Natura – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 18 Jan 2018 07:55:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Scoperta una foresta antica 260 milioni di anni sotto i ghiacci dell’Antartide http://www.montagna.tv/cms/117637/scoperta-una-foresta-antica-260-milioni-di-anni-sotto-i-ghiacci-dellantartide/ http://www.montagna.tv/cms/117637/scoperta-una-foresta-antica-260-milioni-di-anni-sotto-i-ghiacci-dellantartide/#comments Fri, 12 Jan 2018 06:02:31 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117637 Una foresta fossile antica 260 milioni di anni sotto i ghiacci dell’Antartide. E’ questa la scoperta incredibile che l’ultima spedizione di Erik Gulbranson ha portato alla luce. 

Una scoperta che aiuterà a fare luce sul periodo del Permiano, un periodo in cui ci fu una delle grandi estinzioni di massa della storia della terra e dove gran parte delle specie marine e terrestri furono cancellate. Le piante della foresta rappresenterebbero degli esemplari che sono riusciti a sopravvivere a questa fase. Esse infatti sarebbero riuscite a sopravvivere a sei mesi di luce e ad altrettanti di buio in un clima estremamente rigido. 

Gulbranson e il suo team torneranno lì per cercare di estrarre le ceneri vulcaniche che ricoprono la foresta in modo di avere una datazione più precisa. 

 

Fonte @la Repubblica

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La neve arriva anche sulla sabbia rossa del deserto del Sahara – Guarda la gallery http://www.montagna.tv/cms/117567/la-neve-arriva-anche-sulla-sabbia-rossa-del-deserto-del-sahara-guarda-la-gallery/ http://www.montagna.tv/cms/117567/la-neve-arriva-anche-sulla-sabbia-rossa-del-deserto-del-sahara-guarda-la-gallery/#comments Wed, 10 Jan 2018 10:34:47 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117567 Ad Ain Sefira, in Algeria, è arrivata la neve. Un evento abbastanza raro: negli ultimi quarant’anni è infatti avvenuto solo altre tre volte.

La coltre bianca che ha ricoperto le dune di sabbia rossa è arrivata a misurare anche i 40 cm, una quantità considerevole se si tiene conto che qui d’estate le temperature viaggiano sopra i 35°, ma il persistere dell’aria fredda di questi giorni ha permesso che nevicasse anche qui.

Purtroppo durante il giorno poi la neve si è sciolta con l’alzarsi delle temperature, ma nelle prime ore del mattino era ancora ben visibile, creando un contrasto incredibile con il colore della sabbia. La cittadina di Ain Sefira dà direttamente sul Sahara e si inserisce in un contesto naturale unico che unisce deserto, fiumi, piccoli laghi e una vegetazione abbastanza ricca. Ora si è aggiunta anche la neve.

 

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Una ricerca italiana: sorgente di magma sotto l’Appennino è la causa di forti terremoti http://www.montagna.tv/cms/117549/una-ricerca-italiana-sorgente-di-magma-sotto-lappennino-e-la-causa-di-forti-terremoti/ http://www.montagna.tv/cms/117549/una-ricerca-italiana-sorgente-di-magma-sotto-lappennino-e-la-causa-di-forti-terremoti/#comments Wed, 10 Jan 2018 06:00:47 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117549 I terremoti e gli acquiferi dell’Appennino meridionale svelano la presenza di magma in profondità nell’area del Sannio-Matese. A scoprirlo, uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia (DFG-UNIPG). Il lavoro ‘Seismic signature of active intrusions in mountain chains’, pubblicato su Science Advances, impatta sulle conoscenze della struttura, composizione e sismicità delle catene montuose, sui meccanismi di risalita dei magmi e dei gas e su come monitorarli. 

“Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici”, spiega Francesca Di Luccio, geofisico INGV e coordinatore, con Guido Ventura, del gruppo di ricerca, “tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche”. 

I terremoti della sequenza sismica del Sannio-Matese del 2013-2014 rivelano la presenza di magma in profondità che può essere rilasciato episodicamente dando luogo a terremoti.

I dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino.

“Questo risultato”, aggiunge Guido Ventura, vulcanologo dell’INGV, “apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica.

“È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano”, aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’INGV. “Tuttavia, se l’attuale processo di accumulo di magma nella crosta dovesse continuare non è da escludere che, alla scala dei tempi geologici (ossia migliaia di anni), si possa formare una struttura vulcanica”.

Durante lo studio sono stati raccolti dati sismici e geochimici e sviluppati modelli sulla risalita dei fluidi. La ricerca è iniziata con l’analisi della sismicità della sequenza del Sannio-Matese, per poi concludersi con la modellazione delle condizioni di intrusione magmatica. La conoscenza dei segnali riconducibili alla risalita di magmi in zone non vulcaniche deve essere ancor estesa ad altre grandi catene come l’Alpino-Himalayana, Zagros (tra Iraq e Iran), le Ande e la Cordigliera Nord-Americana.

“I risultati fin qui raggiunti”, conclude Di Luccio, “aprono nuove strade non solo sui meccanismi dell’evoluzione della crosta terrestre, ma anche sulla interpretazione e significato della sismicità nelle catene montuose ai fini della valutazione del rischio sismico correlato”.

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Antartide: lo spettacolo della corona di sole immortalata da Leo Houlding http://www.montagna.tv/cms/117250/antartide-lo-spettacolo-della-corona-di-sole-immortalata-da-leo-houlding/ http://www.montagna.tv/cms/117250/antartide-lo-spettacolo-della-corona-di-sole-immortalata-da-leo-houlding/#comments Tue, 02 Jan 2018 09:30:37 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117250 Dopo essere stati sulle cima di Spectre nelle Gothic Mountains la spedizione di Leo Houlding Jean Burgun e Mark Sedo sta affrontando il lungo rientro che li porterà alla base di antartica Union Glacier. Circa 1700 km da percorrere con slitte tirate dal kite. Al trio rimangono ancora 848km, anche se i giorni per percorrere questa distanza sono determinati dal vento. 

Ed è proprio in un momento di “bonaccia” che i tre, frustrati dall’attesa e dal freddo (-25° percepiti) si sono imbattuti in questo meraviglioso fenomeno del sole. Sul diario della spedizione spectreexpedition.com hanno raccontato: “Stavamo per partire quel giorno, ma la direzione e la forza del vento non ci permettevano di andare nella direzione che volevamo. Due volte eravamo pronti per andare ma dopo 100 metri abbiamo capito che non era possibile, quindi abbiamo ripiantato la tenda nello stesso posto. Poi nel cielo è apparso questo arcobaleno strabiliante e abbiamo abbandonato la nostra frustrazione e ci siamo goduti il posto che stavamo visitando”. 

 
Fonte @spectreexpedition.com
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L’ondata di freddo (- 30°) fa ghiacciare anche le cascate del Niagara http://www.montagna.tv/cms/117244/londata-di-freddo-30-fa-ghiacciare-anche-le-cascate-del-niagara/ http://www.montagna.tv/cms/117244/londata-di-freddo-30-fa-ghiacciare-anche-le-cascate-del-niagara/#respond Mon, 01 Jan 2018 11:00:24 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117244 Se ghiacciassero completamente sarebbero il sogno proibito di ogni cascatista. Stiamo parlando delle cascate più famose del mondo: le cascate del Niagara, che in questi giorni particolarmente freddi, con temperature arrivate anche a – 30°, hanno iniziato a passare dallo stato liquido a quello solido, regalando uno spettacolo ancora più bello del solito. 

La completa glaciazione delle cascate è un fenomeno abbastanza raro, e finora è stato registrato (negli ultimi 150 anni) solamente nel 2014, nel 1884, nel 1911 e nel 1929. 

 

 

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Le spettacolari immagini del Gipeto nel Parco del Gran Paradiso rubate dalla webcam http://www.montagna.tv/cms/117237/le-spettacolari-immagini-del-gipeto-nel-parco-del-gran-paradiso-rubate-dalla-webcam/ http://www.montagna.tv/cms/117237/le-spettacolari-immagini-del-gipeto-nel-parco-del-gran-paradiso-rubate-dalla-webcam/#respond Sun, 31 Dec 2017 11:23:37 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117237 Le spettacolari immagini di un gipeto in volo a pochi metri dalla webcam di sorveglianza sono state registrate dai guardaparco del Gran Paradiso in Valsavarenche, nei dintorni di uno dei nidi frequentati dal grande avvoltoio che, dopo l’estinzione del 1913, è ritornato a popolare le valli dell’area protetta negli ultimi anni.

E’ proprio questo il periodo in cui le coppie di gipeti scelgono il nido per riprodursi, il successo delle nascite e della sopravvivenza dipende da molti fattori e soprattutto dalla scelta del luogo dove accoppiarsi e dove costruire il nido. Importante quindi garantire il massimo della tranquillità, così da lasciare i gipeti liberi di scegliere dove deporre le proprie uova, e ridurre al minimo il nostro disturbo.

La scelta del Gran Paradiso come luogo di nidificazione non è casuale, il Parco infatti è territorio ideale per il gipeto per diversi motivi: la facilità di reperire cibo, grazie all’abbondanza di fauna selvatica, la possibilità di trovare spazi idonei alla nidificazione, grazie alla conformazione delle pareti rocciose, ma soprattutto per la tranquillità che può trovare solo in un’area protetta, in cui sono vietati i sorvoli con elicottero o altri mezzi, e in cui il disturbo antropico è ridotto.

Oltre al nido ripreso dalla webcam in Valsavarenche, installata nei mesi scorsi dai guardaparco nell’ambito di un progetto di monitoraggio in collaborazione con Federparchi, anche un nido in Valle di Cogne è frequentato da un’altra coppia di gipeti, che ha scelto per il terzo anno consecutivo le pareti rocciose della Valnontey per nidificare.

E’ stata quindi istituita una zona di protezione nei dintorni della cascata di ghiaccio denominata “Fallo di Plutone”, in cui è proibito arrampicare, addentrarsi e disturbare i siti di nidificazione, comprese le attività di osservazione ravvicinata per foto e riprese. Le misure di tutela che sono state adottate perché la nidificazione vada a buon fine, limitano l’attività di arrampicata su ghiaccio in una zona molto modesta della Valnontey che potrà continuare ad ospitare gli arrampicatori nel resto del suo territorio.

Importante per questo motivo anche le attività di divulgazione e di sensibilizzazione svolte in collaborazione con la Società delle Guide Alpine e con gli operatori turistici di Cogne, che già negli scorsi anni si sono dimostrati attenti all’evento e hanno ribadito il proprio impegno nell’aiutare a far comprendere l’importanza della zona di protezione ai tanti arrampicatori che frequentano la Valnontey in inverno.

Oltre alle attività di prevenzione in essere, il monitoraggio del gipeto da parte del corpo di sorveglianza è quotidiano. Il controllo dei siti di nidificazione, in particolare durante la cova e la schiusa dell’uovo, e prima dell’involo del pullo (il piccolo di gipeto) viene fatto dai guardaparco, insieme ai tradizionali strumenti, con mezzi tecnologici particolarmente avanzati, al fine di assicurare un adeguata protezione ai “tesori” del vero e proprio scrigno della biodiversità che è il Parco.

 

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Nel 2017 sono nati ben 12 cuccioli di orso nel Parco Nazionale d’Abruzzo http://www.montagna.tv/cms/117181/nel-2017-sono-nati-ben-12-cuccioli-di-orso-nel-parco-nazionale-dabruzzo/ http://www.montagna.tv/cms/117181/nel-2017-sono-nati-ben-12-cuccioli-di-orso-nel-parco-nazionale-dabruzzo/#respond Fri, 29 Dec 2017 09:25:55 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117181 Sono almeno 6 le femmine che si sono riprodotte quest’anno nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise per un totale di 12 cuccioli dell’anno.

Questo è il risultato del monitoraggio intensivo svolto dal personale del Parco, che, a partire da aprile 2017, ha lavorato con diverse tecniche e con altre Istituzioni e volontari per acquisire informazioni importanti sulla produttività della popolazione di orso bruno marsicano. Il risultato è eccezionale,  in virtù del fatto che anche lo scorso anno le femmine riproduttive erano state 6 per un totale di 10 cuccioli.

Da oltre un decennio, il Parco porta avanti questa attività secondo uno specifico protocollo messo a punto dall’Università di Roma. Il monitoraggio viene attuato combinando sessioni di osservazioni in simultanea e mirate, alle quali si aggiungono le osservazioni casuali, che vengono verificate, e i dati raccolti attraverso l’uso di fototrappole.
In 67 occasioni, sono state osservate femmine con cuccioli. Attraverso l’uso di specifici criteri spazio-temporali per eliminare i doppi conteggi, è stato possibile distinguere 6 unità familiari, distribuite in tutta l’area del Parco, così composte: 2 femmine con tre cuccioli, 2 femmine con due cuccioli e due femmine con 1 cucciolo.

Ma cosa ci dicono questi numeri?

I dati del 2017, così come quelli del 2016, rientrano tra i valori massimi osservati in anni di non pasciona (con il termine pasciona si denomina un’annata di produzione eccezionale di frutti di faggio) e sono del tutto confrontabili con quelli successivi agli anni di pasciona (5-6 unità familiari e 10-11 cuccioli). Nei precedenti anni di monitoraggio, i valori massimi di produttività sono stati osservati in seguito ad annate di pasciona (2008, 2012, 2014), così come avviene in altre popolazioni di orso.

Il fatto che per due anni il numero delle femmine riproduttive sia stato elevato ci permette di dire che l’area del parco offre buoni livelli di produttività alimentare, anche al di fuori dei periodi di pasciona e che, nonostante la bassa consistenza numerica degli orsi, nella popolazione è presente una riserva importante di femmine adulte.
Segnali positivi che però non ci devono far abbassare la guardia.

Le informazioni sulla sopravvivenza dei cuccioli sono scarse: solo 3 dei 10 cuccioli nati nel 2016 sono stati nuovamente osservati quest’anno e da una analisi dei dati degli ultimi 10 anni, emerge che non più del 50% dei nati sopravvive al primo anno. Ovviamente può trattarsi di una sottostima perché alcuni cuccioli potrebbero anche disperdersi al di fuori del Parco o in zone periferiche. Inoltre, il numero delle unità familiari rilevate nei monitoraggi è sempre molto basso, da tre a sei unità. Questo significa che in caso di mortalità di 1 o più femmine adulte la produttività della popolazione può crollare. Ad esempio tra il 2008 e il 2011 sono morte 6 femmine, di cui 4 in età riproduttiva, e nel 2011 è stata osservata una solo femmina con cuccioli. Le attività di conta hanno messo in evidenza la persistenza di diversi fattori di disturbo nelle aree di presenza delle femmine con i piccoli: la presenza di cani vaganti, animali al pascolo brado e persone fuori sentiero in aree interdette alla fruizione turistica.

Innanzitutto voglio ringraziare tutti coloro che hanno partecipato e contribuito alle attività di conta –dichiara il Presidente del Parco Antonio Carrara. Grazie al Servizio Scientifico del Parco e a quello di Sorveglianza, al reparto Carabinieri Forestali, all’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel Di Sangro dei Carabinieri Forestali, agli operatori di altre aree protette (Duchessa, Simbruini, Gole del Sagittario, Monte Genzana, Zompo lo Schioppo, Gole di San Venanzio, Lago di San Domenico, Regione Lazio), ai volontari, all’Associazione Salviamo L’Orso e a tutti i cittadini che hanno segnalato gli avvistamenti. Il risultato della conta di quest’anno segnala sicuramente delle novità rispetto alla serie di dati degli ultimi 10 anni: è il numero di cuccioli più alto avvistato negli ultimi 11 anni e, per la prima volta, ad un’annata di massima produttività ne segue un’altra. La linea spezzata che disegna il risultato delle nascite annuali, quest’anno ha cambiato verso rispetto a quello che sarebbe stato lecito aspettarsi. Tutte le ricerche condotte finora sull’orso bruno marsicano, compresa la recente indagine sul genoma, ci rassicurano nel medio termine, sulla grande capacità di resistenza dell’orso bruno marsicano e della sua “vitalità”. Questo deve incoraggiare tutte le Istituzioni a continuare a lavorare con maggiore determinazione sulla tutela e conservazione di questa specie, il cui futuro è legato indissolubilmente alla riduzione della mortalità di origine antropica e ad una pianificazione adeguata del territorio che possa favorire l’espansione della specie“.

 

Fonte: Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

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Il servizio glaciologico del CAI: La situazione in Alto Adige è tragica http://www.montagna.tv/cms/117064/il-servizio-glaciologico-del-cai-la-situazione-in-alto-adige-e-tragica/ http://www.montagna.tv/cms/117064/il-servizio-glaciologico-del-cai-la-situazione-in-alto-adige-e-tragica/#respond Wed, 27 Dec 2017 09:10:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117064 Il 2017 ha segnato in maniera drammatica la situazione dei ghiacciai dell’Alto Adige. Lo studio, condotto dal Servizio glaciologico CAI Alto Adige, e pubblicato sul sito Lo Scarpone, ha rivelato una situazione preoccupante. In tutti casi il nevato delle annate precedenti è stato completamente sciolto. Non resta da sperare che l’anno che verrà sia più generoso con le nevicate e il caldo sia meno violento nella stagione estiva. 

 

“Una situazione disastrosa, addirittura tragica”: questo il primo commento dei responsabili del Servizio glaciologico del CAI Alto Adige, Gen. Pietro Bruschi e dott. Franco Secchieri, al termine della campagna di rilievi portati atermine dagli operatori, tutti volontari, su molti e significativi ghiacciai della Provincia autonoma di Bolzano.

Del resto non ci si poteva aspettare niente di diverso dopo un’annata (per i ghiacciai l’anno idrologico inizia col mese di Ottobre e termina alla fine di Settembre dell’anno successivo) caratterizzata da una stagione invernale con una eccezionale scarsità di neve, seguita da una estate particolarmente arida e calda. Comunque, fortunatamente, con la prima neve di scesa nel mese di ottobre (2017), i ghiacciai hanno cominciato il loro lungo sonnoinvernale, in attesa del sole della prossima primavera, quando il manto nevoso invernale ricomincerà a sciogliersi. Un manto nevoso che si spera abbondante e in grado di recuperare, almeno in piccola parte, le pesanti perdite subite nel corso delle ultime due annate.

Infatti gli anni dal 2015 al 2017 non hanno fatto altro che accentuare, in maniera sensibile, le conseguenze della tendenza generale del cambiamento climatico, nettamente sfavorevole al glacialismo. “Ci stiamo rendendo conto, ogni giorno di più, di come sia in atto una sensibile modificazione del clima di cui il riscaldamento globale non è l’unico aspetto, perché ad esso si accompagnano delle sostanziali modifiche anche nei regimi termo pluviometrici, e i
ghiacciai sono le prime vittime”. Vale forse la pena di ricordare come siano stati proprio i ghiacciai dei formidabili testimoni ambientali delle ultime fasi delle dinamiche climatiche, a cominciare dagli anni ’60 del secolo scorso quando, dopo decenni di riduzione, ci fu una fase, relativamente breve, durante la quale si verificò una avanzata delle fronti delle maggiori lingue e una espansione generale delle masse gelate. L’apice di questa piccola glaciazione si raggiunse verso la metà degli anni ’80, dopo di che, in maniera alquanto veloce, le condizioni climatiche sono
variate con caratteristiche assolutamente negative per i ghiacciai.

Ma quali sono i fattori che influiscono sulle avanzate o i ritiri dei ghiacciai? La quantità di neve che cade e quella che se ne va per fusione alla fine dell’annata idrologica. E’ proprio questo uno degli aspetti che gli operatori del SGAA rilevano nel corso delle campagne estive, quando si valuta quanta della neve invernale è rimasta sui bacini in modo da poter stilare una specie di bilancio di massa glaciale, osservando se la quantità di neve residua era poca e non sufficiente nemmeno a compensare le
perdite di nevato e ghiaccio che si era sciolto per l’ablazione. Peri ghiacciai dell’Alto Adige, come per tutti quelli alpini, anno dopo anno, la massa complessiva si è andata riducendo, con effetti vistosi soprattutto se riferiti alla riduzione delle lingue e al ritiro delle fronti.

Le ultime due annate, in particolare, hanno di fatto determinato una ulteriore anomalia negativa per i bilanci glaciologici, perché non solo non è rimasta traccia di accumuli di neve invernale, ma il consumo della massa gelata è stata eccezionale tanto che quasi ovunque si è consumato persino il nevato che era rimasto da precedenti annate, oltre alla grande massa di ghiaccio nelle parti più basse dei bacini. Si badi bene che questa situazione non ha solo un risvolto sul paesaggio dell’alta montagna, ma ha ripercussioni anche gravi per la carenza di acqua, per tutti gli usi, dalla produzione di energia idroelettrica, alla irrigazione in agricoltura e fino all’uso civile nelle case dei cittadini. Questo soprattutto per le aree delle fasce pedemontane e di pianura. Tornando al Servizio Glaciologico del CAI Alto Adige, nel corso della campagna estiva del 2017 ha rilevato oltre 30 ghiacciai, tra i più rappresentativi dell’intero territorio. Il risultato di queste osservazioni ha fornito un quadro estremamente preciso delle conseguenze veramente disastrose causate da una stagione invernale assai scarsa di neve e di una successiva estate secca e con lunghi con temperature elevate, ben sopra i consueti andamenti termici. Naturalmente al momento è troppo presto per fare una previsione su come sarà il bilancio per l’annata 2017/2018. La speranza è che la neve, soprattutto autunnale, cada in maniera abbondante, anche perché è proprio questa le neve migliore in quanto ha tutto il tempo per compattarsi e creare una maggiore resistenza alla penetrazione dell’onda termica estiva che porta allo scioglimento dei vari strati accumulatisi.

Dott. Geol. Franco Secchieri
Gen. Pietro Bruschi

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Shopping natalizio anche per una famiglia di cervi http://www.montagna.tv/cms/116976/shopping-natalizio-anche-per-una-famiglia-di-cervi/ http://www.montagna.tv/cms/116976/shopping-natalizio-anche-per-una-famiglia-di-cervi/#respond Sun, 24 Dec 2017 09:07:15 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116976 Anche i cervi soffrono l’ansia da regali di Natale. Siamo a Fort Collins, nello stato del Colorado USA quando a un certo punto, in un piccolo negozio di souvenir e alimentari, fa capolino un cervo. Nella zona non è raro incontrare questi animali in quanto la zona è circondata da riserve naturali.

A riprendere la scena è stata Lori Jones, dipendente del negozio, la quale, dopo aver dato del burro d’arachidi da mangiare al cervo e dopo avergli scattato qualche foto è ritornata a fare l’inventario. Al suo ritorno, una mezz’ora dopo, il cervo era ancora lì, ma questa volta in compagnia di tutta la famiglia che nel frattempo lo aveva raggiunto. 

Lori ha raccontato: “Gli altri tre sono rimasti fuori con lo sguardo di chi chiedeva se era permesso, è stato divertentissimo”. La famigliola di cervi è stata poi gentilmente allontanata dal negozio. 

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La Sicilia si allontana dall’Italia. La causa? le faglie che controllano l’Etna http://www.montagna.tv/cms/117048/la-sicilia-si-allontana-dallitalia-la-causa-le-faglie-che-controllano-letna/ http://www.montagna.tv/cms/117048/la-sicilia-si-allontana-dallitalia-la-causa-le-faglie-che-controllano-letna/#respond Sat, 23 Dec 2017 07:30:48 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117048 Un sistema di spaccature profonde sta separando la Sicilia dal resto dell’Italia nella regione compresa tra lo stretto di Messina e l’Etna. Lungo queste strutture geologiche risale materiale del mantello che formava il basamento dell’oceano mesozoico, chiamato Tetide, da una profondità di circa 15-20 chilometri. Si tratta di una vera e propria finestra sotto il fondale del Mar Ionio, che consente di osservare da vicino blocchi dell’anticooceano, svelando i processi che hanno portato alla sua formazione.

Lo studio Lower plate serpentinite diapirismin the Calabrian Arc subduction complex, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto di scienze marine delConsiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr) di Bologna, dell’Università di Parma, dell’Istituto nazionale digeofisica e vulcanologia (Ingv) e del Geomar (Kiel, Germania), è stato pubblicato su Nature Communications.

“Le faglie lungo le quali risale il mantello della Tetide”, spiega Alina Polonia, ricercatrice Ismar-Cnr ecoordinatrice della ricerca, “controllano anche la formazione del Monte Etna, dimostrando che si tratta distrutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco”.

Attraverso uno studio multi-disciplinare, che integra immagini acustiche del sottosuolo, dati geofisici e campioni di sedimento, acquisiti nel corso di spedizioni scientifiche con la nave oceanografica del Cnr Urania, è stato possibile identificare le faglie, ricostruire la loro geometria e scoprire anomalie geochimiche nei sedimenti legate alla presenza di fluidi profondi. L’analisi di tutti i dati raccolti ha permesso di proporre un modello geologico che conferma l’origine profonda del materiale in risalita lungo le faglie.

“Grazie a questa scoperta”, prosegue Alina Polonia, “l’Arco Calabro, il sistema di subduzione tra Africa edEuropa nel Mar Ionio, ha un importante primato: è l’unica regione al mondo in cui sia stato descritto materiale del mantello in risalita dalla placca in subduzione. Questa scoperta avrà importanti implicazioni per capiremeglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati in Sicilia e Calabria”.

Mappa strutturale del complesso di subduzione dell’Arco Calabro occidentale con la distribuzione dei diapiri di serpentino (aree in rosso) scoperti lungo le faglie che stanno separando la Sicilia dal resto dell’Italia. La linea sismica in alto a destra mostra uno di questi diapiri che risale lungo la faglia. La sezione B‐B’ è ortogonale al margine continentale e illustra il controllo esercitato dalle faglie sulla formazione del monte Etna e dei diapiri di serpentino che sono alimentati direttamente dal mantello della placca africana. 

Figura – 

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