L’approfondimento – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 12 Jan 2018 20:26:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Sergio Martini: Il mio ricordo del K2? Montagna maestosa, ma spedizione per nulla piacevole http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/ http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/#comments Mon, 08 Jan 2018 06:00:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117414 Schivo e riservato, Sergio Martini è il secondo italiano ad aver completato i quattordici 8000. Ad incuriosire è il fatto che la sua prima cima al di sopra degli Ottomila metri sia stata il K2. Montagna spesso temuta che l’alpinista trentino ha scalato passando per l’allora semisconosciuto versante nord.

 Il K2 è stato il primo 8000 che ho raggiunto, ma non è stata la prima montagna di 8000 metri che ho tentato di scalare. Ne avevo già tentati altri come il Dhaulagiri nel 1976 o l’Everest nel 1980. Il K2 è venuto grazie a queste prime due esperienze.”

Come mai?

Perché ero molto legato alle persone con cui ho fatto gli altri tentativi. Con il K2 ho continuato questa esperienza ad altissima quota. In particolare con Santon, già capospedizione all’Everest, poi capospedizione al K2 nell’83.

Che impressione ha avuto di quella via?

La prima volta in cui ho visto questa montagna è stata sulle fotografie di spedizioni passate. Foto di Desio principalmente. Foto da cui traspariva questa linea perfetta. Una salita diretta alla cima lungo il filo della cresta. Un percorso affascinante che si sviluppa da un versante poco conosciuto, soprattutto in quegli anni, dato che la zona era appena stata aperta agli stranieri.

Una via con solo un anno di vita, era stata salita giusto l’anno prima dai giapponesi.

È stato affascinante perché era tutto da scoprire, sia dal punto di vista logistico con l’organizzazione della spedizione che per quanto riguardava l’avvicinamento alla montagna.

Come ricorda la spedizione?

Dal mio punto di vista, per nulla piacevole. Rimanere oltre 4 mesi sotto la montagna ha influenzarto gli animi della squadra e ha minato i rapporti tra i suoi componenti. Eravamo una squadra numerosa e avremmo dovuto lavorare in team, ma così non è avvenuto. Molti non hanno lavorato, altri invece hanno fatto molto e ancora il gruppo che doveva essere di appoggio non lo è stato affatto.

A questo si aggiunge che, come spesso accade, chi non tocca la vetta rimane amareggiato. All’epoca eravamo tutti giovani e si sono venute quasi a creare delle fazioni all’interno del gruppo. Di certo non posso ricordare la spedizione per la grande armonia che regnava tra i componenti. Ho però il ricordo di un grande entusiasmo all’idea di cimentarmi sulla montagna.

Il K2 invece?

Qualcosa di grandioso. Da quel lato la montagna appare isolata e maestosa più che dal lato pakistano. Tutt’intorno non esistono cime che ne possano sminuire la grandiosità. Spettacolare con questo sperone che vien su da questo terreno desertico d’alta montagna.

Un momento della spedizione che le è rimasto particolarmente impresso?

Uno si, ma di certo non divertente. Era durante il trek di rientro. Ricordo che usavamo i cammelli. All’andata non c’erano stati problemi, era l’inizio della stagione calda e le valli erano transitabili senza problemi. Però, al ritorno, abbiamo trovato così tanta acqua nei fiumi che la paura è stata davvero tanta. Sono stati giorni lunghi, credo i momenti peggiori che non la salita stessa della montagna.

Più interessante e divertente è stato invece l’attraversamento dei villaggi in cui c’è stato grande coinvolgimento da parte di tutta la popolazione che ha vissuto come un evento eccezionale il passaggio di gruppi così numerosi.

Ora però tocca ai polacchi…

Conosco personalmente Wielicki e so che i polacchi storicamente sono stati sempre molto tenaci. È gente che non molla facilmente la presa di un progetto. Con Krzysztof ho anche uno stretto un profondo legame di amicizia che mi fa sperare tutto possa andare per il meglio e che possa riuscire nel suo obiettivo.

Sicuramente, quello del K2 invernale, è un impegno non da poco. So che ce la metteranno tutta per arrivare. Ovviamente però, al di la delle capacità umane, ci saranno le condizioni climatiche che si troveranno a dover affrontare.

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Contro l’allarmismo: alcune considerazioni sul pericolo e sul rischio valanghe http://www.montagna.tv/cms/117449/contro-lallarmismo-alcune-considerazioni-sul-pericolo-e-sul-rischio-valanghe/ http://www.montagna.tv/cms/117449/contro-lallarmismo-alcune-considerazioni-sul-pericolo-e-sul-rischio-valanghe/#comments Mon, 08 Jan 2018 05:30:32 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117449 Testo di Gianluca Ippolito, guida alpina 

 

Sebbene possa disturbare la circolazione stradale o le più normali attività umane, una precipitazione nevosa viene sistematicamente associata dalla carta stampata e dai telegiornali a una situazione di “allarme valanghe”. A mio giudizio, questo modo di diffondere le notizie, di far conoscere ciò che sta accadendo da parte dei professionisti dell’informazione non è corretto ed è fortemente diseducativo e fuorviante. È bene sapere invece che quando la neve si deposita su un piano inclinato sussiste sempre il pericolo potenziale di valanghe ma nella maggior parte dei casi il pericolo non sussiste per le persone e per le attività umane. Lanciare quindi le notizie utilizzando il termine “allarme” o “allerta” nel titolo, in riferimento a ogni nevicata, non fa altro che generare inutile angoscia nei cittadini che capiscono poco o nulla delle dinamiche comportamentali della neve al suolo. È quindi importante distinguere ciò che è il PERICOLO da ciò che è il RISCHIO.

Il pericolo rappresenta una SITUAZIONE OGGETTIVA, nei confronti della quale l’uomo non può intervenire: pericolo di frane, pericolo di caduta massi, pericolo di valanghe, pericolo di incendio, tanto per fare qualche esempio pratico. Il rischio invece dipende dal COMPORTAMENTO DELLE PERSONE: se io, in presenza di pericolo di caduta valanghe esco di casa, mi reco in montagna e mi muovo su un terreno con certe caratteristiche, mi porto nel raggio d’azione del pericolo, da questo momento inizio ad assumere un rischio. Se parliamo allora di una situazione oggettiva come le condizioni della neve al suolo e vogliamo indicare se c’è la possibilità che cada una massa di neve (valanga), dobbiamo usare il termine PERICOLO. Si tratta di un termine tecnico, non esistono sinonimi, tanto è vero che la tabella che indica il PERICOLO DI VALANGHE è unificata, uguale in quasi tutto il mondo: è suddivisa in cinque livelli proprio per indicare la maggiore o minore possibilità che avvenga un distacco. I livelli di pericolo non sono rappresentati secondo una scala lineare: la differenza di pericolo che c’è tra 1 e 2 non è la stessa che c’è tra 4 e 5! Con pericolo 1 è molto difficile rimanere travolti da una valanga, mentre con pericolo 4 le valanghe possono essere di grandi dimensioni, staccarsi in modo spontaneo (senza che una o più persone sollecitino a sovraccarico il manto nevoso) e raggiungere in alcuni casi la viabilità. Con condizioni di pericolo 5 vengono sicuramente presi provvedimenti per la tutela della pubblica incolumità e la salvaguardia delle infrastrutture da parte delle autorità preposte alla Protezione Civile, in quanto con pericolo 5 è altamente possibile che le valanghe arrivino fin nelle aree antropizzate.

Abbiamo così introdotto un altro concetto: aree ANTROPIZZATE ed aree NON ANTROPIZZATE, dette anche in termini tecnici da chi pratica la montagna per diletto o professione TERRENO D’AVVENTURA. Premesso che la legge italiana prevede il reato per il distacco provocato di una valanga da parte di persone (art. 427 c.p.), è bene distinguere tra il rischio per gli alpinisti che muovono sul terreno d’avventura e il rischio per le infrastrutture e le aree antropizzate, ove si svolgono le normali e quotidiane attività umane. Nel primo caso gli alpinisti decidono volontariamente di sottoporsi al rischio di travolgimento e devono quindi assumere tutti quei comportamenti atti a mitigare il rischio stesso fino a valori gestibili, tenendo comunque presente che il rischio nullo non esiste! Nel secondo caso le persone che vivono nei paesi e circolano sulle strade aperte al traffico hanno il diritto di vivere e muovere in sicurezza e ciò deve essere loro garantito da una autorità a questo scopo preposta. Nei comuni di montagna il responsabile della sicurezza è il sindaco, che si avvale della consulenza tecnica della Commissione Valanghe. Per situazioni più complesse e più critiche possono arrivare in supporto le ARPA regionali e la Protezione Civile.

In conclusione, la neve è un fenomeno meteorologico come tanti altri ma, quando si deposita al suolo, ha dei comportamenti che non è sempre semplice comprendere. La possibilità che cada una valanga è un pericolo oggettivo e, se non andiamo a metterci alla sua portata, non costituisce per noi un rischio. La neve che si deposita su un piano inclinato può sempre dar luogo al fenomeno “valanga”. Al giorno d’oggi i modelli previsionali sono molto efficaci e la possibilità che un cittadino che vive in un contesto urbano o che muove nell’ambito di un’infrastruttura realizzata dall’uomo (una strada, per esempio) venga travolto da una valanga è estremamente remoto se non impossibile. Certamente la possibilità che ciò accada dipende dall’efficienza dei sistemi di monitoraggio e di allarme. È però importante non associare immediatamente una nevicata ad una situazione di emergenza, come talvolta alcuni mezzi d’informazione pare vogliano portarci a fare a causa dell’uso di toni eccessivamente enfatici e allarmistici. In ogni caso, per frequentare la montagna nella sua candida veste invernale, ove il pericolo spesso è occulto ed è quindi difficile capire quale comportamento è meglio adottare, è altamente consigliabile ingaggiare un professionista come un Guida Alpina. Egli ha la preparazione tecnica più che adatta per riconoscere il pericolo e evitare di correre rischi eccessivi, garantendo quindi di poter trascorrere una giornata di divertimento sulla neve delle nostre splendide Alpi.

Buona neve a tutti!

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“Il peso delle ombre”: racconti veri, fake news e comode bugie http://www.montagna.tv/cms/117402/il-peso-delle-ombre-racconti-veri-fake-news-e-comode-bugie/ http://www.montagna.tv/cms/117402/il-peso-delle-ombre-racconti-veri-fake-news-e-comode-bugie/#comments Sun, 07 Jan 2018 06:00:46 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117402 Alessandro Gogna ama la montagna: la notizia è vera. Per questo riesce a scovare nel mondo dei montanari e ancor più in quello degli alpinisti delle particolarità e delle criticità che a volte rendono difficile questo amore.

Questa volta da bibliofilo montano s’è incontrato con il libro “Il peso delle ombre”, GabrieleCapelli Editore, di Mario Casella, giornalista svizzero di carta stampata, radio e televisione, ma anche provetto alpinista.

Vien da pensare, leggendo il libro, che la verità e l’oggettività siano materia poco frequentata sulle montagne: la complessità degli elementi interpretativi ambientali, la lunghezza della prestazione, che spesso si protrae continuativamente per giorni, l’incredibile quantità di stimoli e influenze psicologiche determinate dall’individuale condizione fisica, dallo stato di nutrizione, dalla mancanza di ossigeno, per dirne solo alcune, influenzano a tal punto la condizione psichica da proiettarci talvolta in realtà parallele, come studiato di recente da una ricerca scientifica sugli effetti psicotici dell’alpinismo d’alta quota. Insomma, in certi momenti non sappiamo cosa facciamo e se quel che ricordiamo è quel che abbiamo fatto. E così, giocoforza, ricostruiamo l’accaduto, spesso con ambiguità e, ovviamente, a nostro vantaggio.

Ma è anche vero che la prova non è in assoluto richiesta in alpinismo e dunque l’impresa, la mancata impresa o il salvataggio, proprio o altrui, rimangono nella storia come fatti accaduti, criticati e a volte confutati con altri pezzi di storie alternative alla prima. Questo crea il caso e quelle che Casella definisce ombre, che ci si trascina appresso, qualunque sia stata la motivazione della storia raccontata dal protagonista, o della contro-storia raccontata dai suoi detrattori.

Le conseguenze sulla vita dei protagonisti possono essere dolorose e deleterie, cambiano la percezione della credibilità da parte degli altri, sono un duro colpo all’autorevolezza, sia pure sportiva e alpinistica. Anche se a taluno pare non importi proprio e procede imperterrito verso… la cima.

Una ricerca complessa quella di Casella che tocca, lui lo fa con grazia, uno dei nervi scoperti dall’alpinismo. La verità è importante, ma la sua ricerca, sostiene Casella, non può essere però ossessiva tanto da deformarne i contorni e a volte i contenuti.

Resta il fatto che l’ambizione e l’esibizionismo sono indubbiamente, in dosaggi differenti secondo i casi e le persone, presenti nella storia dell’alpinismo e degli alpinisti, sempre, sia in senso positivo che deteriore. La competizione, altro elemento di stimolo al miglioramento anche qualitativo delle prestazioni, particolarmente nelle sue ricadute economiche, è talmente al ribasso e drogata dal rapporto tra professionisti ( guide e alpinisti sponsorizzati a vario titolo) e dilettanti ( accademici e amatori di vario pensiero e natura ideologica) da non consentire l’espandersi di un serio e credibile movimento professionale delle attività alpinistiche-sportive, che si fondi su un’oggettiva valutazione e riconoscimento della qualità delle attività stesse.

Il terreno incerto e ambiguo nel quale l’alpinismo si agita contribuisce a creare non pochi “casi”, veri e/o falsi.

Le storie nel libro di Casella sono 17, dal K2 di Walter Bonatti al Cerro Torre di Cesare Maestri, alle imprese di Cook in Alaska, all’Annapurna di Ueli Steck, ma anche la parete sud del Lhotse di Tomo Cesen e le ombre su Messner sopo il Nanga Parbat. Il tema dell’ossigeno e le storie di onestà ed umiltà delle donne di montagna attraverso le vicende di Henriette d’Angeville e di Edurne Pasaban. Sono tutte vere come le polemiche e le contro-verità che hanno suscitato.

Del resto, ogni alpinista è stato certamente protagonista, come ogni uomo di mare, di caccia o pesca, di piccoli e grandi “casi”, volontari o no, di esagerazione e manipolazione della verità. Qualcuno ci ha perfino costruito pezzi della propria fama. Ma non è un fenomeno dei giorni nostri. Esilarante ed emblematico in tal senso il famoso “libretto” di Giuseppe Mazzotti, regalato in edizione anastatica allo scorso Film Festival di Trento e che titola: “La montagna presa in giro”, anno 1935.

Casella conclude: “È stata per me una scalata carica di emozioni e a momenti fonte anche di inaspettate riflessioni che credo possano essere estese ad altri ambiti dell’attività umana: dal lavoro al tempo libero, dalla vita privata alla malattia. Sono temi che interpellano: la vita e la morte, l’amore per chi ti vuol bene; l’autostima e l’egoismo; la competizione e il rispetto degli altri”.

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Che tempo farà al K2 quest’inverno? http://www.montagna.tv/cms/117140/che-tempo-fara-al-k2-questinverno/ http://www.montagna.tv/cms/117140/che-tempo-fara-al-k2-questinverno/#respond Fri, 05 Jan 2018 06:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117140 Il K2 quest’inverno sarà protagonista indiscusso nella scena dell’alpinismo internazionale. Il tentativo dei polacchi, capitanati dal veterano delle invernali Krzysztof Wielicki, è ormai ai banchi di partenza e, se c’è una cosa di cui siamo certi è che oltre alla bravura degli alpinisti sarà fondamentale incontrare le corrette condizioni meteo. Per questo siamo andati a farci spiegare dal meteorologo Filippo Thiery, che per quattro inverni ha seguito giorno per giorno l’andare della meteo al Nanga Parbat, quali potrebbero essere le condizioni che gli alpinisti si potrebbero trovare di fronte.

Quali sono le condizioni base a cui gli alpinisti dovranno abituarsi?

Di sicuro incontreranno temperature che arrivano a trenta, quaranta gradi sotto zero e anche una grande ventilazione. Due fenomeni che presi singolarmente non danno grossi problemi, ma che incontrati insieme possono diventare micidiali.

A compromettere ulteriormente i giochi ci si mettono poi le nevicate, in questo periodo più intense, che possono far variare di molto la lunghezza delle finestre di bel tempo perché si, esiste sempre il rischio di dover sprecare parte della finestra nell’attesa che la montagna scarichi e si stabilizzi.

Infine vanno fatti i conti con le poche le ore di sole. Problema che incide non solo sulle ore di scalata, ma anche sulle condizioni della via di salita. In più, gli squilibri di temperatura tra i versanti in ombra e quelli assolati (che in inverno sono molto più forti che in estate), generano brezze del tutto imprevedibili.

Imprevedibili?

Si tratta di fenomeni che cambiano da montagna a montagna. Sono strettamente dipendenti dalla morfologia del massiccio e sono molto pericolose se le si incontrano durante la scalata.

Noi possiamo invece valutare la posizione delle correnti a getto e saper indicare agli alpinisti quando i venti in quota sono troppo forti per salire e quando invece si ha una buona finestra.

Il meteo sul K2 può essere influenzato dalla vicinanza ad altre cime con altezze similari?

Si. È un fenomeno che vediamo bene sulle Alpi dove non esistono massicci montuosi realmente isolati.

Sulla catena alpina il meteo cambia radicalmente di valle in valle ed in alcuni casi esistono situazioni locali spesso imprevedibili, nel senso che noi possiamo dire che ci può essere un’instabilità climatica in una data area ma finché non si va sul posto non si può sapere con precisione dove ci sarà la nuvoletta innocua e dove il temporale con i fulmini.

Ovviamente, quando si trasporta questo ragionamento alle quote del K2 va tutto amplificato, anche l’influenza di masse vicine sui fenomeni atmosferici.

Quanta sicurezza si può avere quando si parla di questo tipo di previsioni?

Di certo grandi cose prima del tempo non si possono dire. Ho seguito 4 inverni al Nanga, ognuno con le sue caratteristiche e ognuno molto diverso dall’altro. Non sono mai riuscito a trovare indizi, avvisaglie, per poter dire come sarebbe stato il clima e quali condizioni ci si sarebbe potuti aspettare.

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Vincenzo Torti: Il CAI di oggi è già il CAI di domani http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/ http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/#comments Tue, 02 Jan 2018 06:00:30 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116907 I nuovi bollini sono ormai arrivati e molti soci ne hanno già approfittato per incollare questa nuova piccola opera d’arte al loro tesserino CAI. Un francobollo che non è solo Soccorso Alpino e sconto nei rifugi, ma cos’è allora il CAI? Abbiamo cercato di capire meglio cosa vorrebbe essere il Club Alpino Italiano dialogando con il suo presidente generale Vincenzo Torti.

“Da un sondaggio è emerso che i giovani ritengono il CAI un’associazione molto seria, che però non sa comunicare bene all’esterno chi è e cosa fa. Dovremo quindi lavorare meglio per diffondere meglio il nostro messaggio.” Vincenzo Torti

 Il CAI ieri, oggi e domani?

Io sono stato accanto a due presidenti generali e tutti e due avevano costituito due gruppi di lavoro dedicati al CAI di oggi e al CAI di domani. Quando è toccato a me diventare presidente sono partito dicendo immediatamente che non esiste un CAI del futuro senza un CAI che oggi lavora seriamente.

Cosa significa CAI che lavora seriamente oggi?

Un CAI che non butta via il suo tempo e quello dei volontari. Considero il mio tempo e quello dei soci estremamente importante. Di mio ho già speso un anno e mezzo riuscendo a recuperare diecimila soci, credo quindi di aver fatto qualcosa di buono in quest’arco temporale.

Come immagina invece il CAI del futuro?

Il CAI futuro è il CAI che di giorno in giorno si profila all’orizzonte con idee che poi si trasformeranno in realtà. È il CAI che oggi progetta per poi fare in futuro qualcosa di concreto.
Uno degli esempi più concreti di CAI futuro è la casa della montagna di Amatrice a cui stiamo lavorando e che giorno dopo giorno si concretizza sempre più. Ora ci siamo impegnati per il dissequestro dell’area e, a breve, daremo incarico di progettazione della casa della montagna.
Altro esempio è il Sentiero Italia che io voglio rivedere nel 2018. Il mio editoriale su Montagne360 di gennaio sarà dedicato al Cammina Italia che torna e che viene integrato perché mancavano itinerari in due Regioni. Ho anche ricontattato Teresio Valsesia per lavorarci.
E ancora, appena insediato, sono riuscito a portare a compimento in pochi mesi una mia promessa di insediamento, ovvero la costituzione di un fondo di mutualità per aiutare le sezioni con difficoltà di risorse e, le sezioni che hanno avuto necessità importanti hanno già avuto accesso a questi fondi. Ora aspettiamo il benestare del MIBACT per far si che le sezioni possano richiedere un mutuo usando come garanzia la somma messa in una banca etica da parte del CAI Centrale.

 Lei sta allargando il panorama decisionale del CAI alla sua base, ai soci tutti. Quanto è importante nel CAI questo?

È importantissimo perché la voce deve essere quella della base. Io cerco di avere un dialogo con i soci tutti. Lo faccio attraverso l’editoriale di Montagne360 e, sempre attraverso quello, sono stato il primo presidente della storia a comunicare in anticipo a tutti i soci quel che sarebbe stato l’argomento di dibattito all’assemblea generale del CAI. Era un tema delicatissimo per noi, si parlava della nostra proprietà al Pordoi che ci è costata lacrime e sangue negli anni. Nell’editoriale del primo maggio ho espressamente detto che era insensato buttare via soldi così e ho motivato il perché si sarebbe parlato di questo nell’assemblea di Napoli. Non era mai accaduto prima.
Oltre all’editoriale io sono il presidente che ha intestato e firmato 1300 lettere a tutti i soci che nel 2017 hanno raggiunto 50, 70, 80 bollini. Sono piccole cose che ti fanno sentire la vicinanza della sede centrale. E a riprova di questo ci sono le tantissime lettere di risposta che sto ricevendo. Tutti mi rispondono con belle parole, riconoscenti. Molti ringraziamenti.
La vicinanza è questa. Avere il momento in cui fai vedere che il centro non è lontano. Spesso ho incontrato soci che scrivevano per essere ascoltati e quando ho potuto ci ho preso un caffè.
Ho cercato di mettere dei corsi in sede centrale. Questa sede non è lontanissima, va sfruttata.

 Che significato ha oggi il tesserino CAI?

Quello di appartenere ad un’associazione che risulti coerente tra gli ideali che propugna e i comportamenti che tiene. La coerenza, solo questa. Negli anni il CAI ha preso una marcata piega ambientalista, nel senso positivo del termine. Un modo fondamentale per mostrare la vicinanza del CAI al territorio.
Nel corso del mio mandato c’è poi stato l’impegno, preso in prima persona, a sostegno dell’ambiente per cercare di risolvere la problematica delle moto sui sentieri e ora tutte le associazioni ambientaliste stanno respingendo le associazioni di motociclisti che temono di subire un duro contraccolpo da questa chiusura.

Quella delle moto è una causa che le sta molto a cuore…

Certamente e le spiego perché con un esempio. Questa mattina ho parlato con R. da Prato, che mi ha contattato per dirmi grazie dopo aver letto un mio articolo sulle moto. R. è invalido su carrozzina da 30 anni. Si trova in questa situazione perché è stato aggredito da un gruppo di motociclisti sul suo terreno di proprietà mentre cercava di impedirne l’accesso.
Una storia grave, di cui non sto qua a raccontare tutta la trafila legale, ma una storia che insegna che ognuno deve avere rispetto per l’altro. Le moto devono stare nel loro spazio. Il codice della strada definisce ad articolo 2 quelli che sono i percorsi per loro e i sentieri non ne fanno parte.

Una battuta sul problema Guide Alpine/guide ambientali?

È una problematica che conosco indirettamente. Ma è un tema straordinario perché le Guide Alpine stanno studiando un modo per aprire il mondo dell’accompagnatore di media montagna e probabilmente si troverà un sistema, se da ambo le parti si lavora in modo serio.
Io sogno, come in tutte le professioni, che non si perda un livello di adeguata professionalità. So che le Guide Alpine sono serie nella preparazione. Non conosco invece la preparazione di altre forme di guide d’accompagnamento, ma questo non vuol dire che il loro livello sia scarso. Se si vuole fare seriamente c’è spazio per tutti. La speranza è che si abbia la voglia di trovare forme di accompagnamento professionale e serio, con preparazioni serie in modo che venga garantita all’utenza la miglior professionalità possibile. Poi, con quali sigle, poco importa. 

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Gran Sasso, la montagna sprecata – di Stefano Ardito http://www.montagna.tv/cms/117178/gran-sasso-la-montagna-sprecata-di-stefano-ardito/ http://www.montagna.tv/cms/117178/gran-sasso-la-montagna-sprecata-di-stefano-ardito/#comments Sat, 30 Dec 2017 06:00:36 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117178 di Stefano Ardito

 

Hanno chiuso il Gran Sasso, e hanno buttato via la chiave. Tra Natale e Capodanno, le montagne d’Europa regalano divertimento a milioni di cittadini, e danno reddito a decine di migliaia di residenti. In Abruzzo succede il contrario. E il massiccio più bello e più alto di tutti sembra un nemico da tenere sotto chiave. E’ una follia, uno spreco, un suicidio.

Si capisce, dopo i 39 morti di un anno fa a Rigopiano, che chi amministra abbia paura della neve. Ma la paura per governare il territorio non basta. Sul Gran Sasso pesano una burocrazia lenta e cieca, l’ignoranza di cosa si fa altrove, la mancanza assoluta di fantasia.

Certo, non si può fare di ogni erba un fascio. Ogni decisione sbagliata ha la sua storia, le sue carte bollate e le sue firme. Occorre distinguere tra le responsabilità dei Comuni, della Regione, delle tre ex-Province di Teramo, Pescara e L’Aquila, del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, delle società pubbliche proprietarie degli impianti di risalita. 

A Campo Imperatore la funivia, di proprietà di una società del Comune dell’Aquila, è regolarmente aperta. Chi dai 2130 metri dell’arrivo vuole salire alla cresta della Portella o al Corno Grande con i ramponi o gli sci può farlo, almeno finché non arriverà un nuovo divieto di attività fuoripista. Lo storico albergo che ha ospitato Mussolini, e prima e dopo di lui migliaia di escursionisti e sciatori, invece è sprangato, senza nemmeno un bar o un gabinetto di emergenza. 

Il cantiere della nuova seggiovia delle Fontari funziona, ma i lavori sono iniziati troppo tardi. Sarebbe stato possibile rinviarli di un anno, e tenersi ancora per un inverno il vecchio impianto. Invece si è deciso di tentare, e sembra proprio una decisione sbagliata. Se va bene, seggiovia e piste apriranno e febbraio.

Certo, come sappiamo bene, l’inverno non è solo sci di pista. A Campo Imperatore si potrebbero tracciare dei sentieri battuti (in Alto Adige ce ne sono centinaia), o proporre escursioni con piccozza e ramponi ai rifugi condotte dalle guide alpine abruzzesi. L’Osservatorio astronomico è una meta suggestiva. Ma non ci sono iniziative né proposte.  

Sul versante di Teramo la situazione è altrettanto deprimente. A Prato Selva, in territorio di Fano Adriano, le seggiovie sono chiuse, i battipista in abbandono, il rifugio alla base degli impianti ha qualche finestra aperta e si riempie di neve. 

Ai Prati di Tivo, alla base del Corno Piccolo, la nuova cabinovia, costruita nel 2009 con dimensioni più adatte alla Val Gardena che a una piccola stazione abruzzese, ha costi di gestione troppo alti, e costringe a gare d’appalto estenuanti. 

Alla fine, anche stavolta, a gestirla sarà la Gran Sasso Teramano, società pubblica in via di liquidazione. Ma il ritardo è già enorme. Nella scorsa estate, invece che a giugno, l’impianto è partito a fine luglio, dimezzando di fatto la stagione. 

Ora, nel momento-clou della stagione invernale, si è appena iniziato a collaudare gli impianti, ma le piste per ora sono chiuse. Senza battitura, la neve di inizio dicembre è stata spazzata via dal vento. La cabinovia dell’Arapietra funziona, ma trasporta solo scialpinisti e alpinisti. Senza nemmeno un bar all’arrivo, che ci vanno a fare i turisti lassù? 

Situazione bloccata anche nel “piccolo Tibet” d’Abruzzo, tra Castel del Monte, Santo Stefano di Sessanio e Calascio. La strada del Lago Racollo, ideale per ciaspolatori e fondisti, non viene aperta da tre inverni, e il rifugio accanto al lago ha chiuso. 

La strada di Fonte Vetica, cuore di uno splendido comprensorio di scialpinismo e sci nordico, nel 2017 è stata aperta soltanto a metà marzo, e centinaia di appassionati arrivati dall’Itala settentrionale, dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Austria hanno portato altrove i loro sci e i loro euro. 

Quest’anno, grazie a una convenzione con la Regione Abruzzo, a Castel del Monte è arrivato uno spazzaneve, che però deve prioritariamente pulire le vie del paese e la strada che lo collega a Calascio. La morte delle piste da fondo di Fonte Vetica sarebbe il colpo di grazia per alberghi, agriturismi e bed & breakfast. 

“Lo scorso inverno, dopo le nevicate di gennaio, la strada della Vetica è stata chiusa senza motivo per due mesi” commenta Paolo Baldi, titolare del Rifugio della Rocca di Calascio. “Nella nostra zona il turismo invernale, fatto da ciaspole, sci di fondo e scialpinismo esisteva, e invece oggi non c’è più. Lo hanno ammazzato gli amministratori”. 

Sulle Alpi, secondo le ultime ricerche, il 50% dei turisti dell’inverno non scia in pista, e oggi regioni e Province autonome investe su ciaspole, passeggiate e fondo, e naturalmente sulla gastronomia e sulla wellness. In Abruzzo, la Regione e i Comuni sembrano avere in mente soltanto lo sci di pista, come sulle Dolomiti di trent’anni fa. 

E poi c’è il silenzio assordante del Parco. Certo le strade e la loro pulizia dalla neve non competono all’ente guidato da Tommaso Navarra. Ma se l’area protetta si battesse per la loro apertura, e per garantire ai visitatori la possibilità di arrivare in montagna, forse qualcuno ascolterebbe.  

I nuovi Parchi italiani, 26 anni fa, sono nati grazie a una legge che aveva come valore fondante l’ecoturismo. Sul Gran Sasso, come sulla Majella o sulla Laga, per sei mesi all’anno l’ecoturismo si fa con le ciaspole, i ramponi, le pelli di foca, le gite fotografiche in cerca di camosci e di lupi. Senza strade aperte tutto questo non si fa, o si fa poco e male.

Negli altri comprensori abruzzesi, dall’Altopiano delle Rocche al Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, in questi giorni non si trova una camera, e il merito non è solo dello sci da pista. 

Al Gran Sasso invece le strade chiuse, la mancanza di iniziative sul territorio, le informazioni inesistenti o sbagliate (oggi si usa il termine fake news) stanno creando il deserto. Perché le amministrazioni locali e il Parco non lo urlano alla politica regionale e nazionale? Che senso ha chiudere a chiave il Gran Sasso?

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A parte gli scherzi, ecco la storia di George Mallory e Andrew Irvine sull’Everest http://www.montagna.tv/cms/117191/a-parte-gli-scherzi-ecco-la-storia-di-george-mallory-e-andrew-irvine-sulleverest/ http://www.montagna.tv/cms/117191/a-parte-gli-scherzi-ecco-la-storia-di-george-mallory-e-andrew-irvine-sulleverest/#respond Fri, 29 Dec 2017 09:26:16 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117191 Per chi, con il simpatico scherzo di Desnivel, si è incuriosito circa la storia di George Mallory e Andrew Irvine consigliamo la lettura dell’agile e chiara ricostruzione fatta da Mauro Brusa pubblicata su “Monti e Valli”, periodico del CAI di Torino, che ringraziamo. 

 

«Perché sei lì?» I misteri di George Mallory e Andrew Irvine

di Mauro Brusa

«It is clear that the stake [the mountaineer] risks to lose is a great one with him: it is a matter of life and death…. To win the game he has first to reach the mountain’s summit – but, further, he has to descend in safety. The more difficult the way and the more numerous the dangers, the greater is his victory». George L. Mallory, 1924

Periodicamente i fantasmi di George Mallory e Andrew Irvine, periti nel 1924 durante il tentativo di  raggiungere la vetta dell’Everest, riaccendono il mai sopito dibattito sull’effettivo primato della conquista, riesploso con vigore nel 1999 a seguito del ritrovamento del corpo di Mallory e successivamente riattizzato dalla presunta individuazione, a 8425 m, di quello di Irvine nel 2010 ad opera dello storico americano Tom Holzel, che è giunto a tale conclusione esaminando foto aeree elaborate con una sofisticata tecnologia  informatica. Egli afferma di avere riconosciuto una figura umana di circa 1,80 m di statura compatibile con la corporatura di Irvine. Ad oggi nessuna nuova spedizione è ancora stata organizzata per la ricerca.
Non che adesso vi siano novità, ma l’argomento è interessante e non si contano i libri ed i siti Internet che trattano il tema esponendo teorie disparate e, talvolta, contrastanti.
Illazioni e ipotesi suggestive, talune invero anche stravaganti, nulla tolgono al primato di Hillary e Tenzing: furono i primi salitori dal versante Sudest.

Allora vediamo, con gli strumenti della logica e servendoci di fonti il più possibile di prima mano, di fare un po’ di chiarezza senza alcuna pretesa di esporre la verità rivelata: poi ogni alpinista, in quanto tale, continuerà a nutrirsi di sogni e suggestioni, specie se alimentate dal mito e dalla simpatia che da sempre accompagnano gli eroi sfortunati.

Continua a leggere l’articolo sul sito del CAI di Torino: «Perché sei lì?» I misteri di George Mallory e Andrew Irvine

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Anatoli Boukreev, l’uomo che sconfisse l’”aria sottile” dell’Everest http://www.montagna.tv/cms/117130/anatoli-boukreev-luomo-che-sconfisse-laria-sottile-delleverest/ http://www.montagna.tv/cms/117130/anatoli-boukreev-luomo-che-sconfisse-laria-sottile-delleverest/#respond Thu, 28 Dec 2017 11:08:48 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117130 Sono trascorsi vent’anni. Era il 25 dicembre 1997, Anatoli Boukreev, Dimitri Sobolev e Simone Moro stavano tentando una nuova via sulla parete sud dell’Annapurna quando una valanga s’infilò nel canale che stavano salendo attorno a quota 5.700. Anatoli e Dimitri fanno un salto di 500 metri e perdono la vita, Simone Moro, che era in posizione più avanzata, viene risparmiato e ferito e in grave difficoltà riesce a trascinarsi a valle e, non prima aver cercato gli amici, rientra a casa.

“Anatoli era un gigante, riusciva sempre a dare un tocco di umanità e di bellezza a un alpinismo sempre più ossessionato dalla prestazione. Aveva stabilito dei record sul Lhotse sia al Kang Tengri”, testimonia Moro in un’intervista rilasciata a Stefano Ardito e pubblicata sul suo recente libro “Incontri ad alta quota”.

Anatoli Boukreev, classe 1958, laureato in fisica, aveva poi scelto il Kazakistan e le montagne di quella terra per realizzare un’intensa attività alpinistica.

Nel 1989 porta a termine la prima traversata integrale delle creste e cime del Kanchenjunga e questo spiega la fascinazione di Simone Moro, che lo scorso anno tentò questa stessa traversata in stile alpino e senza ossigeno, purtroppo senza troppo successo. Salì il Dhaulagiri, l’Everest da sud, successivamente il K2 e nel 1994 il Makalu.

Boukreev è un uomo dalla grande passione sportiva e alpinistica, che vive il dualismo culturale dei suoi tempi nelle regioni prima sovietiche e poi ex sovietiche, affascinato dalla sua libertà di alpinista e dalla necessità di poter vivere questa sua passione anche come “guida”.

Nel 1996 è arruolato dall’agenzia Mountain Madness e partecipa alla spedizione commerciale all’Everest guidata da Scott Fischer. Rinuncia all’utilizzo dell’ossigeno perché preferisce acclimatarsi in modo naturale, ritenendo questo un modo più efficiente di operare anche per la sicurezza dei suoi clienti. Come tutti coloro che si occupano di alpinismo d’alta quota sanno, le spedizioni che erano sull’Everest in quel momento furono sorprese da una tormenta nella quale morirono 11 alpinisti. Boukreev, rientrato con una certa rapidità al campo di Colle Sud, si rifornì, lasciò la tenda e si prodigò nella tempesta riuscendo a trovare e portare in salvo tre alpinisti dispersi nei pressi del Colle. Venne poi accusato dall’alpinista giornalista Jon Krakauer, che scrisse il famosissimo libro “Aria Sottile”, di non aver svolto il suo compito di guida. Boukeev per difendersi dalle accuse, col senno di poi ingiustificate, scrisse anch’egli un libro: “Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile” dove dava conto delle sue scelte e azioni, peraltro appoggiato anche da parecchi alpinisti americani, tra i quali Galen Rowell.

Fu una “storiaccia” e Boukreev, che suo malgrado e in totale buona fede ne fu protagonista, dovette difendere la sua immagine professionale e le fonti dei suoi guadagni legati ormai alla sua attività alpinistica.

Nel 1996 salì il Lhotse (in solitaria, stabilendo un record di velocità), il Cho Oyu (insieme alla terza spedizione kazaka), e lo Shisha Pangma. L’anno successivo tornò all’Everest e al Lhotse e successivamente salì il Broad Peak (8047 m) e il Gasherbrum II (8 035 m). Una macchina da 8000.

Poi l’incontro con Moro, capace e ambizioso alpinista in ascesa di notorietà e seguito da importanti sponsor che potevano garantire il loro sostegno ad attività alpinistiche in Himalaya.

La scelta dell’Annapurna, una parete bella e formidabile, d’inverno.

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Esiste il doping nell’alpinismo? risponde il dott. Luigi Festi, presidente della Commissione Medica Centrale del CAI http://www.montagna.tv/cms/116910/esiste-il-doping-nellalpinismo-risponde-il-dott-luigi-festi-presidente-della-commissione-medica-centrale-del-cai/ http://www.montagna.tv/cms/116910/esiste-il-doping-nellalpinismo-risponde-il-dott-luigi-festi-presidente-della-commissione-medica-centrale-del-cai/#respond Wed, 27 Dec 2017 06:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116910 In redazione siamo partiti interrogandoci su quanto le solette riscaldate in dotazione ai polacchi che tenteranno il K2 invernale possano influenzare la loro prestazione e, dialogando, siamo finiti a farci la più classica delle domande “esiste il doping nell’alpinismo?”. Se lo sono chiesti già in tanti, come i ricercatori francesi che hanno indagato tra le urine di Gouter e Cosmiques evidenziando che il 35.8% degli scalatori assume farmaci, in particolare diuretici (Acetazolamide, 22,7%) e sonniferi (12,9%). Ma, per chiarirci meglio le idee abbiamo pensato di farci una chiacchierata con il presidente della Commissione Medica Centrale del CAI, il dott. Luigi Festi.

Esiste il doping nell’alpinismo?

Se noi consideriamo l’alpinismo come uno sport in senso stretto e letterale no, perché l’alpinismo non è una competizione. Però esiste, perché si non c’è competizione, ma è pur vero che quando un alpinista di punta raggiunge un obiettivo, fa il record o tocca una vetta inviolata questo può trarre vantaggio dalla sua impresa ottenendo un guadagno. Nel caso in cui l’impresa fosse realizzata utilizzando sostanze in grado di alterare le prestazioni fisiche allora si, sarebbe doping.

In cosa consisterebbe il doping alpinistico?

Questa è una questione molto discussa. Ufficialmente il doping è l’utilizzo di farmaci che ti permettono di sostenere meglio la fatica o di farmaci che ti permettono di migliorare le tue prestazioni. Quello che noi medici possiamo confermare è che l’utilizzo di farmaci senza prescrizione medica, o senza un’effettiva necessità, è una cattiva pratica.
Esistono però farmaci preventivi come l’Acetazolamide o il Cortisone che assunti prima dell’evento o come misura preventiva possono essere efficaci.  Anche se, la miglior prevenzione rimane l’acclimatamento. All’acclimatamento esistono però delle eccezioni che valgono per quelli che si occupano di lavori in quota e per cui la prevenzione non è da scongiurare. 
Tutt’altro discorso vale invece per chi, magari, avendo solo due giorni per arrivare alla Capanna Margherita, decide di assumere questi farmaci preventivi. Questa è una pratica che noi scongiuriamo.

 Il fenomeno è più diffuso tra i professionisti o tra i dilettanti?

Il dott. Luigi Festi, presidente della Commissione Medica Centrale del CAI. Foto di archivio Master Medicina di Montagna

Si racconta che a campo base Everest, di notte, si senta il rumore dei blister delle medicine e qualcuno è persino arrivato a dire che quasi le metà degli alpinisti a campo base prenda qualcosa. Però, a parte le storie, questa è una cosa difficilissima da dire perché nessuno lo ammetterà mai, soprattutto non lo ammetterà un alpinista con prestazioni elevate. Quel che noi sappiamo con certezza è che molti ne fanno utilizzo.

 Ci sono casi clamorosi di doping ad alta quota?

C’è una storia che mi ha raccontato un medico da poco rientrato dall’Everest. Un gruppo di tre alpinisti spagnoli stava salendo e ognuno di loro aveva un kit con farmaci e istruzioni sull’utilizzo di questi farmaci. I tre sono arrivati in vetta e, ma durante la discesa due di loro sono stai male. Quello che stava bene ha chiamato campo base e il medico gli ha spiegato cosa usare dal loro kit. Quel che il medico non sapeva ancora è che loro non avevano più nulla. Avevano usato tutti i farmaci durante la salita.
Questa storia è d’aiuto anche per dire che quando si usa il doping in alta quota ottieni delle prestazioni estreme che però ti lasciano senza alcuna riserva e se rimani senza riserve su una montagna metti in pericolo non solo la tua vita, ma anche quella di chi dovrà soccorrerti.

 Quali farmaci vengono maggiormente utilizzati?

Principalmente farmaci che riescono a prevenire il male acuto di montagna o a curare il male acuto di montagna. Esistono poi tutta una serie di farmaci presi durante i trail o le endurance in cui l’assunzione aiuta a togliere il dolore e la sensazione di fatica portando a prestazioni più efficaci. Si tratta principalmente di fans e antidolorifici che possono comportare conseguenze gravi come sanguinamento gastrico o ulcera. Ma va detto che anche l’abbassando della sensazione di fatica e il quasi annullamento del dolore portano ad un utilizzo muscolare molto più intenso, che a lungo andare può danneggiare il muscolo. Però, definirlo doping è una parola grossa.

Quali farmaci vanno considerati dopanti e quali no?

Un fans, un antidolorifico, farmaci antiinfiammatori come il Brufen o l’Aulin si può dire che non fanno male a nessuno e su di loro si può sorvolare.
Invece, tra quelli che andrebbero presi unicamente sotto prescrizione di un medico esperto in medicina d’alta quota e solo in caso di necessità reale vanno inseriti:

  • Il Diamox: Acetazolamide impiegata nella cura del mal di montagna (induce un aumento della ventilazione).
  • La Nifedipina: farmaco antiipertensivo usato principalmente per la cura dell’edema cerebrale in quota, oltre all’ossigeno e al sacco iperbarico.
  • Cortisone: antiinfiammatorio, usato per molte patologie ma assolutamente de prendere solo con prescrizione medica soprattutto per dosaggi e durata della terapia.
  • Viagra e Cialis su cui non ci sono ancora studi approfonditi, ma che dovrebbero diminuire la pressione dell’arteria polmonare, origine fisiologica dell’edema polmonare. Assumendo uno dei due farmaci si dovrebbe diminuire la probabilità di edema in soggetti già predisposti.

Esistono medici specializzati in medicina d’alta quota?

Si, ma non sono tantissimi. Molto spesso infatti ci si affida al medico di famiglia o a quello dello sport che si limitano ad andare su internet e fare una ricerca sulle malattie d’alta quota per poi prescrivere in base ad una ricerca Google. Noi vorremmo che si formi un gruppo di medici specialisti dell’alta quota.

Esiste differenza tra l’Herman Buhl che prende le pasticche di Pervitin e il doping di oggi?

Una differenza enorme. Una cosa è l’alpinismo di scoperta, come quello dei pionieri, di Buhl e di molti altri. Momenti alpinistici in cui l’obiettivo era arrivare in cima per scoprire cosa significava, cosa c’era. Un’altra cosa è invece l’alpinismo non di scoperta, l’alpinismo “agonistico” che c’è adesso. 
Sono due modi completamente diversi di intendere la montagna. Quel che oggi chiamiamo doping all’epoca era una modo per scoprire fin dove poteva arrivare il nostro corpo. Era una sperimentazione mentre oggi è la volontà di alterare le condizioni del proprio corpo.
Altra cosa importante è che non lo si può giudicare perché all’epoca non cercano basi sperimentali per quei farmaci. Ovviamente, tutto questo discorso non vale nel momento in cui uno sta male. I farmaci sono necessari e VANNO Impiegati. Il primo farmaco è scendere. Se invece non si può scendere bisogna utilizzare i farmaci, ma soprattutto farlo con la prescrizione e nei dosaggi corretti.

 Una battuta sull’ossigeno?

Salire una cima con l’ossigeno non ha senso, perché nessuno ti obbliga ad andare in cima all’Everest. L’ossigeno va utilizzato sempre, come per i farmaci, in caso di malattia.

 

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Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya! – di Stefano Ardito http://www.montagna.tv/cms/116716/giu-le-mani-da-felice-benuzzi-e-dalla-sua-fuga-sul-kenya-di-stefano-ardito/ http://www.montagna.tv/cms/116716/giu-le-mani-da-felice-benuzzi-e-dalla-sua-fuga-sul-kenya-di-stefano-ardito/#comments Sat, 16 Dec 2017 06:00:00 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116716 di Stefano Ardito 

Nei giorni scorsi tre neofascisti italiani, aderenti al gruppo “Lupi delle Vette”, tra i quali milanese Riccardo Colato, sono stati ricevuti a Nairobi dall’ambasciatore italiano Mauro Massoni. Motivazione ufficiale dell’incontro, la salita da parte dei tre della Punta Lenana, la cima per escursionisti del Monte Kenya, raggiunta da migliaia di trekker ogni anno. 

L’incontro nella sede diplomatica è stato una grave caduta di stile da parte dell’ambasciatore, che si è prestato a una operazione politica da quattro soldi. Se la scusa addotta da Massoni è che si è trattato di un’impresa di alto livello, lo possiamo assicurare che le cose non stanno così. La Lenana, nonostante i 4985 metri di quota, si raggiunge per ghiaie e per elementari nevai. Una escursione turistica, insomma. Ma la gaffe dell’ambasciatore italiano a Nairobi non è il punto che mi interessa approfondire. 

Monte Kenya, acquerello di Felice Benuzzi

Il 24 gennaio del 1943 Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, tre militari italiani fatti prigionieri dagli inglesi in Etiopia alla caduta dell’impero di Mussolini, evadono dal Camp 354, presso Nanyuki, in Kenya. Sono a migliaia di chilometri di distanza dal Mozambico, il paese neutrale più vicino, per arrivare nella Libia ancora in mani italiane occorrerebbe attraversare il Sahel e il Sahara.  

I tre italiani, però, non si illudono nemmeno per un secondo di tentare di tornare verso casa. Sanno che resteranno dietro a quei fili spinati per anni, hanno bisogno di qualche giorno di libertà. Per questo tentano di salire il Monte Kenya, una difficile vetta di 5199 metri. 

“Sembra il Monviso ma lo batte” scriverà qualche anno dopo Benuzzi. I tre sono quasi senza viveri, non hanno informazioni sulla via di salita, hanno un’attrezzatura rudimentale con corde e piccozze ricavate dai rottami nel campo. 

Benuzzi e Balletto tentano di salire il Batian, la cima più alta, per una cresta con difficoltà di IV grado e oltre. Poi ripiegano sulla Lenana, dove si arriva per ghiaie e nevai elementari. Lasciano in cima una bandiera tricolore, anch’essa fatta con gli stracci messi da parte nel Camp 354. 

Poi, stremati dalla fatica e dalla denutrizione, scendono e si riconsegnano agli inglesi. Finiscono agli arresti di rigore, come da regolamento, ma il generale Platt, comandante supremo britannico in Kenya, interviene per farli liberare prima del tempo. L’avventura romantica dei tre italiani piace immediatamente agli inglesi. 

Lo stesso accade qualche anno più tardi, quando il libro che Felice Benuzzi scrive direttamente in due lingue (il titolo è Fuga sul Kenya in italiano e No picnic on Mount Kenya in inglese) ha ben poco successo da noi, ma diventa famoso in tutto il mondo anglosassone. 

Nel dopoguerra, Felice Benuzzi si dedica con successo alla carriera diplomatica, e quando può sale altre grandi montagne del mondo. Ho il piacere di intervistarlo nel 1988, nella sua bella casa romana, per Repubblica e per Alp. Poi l’uomo della “fuga sul Kenya” ci lascia. 

Nel 1993, insieme a Cristiano Delisi, carissimo amico e guida alpina, celebro i 50 anni dell’impresa dei tre italiani salendo al Batian e poi alla Lenana, e cercando le tracce di Benuzzi e compagni sulla montagna. Diversi tra i trekker e gli alpinisti stranieri, ma anche tra le guide locali, portano nello zaino la loro copia di No picnic on Mount Kenya, che continua a essere una fonte di ispirazione. 

Il racconto dell’avventura mia e di Cristiano esce qualche mese dopo su Airone. L’intervista con Felice Benuzzi, appena ritoccata per semplici questioni di stile, compare anche nei miei Incontri ad alta quota, usciti due mesi fa per Corbaccio. 

In quel pomeriggio di quasi trent’anni fa Benuzzi mi ha accolto in modo estremamente cordiale, mi ha fatto vedere e fotografare le corde e le piccozze fatte con rottami recuperati nel Camp 354, mi ha autorizzato a riprodurre e pubblicare i suoi bellissimi acquerelli dedicati al Monte Kenya. 

Incontri ad alta quota, 2017

Quanto alla sua presunta adesione al fascismo, è la sua biografia a parlare. Nato a Trieste da una famiglia irredentista, Benuzzi non è certo un militante antifascista, ma non si sporca le mani con le malefatte (in colonia e fuori) del regime. 

Dopo l’8 settembre rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò, nel dopoguerra sposa un’ebrea, Stéphanie Marx, che negli anni Novanta dà un contributo prezioso alle iniziative di Mountain Wilderness in Italia. 

Purtroppo, invece, i primi pezzi usciti sui siti del Corriere della Sera e di Repubblica, rispettivamente a firma di Alessandro Fulloni e di Paolo Berizzi, sembrano almeno in parte avallare la tesi dell’appartenenza fascista dei tre. Poi scritti e titoli vengono in parte modificati, ma l’amaro in bocca per chi ha conosciuto Benuzzi rimane. 

L’impresa inutile e romantica dei tre prigionieri italiani del 1943 è una pagina bellissima di alpinismo e avventura, e come tale è patrimonio di tutti gli appassionati dei monti, se non dell’intera umanità. Tentare di appropriarsene per sventolare un gagliardetto è orribile, ma soprattutto ridicolo. Giù le mani da Felice Benuzzi e dalla sua fuga sul Kenya!

 

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