Ambiente – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 12 Jan 2018 16:57:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Il servizio glaciologico del CAI: La situazione in Alto Adige è tragica http://www.montagna.tv/cms/117064/il-servizio-glaciologico-del-cai-la-situazione-in-alto-adige-e-tragica/ http://www.montagna.tv/cms/117064/il-servizio-glaciologico-del-cai-la-situazione-in-alto-adige-e-tragica/#respond Wed, 27 Dec 2017 09:10:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117064 Il 2017 ha segnato in maniera drammatica la situazione dei ghiacciai dell’Alto Adige. Lo studio, condotto dal Servizio glaciologico CAI Alto Adige, e pubblicato sul sito Lo Scarpone, ha rivelato una situazione preoccupante. In tutti casi il nevato delle annate precedenti è stato completamente sciolto. Non resta da sperare che l’anno che verrà sia più generoso con le nevicate e il caldo sia meno violento nella stagione estiva. 

 

“Una situazione disastrosa, addirittura tragica”: questo il primo commento dei responsabili del Servizio glaciologico del CAI Alto Adige, Gen. Pietro Bruschi e dott. Franco Secchieri, al termine della campagna di rilievi portati atermine dagli operatori, tutti volontari, su molti e significativi ghiacciai della Provincia autonoma di Bolzano.

Del resto non ci si poteva aspettare niente di diverso dopo un’annata (per i ghiacciai l’anno idrologico inizia col mese di Ottobre e termina alla fine di Settembre dell’anno successivo) caratterizzata da una stagione invernale con una eccezionale scarsità di neve, seguita da una estate particolarmente arida e calda. Comunque, fortunatamente, con la prima neve di scesa nel mese di ottobre (2017), i ghiacciai hanno cominciato il loro lungo sonnoinvernale, in attesa del sole della prossima primavera, quando il manto nevoso invernale ricomincerà a sciogliersi. Un manto nevoso che si spera abbondante e in grado di recuperare, almeno in piccola parte, le pesanti perdite subite nel corso delle ultime due annate.

Infatti gli anni dal 2015 al 2017 non hanno fatto altro che accentuare, in maniera sensibile, le conseguenze della tendenza generale del cambiamento climatico, nettamente sfavorevole al glacialismo. “Ci stiamo rendendo conto, ogni giorno di più, di come sia in atto una sensibile modificazione del clima di cui il riscaldamento globale non è l’unico aspetto, perché ad esso si accompagnano delle sostanziali modifiche anche nei regimi termo pluviometrici, e i
ghiacciai sono le prime vittime”. Vale forse la pena di ricordare come siano stati proprio i ghiacciai dei formidabili testimoni ambientali delle ultime fasi delle dinamiche climatiche, a cominciare dagli anni ’60 del secolo scorso quando, dopo decenni di riduzione, ci fu una fase, relativamente breve, durante la quale si verificò una avanzata delle fronti delle maggiori lingue e una espansione generale delle masse gelate. L’apice di questa piccola glaciazione si raggiunse verso la metà degli anni ’80, dopo di che, in maniera alquanto veloce, le condizioni climatiche sono
variate con caratteristiche assolutamente negative per i ghiacciai.

Ma quali sono i fattori che influiscono sulle avanzate o i ritiri dei ghiacciai? La quantità di neve che cade e quella che se ne va per fusione alla fine dell’annata idrologica. E’ proprio questo uno degli aspetti che gli operatori del SGAA rilevano nel corso delle campagne estive, quando si valuta quanta della neve invernale è rimasta sui bacini in modo da poter stilare una specie di bilancio di massa glaciale, osservando se la quantità di neve residua era poca e non sufficiente nemmeno a compensare le
perdite di nevato e ghiaccio che si era sciolto per l’ablazione. Peri ghiacciai dell’Alto Adige, come per tutti quelli alpini, anno dopo anno, la massa complessiva si è andata riducendo, con effetti vistosi soprattutto se riferiti alla riduzione delle lingue e al ritiro delle fronti.

Le ultime due annate, in particolare, hanno di fatto determinato una ulteriore anomalia negativa per i bilanci glaciologici, perché non solo non è rimasta traccia di accumuli di neve invernale, ma il consumo della massa gelata è stata eccezionale tanto che quasi ovunque si è consumato persino il nevato che era rimasto da precedenti annate, oltre alla grande massa di ghiaccio nelle parti più basse dei bacini. Si badi bene che questa situazione non ha solo un risvolto sul paesaggio dell’alta montagna, ma ha ripercussioni anche gravi per la carenza di acqua, per tutti gli usi, dalla produzione di energia idroelettrica, alla irrigazione in agricoltura e fino all’uso civile nelle case dei cittadini. Questo soprattutto per le aree delle fasce pedemontane e di pianura. Tornando al Servizio Glaciologico del CAI Alto Adige, nel corso della campagna estiva del 2017 ha rilevato oltre 30 ghiacciai, tra i più rappresentativi dell’intero territorio. Il risultato di queste osservazioni ha fornito un quadro estremamente preciso delle conseguenze veramente disastrose causate da una stagione invernale assai scarsa di neve e di una successiva estate secca e con lunghi con temperature elevate, ben sopra i consueti andamenti termici. Naturalmente al momento è troppo presto per fare una previsione su come sarà il bilancio per l’annata 2017/2018. La speranza è che la neve, soprattutto autunnale, cada in maniera abbondante, anche perché è proprio questa le neve migliore in quanto ha tutto il tempo per compattarsi e creare una maggiore resistenza alla penetrazione dell’onda termica estiva che porta allo scioglimento dei vari strati accumulatisi.

Dott. Geol. Franco Secchieri
Gen. Pietro Bruschi

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Complottisti e cambiamenti climatici, Filippo Thiery risponde http://www.montagna.tv/cms/116538/complottisti-e-cambiamenti-climatici-filippo-thiery-risponde/ http://www.montagna.tv/cms/116538/complottisti-e-cambiamenti-climatici-filippo-thiery-risponde/#comments Mon, 11 Dec 2017 06:00:34 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116538 L’intervista a Luca Mercalli di qualche settimana fa è stata spunto di dialogo e riflessione tra quelli che sempre più spesso vengono definiti “complottari” e le voci del mondo scientifico. Una tra tutte quella di Filippo Thiery, meteorologo del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e volto noto del grande schermo grazie alla sua partecipazione al programma “Geo” di Rai Tre, che spesso interviene in difesa dei principi scientifici e contro i bufalari che sempre più spesso riempiono il web. Partendo quindi dalle discussioni scaturite dall’intervista a Mercalli abbiamo chiesto a Filippo di approfondire alcuni temi.

Ti leggiamo un commento: “Pure i ciechi sanno che la natura rispetta cicli.. Anche quando nn c’erano fabbriche.. Macchine… e niente che potessi inquinare, in Groenlandia si pascolava e nel circolo polare artico nn c’era neve… Tranquillo l’uomo non può mai e poi mai decidere le sorti del pianeta… è solo una questione di soli e TANTI!!!!”

Questo rientra in uno schema molto generale che vedo sempre più spesso. Quando da un lato c’è la tendenza ad ingigantire sempre più una notizia può capitare che dall’altra parte si arrivi all’estremo opposto non credendo nemmeno più alle cose vere. Alcune volte poi si esagera quest’attenzione alle notizie false o tendenziose diventando il peggiore dei complottisti.
Una cosa da dire è che si, esistono siti che cercano di venderci notizie false, ma questo non vuol dire che tutto è falso. Ad esempio anni fa è uscita la sensazionale e clamorosa notizia dell’esplosione di Chernobyl. Una notizia fuori dal mondo, ma vera.

Come possiamo discernere tra una notizia vera ed una falsa?

Imparando a selezionare notizie e fonti. Per quanto riguarda il cambiamento climatico è relativamente facile perché esistono numerose pubblicazioni scientifiche, su riviste di comprovata veridicità, che mostrano dati certi su questo fenomeno.

Invece, venendo al contenuto del commento: è mai esistito un tempo in cui in “Groenlandia si pascolava e nel circolo polare artico nn c’era neve”

Difficile da dire perché all’epoca non c’erano webcam. So però che greenland fu un termine coniato da Erik il Rosso per portare la gente a colonizzare questa nuova terra. Era una mossa propagandistica dell’epoca.
Quel che sappiamo con certezza è che la terra è mutata nel tempo, a ritmi molto più lenti di quelli attuali mentre oggi stiamo assistendo a cambiamenti rapidissimi. Modificazioni rapide che portano a minori meccanismi di adattamento dell’ambiente e a punti di rottura degli equilibri. Conseguenze conclamate con cause da ascrivere quasi interamente alle attività antropiche.

Quasi, non tutte…

Quel “quasi” è dovuto al fatto che la scienza usa termini assoluti solo quando parla di responsabilità assolute. In questo caso però è comprovato che la maggior responsabilità è dovuta alle attività antropiche. Impugnare quel “quasi” per dire che la responsabilità dei cambiamenti climatici non va affidata alle attività umane è ridicolo. È come se io accendessi tutti i riscaldamenti in casa, la stufa, la caldaia, il phon, e il ferro da stiro per poi incolpare il gatto con la febbre dell’aumento della temperatura dentro casa.
È assurdo che troppo spesso ci si attacchi a quel “quasi” anziché parlare dell’effettiva gravità del problema in corso.

Cosa sappiamo di certo sul problema in corso?

Sappiamo che le temperature medie globali misurate non hanno precedenti nel passato, nei decenni e probabilmente anche nei millenni scorsi. Invece, per quanto riguarda la concentrazione di CO2 il problema sta nella rapidità con cui stiamo alterando la composizione dell’atmosfera. Per ritrovare periodi con concentrazioni di CO2 similare a quella attuale (400ppm) dobbiamo tornare indietro 3, 4 milioni di anni.
Quindi, per rispondere alla domanda sulla Groenlandia rimasta in sospeso: Si, forse in Groenlandia si pascolava, ma parliamo di ere geologiche davvero lontane e in cui non c’era l’uomo.

Cosa cambia con la presenza dell’uomo?

Ragionando in modo egoistico per un istante: noi siamo molto fragili ai cambiamenti e siamo probabilmente i primi ad essere coinvolti dai cambiamenti climatici. Basta guardare un notiziario per sapere che si parla sempre più di tragedie dovute ai cambiamenti climatici, di guerre dovute ai cambiamenti climatici, di spostamenti dalle campagne non più produttive alle città, di aumento del prezzo del pane. Stiamo già scontando, come razza umana, gli effetti di questa modificazione.  Ha quindi forse ragione Rovelli che in uno degli ultimi libri ha scritto che per il Pianeta Terra tutto questo sarà qualcosa di riassorbibile. Saremo noi che spariremo da questo Pianeta, per causa nostra.
Siamo l’unica specie consapevole della propria fine individuale e l’unica specie consapevole della propria fine collettiva. Ci stiamo avviando ad una grande estinzione di massa. In fondo sappiamo anche con certezza che le precedenti estinzioni di massa, tranne quella dei dinosauri, sono state quasi tutte legate a cambiamenti climatici e questo non è consolante.

Ci hai dato un “quasi” a cui appellarci, nella speranza che non sia così…

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Lo sci alpino scende sottacqua contro l’inquinamento del mare http://www.montagna.tv/cms/116560/lo-sci-alpino-scende-sottacqua-contro-linquinamento-del-mare/ http://www.montagna.tv/cms/116560/lo-sci-alpino-scende-sottacqua-contro-linquinamento-del-mare/#respond Sun, 10 Dec 2017 07:30:37 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116560 Il mondo dello sci alpino scende il sottacqua per lanciare un messaggio in difesa del mare. È nata così la compagna “Traiettorie liquide”per la sensibilizzazione sui problemi dell’inquinamento delle acque, che vede come madrina Federica Brignone, stella della Nazionale italiana di sci, che si è immersa nel mare cristallino delle Eolie con tuta, scarponi e sci.

Gli scatti sono del fotografo Giuseppe La Spada, che spiega al Corriere della Sera: “In ognuno di noi esiste una piccola parte dell’oceano primordiale e proprio per questo siamo chiamati a preservarlo. Non è più un problema distante, è un problema fondamentale per la nostra sopravvivenza. Dobbiamo riuscire rendere le persone più consapevoli”.

Secondo gli studi, ogni anno finiscono in acqua 8 milioni di tonnellate di plastica e nel 2050 il mare potrebbe contenere più plastica che pesci.

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Il 2017 è l’anno più secco degli ultimi due secoli http://www.montagna.tv/cms/116412/il-2017-e-lanno-piu-secco-degli-ultimi-due-secoli/ http://www.montagna.tv/cms/116412/il-2017-e-lanno-piu-secco-degli-ultimi-due-secoli/#respond Wed, 06 Dec 2017 07:25:25 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116412 Con novembre si conclude l’anno meteorologico 2017 (dicembre 2016-novembre 2017). Dal punto di vista termometrico il 2017 ha fatto registrare, per l’Italia, un’anomalia di +1.3°C al di sopra della media del periodo di riferimento convenzionale 1971-2000, chiudendo come il quarto più caldo dal 1800 ad oggi, pari merito agli anni 2001, 2007 e 2016.

Più caldi del 2017 sono stati solo il 2003 (con un’anomalia di +1.36°C), il 2014 (+1.38°C rispetto alla media) e il 2015 che resta l’anno più caldo di sempre con i suoi +1.43°C al di sopra della media del periodo di riferimento.

Queste le anomalie delle temperature dei singoli mesi e delle singole stagioni di quest’anno meteorologico:

Dicembre +1.00 23-esimo
Gennaio -1.69 135-esimo
Febbraio +2.12 sesto
Marzo +2.51 quarto
Aprile +1.64 17-esimo
Maggio +1.55 14-esimo
Giugno +3.22 secondo
Luglio +1.69 decimo
Agosto +2.53 terzo
Settembre -0.45 101-esimo
Ottobre +0.96 28-esimo
Novembre +0.40 43-esimo

Inverno +0.48 21-esimo
Primavera +1.90 seconda
Estate +2.48 seconda
Autunno +0.30 50-esimo

Più significativa è risultata l’anomalia pluviometrica del 2017, che verrà sicuramente ricordato per la pesante siccità che lo ha caratterizzato. A partire dal mese di dicembre del 2016 (primo mese dell’anno meteorologico 2017) si sono susseguiti mesi quasi sempre in perdita: fatta eccezione per i mesi di gennaio, settembre e novembre, tutti gli altri hanno fatto registrare un segno negativo, quasi sempre con deficit di oltre il 30% e, in ben sei mesi, di oltre il 50%.

A conti fatti, gli accumuli annuali a fine 2017 sono risultati essere di oltre il 30% inferiori alla media del periodo di riferimento 1971-2000, etichettando quest’anno come il più secco dal 1800 ad oggi. Per trovare un anno simile bisogna andare indietro al 1945, anche in quell’anno ci furono 9 mesi su 12 pesantemente sotto media (il deficit fu -29%, quindi leggermente inferiore).

Queste le anomalie dei singoli mesi e delle singole stagioni di quest’anno meteorologico:
Dicembre -58% 15-esimo
Gennaio +23% 144-esimo
Febbraio -15% 90-esimo
Marzo -56% 20-esimo
Aprile -37% 40-esimo
Maggio -50% 15-esimo
Giugno -53% 12-esimo
Luglio -43% 39-esimo
Agosto -82% quarto
Settembre +27% 164-esimo
Ottobre -79% secondo
Novembre +10% 109-esimo

Inverno -21% 41-esimo
Primavera -48% terza
Estate -61% quarta
Autunno -20% 39-esimo

 

Fonte @ CNR

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I cambiamenti climatici impongono “un nuovo cammino” in montagna. La riflessione al Sondrio Festival, che chiude l’edizione 2017 http://www.montagna.tv/cms/116242/i-cambiamenti-climatici-impongono-un-nuovo-cammino-in-montagna-la-riflessione-al-sondrio-festival-che-chiude-ledizione-2017/ http://www.montagna.tv/cms/116242/i-cambiamenti-climatici-impongono-un-nuovo-cammino-in-montagna-la-riflessione-al-sondrio-festival-che-chiude-ledizione-2017/#respond Thu, 30 Nov 2017 07:24:08 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116242 La montagna è «l’area in cui attualmente i cambiamenti climatici provocano più intense modificazioni ambientali, morfologiche, glaciologiche», quindi di fronte a queste nuove situazioni «l’andare in montagna, sia nelle aree “normali” sia nelle zone protette, richiede un cambiamento di mentalità, di filosofia di accesso». Bisogna «seguire i ritmi della natura attuale, che non sono più quelli di prima» e valutare con l’esperienza e la massima attenzione le nuove condizioni, per continuare a godersi le “terre alte” con la necessaria sicurezza. È il messaggio lanciato venerdì sera sul palco del Teatro Sociale di Sondrio dal glaciologo Claudio Smiraglia, dall’alpinista Agostino Da Polenza e dal geologo Riccardo Scotti, nel dibattito Dal K2 alla Valtellina: nuovi climi, nuove montagne, all’interno delle conversazioni di Sondrio Festival.

Obiettivo, ragionare su «come dobbiamo reagire a questo nuovo cammino», ha spiegato Smiraglia. Che i cambiamenti del clima incidano in modo importante sull’ambiente alpino è dimostrato da dati e ricerche, ha sottolineato infatti il glaciologo. Cambiamenti che toccano anche un’area straordinaria come il Karakorum, ha raccontato Da Polenza: grazie alle quote estremamente elevate, «i ghiacciai di questo territorio soffrono meno rispetto ad altre zone, ma anche lì alle quote inferiori si sciolgono e risalgono», ha sottolineato l’alpinista, ricordando anche come nel Karakorum il Pakistan abbia creato un vastissimo parco nazionale, «dedicando quei territori all’ambiente e alla ricerca scientifica, come sognava Ardito Desio». E alla Midop è arrivato anche un ospite proprio del Central Karakoram National Park, il Segretary del dipartimento delle foreste e dell’ambiente della provincia del Gilgit Baltistan, Sajjad Haider, che ha presentato brevemente l’area protetta e ha sottolineato il grande rapporto di collaborazione e amicizia con i ricercatori italiani, costruito negli anni.

Se nella regione del K2 ci sono segnali di cambiamento, nell’arco alpino la situazione è più marcata, visto il “gap” di quota, con un regresso dei ghiacciai che negli ultimi vent’anni si è fatto sempre più marcato, ha ricordato Scotti mentre sul grande schermo scorrevano immagini dei ghiacciai lombardi all’inizio del secolo e in questi anni. E qui «c’è un tema molto importante e urgente, sotto certi aspetti», ha sottolineato il geologo, cioè «la pericolosità intrinseca» di un ambiente montano che si sta trasformando. «Cambiano tantissimo le condizioni, soprattutto in estate – ha spiegato -, fino a trent’anni fa si potevano fare escursioni sui ghiacciai in tutta sicurezza per l’intero periodo estivo, ora già dalla fine di luglio in molte zone le condizioni diventano molto pericolose. C’è ancora l’approccio classico in cui si programmano le gite con mesi di anticipo, il che non va molto bene perché avendo condizioni tanto variabili bisogna seguire i ritmi della natura attuale».

Nella giornata di domenica a conclusione del Sondrio Festival la giuria internazionale ha assegnato tre premi, oltre a due riconoscimenti speciali.

Il primo premio “Città di Sondrio” è andato a Isole nel tempo – Nate dal fuoco di Matt Hamilton, prodotto da Terra Mater Factual Studios in coproduzione con DocLights/Naturfilm e National Geographic Channel (Austria 2017), mentre il film Isar, l’ultimo fiume selvaggio di Jürgen Eichinger, prodotto da Jürgen Eichinger Filmproduktion (Germania 2016), si è aggiudicato il premio Parco Nazionale dello Stelvio. Come miglior documentario sugli aspetti naturalistici, culturali, paesaggistici ed economici delle aree protette all’interno dell’Unione Europea, il premio Regione Lombardia, è andato al film L’odissea dei lupi solitari di Volker Schmidt-Sondermann, prodotto da Zdf (Germania 2016).  La giuria del pubblico – composta da 28 cittadini, appassionati di natura e documentari – ha assegnato il premio “Achille Berbenni”, sponsorizzato da Aevv Energie, a Figli di Enkai di Nacho Ruiz Rizaldos, prodotto da NaturaHD Films (Spagna 2017), mentre la giuria degli studenti, composta da ragazzi di due scuole superiori di Sondrio, ha scelto il film The silent death of the lions (La morte silenziosa dei leoni), di Axel Gomille, prodotto da Zdf (Germania 2015), all’interno della selezione dei documentari fuori concorso proposta dal Comitato scientifico del festival. 

Foto @ Sondrio Film Festival

 

E così, con un’ultima serata di festa, ha dato l’appuntamento al prossimo anno, per un’altra avventura da vivere insieme nel nome dell’ambiente. Un’avventura che forse avrà un’estensione anche sulle montagne del Pakistan dove il Film Festival di Sondrio potrebbe inviare alcuni dei film in nome del legame tra l’alpinismo valtellinese, il K2 e le montagne che lo circondano.

Il Segretary della provincia del Gilgit Baltistan, Sajjad Haider, presente alla serata dedicata ai ghiacciai coordinata dal prof. Claudio Smiraglia, ha espresso il desiderio che anche a Gilgit , città per certi versi gemella di Sondrio, essendo la capitale della provincia del Gilgit Baltistan, collocata sul fondo della grande valle del fiume Hunza, con circa 100.000 abitanti, si possano vedere i bellissimi film dedicati alla natura visti e premiati a Sondrio.

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Da Trieste alla Patagonia per studiare il ghiacciaio del Perito Moreno http://www.montagna.tv/cms/115914/da-trieste-alla-patagonia-per-studiare-il-ghiacciaio-del-perito-moreno/ http://www.montagna.tv/cms/115914/da-trieste-alla-patagonia-per-studiare-il-ghiacciaio-del-perito-moreno/#comments Tue, 21 Nov 2017 07:44:54 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115914 Una squadra coordinata dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale partirà a breve per studiare il famoso ghiacciaio del Perito Moreno, nella parte sud-occidentale della Patagonia, in Argentina. La ricerca sarà finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale  Italiano in collaborazione con l’università di Buenos Aires. 
 
L’oggetto della ricerca sarà dunque il comportamento ritenuto “anomalo” di questo ghiacciaio il quale ha presentato negli ultimi anni una certa situazione di stabilità, a differenza degli altri ghiacciai patagonici che invece si sono ritirati in maniera molto più importante. 
 
La lingua finale del Perito Moreno crea uno sbarramento naturale sul lago Argentino. Il ghiacciaio avanza a una velocità di circa 700 metri l’anno anche se, perdendo poi la stessa massa, il fronte resta invariato. La prima rottura del dronte del ghiacciaio registrata è del 1917, da allora questo fenomeno si è ripetuto ogni 4-5 anni, lasciando così invariato il fronte del ghiacciaio. 
 
Emanuele Lodolo, ricercatore dell’OGS e responsabile scientifico della spedizione ha spiegato: “Recupereremo campioni del sedimento attraverso carotaggi che verranno poi analizzati in laboratorio per cercare di ricostruire gli eventi che si sono succeduti per gli ultimi 1000-1500 anni in questa parte della Patagonia meridionale, e di individuare quali sono stati i fattori climatici che hanno condizionato la storia recente del ghiacciaio Perito Moreno”.
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“Se proseguiamo così le Alpi diventeranno irriconoscibili” parola di Luca Mercalli http://www.montagna.tv/cms/115750/se-proseguiamo-cosi-le-alpi-diventeranno-irriconoscibili-parola-di-luca-mercalli/ http://www.montagna.tv/cms/115750/se-proseguiamo-cosi-le-alpi-diventeranno-irriconoscibili-parola-di-luca-mercalli/#comments Mon, 20 Nov 2017 06:00:44 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115750 Il clima cambia e lo fa a ritmi sempre più rapidi. Se ne parla sempre di più e la montagna, riserva di acqua fondamentale, pare essere uno dei principali indicatori di questo fenomeno in divenire. Ne abbiamo approfittato per parlarne con il noto climatologo Luca Mercalli.

 La montagna è un attento indicatore del clima che cambia?

Certamente. Lo è perché sviluppandosi in altezza si hanno delle fasce altitudinali che risentono immediatamente dei cambiamenti, mostrando effetti che in pianura risulterebbero meno accentuati. Ad esempio la quota delle nevi permanenti si sta alzando e questo cambia radicalmente l’aspetto del paesaggio. Lo scenario glaciale si sta modificando tanto che anche i non addetti ai lavori (guide alpine, rifugisti, sciatori, gestori di impianti) si stanno accorgendo che l’ambiente si sta modificando e in fretta. Alle modificazioni del paesaggio minerale si aggiungono poi tutte le modifiche osservabili nel paesaggio montano biologico, ovvero tutti i cambiamenti delle componenti fenologiche che fanno variare le specie animali e vegetali. Ormai è appurato che tutto sta seguendo questo trend verso l’alto, ricordiamo ad esempio che la temperatura media terrestre ha subito l’aumento di un grado.

Questi fenomeni a cui assistiamo sono frutto di un avvenimento risolvibile o è ormai un processo in divenire?

Ormai è troppo tardi per pensare di tornare indietro. Non si tratta ovviamente di un processo concluso, ma in atto e che continuerà per i prossimi decenni e per i prossimi secoli.

Cosa possiamo fare?

Siamo ormai in una fase avanzata che lo rende irreversibile in tempi umani. Possiamo solo cercare di ridurne gli effetti e per farlo dovremmo applicare subito l’accordo di Parigi, ma non lo stiamo facendo e se continuiamo lungo questa strada avremo un aumento delle temperature di 3, 5 gradi entro la fine secolo con la conseguente completa scomparsa dei ghiacciai. Le Alpi sarebbero irriconoscibili.

Questi effetti non sono però limitati alle Alpi…

No. Sono effetti su larga scala. E questo vuol dire che tutti i cittadini del mondo sono chiamati a fare la stessa cosa. Ci dobbiamo fare tutti la stessa domanda: quanto fa ogni persona per inquinare o per risolvere? Ovviamente il mondo non è tutto uguale e le responsabilità vanno divise proporzionalmente. Ci sono diversi stili di vita ed è evidente come i paesi occidentali abbiano un consumo energetico più alto rispetto al resto del mondo. Ad esempio un cittadino USA ha un consumo che è di due volte quello di un cinese. Magari un indiano o un africano hanno consumi irrisori rispetto ad un occidentale. In sostanza però dobbiamo ridurre gli sprechi di energia fossile.

Con cosa sostituirla?

Con le energie rinnovabili e con la sobrietà. Non si tratta di fantascienza, ma di idee condivise ormai da molti. Anche Papa Francesco ne ha parlato nella sua enciclica “Laudato si’”.

 A breve riapriranno gli impianti sciistici, sperando nella neve abbondante. Però se non dovesse arrivare si utilizzeranno i cannoni. Ha senso continuare in questa direzione o è necessario un cambiamento?

La neve artificiale è una pezza che si può mettere per un breve periodo di tempo. Oggi possiamo sparare con i cannoni perché abbiamo un surplus di energia fossile, ma con le rinnovabili ci penserebbero due volte perché è molto preziosa.
Con il passare del tempo e con il conseguente aumento di temperatura sarà poi sempre più complesso poter sparare la neve e sarà ovviamente necessario creare in quota delle riserve idriche. Non si può quindi pensare ai cannoni come ad una soluzione definitiva. Meglio sfruttare questa possibilità di innevamento programmato per fare una transizione verso un nuovo concetto di montagna. Parole ormai dette da molti e da molto tempo, ma poco ascoltate.

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UIAA e ambiente: per provare davvero a fare la differenza http://www.montagna.tv/cms/115853/uiaa-e-ambiente-per-provare-davvero-a-fare-la-differenza/ http://www.montagna.tv/cms/115853/uiaa-e-ambiente-per-provare-davvero-a-fare-la-differenza/#respond Sun, 19 Nov 2017 09:06:18 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115853 Avevamo riportato lo scorso 31 ottobre la notizia circa un progetto per la predisposizione di un impianto biogas al campo base dell’Everest per risolvere il problema dei rifugi organici. Il “Mount Everest Biogas Project” è stato il vincitore dell’UIAA MPA-Mountain Protection Award 2017. 

In proposito aveva scritto anche Maurizio Gallo, da anni impegnato su questo fronte non all’Everest, ma in Karakorum. In quell’occasione (potete rileggere l’articolo qui), Gallo aveva sollevato alcune domande all’UIAA, che hanno ricevuto risposta in commento di Gloria Scarano, coordinatrice dei progetti di sostenibilità dell’UIAA, che ringraziamo e che vi riproponiamo qui sotto per completezza del dibattito. 

 

Grazie per aver sollevato la questione e parlato di problemi così importanti e urgenti, signor Gallo. Anche l’UIAA, e in primis la sua commissione Protezione della Montagna, ha le stesse preoccupazioni in merito alla piaga dei rifiuti umani e del turismo di massa.

Come sa, l’UIAA è una federazione internazionale, dunque composta da federazioni nazionali, alle quali si appoggia anche per collaborare con governi e organizzazioni turistiche a livello locale per provare davvero a fare la differenza. Proprio con il CAI la scorsa estate sono stati organizzati ben tre eventi per ripulire delle aree di tre diverse regioni italiane nell’ambito del progetto “Respect the Mountains”.

Oltre all’Italia, siamo stati in altri 7 Paesi, attirando più di 800 volontari e raccogliendo quasi 3 tonnellate di immondizia lasciata nei boschi e sui sentieri. Certo, non abbiamo cambiato il mondo, ma abbiamo cominciato a contribuire all’educazione delle persone in merito al tema del rispetto per l’ambiente montano. Come la Croce Rossa Internazionale, che nonostante gli sforzi si trova ad avere a che fare con epidemie e addirittura pandemie, anche noi siamo consapevoli dei problemi che affliggono le montagne e le loro comunità.

L’UIAA e la commissione incaricata infatti non hanno mai smesso di sottolineare i problemi correlati al turismo di massa (si veda l’articolo di settembre sugli effetti del dello stesso sul Kilimanjaro: http://www.theuiaa.org/mountaineering/challenges-facing-kilimanjaro/) e di cercare di dare voce a tutti quelli che lottano contro gli stessi problemi. Se quindi è a conoscenza di iniziative che mirano a sensibilizzare e cercare di risolvere le questioni che ha sollevato, la prego di informarci e l’UIAA sarà lieta di dare il suo appoggio. Ad esempio dal 2013 esiste la piattaforma Mountain Protection Award che proprio nell’edizione di quest’anno ha premiato l’organizzazione di volontari che si adopera affinché i rifiuti sull’Everest vengano trasformati in gas (c’è anche il vostro articolo sul tema, a cui si rimanda nelle prime righe). MPA è una piattaforma che permette a chi è attivo nell’ambito della protezione ambientale di avere una vetrina internazionale e soprattutto di poter creare un network e mantenerlo. I vincitori delle scorse edizioni hanno già sottolineato come il premio MPA abbia permesso ai loro progetti di svilupparsi e di attirare altri investimenti.

In merito al Nepal, esiste da anni un progetto in collaborazione con Ang Tshering Sherpa e il governo nepalese, nel quale cerchiamo di ridurre gli impatti ambientali e allo stesso tempo di promuovere un turismo sostenibile sulle altre vette himalayane meno conosciute. Il CAI ha partecipato attivamente alla sua realizzazione.

Per saperne di più su tutti i progetti dell’UIAA in termini di sostenibilità ambientale la invitiamo a visionare il nostro sito: http://www.theuiaa.org/the-uiaa-mountain-sustainability/.

A proposito di rifiuti, clima e turismo, l’UIAA è membro attivo delle Nazioni Unite tanto nell’ambito della convenzione quadro sui cambiamenti climatici quanto del Programma di Turismo Sostenibile 10YFP, entrambi organismi nati per risolvere i problemi di cui si parla anche nel suo interessante articolo.

Ad ogni modo, la Commissione Protezione della Montagna e l’UIAA sono aperte a qualsiasi idea e suggerimento in merito ad azioni concrete da intraprendere, che ci sia la possibilità o di avviarle o di appoggiarle, quindi la preghiamo di mettersi in contatto con noi perché saremmo felici di sentire le sue idee riguardo a possibili progressi per le comunità montane e per gli alpinisti.

Grazie e, speriamo, a presto.

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Spettacolarizzazione dell’alpinismo ed eccessiva antropizzazione sono i mali della montagna http://www.montagna.tv/cms/115809/spettacolarizzazione-dellalpinismo-ed-eccessiva-antropizzazione-sono-i-mali-della-montagna/ http://www.montagna.tv/cms/115809/spettacolarizzazione-dellalpinismo-ed-eccessiva-antropizzazione-sono-i-mali-della-montagna/#comments Fri, 17 Nov 2017 07:44:00 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115809 Oltre 300 persone hanno preso parte al convegno “Ripensare alla montagna”, svoltosi sabato 11 novembre presso la Fondazione Sella di Biella. Mountain Wilderness infatti, a distanza di tre decenni dalla fondazione, è ancora capace di alimentare dibattiti e discussioni animate fra gli alpinisti, gli studiosi e gli esperti di montagna.

Tante e diverse le istanze emerse durante il convegno: accanto a chi riconosce la necessità di dare alla montagna la possibilità di essere motore di sviluppo e di economia sostenibile, c’è invece chi non è disposto a scendere a compromessi e rivendica l’attualità delle Tesi di Biella scritte nel 1987.Il desiderio – teoricamente comprensibile – di convertire il maggior numero possibile di persone alla pratica della montagna, facilitandone l’avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione. […] Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione. Essa infatti trascura i valori di wilderness – e della solitudine che la caratterizza – come cardini irrinunciabili della qualità dell’alpinismo. Noi crediamo che la progettazione e la capienza dei rifugi non debbano inseguire la richiesta dei potenziali frequentatori, ma vadano misurate sulla quantità di presenze che gli ambienti naturali, resi più facilmente fruibili grazie a tali ricoveri, possono sopportare senza perdere di significato”.

Tutti i partecipanti si sono dimostrati d’accordo nell’individuare nella spettacolarizzazione dell’alpinismo e nell’eccessiva antropizzazione delle aree montane i due mali che affliggono le terre alte pur riconoscendo che molto è stato fatto in questi lunghi decenni di attività: c’è stato un netto rallentamento del degrado e un aumento sensibile della consapevolezza da parte dei fruitori della montagna. Ma non è ancora abbastanza.

Con i cambiamenti climatici, che modificano gli ecosistemi in quota, e l’evoluzione del profilo e delle necessità del turista che frequenta la montagna, si rende necessaria una pianificazione nuova, lungimirante, in grado di pensare progetti sostenibili anche a lunghissimo termine, capaci di innescare processi economici virtuosi.

Altrettanto necessaria una migliore gestione dei fondi pubblici, spesso distribuiti con poca oculatezza e senza regolari controlli, una sensibilizzazione culturale e un miglior sfruttamento delle terre alte: l’uomo è una presenza prepotente, in grado di imporre mutamenti repentini e non necessari al paesaggio, che rischia di compromettere la territorialità autentica e rovinare per sempre il patrimonio montano, trasformandolo in un non luogo. Quello è infatti il punto di non ritorno, che segna un definitivo impoverimento -economico e sociale- di un intero territorio.

Centrali per tutti i partecipanti anche i concetti di responsabilità, di vincoli e di libertà: la montagna è di chi la protegge, di chi sa godere della libertà che offre, ma che ne rispetta i forti vincoli posti da un ambiente fragile e sottoposto a grandi rischi.

E in ultimo la montagna va rispettata: le -controverse- manifestazioni e attività sportive che si svolgono in quota devono essere svolte nel pieno rispetto di un’etica che ponga al centro la montagna e i suoi abitanti, cioè gli animali selvatici, che necessitano di protezione e tutela costanti.

Fra le discussioni emerse, anche quella – molto contemporanea – relativa all’utilizzo della tecnologia che, se da un lato consente a chi pratica la montagna di muoversi più in sicurezza, dall’altro fa sì che le persone siano disposte ad assumersi rischi maggiori di quanti ne avrebbero mai corsi senza l’ausilio di apparecchiature all’avanguardia: la tecnologia non può e non deve sopperire alle proprie mancanze o alla scarsa preparazione, ma deve essere solo uno strumento utile, da usare con consapevolezza.

E, a chiusura del convegno, non è mancata un’accorata rivendicazione da parte di Carlo Alberto Pinelli, regista, scrittore, alpinista e ambientalista, nonché uno dei padri fondatori di Mountain Wilderness, secondo cui: “la montagna è il regno dell’autenticità, della libertà, della possibilità di scelta: solo la montagna offre una visione veramente prospettica sulla nostra vita. Dobbiamo imparare a vivere la montagna per com’è: cioè un territorio, certo, ma anche un insieme di incontri, di rapporti umani, di fiori, di animali”.

Pinelli ha anche lanciato un monito: senza ambiente selvaggio non c’è libertà; la wilderness non è uno spazio di gioco che, per definizione, è basato su precise regole, ma è uno spazio di avventura vera, l’ultimo che ci è rimasto, e che va difeso strenuamente.

Un ultimo momento del convegno è stato dedicato all’incontro, moderato dal giornalista Andrea Formagnana, fra gli scrittori Paolo Cognetti, premiato con lo Strega per “Le otto montagne”, e Matteo Righetto (Premio Cortina 2016 e Premio “Ghiande” Festival dell’Ambiente di Torino 2017), autore di “La pelle dell’orso” e “L’anima della frontiera”, che si sono interrogati sul tema della frontiera, dei confini e della Wilderness dei popoli.

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Carlo Alberto Pinelli, l’anima di roccia e ghiaccio di Mountain Wilderness http://www.montagna.tv/cms/115582/carlo-alberto-pinelli-lanima-di-roccia-e-ghiaccio-di-mountain-wilderness/ http://www.montagna.tv/cms/115582/carlo-alberto-pinelli-lanima-di-roccia-e-ghiaccio-di-mountain-wilderness/#respond Sun, 12 Nov 2017 06:00:47 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=115582 Dopo l’intervista ad Alessandro Gogna proseguiamo il viaggio a ricordo dei trent’anni di fondazione di Mountain Wilderness chiacchierando con Carlo Alberto Pinelli. Regista, alpinista, ambientalista Pinelli ha dedicato la sua vita alla montagna e continua a farlo anche oggi, superata la soglia degli ottant’anni.

Cos’ha portato alla nascita di Mountain Wilderness?

Negli anni ’80, ma anche prima, molti alpinisti e escursionisti hanno iniziato ad accorgersi del rischio che venisse meno l’autenticità dell’esperienza di incontro con le montagne. Si stava andando sempre più verso una dirompente deriva consumistica, con tutto ciò che essa portava.
Nel contempo ci eravamo convinti che i club alpini tradizionali non erano in grado di contrastare tale progressivo degrado. Serviva uno strumento nuovo. Uno strumento agile, determinato, pronto a tutto, refrattario a compromessi. Questo strumento venne identificato, durante il Convegno di Biella, nel 1987, in una nuova associazione: Mountain Wilderness.

Quale doveva essere il significato di quest’associazione per i soci fondatori?

La nuova associazione doveva presentarsi e agire come una specie di Greenpeace della montagna, ricorrendo senza timori, e dove sembrava necessario, anche a  iniziative eclatanti, provocatorie (ma non goliardiche!), in grado di veicolare messaggi, magari scomodi e controcorrente, ma precisi e difficilmente accantonabili. Infatti venimmo, per le nostre modalità d’intervento, identificati dai media come “i Greenpeaks”.

Crede che l’associazione sia rimasta fedele a questi punti?

Credo che in questi trent’anni Mountain Wilderness sia rimasta fedele a quel significato, sebbene lo abbia esteso ad ambiti non strettamente connessi con l’alta montagna, come i parchi nazionali o l’imbroglio delle pale eoliche.

La filosofia ambientalista di Mountain Wilderness si può conciliare con quelli che sono stati i grandi risultati dell’alpinismo?

Sarebbe ingiusto e anche sciocco condannare certi comportamenti del passato, derivati da situazioni sociali, ignoranza ecologica e carenti consapevolezze culturali frutto di momenti storici diversi. Oggi noi reputiamo ad esempio che l’utilizzazione delle bombole d’ossigeno per raggiungere le grandi vette himalayane dovrebbe essere considerata illecita e eticamente scorretta: una forma di doping. Però non condanniamo chi, negli anni cinquanta e sessanta ne ha fatto uso. Personalmente penso tuttavia che la prima ascensione all’Everest dovrebbe appartenere a chi per primo riuscì a raggiungere la vetta senza usare ossigeno e non a Hillary e Tenzing. Ma si tratta, ripeto, di un’opinione del tutto personale. L’atto di abbandonare in quota corde fisse, tende, rifiuti, dovrebbe inficiare alla radice il risultato sportivo raggiunto. Oggettivamente, sul piano etico, non ha giustificazioni.

Secondo lei cosa unisce la pratica alpinistica all’Ambientalismo?

Correggerei la domanda riformulandola con “potrebbe unire”. Perché l’identificazione tra alpinista e ambientalista resta tutt’altro che automatica. Spesso, anzi, essa è particolarmente carente nei “grandi” alpinisti che cedono alla tentazione di porre tra se stessi e lo spirito della montagna il filtro sterilizzante del proprio super-io. Su questo argomento ho meditato e scritto a lungo. E qui lo spazio sarebbe insufficiente.  Del resto già le tesi di Biella, testo fondante di Mountain Wilderness, lo dicono con chiarezza: “…E’ di importanza fondamentale maturare la piena consapevolezza delle innumerevoli connessioni che uniscono i valori ecologico-ambientali ai valori etici, estetici e comportamentali. Proprio in tali connessioni infatti si situa il senso dell’alpinismo come espressione di cultura” .

Parliamo di oggi. Cosa vede nell’attualità della montagna?

Ho più di ottant’anni e l’età mi ha costretto a rallentare il mio coinvolgimento diretto con l’avventura dell’alpinismo di roccia e ghiaccio che ha modellato una gran parte della mia vita e del mio carattere. Oggi però intuisco un notevole livello di confusione e temo la deriva ludico/superomistica di quell’avventura. Credo che l’alpinismo, per essere compreso veramente, abbia bisogno di maggiore umiltà e di rinuncia al protagonismo esasperato.

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