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Gasherbrum IV, un libro omaggio al maestro Maraini https://www.montagna.tv/cms/134234/gasherbrum-iv-un-libro-omaggio-al-maestro-maraini/ https://www.montagna.tv/cms/134234/gasherbrum-iv-un-libro-omaggio-al-maestro-maraini/#comments Tue, 18 Dec 2018 14:22:22 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134234 In grande formato, con foto inedite che raccontano una delle più belle spedizioni italiane in Karakorum, il Club Alpino Italiano è uscito in libreria nell’autunno 2018. Ha pubblicato un volume affascinante, per i dettagli catturati dall’obiettivo di Fosco Maraini. Etnologo, orientalista, poeta, fotografo, scrittore, alpinista. È difficile inquadrare Maraini e raccontarlo. Forse non avrebbe nemmeno voluto lui, lui che per tutta la vita si è dedicato al racconto d’altro senza mai focalizzare l’attenzione su se stesso. Come ha fatto nel suo famosissimo “Gasherbrum IV”, un capolavoro della narrativa di montagna. Un piccolo gioiello per collezionisti a cui oggi si affianca un moderno contenitore di storia curato da Alessandro Giorgetta ed edito dal Club Alpino Italiano: “Gasherbrum IV. La montagna lucente”. Un testo che vuole celebrare i 60 anni da quella scalata che pare ancora impossibile ma anche, e soprattutto, infiltrare il germe della passione nella mente dei più giovani. Di quelli che non hanno vissuto quel periodo alpinistico, ma che possono solo immaginarlo e concretizzarlo attraverso le vivide foto di un maestro come Maraini.

Raccontare questo testo è veramente complesso. Ci ha colpito e ci ha fatto venire la curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro questo impaginato di 127 pagine. Così siamo andati a cercare Alessandro Giorgetta per approfondire e farci raccontare da lui com’è nato “Gasherbrum IV. La montagna lucente”.

 

Ciao Alessandro, ci racconti come si è arrivati alla stesura del libro?

Tutto è nato con la mostra sul Gasherbrum IV che è stata organizzata a Sondrio dal comune e dalla nostra cineteca. La mostra e il lavoro di ricerca fotografica per strutturare la mostra sono state il là per produrre un volume che celebrasse l’anniversario completo.

Quanto impegno ha richiesto la realizzazione di questo volume?

Innanzitutto credo sia essenziale fare un premessa. Per una comunicazione errata pare che tutto il lavoro di realizzazione dell’opera sia stato addossato sulle mie spalle. Nella realtà però non è cosi. L’anima di “Gasherbrum IV. La montagna lucente”, che si è sporcata le mani e ha curato tutte le fasi della realizzazione, è la dottoressa Anna Girardi, coordinatrice editoriale del Club Alpino Italiano.

Invece, per quanto riguarda il lavoro in se, il materiale presente negli archivi della presidenza generale è stato selezionato cercando materiali che rispondessero a determinati criteri culturali, estetici e filosofici. Caratteristiche particolari in grado di mostrare i valori che animavano Fosco Maraini nel suo lavoro di fotografo. Così nasce quindi la struttura di questo volume che conta circa 90 immagini di Maraini e una decina realizzate invece dagli alpinisti che hanno operato in quota: Bonatti, Mauri, Cassin, Gobbi e De Francesch. Abbiamo quindi messo insieme un grande complesso fotografico che necessitava però di una contestualizzazione. Contestualizzazione in quella che è la storia delle spedizioni extraeuropee; in quella che è la storia delle spedizioni che dal 1950 al 1964 hanno portato alla conquista dei 14 Ottomila più uno, che è il Gasherbrum IV; e nell’ambito delle spedizioni del Club Alpino Italiano che, per le loro peculiari caratteristiche, hanno introdotto un nuovo elemento nella storia dell’alpinismo himalayano.

Qual è la mole dei materiali presente nell’archivio della presidenza generale?

La presidenza generale è depositaria di oltre duemila scatti realizzati da Fosco Maraini durante la spedizione. Di questi circa 1600 sono negativi in bianco e nero mentre circa quattrocento sono diapositive 24×36 millimetri.

Insomma, si capisce che dietro alla realizzazione del libro c’è un grande lavoro… perché la scelta di celebrare questi 60 anni con un testo così impegnativo?

Ci sono almeno due aspetti molto importanti che ci hanno portati a voler celebrare in modo così impegnativo, e grande, questo sessantesimo. In primis si è voluto sottolineare l’aspetto tecnico alpinistico che, per la prima volta nella storia delle spedizione himalayane, ha visto scalare difficoltà di quinto o quinto superiore senza l’utilizzo di ossigeno. Prima di questa solo le spedizioni austriache, di cui faceva parte Kurt Diemberger, al Gasherbrum II e al Broad Peak  si erano mosse senza bombole di ossigeno. Va però detto che le difficoltà di questi due Ottomila sono molto più basse rispetto a quelle incontrare dagli alpinisti sul Gasherbrum IV.

Da cosa deriva la decisione di non utilizzare l’ossigeno?

Perché Bonatti e Mauri considerarono, giustamente, che il carico e l’ingombro delle bombole fosse ostativo al fatto di poter scalare su quelle difficoltà. La scelta, tra ossigeno e zaino con il minimo indispensabile, è ricaduta sul necessario per sopravvivere salendo e scendendo in velocità.

Si può quasi dire che questo approccio aprirà poi la strada alle salite sugli Ottomila senza ossigeno, che prenderà però piede solo dieci o quindici anni dopo.

Qual è invece il secondo aspetto su cui si vuole focalizzare il volume?

Vuole sottolineare come tutte e quattro le spedizioni CAI abbiano introdotto un nuovo modo di intendere la montagna. Quella al K2, quella in Antartide e quella al Lhotse erano spedizioni che, accanto alla parte alpinistica, abbinavano una parte di ricerca scientifica. Nel caso del Gasherbrum IV invece la scalata è stata affiancata da un grande lavoro di ricerca culturale. In questo è stata fondamentale la presenza di Maraini e Toni Gobbi che facevano un po’ la scuola agli altri componenti guidandoli all’osservazione dei popoli e di quegli aspetti cui gli alpinisti, quando sono concentrati sull’obiettivo, tengono poco conto.

Si può quindi dire che “La montagna lucente” è il seguito del “Gasherbrum IV” di Maraini…

Il libro di Fosco Maraini è un capolavoro della letteratura alpinistica a cui oggi fa seguito questo nuovo testo che costituisce il completamento iconografico della spedizione (e del lavoro di Maraini) rendendo omaggio all’arte fotografica di Fosco.

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Intervista a Stefano Ghisolfi dopo il 9b+ che lo ha portato tra i più grandi dell’arrampicata https://www.montagna.tv/cms/134131/intervista-a-stefano-ghisolfi-dopo-il-9b-che-lo-ha-portato-tra-i-piu-grandi-dellarrampicata/ https://www.montagna.tv/cms/134131/intervista-a-stefano-ghisolfi-dopo-il-9b-che-lo-ha-portato-tra-i-piu-grandi-dellarrampicata/#respond Mon, 17 Dec 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134131 Il 7 dicembre scorso Stefano Ghisolfi è entrato a far parte dell’olimpo dei climber riuscendo nella salita di Perfecto Mundo, una delle vie di arrampicata più difficili al mondo gradata 9b+. La via, che si trova a Margalef in Catalogna nel settore Racò de la Finestra, era stata chiodata da Chris Sharma anni fa e liberata da Alexander Megos solo quest’anno.

Si tratta della via d’arrampicata più dura che si conosca dopo Silence, il primo 9c al mondo liberato da Adam Ondra nell’autunno 2017, a Flatanger in Norvegia.

Con questa incredibile realizzazione Ghisolfi è così entrato a far parte dei quattro migliori arrampicatori di tutti i tempi. Oltre a lui infatti solo altre tre persone sono riuscite nella salita di questa difficoltà e sono i già citati Adam Ondra, Chris Sharma e Alexander Megos.

 

Ora fai parte dell’olimpo dei più grandi…

Siamo solo in quattro ad aver fatto il 9b+. È stato particolarmente emozionante portare a termine la salita. Il momento in cui sono arrivato in cima è stato una liberazione, dato che era tanto tempo che la provavo. Ho provato tante emozioni insieme, mi sentivo soddisfatto, felice e appagato.

Quando hai iniziato a provarla?

Nel dicembre dello scorso anno. È stato un percorso lungo, durato un anno.

Un anno e tanti viaggi…

Si, sono andato sei volte in Spagna, in tutto l’ho provata per 32 giorni. La provavo due o tre volte al giorno, l’avrò tentata una novantina di volte in tutto. Le prime volte cercavo di capire come salire, poi ho iniziato a provarla per chiuderla. Cadevo sempre nello stesso punto, in un passaggio dinamico, chiamato crux, dove da un monodito si passa a una pinza. È il passo più duro della via, il passaggio chiave. Quando infatti sono riuscito a prendere la pinza e a tenerla non sono più caduto e sono andato in cima.

Foto Stefano Ghisolfi

Oltre il passaggio chiave quali sono le caratteristiche di Perfecto Mundo?

La prima parte della via non è durissima, ma ti stanca. Salendo però si arriva a un riposo dove io ho cercato di recuperare il più possibile prima della sezione più intensa, che culmina con la pinza del crux. Di per se il passaggio in se non è difficile, come singolo movimento sarei riuscito a farlo senza grossi problemi. La parte più complessa era cercare di arrivare abbastanza riposati al passaggio in modo da collegare il movimento a tutta la parte sotto.

Questo che si sta concludendo per te è stato un anno intenso ma ricco di felicità. È iniziato con la nuova vita di Sara ed è terminato con Perfecto Mundo…

Come è iniziato bene è continuato, con le gare, nel migliore dei modi e si è concluso alla perfezione.

Foto Stefano Ghisolfi

Per il 2019 hai già in mente qualche nuovo progetto?

L’anno prossimo mi concentrerò principalmente sulla qualifica alle Olimpiadi. Per questo motivo diminuirò la scalata su roccia. Ho comunque in mente alcuni progetti da realizzare vicino casa, ad Arco, in modo da poter coniugare sia l’allenamento che la falesia. In questo modo posso allenarmi e scalare su roccia senza dover fare lunghi viaggi che potrebbero portarmi via tempo ed energie.

Visto che hai citato le Olimpiadi, come te le immagini?

Saranno certamente difficili perché è una disciplina nuova e nessuno sa ancora bene come allenarsi e come potranno andare le cose. Per me personalmente la parte più complessa sarà allenare le due discipline che non faccio da tempo: speed e boulder. Nel frattempo dovrò anche mantenere un buon livello nel lead, come quest’anno già andrebbe bene. Al momento quindi concentrerò tutti i miei sforzi per migliorarmi nella velocità e nel boulder.

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Un hangar alieno sui monti del Nevada? https://www.montagna.tv/cms/134164/un-hangar-alieno-sui-monti-del-nevada/ https://www.montagna.tv/cms/134164/un-hangar-alieno-sui-monti-del-nevada/#comments Sun, 16 Dec 2018 09:00:07 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134164 Un teorico della cospirazione ha dichiarato l’esistenza di un hangar alieno nascosto nelle profondità delle montagne del Nevada.

Tyler Glockner, autore di SecureTeam10, un canale YouTube noto da diversi anni sul web che pubblica frequentemente video di presunti avvistamenti UFO, afferma di aver individuato tre aperture bizzarre sulle montagne mentre perlustrava una zona del deserto del Nevada su Google Earth.

Le alture interessate dalla scoperta risultano essere non lontane dall’Area 51, la nota base militare e sperimentale da tempo al centro di teorie cospirative per quanto riguarda l’argomento UFO e alieni, situata nei pressi del villaggio di Rachel, a circa 150 km a Nord Ovest di Las Vegas e gestita come distaccamento dell’Air Force Flight Test Center della base aerea di Edwards.

Tyler ha pubblicato su SecurTeam1o un video descrittivo della sua scoperta – di cui vi mostriamo le immagini salienti – riprendendo le affermazioni del più noto collega cospirazionista alieno Bob Lazar. Ha difatti affermato di vedere “tre grandi porte dell’hangar” che potrebbero estendersi per alcune miglia nel terreno, aggiungendo che questi nuovi hangar abbiano una struttura simile a quelli rappresentati nelle illustrazioni artistiche basate sulle descrizioni fatte da Lazar negli anni ’80. Secondo quest’ultimo gli alieni avrebbero mimetizzato degli UFO sui fianchi delle montagne nell’area prosciugata del Papoose Lake.

Stranamente la posizione indicata da Lazar trenta anni fa corrisponde a quella identificata da Tyler nel suo video che, caricato su Youtube la mattina del 12 dicembre 2018, ha già conquistato più di 360.000 visualizzazioni (per il video completo clicca qui).

Che sia il momento di occuparci anche di alieni montanari? Chissà!

 

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Pocahontas, un live action girato interamente in Abruzzo https://www.montagna.tv/cms/134076/pocahontas-un-live-action-girato-interamente-in-abruzzo/ https://www.montagna.tv/cms/134076/pocahontas-un-live-action-girato-interamente-in-abruzzo/#respond Sat, 15 Dec 2018 11:00:59 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134076 Un film su Pocahontas girato interamente in Abruzzo. Questo il progetto appena portato a termine dal regista aquilano Luke Anthon, che ne ha annunciato l’uscita attraverso un lungo post apparso sul suo profilo Facebook lo scorso 7 dicembre.

 “Oggi è il GRANDE giorno. Sono così felice e fiero per questo lavoro. Ci sono voluti quasi 6 mesi, da Giugno a Novembre, tante ore di lavoro, tanta pazienza e grande sinergia. Al di la del risultato, che lascio giudicare a voi, sono felice perché questo lavoro è nato per gioco”.  Inizia così il lungo messaggio destinato a lettori e spettatori, in cui Luke ha deciso di raccontare tutta la storia di questo live action appenninico.

Come spesso accade, l’idea è nata per caso, durante una passeggiata per i boschi di Roio, una località del comune dell’Aquila, insieme alla compagna Lucia e alla loro piccola, Maya. “Ci venne in mente di divertirci a fare un “filmato” per far divertire Maya e per provare le mie nuove attrezzature”. Tutto è arrivato in maniera rapida e inaspettata, “prima la mail della Disney, la Sony, poi la ricerca della troupe, poi i costumi, gli accessori, e tanto altro ancora.”

Un’esperienza che, a detta del regista, è stata resa possibile perché c’è ancora chi crede nei sogni e nella fantasia. “In un mondo come questo, al giorno d’oggi, dove tutto scorre velocemente, dove a volte non c’è tempo nemmeno per un caffè, realizzare un prodotto come questo risulta un’impresa ciclopica. Eppure tutti noi, io per primo, lo abbiamo fatto senza chiedere niente in cambio, a volte non servono molti soldi per alimentare i sogni, a volte basta solo iniziare a sognare. E come da bambino, quando le mie maestre mi dicevano che stavo sempre con la testa tra le nuvole, ancora oggi, io vi esorto ad alzarli ogni tanto gli occhi al cielo, a chiuderli e poi immaginare. Immaginare qualcosa che ci fa stare bene, immaginare qualcosa di nostro, intimo e poi condividerlo al mondo”.

Il film, definito dal regista “hollywood style”, sembra girato in una foresta nord americana ma in realtà il set scelto è stata proprio la pineta di Roio, a 5 km da casa di Luke, Lucia e Maya. Le tecnologie d’avanguardia utilizzate, il cosiddetto cinema dng RAW 4k,  lo rendono effettivamente comparabile con produzioni di alta cinematografia.

L’idea di girare in Abruzzo è stata una scelta strategica. Un modo per invogliare le produzioni cinematografiche a scegliere come location per le riprese questa regione centro appenninica ricca di ambienti naturali magici.

E dopo Pocahontas arriveranno nei boschi abruzzesi altre due principesse Disney, Mulan e Merida, per la gioia della piccola Maya.

Il live action appena pubblicato su Youtube si presenta difatti come primo step di un progetto più ampio che durerà un anno. La scelta di raccontare le storie di alcune principesse femminili del mondo Disney è stata ben ponderata, con lo scopo di renderle personaggi più moderni che possano rappresentare per le bambine esempi di donne in grado di difendersi, di porsi al centro dell’attenzione e anche diventare leader di successo. Il tema principale che lega le tre principesse è la condizione di schiavitù, sofferta da Pocahontas per mano dei conquistadores, da Mulan con gli unni.

I 3 episodi verranno divulgati su tutte le piattaforme social nei prossimi mesi e verranno poi uniti in un unico video, che sarà presentato a dicembre 2019.

Al momento il progetto non presenta sponsor o finanziatori, anche se sia Luke che il cast artistico e tecnico si augurano di trovare qualche supporto, almeno per avere un rimborso delle varie spese da affrontare.

Tanti i ringraziamenti presenti nel post del regista, a partire dall’attrice protagonista: “Pocahontas è Lucia Liü. E si, è vero, sembra uscita direttamente dal cartone. Lei è il mio bastone, quando cado mi sorregge e quando sto dritto mi osserva. Ritengo di essere fortunato perché seppur le ho fatto prendere freddo, botte e stanchezza, lei non ha mai esitato né mai ha detto io questo non lo faccio. Pensate solo una cosa, nella scena finale, quella più bella, dopo la scena del rapace, secondo il mio parere, Lucia aveva dormito solo 3 ore perché aveva fatto la notte al lavoro. Eppure nella scena risulta quanto mai credibile e concentrata al meglio. Questo si può definire certamente amore.

Ci sono poi i 2 conquistadores interpretati da Jacopo Sirolini e Luca De Meo. Loro hanno permesso, anche grazie alla loro associazione Bandierai dei quattro quarti, di girare queste scene, aiutando come maestri d’armi nella scene di lotta e con i vestiti e gli armamenti”.

E a seguire gli aiutanti nascosti dietro le quinte: Antonello Dundee Falconieri Dell’Aquila, essenziale nella realizzazione delle scene con il rapace; la sarta Antonella Marinelli; il creatore degli effetti speciali Giuseppe Tandoi; il curatore della colonna sonora e del mix Matteo Eusepi; la make up artist Erika D’ambrosio; l’hair stylist Ermani Tucci; la doppiatrice di Pocahontas Anita Tenerelli; i due aiutanti sul set Giovanni Berardi e Luca Cinque; l’esperto del suono Andrea Ferrante; il ristoratore Emanuele Massari. Non mancano infine ringraziamenti a chi, pur non avendo preso parte diretta alla registrazione, ha supportato il progetto, ovvero genitori e cari amici.

Il ringraziamento con cui si conclude il post di Luke è ovviamente rivolto alla sua piccola: “un bacino a te Maya, che ancora non sai leggere, ma sai esprimere tutta te stessa semplicemente guardandomi”.

Oggi è il GRANDE giorno. Sono così felice e fiero per questo lavoro. Ci sono voluti quasi 6 mesi, da Giugno a Novembre,…

Gepostet von Luke Anthon am Freitag, 7. Dezember 2018

 

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A Bolzano arriva il simulatore di climi estremi https://www.montagna.tv/cms/134004/a-bolzano-arriva-il-simulatore-di-climi-estremi/ https://www.montagna.tv/cms/134004/a-bolzano-arriva-il-simulatore-di-climi-estremi/#comments Sat, 15 Dec 2018 09:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134004 Nel nuovo parco tecnologico di Bolzano (NOI Techpark) è stato inaugurato a fine novembre un simulatore di condizioni climatiche estreme. Un’infrastruttura chiamata terraXcube, realizzata da Eurac Research per effettuare test climatici in condizioni proibitive a scopo scientifico e industriale, che consente mediante la regolazione della pressione e della concentrazione di ossigeno, di riprodurre le condizioni delle cime più alte del Pianeta.

Le camere climatiche del simulatore sembrano due grandi cubi, denominati Large cube e Small cube. La camera più piccola è a sua volta costituita da quattro spazi in cui vengono riprodotte le situazioni climatiche delle Alpi, mentre nel Large Cube si possono simulare condizioni più estreme, come quelle presenti sulla cima dell’Everest.

Un progresso eccezionale per la medicina d’emergenza in alta quota” – dichiara Hermann Brugger, medico d’emergenza in montagna di Eurac Research e membro del team che ha promosso il progetto. Il terraXcube cambierà infatti le modalità di svolgimento degli esperimenti nel campo della medicina d’alta quota, finora compiuti dai ricercatori all’aperto, in condizioni proibitive e difficilmente controllabili, praticamente impossibili da riprodurre nelle medesime condizioni. Un limite, quello della riproducibilità, totalmente  eliminato dal simulatore.

Il Large Cube, che verrà utilizzato per compiere studi sull’ipossia e il suo impatto sull’organismo umano, può accogliere fino a 12 partecipanti e tre ricercatori per un periodo di tempo che può arrivare anche a 45 giorni. Le condizioni possono essere impostate e ripetute quante volte lo si desideri secondo i protocolli. Per il benessere degli ospiti, in collegamento con il cubo è presente una camera di compensazione con una stanza da bagno, che è dunque utilizzabile senza dover interrompere i test.  Oltre a rappresentare una “comodità”, la camera di compensazione può diventare anche sede di esperimenti per simulare cali repentini di pressione come quelli cui si può andare incontro in caso di salvataggio con un elicottero in alta montagna.

Come premesso, il simulatore non si presta soltanto a studi medici ma risulta utile anche per condurre ricerche in campo agricolo e ambientale. “Questo supporto tecnologico ci permette di affrontare questioni di base che finora non potevano trovare risposta. Come si comportano gli organismi quando cambia la pressione? Le montagne possono offrire un riparo adatto a tutte le specie che migrano a quote più alte a causa dei cambiamenti climatici? Quanto tempo impiegano ad adattarsi?”, spiega il biologo Georg Niedrist dell’Eurac Research, impegnato nella pianificazione di studi da svolgere all’interno del cubo più piccolo del simulatore, finalizzati all’analisi delle funzioni di piante, animali e microorganismi in diversi contesti climatici.

Nel corso del mese di dicembre tecnici e ingegneri porteranno avanti controlli scrupolosi della struttura così che il terraXcube possa essere messo a disposizione del mondo scientifico e industriale, non solo a livello locale ma si spera internazionale, a partire dall’anno nuovo.

Secondo quanto affermato da Roland Psenner, presidente di Eurac Research, sono già 20 le aziende che hanno espresso il proprio interesse, due tra queste – Technoalpin e Prinoth – sono già in fase di progettazione dei test da svolgere nel 2019.

Grazie ai suoi 360 metri cubi, il Large Cube può ospitare anche grandi mezzi”- aggiunge il direttore di Eurac Research Stephan Ortner – “Finora i produttori dell’Alto Adige dovevano svolgere test simili all’estero, con grosso dispendio economico e organizzativo. Ora possiamo creare le condizioni per test ad alto livello qui al NOI Techpark”.

Se volete fare un tour virtuale nel simulatore cliccate qui!

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L’acqua è ghiacciata o scorre? Una fantastica illusione ottica invernale https://www.montagna.tv/cms/134109/lacqua-e-ghiacciata-o-scorre-una-fantastica-illusione-ottica-invernale/ https://www.montagna.tv/cms/134109/lacqua-e-ghiacciata-o-scorre-una-fantastica-illusione-ottica-invernale/#comments Sat, 15 Dec 2018 07:00:03 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134109 Nel corso degli anni si tende a dimenticare tante cose imparate sui banchi di scuola ma che gli stati della materia siano liquido, solido e gassoso, in genere resta ben chiaro in mente. Normale restare turbati dalla vista di un fiotto di acqua che sembra immobile, ghiacciato, ma in realtà come si può ben intuire dal rumore di fondo del video che vi mostriamo, sta scorrendo alla solita potenza con cui esce da una fontanella.

L’autore del video, il fotografo naturalista Dario Bonzi, ha spiegato il mistero dietro la magica illusione ottica in un post apparso sul suo profilo Facebook: “IMMOBILE!! Non avevo mai visto niente di simile! Sembra ghiaccio, ma è acqua che scorre! Si tratta di una rara condizione fluidodinamica chiamata flusso laminare stazionario, del tutto naturale”.

 

Una spiegazione confermata da esperti come Riccardo Barberi, docente di Fisica applicata dell’Università della Calabria, che ha spiegato come i flussi stazionari dell’acqua possano assumere forme disparate, diventando anche elicoidali in presenza di vibrazioni a bassa frequenza. Nel caso specifico della fontanella ripresa da Bonzi, il fenomeno potrebbe essere stato favorito dalla temperatura vicina allo zero.

Il video è stato girato in Val Camonica, “terra in cui sono nato nel 1990 e dove vivo tuttora”, come si legge sulla pagina Facebook del giovane fotografo.

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Il cowboy paesaggista che sogna la Scandinavia https://www.montagna.tv/cms/134026/il-cowboy-paesaggista-che-sogna-la-scandinavia/ https://www.montagna.tv/cms/134026/il-cowboy-paesaggista-che-sogna-la-scandinavia/#respond Sat, 15 Dec 2018 05:00:07 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134026 Lorenzo Bertolotto è un ragazzo normale con una grande passione, sia per il suo lavoro che per l’ambiente outdoor. Il suo sogno è infatti quello di immergersi nella parte più selvaggia della Scandinavia con una muta di cani per cimentarsi nella Fjallraven Polar, una delle gare più dure al mondo. Roba d’altri tempi che ha fatalmente attratto questo giovane torinese.  (Potete trovare maggiori informazioni QUI)

La Fjallraven Polar è un evento per persone comuni, un’esperienza creata per permettere a tutti di concretizzare la fantasia di trasformarsi in musher come quelli che un tempo affrontavano le più critiche situazioni climatiche nelle desolate terre del freddo. Lorenzo si è innamorato di quest’idea ed è disposto a spendere tutto se stesso per realizzarla. Eravamo scettici all’inizio, quando abbiamo pensato di intervistarlo, poi abbiamo capito che ci trovavamo di fronte a un giovane appassionato con tanto da raccontare.

 

Lorenzo, cosa ti attrae della Fjallraven Polar?

Perché un viaggio di 300 chilometri con i cani da slitta nel circolo polare artico è sicuramente un’avventura indimenticabile che capita una volta nella vita, e che probabilmente non farei altrimenti. In realtà poi c’è anche un altro aspetto che mi porta a fare domanda per Fjallraven Polar: mi sono divertito tantissimo a fare il video di applicazione (ride).

In effetti il tuo video è molto divertente, ma mostra anche tanta passione…

Si, mi diverte fare video. L’anno scorso per esempio ho prodotto un filmato su come sopravvivere in ufficio e l’ho utilizzato come lettera di presentazione quando ho fatto domanda per il mio attuale lavoro.

Cosa speri di imparare da questa gara?

Sto già imparando tanto dal processo di selezione. Ad esempio, quest’anno è la prima volta in cui sono sceso in strada a chiedere ai passanti di votarmi. Saper attrarre l’attenzione e la passione dei delle persone è qualcosa che non ho mai fatto prima, ma che potrà decisamente essere utile in futuro, se mai dovrò raccogliere fondi o vendere pentole per strada. Indipendentemente dell’esito della selezione, ho imparato qualcosa di nuovo e in un certo senso, ho vissuto una piccola avventura nel quotidiano.

Hai già vissuto simili esperienze in ambiente naturale?

No e questa è una delle cose che mi attraggono di più della Fjallraven Polar. Cercano 20 persone comuni da tutto il mondo, in un buono stato fisico, ma che non hanno necessariamente esperienza con cani da slitta, temperature artiche o campeggio invernale. Mi piace trovarmi in situazioni in cui non ho alcuna esperienza e devo trovare l’umiltà di ascoltare e imparare.

Forse, potrei paragonare l’attività di tirocinante cowboy che ho fatto in Montagna a questa gara. Oppure il periodo estivo in cui ho lavorato per la Northern Forest Canoe Trail, un sentiero fluviale di 1100 chilometri in Nuova Inghilterra. Il lavoro in Montagna mi ha abituato ad essere in un luogo remoto, mi trovavo a 50 chilometri di sterrato dal primo villaggio di 800 persone in un ranch grande 5 volte Manhattan. Dovevamo spesso lavorare fuori a cavallo con temperature di meno 20, meno 25 gradi. A fine giornata c’era però sempre l’acqua calda per una doccia, il riscaldamento, un letto, una cucina funzionante e internet. Nella Nuova Inghilterra invece la sistemazione era più rustica e ho lavorato tutta l’estate vivendo in tenda. Devo dire che, dopo 10 settimane, ero felice di avere un letto ed un frigo. (ride)

Che esperienze! Toglici invece una curiosità: pratichi qualche attività outdoor?

Sono appassionato di scialpinismo e arrampicata sportiva. Cerco di praticarli il più possibile anche se adesso, vivendo in Olanda, è più difficile.

Hai avuto una vita decisamente avventurosa, da quel che ci hai raccontato. Hai voglia di dirci qualcosa in più su di te?

Ho studiato architettura. Durante i miei studi sono stato particolarmente affascinato da i progetti che giocavano sulla tensione tra ambiente costruito e naturale, colmando la distanza tra architettura e paesaggio, ridefinendo il concetto di artificiale e naturale, industria ed ecologia, infrastruttura e sostenibilità. Non sono mai stato tanto una persona da ufficio, mi piace lavorare sia con la testa che con le mani. Quindi durante le mie estati da studente, oltre ad aver fatto due tirocini in uffici di architettura, ho lavorato come apprendista falegname e come tirocinante cowboy. E’ stato fondamentale per capire i miei interessi e scoprire la mia passione per la gestione del territorio.

Poi?

Dopo l’università, anziché scegliere una carriera tradizionale, prima ho lavorato l’estate per la Northern Forest Canoe Trail e poi sono tornato al ranch in Montana. Un posto dove le dinamiche ecologiche del territorio erano molto simili a quelle di un parco naturale con sorgenti, torrenti, incendi, branchi di cervi che potevano raggiungere 1000 esemplari, puma e orsi.

Ok, quindi sei una architetto con una grande passione per la sostenibilità ambientale…

Sì. Infatti lavoro per uno studio di paesaggistica e urbanistica che si occupa principalmente di come le città possano diventare più sostenibili e vivibili per poter affrontare meglio i cambiamenti climatici. Molto del lavoro che svolgiamo si occupa della gestione dell’acqua: come limitare lo scarico dell’acqua piovana nelle fogne e nei fiumi permettendo a questa di infiltrare meglio nella falda acquifera. L’idea a quella di limitare l’afflusso di acqua nei fiumi durante i grandi temporali, evitando alluvioni, e allo stesso tempo rifocillare la falda acquifera per ridurre i periodi di siccità. Il tutto, cercando di creare spazi pubblici che siano belli e piacevoli da usare, e non soltanto opere funzionali. In più come volontario gestisco un progetto pilota sul Dakpark.

Cosa sarebbe?

Il più grande tetto verde d’Europa in cui monitoro come si possano usare le pecore in città, e in questo caso su un tetto, per aumentare la biodiversità e la sicurezza idrica. Cerco di applicare gli stessi concetti imparati in Montana, ma applicarli su una scala micro. Le problematiche sono leggermente diverse rispetto ad un allevamento su grande scala, ma molti dei concetti sono gli stessi.

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Sicurezza sulla neve: non si smette mai di imparare https://www.montagna.tv/cms/134070/sicurezza-sulla-neve-non-si-smette-mai-di-imparare/ https://www.montagna.tv/cms/134070/sicurezza-sulla-neve-non-si-smette-mai-di-imparare/#comments Fri, 14 Dec 2018 05:00:55 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134070 La sicurezza sulla neve è un tema che ci troviamo ad affrontare tutti gli anni.  Già ai primi fiocchi infatti scialpinisti e freerider rispolverano gli sci per immergersi nelle neve fresca e andare alla ricerca della curva perfetta. Ogni anno sono sempre più gli appassionati che, attratti da un diverso contatto con la natura e con la neve, scelgono di lasciare le piste. Ma, non sono solo sciatori e snowboarder ad andarsi “a cercare” situazioni di rischio. Molto frequentemente troviamo anche i ciaspolatori che, certi non possa accadergli nulla, si muovono spesso senza alcuna nozione di autosoccorso e (cosa ancor più grave) senza aver con se ARTVA, pala e sonda. Ne abbiamo parlato con il neoeletto direttore del Soccorso Alpino valdostano, Paolo Comune, che fin dai primi giorni di questa nuova stagione si è trovato a dover affrontare situazioni di emergenza purtroppo conclusesi in tragedia.

 

Paolo, di fronte a che tipo di stagione ci troviamo?

Nonostante sia molto diffusa l’idea che non ci sia tanta neve, bisogna sottolineare che dai 2000 metri a salire ci sono almeno un paio di metri, ci sono quindi delle condizioni prettamente invernali. Ovviamente parlo per quanto riguarda la Valle d’Aosta.

Quel che però posso consigliare a tutti, prima di partire per una gita, è di consultare il bollettino valanghe. Se possibile suggerisco di monitorarlo quotidianamente in modo da poter seguire l’evoluzione del manto nevoso.

Hai invece qualche consiglio per chi è alle prime armi?

Se non hanno alcuni tipo di esperienza consiglio di iniziare a conoscere lo scialpinismo rimanendo all’interno dei comprensori, almeno per le prime volte. Sono molte le zone che si stanno dotando di percorsi attrezzati, bonificati, che escludono il rischio valanghe.

Oltre a questo è fondamentale seguire dei corsi o fare almeno un paio di uscite con una guida che possa insegnargli a leggere i pendii. Per fare un esempio riprendo quanto accaduto lo scorso fine settimana a Chamois. In quei giorni c’era rischio 3, ma questo non significa che non si possa fare scialpinismo. Ovviamente servono degli accorgimenti e ci sono aree da evitare. Quel che però voglio sottolineare è che le situazioni di pericolo, in alcune aree, ci possono essere ugualmente a prescindere da quel che dice il bollettino. Un occhio allenato ed esperto le sa riconoscere, chi invece non ha questa esperienza le ignora. Dedicare tempo allo studio e all’approfondimento di quelle che possono essere situazioni a rischio è fondamentale.

Esperienza, ma anche attrezzatura di qualità…

Certamente. Come attrezzatura minima ricordo sempre di portare con se ARTVA, pala e sonda. Oggi poi ci sono tutti i sistemi ABS-airbag che, è stato dimostrato, aumentano la possibilità di rimanere in superficie.

Oltre a questo è fondamentale avere con se cellulare con batteria carica, cosa che si spesso per scontata. È importante per attivare subito i soccorsi. Nel caso di una valanga infatti è fondamentale intervenire nel modo più tempestivo possibile.

Le statistiche ci dicono che dopo venti minuti sotto rimane sono più l’11 percento di possibilità di trovare una persona in vita. Analizzando la procedura d’intervento del soccorso alpino, faccio di nuovo un esempio sulla Valle d’Aosta, noi impieghiamo circa 14 minuti per poter arrivare nella zona più lontana dalla nostra base. Vuol dire che siamo già al limite, poi dobbiamo anche trovarlo e scavarlo. Per questa ragione è anche fondamentale che i compagni siano in grado di intervenire nella ricerca e nel soccorso della persona.

Basandoti sulla tua esperienza, quanti sono i frequentatori in grado di intervenire in un soccorso?

Sempre di più. Qui da noi abbiamo avuto molti casi in cui ad intervenire sono stati i compagni di gita o, addirittura, altri gruppi che si trovavano in zona.

Come dicevamo in introduzione non sono solo gli scialpinisti ad essere in pericolo, ma anche i ciaspolatori…

Si, con loro in realtà è un po’ più difficile perché pensano sempre che su percorsi facili non ci siano problemi. In realtà però sotto alcuni pendii, che magari si affacciano su semplici tracciati, il pericolo esiste sempre. Bisogna fare informazione, e questo è compito anche del Soccorso Alpino, per dare consapevolezza.

Quanto è importante questo continuo processo di formazione?

È fondamentale, ma non solo verso lo studio e la conoscenza della valanghe. È necessario studiare anche gli strumenti che si acquistino in modo da saperli utilizzare nel modo più efficace possibile. Per intenderci si possono acquistare diverse marche di ARTVA ed è necessario conoscerne il funzionamento alla perfezione in modo da saperlo utilizzare anche sotto stress dopo una valanga. Si tratta di un allenamento che vale per tutti dai tecnici del soccorso, ai professionisti, agli amatori.

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Max Blardone regala una pista da sci ad Amatrice https://www.montagna.tv/cms/133918/max-blardone-regala-una-pista-da-sci-ad-amatrice/ https://www.montagna.tv/cms/133918/max-blardone-regala-una-pista-da-sci-ad-amatrice/#respond Thu, 13 Dec 2018 05:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133918 Una pista da sci ad Amatrice. Questa la promessa fatta da Massimiliano “Max” Blardone – campione di sci italiano e oggi allenatore, commentatore e opinionista sportivo per Rai Sport – al borgo dell’Appennino laziale colpito dal sisma del 24 agosto 2016 e diventato simbolo del terremoto del Centro Italia.

Un’idea espressa un anno fa nel corso della presentazione del libro “Max Blardone – oggetti, aneddoti e pensieri del nostro campione”, realizzato dal suo Fan club, in occasione della quale Massimiliano si era impegnato a devolvere i proventi del volume a progetti sportivi per i giovani delle località terremotate. Oggi le sue parole si trasformano in azioni concrete con l’annuncio dell’imminente costruzione di una pista da sci in sintetico. “Un sogno che si realizza”, a detta del Sindaco di Amatrice Filippo Palombini.

La pista sorgerà a Villa San Cipriano di Amatrice e promette di diventare un punto di riferimento per il territorio, soprattutto per i giovani iscritti al Liceo Sportivo Turistico Internazionale, inaugurato ad Amatrice nel settembre del 2017.

Il libro sulla storia di Max Blardone si compone di scatti fotografici e aneddoti che raccontano una vita dedicata allo sport con passione e sacrificio. Teatro della narrazione è l’Alta Badia, località cui il protagonista è molto legato e che ha rappresentato la scenografia di tante sue avventure a contatto con la natura.

Il progetto benefico “In pista per Amatrice”, lanciato un anno fa proprio in Alta Badia, è stato presentato dal campione negli scorsi giorni a Roma presso il Complesso Natatorio del Foro Italico. Nel corso del suo intervento ha voluto ringraziare tutte le organizzazioni e i privati hanno contribuito e contribuiranno alla realizzazione della pista. “Lo scorso marzo ho visitato Amatrice ed è stata un’esperienza toccante” – ha raccontato Max – “Prendere coscienza di persona della tragedia ti trasporta subito in un’altra dimensione, ti fa rendere conto di come, vicino alle macerie, la vita continua la sua più tribolata quotidianità: c’è voglia di rinascere, di ricominciare, di guardare all’avvenire gli occhi della speranza. Te lo insegnano soprattutto i bambini che, nelle loro scuole container, ti regalano sorrisi e ti restituiscono emozioni. Il nostro impegno è soprattutto per loro affinché continuino a sognare. Il nostro progetto prevede la realizzazione nel comune reatino di un centro sportivo in cui si potrà fruire di una pista di sci in materiale sintetico per la pratica dello sci alpino e tre piste divertimento per consentire a grandi e piccini di scivolare su grosse ciambelle. È una prospettiva di futuro per quel territorio, un passo importante per il ritorno alla serenità”.

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