Ricerca – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 19 Jan 2018 11:56:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Una ricerca italiana: sorgente di magma sotto l’Appennino è la causa di forti terremoti http://www.montagna.tv/cms/117549/una-ricerca-italiana-sorgente-di-magma-sotto-lappennino-e-la-causa-di-forti-terremoti/ http://www.montagna.tv/cms/117549/una-ricerca-italiana-sorgente-di-magma-sotto-lappennino-e-la-causa-di-forti-terremoti/#comments Wed, 10 Jan 2018 06:00:47 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117549 I terremoti e gli acquiferi dell’Appennino meridionale svelano la presenza di magma in profondità nell’area del Sannio-Matese. A scoprirlo, uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia (DFG-UNIPG). Il lavoro ‘Seismic signature of active intrusions in mountain chains’, pubblicato su Science Advances, impatta sulle conoscenze della struttura, composizione e sismicità delle catene montuose, sui meccanismi di risalita dei magmi e dei gas e su come monitorarli. 

“Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici”, spiega Francesca Di Luccio, geofisico INGV e coordinatore, con Guido Ventura, del gruppo di ricerca, “tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche”. 

I terremoti della sequenza sismica del Sannio-Matese del 2013-2014 rivelano la presenza di magma in profondità che può essere rilasciato episodicamente dando luogo a terremoti.

I dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino.

“Questo risultato”, aggiunge Guido Ventura, vulcanologo dell’INGV, “apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica.

“È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano”, aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’INGV. “Tuttavia, se l’attuale processo di accumulo di magma nella crosta dovesse continuare non è da escludere che, alla scala dei tempi geologici (ossia migliaia di anni), si possa formare una struttura vulcanica”.

Durante lo studio sono stati raccolti dati sismici e geochimici e sviluppati modelli sulla risalita dei fluidi. La ricerca è iniziata con l’analisi della sismicità della sequenza del Sannio-Matese, per poi concludersi con la modellazione delle condizioni di intrusione magmatica. La conoscenza dei segnali riconducibili alla risalita di magmi in zone non vulcaniche deve essere ancor estesa ad altre grandi catene come l’Alpino-Himalayana, Zagros (tra Iraq e Iran), le Ande e la Cordigliera Nord-Americana.

“I risultati fin qui raggiunti”, conclude Di Luccio, “aprono nuove strade non solo sui meccanismi dell’evoluzione della crosta terrestre, ma anche sulla interpretazione e significato della sismicità nelle catene montuose ai fini della valutazione del rischio sismico correlato”.

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La Sicilia si allontana dall’Italia. La causa? le faglie che controllano l’Etna http://www.montagna.tv/cms/117048/la-sicilia-si-allontana-dallitalia-la-causa-le-faglie-che-controllano-letna/ http://www.montagna.tv/cms/117048/la-sicilia-si-allontana-dallitalia-la-causa-le-faglie-che-controllano-letna/#respond Sat, 23 Dec 2017 07:30:48 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117048 Un sistema di spaccature profonde sta separando la Sicilia dal resto dell’Italia nella regione compresa tra lo stretto di Messina e l’Etna. Lungo queste strutture geologiche risale materiale del mantello che formava il basamento dell’oceano mesozoico, chiamato Tetide, da una profondità di circa 15-20 chilometri. Si tratta di una vera e propria finestra sotto il fondale del Mar Ionio, che consente di osservare da vicino blocchi dell’anticooceano, svelando i processi che hanno portato alla sua formazione.

Lo studio Lower plate serpentinite diapirismin the Calabrian Arc subduction complex, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto di scienze marine delConsiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr) di Bologna, dell’Università di Parma, dell’Istituto nazionale digeofisica e vulcanologia (Ingv) e del Geomar (Kiel, Germania), è stato pubblicato su Nature Communications.

“Le faglie lungo le quali risale il mantello della Tetide”, spiega Alina Polonia, ricercatrice Ismar-Cnr ecoordinatrice della ricerca, “controllano anche la formazione del Monte Etna, dimostrando che si tratta distrutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco”.

Attraverso uno studio multi-disciplinare, che integra immagini acustiche del sottosuolo, dati geofisici e campioni di sedimento, acquisiti nel corso di spedizioni scientifiche con la nave oceanografica del Cnr Urania, è stato possibile identificare le faglie, ricostruire la loro geometria e scoprire anomalie geochimiche nei sedimenti legate alla presenza di fluidi profondi. L’analisi di tutti i dati raccolti ha permesso di proporre un modello geologico che conferma l’origine profonda del materiale in risalita lungo le faglie.

“Grazie a questa scoperta”, prosegue Alina Polonia, “l’Arco Calabro, il sistema di subduzione tra Africa edEuropa nel Mar Ionio, ha un importante primato: è l’unica regione al mondo in cui sia stato descritto materiale del mantello in risalita dalla placca in subduzione. Questa scoperta avrà importanti implicazioni per capiremeglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati in Sicilia e Calabria”.

Mappa strutturale del complesso di subduzione dell’Arco Calabro occidentale con la distribuzione dei diapiri di serpentino (aree in rosso) scoperti lungo le faglie che stanno separando la Sicilia dal resto dell’Italia. La linea sismica in alto a destra mostra uno di questi diapiri che risale lungo la faglia. La sezione B‐B’ è ortogonale al margine continentale e illustra il controllo esercitato dalle faglie sulla formazione del monte Etna e dei diapiri di serpentino che sono alimentati direttamente dal mantello della placca africana. 

Figura – 

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Perchè i terremoti dell’Appennino durano di più? la risposta da una ricerca italiana http://www.montagna.tv/cms/116703/perche-i-terremoti-dellappennino-durano-di-piu-la-risposta-da-una-ricerca-italiana/ http://www.montagna.tv/cms/116703/perche-i-terremoti-dellappennino-durano-di-piu-la-risposta-da-una-ricerca-italiana/#respond Fri, 15 Dec 2017 06:00:48 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116703 Se i terremoti dell’Appennino durano più a lungo, con numerosissime repliche, la “colpa” è delle caratteristiche della crosta terrestre. I sismi dell’Italia centrale, per esempio, sono generati da movimenti di tipo estensionale, nei quali avviene cioè una sorta di “stiramento”. Si spiegano così le 80.000 scosse della sequenza di Amatrice – Norcia del 24 agosto 2016.

A spiegarlo la ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports e coordinata dall’università Sapienza di Roma con Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea).

Il risultato promette di avere applicazioni importanti nella gestione dell’emergenza dopo un terremoto, fornendo una stima approssimativa della durata delle repliche. E’ inoltre possibile ottenere “una più approfondita e utile classificazione dei terremoti, passo indispensabile per arrivare a comprenderne natura ed evoluzione temporale“, Carlo Doglioni, presidente dell’Ingv e docente dell’università Sapienza, autore della ricerca con Emanuela Valerio, dell’Università Sapienza, e Pietro Tizzani, del Cnr-Irea.

La ricerca si basata sull’analisi delle repliche di dieci terremoti: cinque di tipo estensionale come quelli avvenuti nel 1997 a Colfiorito, nel 2009 a L’Aquila, in Grecianel 1995 e nel 1999 e nel 2002 in Turchia; e cinque generati dalla compressione della crosta terrestre, come quelli del 2003 in Algeria, 2008 in Cina, del 2012 in Emilia, del 2013 in Cina e del 2015 in Nepal.

I dati indicano che “nelle zone dove la terra si dilata le sequenze sismiche, nonostante abbiano magnitudo mediamente più basse rispetto agli ambienti compressivi, durano più a lungo”, ha rilevato Doglioni. Questo accade, ha aggiunto, perché il volume della crosta terrestre “si muove a favore della forza di gravità. Le sequenze quindi terminano solamente quando il volume collassato trova un suo nuovo equilibrio gravitazionale”. Nei terremoti generati dalla compressione della crosta terrestre, invece, il movimento avviene in modo opposto rispetto alla forza di gravità e di conseguenza l’energia in grado di continuare a sollevare il tetto delle faglie si esaurisce più rapidamente.

Figura (a): Modello geologico del possibile ciclo sismico (ossia periodi inter-sismici e cosismici), associato a una faglia normale (sequenza estensionale). (b) Modello geologico del ciclo sismico (ossia periodi inter-sismici e cosismici), associato a una faglia inversa (sequenza compressiva). In entrambi i modelli è stata assunta una velocità di deformazione costante nella crosta inferiore all’interfaccia duttile/fragile. Le sequenze tettoniche estensionali sono caratterizzate da una durata più lunga delle repliche, in quanto il sistema si muove a favore della gravità e, in questo caso, il volume di crosta interessato dalla fratturazione cosismica collassa fino a raggiungere un nuovo equilibrio gravitazionale.

Fonte @ ANSA

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Lo zoologo Sandro Lovari: è improbabile che lo yeti esista, ma non impossibile http://www.montagna.tv/cms/116514/lo-zoologo-sandro-lovari-e-improbabile-che-lo-yeti-esista-ma-non-impossibile/ http://www.montagna.tv/cms/116514/lo-zoologo-sandro-lovari-e-improbabile-che-lo-yeti-esista-ma-non-impossibile/#respond Fri, 08 Dec 2017 06:00:30 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116514 L’agiografia talvolta lascia stupiti perché racconta la verità a “macchia di Leopardo”. Ci vien raccontato che Messner si compiace in questi giorni di aver avanzato vent’anni fa il sospetto che la Yeti fosse un orso.

Per la verità l’arcano fu anticipatamente chiarito da uno zoologo italiano di assoluto prestigio scientifico, il professore Sandro Lovari, dopo una missione supportata dalla Rai, precisamente dalla trasmissione “Alla ricerca dell’Arca”, che trattava argomenti di cultura, ricerca, attualità, e mistero, condotta dal giornalista Mino Damato. In quell’occasione era stato dato incaricato un fotografo scientifico e un ricercatore di acquisire prove al riguardo nella valle dell’Arun in Nepal. Lo Yeti non venne fotografato, ma le tracce lasciate sulla corteccia degli alberi furono chiaramente identificate come quelle di orsi himalayani. Erano i primi anni ’90.

 

Professor Lovari, in questi giorni si è tornato a parlare di yeti dopo che è stata pubblicata una ricerca scientifica americana che ha stabilito, grazie all’analisi del DNA, che in realtà lo yeti è un orso.  Era un’ipotesi già stata sollevata da lei più di 20 anni fa a seguito della missione supportata dalla trasmissione RAI “Alla ricerca dell’Arca”…

Quando ho visto l’articolo sullo yeti pubblicato su una prestigiosa rivista, (Proceedings, della Royal Society ndr) non ho letto grandi novità. Che fossero gli avvistamenti di orso a determinare l’origine del mito dello yeti direi che negli ultimi vent’anni era una cosa abbastanza risaputa. Poi uscì un articolo, cinque anni fa, in cui si diceva che avevano analizzato il DNA di tutti i campioni di pelo ritrovati in Asia sospettati di appartenere allo yeti. Sulla sessantina dei campioni raccolti solo due risultarono sospetti, furono trovati nel Ladakh, vicino al Kashmir, e nel Buthan. Il Ladakh è una zona completamente priva di alberi, cioè è l’ultimo posto dove un grosso primate come lo yeti potrebbe vivere. Per cui è una cosa abbastanza curiosa. Questi due campioni vennero spacciati come appartenenti a un orso primitivo, indicativamente l’antenato dell’orso polare. L’orso polare si differenziato dall’orso bruno alla fine del quaternario, quindi in tempi abbastanza recenti.

Ma quindi quali sono le novità di questo ultimo studio porta rispetto alle ricerche già effettuate in passato?

In quest’ultima ricerca hanno detto di aver campionato il pelo d’orso bruno di tutto il centro ovest dell’Asia ed è venuto fuori che la linea evolutiva dell’orso del Tibet è più recente di quella dell’orso del sud-ovest che comprende appunto il Ladakh. Quindi questo orso del sud-ovest presenta caratteristiche più primitive rispetto a quello del Tibet. Però non ho capito che cosa c’entri tutta questa ricerca con lo yeti. 

Possiamo dire che lo yeti è definitivamente morto?

Personalmente spero di no. Spero che ci sia ancora un angolo del globo dove ci sia ancora qualcosa da scoprire, come grossi primati o grossi mammiferi. Nelle foreste è più facile che questi vengano fuori. Negli anni ’90 ne sono stati scoperti due, di cui uno era un antilope maschio adulto che pesa più di 100 kg. Queste scoperte sono avvenute in foreste equatoriali di montagna. C’è però un altro aspetto da considerare: un orso consuma circa 15-16 kg al giorno di cibo e un’orsa con i piccoli arriva fino a 40 kg di cibo consumato ogni giorno. I grandi mammiferi hanno bisogno di poter mangiare molto e nelle zone in cui lo yeti viene normalmente avvistato è difficile trovare grosse quantità di cibo. Un carnivoro, come il lupo e il leopardo della nevi, può rimanere digiuno una settimana, ma un primate che sta digiuno una settimana rischia di morire. Sta diventando sempre più improbabile che lo yeti esista. Direi che abbiamo raggiunto il 98% di improbabilità. Tuttavia non sarebbe un atteggiamento scientifico dire: “è impossibile che esista”. 

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Da Bologna all’Himalaya per studiare il DNA degli Sherpa http://www.montagna.tv/cms/116213/da-bologna-allhimalaya-per-studiare-il-dna-degli-sherpa/ http://www.montagna.tv/cms/116213/da-bologna-allhimalaya-per-studiare-il-dna-degli-sherpa/#respond Wed, 29 Nov 2017 13:56:41 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116213 Adattamento e resistenza a quote elevate e con livelli di ossigeno bassi. Uno studio, condotto dall’università di Bologna, ha cercato di svelare i misteri racchiusi nel DNA degli Sherpa che vivono in Tibet e in Nepal. 

Lo studio è stato condotto dal dipartimento di Scienze biologiche dell’Alma Mater di Bologna ed è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports. I campioni sono stati raccolti nella valle della Rolwaling, dalla comunità Tamang che vive a 2.000 metri e dai villaggi sherpa che vivono a 3.600 metri. 

Gli studi hanno mostrato come la comunità Sherpa sia riuscita più di tutte le altre ad adattarsi con successo all’ipossia ipobarica. Marco Sazzini, ricercatore, ha spiegato: “Parliamo di un gruppo molto eterogeneo di popolazioni che dalla Cina sono giunte fino alla Birmania, al Bhutan, all’India e al Nepal, diffondendosi così anche lungo il versante meridionale della catena himalaiana”. 

Il dottorando Guido Alberto Gnecchi Ruscone ha spiegato le caratteristiche degli Sherpa: “I gruppi tibetani che tuttora risiedono ad alta quota sul versante settentrionale dell’Himalaya hanno comunque mantenuto un certo livello di scambio genico con popolazioni est asiatiche di bassa quota. Gli sherpa migrati sul versante himalayano meridionale nella Rolwaling Valley, invece, non presentano tracce di questo mescolamento. Stiamo sequenziando l’intero genoma di questi individui, per identificarne con precisione le regioni modellate dalla selezione naturale in risposta alle pressioni ambientali dovute all’alta quota. In questo modo potremo capire quali varianti genetiche hanno permesso l’evoluzione di un adattamento permanente di queste popolazioni all’ipossia, fornendo così indicazioni utili anche in ambito biomedico per la comprensione delle risposte fisiologiche e cellulari del nostro organismo alla carenza di ossigeno”. 

Fonte @Dire

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Il DNA non mente: lo Yeti è in realtà un orso. Una nuova ricerca la conferma http://www.montagna.tv/cms/116200/il-dna-non-mente-lo-yeti-e-in-realta-un-orso-una-nuova-ricerca-la-conferma/ http://www.montagna.tv/cms/116200/il-dna-non-mente-lo-yeti-e-in-realta-un-orso-una-nuova-ricerca-la-conferma/#comments Wed, 29 Nov 2017 11:11:47 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116200 Lo Yeti non sarebbe altro che un orso: ad affermarlo gli scienziati dopo aver concluso le analisi del Dna condotte su nove “reperti” ritrovati tra Tibet e Nepal e attribuiti dal folklore popolare alla mitica creatura.

Campione di pelo analizzato. foto @ UNIVERSITY AT BUFFALO

Ossa e peli, oggi conservati in musei e collezioni private, apparterebbero in realtà a esemplari di orso nero asiatico, orso bruno tibetano e orso bruno himalayano, e potrebbero perfino contribuire a salvare queste specie a rischio aiutando a ricostruire la loro evoluzione genetica. 

A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society B da un gruppo internazionale di ricerca coordinato dalla biologa Charlotte Lindqvist dell’Università di Buffalo, negli Stati Uniti. “I nostri dati indicano chiaramente che la base biologica della leggenda dello Yeti può essere trovata negli orsi locali e lo studio dimostra che la genetica dovrebbe essere in grado di risolvere altri misteri analoghi”.

Femore analizzato. foto @ UNIVERSITY AT BUFFALO

Non è la prima volta che il presunto Dna dello Yeti viene esaminato, ma “questo studio – precisa la ricercatrice – costituisce l’analisi più rigorosa fatta finora su campioni attribuiti a mitiche creature simili a ominidi”. I ricercatori hanno studiato ben nove reperti tra ossa, denti, pelle, peli e campioni di feci raccolti tra l’Himalaya e il plateau tibetano: uno è risultato appartenere ad un cane, mentre gli altri otto a diversi esemplari di orsi asiatici.

“Gli orsi in questa regione sono a rischio o seriamente minacciati, ma non sappiamo molto della loro storia”, sottolinea Lindqvist. “Chiarire la struttura della popolazione e la loro diversità genetica potrà aiutare a stimare meglio le dimensioni delle popolazioni e ad elaborare nuove strategie per la loro gestione”.

 

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Raggiunti i -18,2 nelle Dolomiti del Brenta http://www.montagna.tv/cms/116025/raggiunti-i-182-nelle-dolomiti-del-brenta/ http://www.montagna.tv/cms/116025/raggiunti-i-182-nelle-dolomiti-del-brenta/#respond Fri, 24 Nov 2017 09:48:28 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116025 Nella giornata di sabato 18 novembre è stata effettuata la prima rilevazione delle temperature nel sito freddo di Camp Centener, nell’ambito dell’attività di ricerca scientifica del progetto di monitoraggio sperimentale dei siti freddi del Triveneto, una collaborazione che vede l’Associazione Meteo Triveneto insieme a Meteotrentino monitorare e studiare le temperature rilevate nella “frost hollow”, sito freddo nel quale in determinate condizioni si rilevano temperature minime bassissime e repentini aumenti e diminuzioni di temperatura. Il monitoraggio di Camp Centener è iniziato solamente quest’anno nella prima settimana di novembre, ma i valori sembrano dare riscontro alle potenzialità del sito.

Per verificare la particolare propensione al raffreddamento localizzato nel sito di Camp Centener (perdite di calore per irraggiamento e ristagno di aria fredda), sono state messe a confronto le temperature minime rilevate dal 4 al 18 novembre 2017, nella stazione di Camp Centener (quota 2100 metri) con quelle della Stazione Meteo di Meteotrentino (Provincia Autonoma di Trento) del Rifugio Graffer (quota 2262 metri), le due stazioni sono molto vicine, distano 1,4km una dall’altra.

Il sito di Camp Centener ha registrato una minima di -18,2°C il giorno 18 novembre 2017 alle ore 3.56 di mattina, mentre lo stesso giorno al Rifugio Graffer la minima si è fermata a -5,3°C, con una differenza di quasi 13°C.

Per quanto riguarda le massime escursioni termiche in 10 minuti, che sono una delle peculiarità di questi siti freddi, conseguenti generalmente con l’aumento del vento (aumento di temperatura) o cessazione del vento (diminuzione di temperatura), i valori registrati sono stati i seguenti:

Massimo aumento in 10 minuti: +8,7°C: La temperatura è passata da -14,6°C a -5,9°C tra le ore 22.06 e le 22.16 del 17 novembre

Massima diminuzione in 10 minuti: -4,2°C: La temperatura è passata da -0,8°C a -5,0°C tra le ore 21.06 e le 21.16 del 10 novembre

Meteo Triveneto insieme agli altri Enti partecipanti al progetto monitora una quarantina di siti posti a quote comprese tra i 35 metri in Friuli Venezia Giulia ed i 2634 metri di siti posti in Trentino sulle Pale di San Martino.

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Il monitoraggio dei siti freddi si sposta nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta http://www.montagna.tv/cms/115447/il-monitoraggio-dei-siti-freddi-si-sposta-nel-gruppo-delle-dolomiti-di-brenta/ http://www.montagna.tv/cms/115447/il-monitoraggio-dei-siti-freddi-si-sposta-nel-gruppo-delle-dolomiti-di-brenta/#respond Thu, 09 Nov 2017 07:30:20 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115447 Prosegue l’attività di ricerca scientifica nell’ambito del progetto di monitoraggio sperimentale dei siti freddi del Triveneto, una collaborazione che vede l’Associazione Meteo Triveneto insieme a enti quali Meteotrentino, il CNR e il Parco Naturale di Paneveggio e Pale di San Martino, monitorare e studiare le temperature rilevate nelle cosiddette “frost hollow”, dei siti freddi nei quali in determinate condizioni si rilevano temperature minime bassissime e repentini aumenti e diminuzioni di temperatura.

Questa volta il monitoraggio in Trentino si è spostato nuovamente nel Gruppo delle Dolomiti di Brenta e si affianca a quelli effettuati sull’Altopiano delle Pale di San Martino, sull’Altopiano di Vezzena, Roncone, Levico Terme, Selva di Grigno, Cascatella Castel Tesino e Malga Spora. Nella giornata di venerdì 3 novembre Meteo Triveneto in collaborazione con Meteotrentino ha installato provvisoriamente due termometri nei siti denominati “Camp Centener” e “Dossi” a quote di circa 2.100 metri s.l.m.

Per quanto riguarda il sito di Camp Centener, secondo l’esperienza acquisita negli anni di monitoraggio, le potenzialità morfologiche sono tra le migliori, avendo un ottimo “sky view factor”, che si potrebbe tradurre con il termine “porzione di cielo visibile”, il sito infatti ha la possibilità di cedere calore verso la libera atmosfera, non essendoci nelle proprie vicinanze cime molto elevate o boschi, che potrebbero ostacolare il raffreddamento dell’aria. Va detto infine che le “colline/prati” posti intorno al sito fungono da recipiente per l’aria fredda che si accumula sul fondo del sito, che a tutti gli effetti diventa un vero e proprio “lago di aria fredda”. Vedremo se i dati rilevati daranno loro ragione.

Per ulteriori informazioni e spiegazioni scientifiche è stato predisposto un report liberamente consultabile a questo indirizzo: http://doline.meteotriveneto.it/report2015-2016.pdf ed a breve uscirà la nuova edizione.

Grazie al progetto di monitoraggio, il 10 febbraio 2013 nella Busa Fradusta Nord, 2.607 metri, era stata rilevata la temperatura minima record sull’Altopiano delle Pale di San Martino, di -49.6°C. Un valore così basso, nonostante la quota non alta, raggiunto proprio per la conformazione del territorio: si tratta di una dolina, una conca carsica chiusa dove spesso si formano ristagni di masse d’aria fredda.

 

 

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Il segreto della sopravvivenza dell’orso marsicano si nasconde nei suoi geni http://www.montagna.tv/cms/114909/il-segreto-della-sopravvivenza-dellorso-marsicano-si-nasconde-nei-suoi-geni/ http://www.montagna.tv/cms/114909/il-segreto-della-sopravvivenza-dellorso-marsicano-si-nasconde-nei-suoi-geni/#respond Thu, 26 Oct 2017 09:39:34 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=114909 Viene pubblicato su PNAS, la prestigiosa rivista dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti, lo studio di un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da Giorgio Bertorelle dell’Università di Ferrara sul genoma della residua popolazione di 50 orsi appenninici, gli orsi bruni marsicani che vivono nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Lo studio, grazie all’analisi di genomi completi, ci rivela la straordinaria e complessa storia evolutiva di questa piccola popolazione: crolli demografici e accumulo di mutazioni deleterie, ma anche inattesa diversità nei geni del sistema immunitario e olfattivo, e specifici aspetti morfologici e comportamentali.

La ricerca è stata voluta dal Parco e dall’Università di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin”, per approfondire le conoscenze sull’orso marsicano ed è stata realizzata utilizzando campioni ematici, raccolti da animali catturati a scopo di ricerca nel PNALM, a partire dai quali sono stati sequenziati i genomi. I dati genomici hanno permesso di scoprire che circa 3-4000 anni fa una singola grande popolazione europea di orsi bruni venne ridotta ad una serie di piccole popolazioni più o meno isolate tra loro.

“La causa principale di questo processo è stata probabilmente l’intensa deforestazione operata dai primi agricoltori Neolitici, e in Italia centrale l’orso marsicano subì un vero e proprio collasso demografico e rimase isolato” sostiene Giorgio Bertorelle. Le conseguenze a livello genomico per questo gruppo di orsi furono una perdita enorme di variabilità e l’accumulo di molte mutazioni potenzialmente deleterie. “Questi sono gli effetti negativi prodotti dal caso, che possono portare rapidamente all’estinzione le piccole popolazioni”,  dice Andrea Benazzo. Come è possibile quindi che l’orso appenninico sia sopravvissuto per così lungo tempo e che appaia tutto sommato in buona salute?

“Analizzando con maggiore dettaglio i genomi, abbiamo scoperto alcune corte regioni dove l’orso appenninico non ha subito alcuna sostanziale perdita di variabilità” dichiara Emiliano Trucchi, “e questi tratti sono più frequenti dove ci sono geni importanti per la risposta immunitaria e il sistema olfattivo”. Tale risultato suggerisce che la sopravvivenza dell’orso appenninico sia legata ad un processo particolare di selezione, detto bilanciante, che ha permesso di mantenere alti livelli di variabilità a questi geni. La selezione bilanciante è stata sorprendentemente efficiente nonostante le piccole dimensioni della popolazione, e ha permesso di mantenere adeguate difese dagli organismi patogeni e una buona rappresentazione olfattiva del mondo esterno.

Un commento a parte meritano alcune mutazioni che, rare e dannose in altre popolazioni, si sono diffuse nell’orso marsicano favorendone il differenziamento da altri orsi e forse anche contribuendo alla sua sopravvivenza. In particolare, questo studio ha scoperto che alcuni geni che regolano l’aggressività in altre specie di mammiferi mostrano un elevato numero di differenze nell’orso appenninico in confronto con gli altri orsi europei. Queste mutazioni, probabilmente accumulatesi per caso, potrebbero avere reso meno aggressivo il comportamento degli orsi nella piccola popolazione appenninica: “Non si conoscono casi di attacco diretto all’uomo”, dice Paolo Ciucci dell’Università di Roma “La Sapienza”, “e questa maggiore docilità potrebbe aver mitigato la percezione di minaccia da parte delle popolazioni locali e quindi la persecuzione dell’orso marsicano”.

L’orso appenninico sembra quindi aver trovato, almeno per il momento, una serie di contromisure per resistere al vortice dell’estinzione. “Questa popolazione deve essere costantemente monitorata, ma rappresenta anche un bellissimo esperimento naturale che ci può aiutare a capire meglio come il delicato equilibrio tra caso e selezione naturale determina l’evoluzione e la sopravvivenza nelle piccole popolazioni”, conclude Giorgio Bertorelle.

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Cinque donne in sci attraverso la Groenlandia sulle orme di Fridtjof Nansen http://www.montagna.tv/cms/114009/cinque-donne-in-sci-attraverso-la-groenlandia-sulle-orme-di-fridtjof-nansen/ http://www.montagna.tv/cms/114009/cinque-donne-in-sci-attraverso-la-groenlandia-sulle-orme-di-fridtjof-nansen/#respond Sun, 01 Oct 2017 05:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=114009
Foto @ Pop Greenland/Facebook

Partirà ad aprile la spedizione tutta femminile alla volta della Groenlandia. Sono Justyna Dudek, Ann Eileen Lennert, Żaneta Polkowska, Agnieszka Bielecka (sorella di Adam Bielecki), Justyna Dudek e Lindsey Nicholson.

Lo scopo della spedizione è quello di raccogliere dati sull’inquinamento dei pesticidi rientranti della categoria dei inquinanti organici persistenti (POP), sostanze chimiche altamente dannose non solo per l’uomo, ma anche per la fauna, andando ad incidere anche sulle capacità riproduttive.

L’obiettivo finale è determinare la concentrazione di POP presenti sulla superfice nevosa, trasportati dalle correnti d’aria, importante sarà stabilirne la provenienza, e dalle precipitazioni.

La squadra si muoverà in sci, per coprire una distanza di circa 500 km in 31 giorni, nel complesso ed inospitale ambiente artico. Il percorso che verrà seguito sarà dalla costa est a quella ovest seguendo le orme del pioniere Fridtjof Nansen, che nel 1888 realizzò la prima traversata in sci.

La spedizione è in parte sostenuta dalla National Geographic Society.

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