L’approfondimento – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Tue, 11 Dec 2018 14:43:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Giornata Internazionale della Montagna: la montagna senza lentezza non è più montagna https://www.montagna.tv/cms/133890/giornata-internazionale-della-montagna-la-montagna-senza-lentezza-non-e-piu-montagna/ https://www.montagna.tv/cms/133890/giornata-internazionale-della-montagna-la-montagna-senza-lentezza-non-e-piu-montagna/#comments Tue, 11 Dec 2018 05:00:37 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133890 Oggi, 11 dicembre, è la Giornata Internazionale della Montagna, un’occasione per fermarsi e riflettere sulle Terre Alte. Per questo vogliamo festeggiarla quest’anno con un pensiero di Maurizio Gallo che ci sprona tutti a vivere la montagna con lentezza.

 

Da un po’ di tempo rifletto su quest’idea e rimango sempre molto sorpreso perchè in montagna vengono trasferite tutte le iperattività di oggi, senza che nessuno cerchi di opporsi a questo processo: non si pensa ad altro che a correre e consumare tutto quello che si tocca o si vede.

E’ importante, per salvarla da un progressivo svuotamento di valori e contenuti, sostenere un messaggio che presenta una montagna lenta, che si richiama al calmo procedere del montanaro, non per forza estrema, che offre uno spazio per esperienze profonde e costruttive in contrapposizione con un mondo che ci trascina verso una sempre più esasperata vita di corsa: corriamo in auto, corriamo sul lavoro, corriamo nei parchi per mantenerci allenati e belli fisicamente, corriamo sui tapis roulant nelle palestre: è possibile che dobbiamo correre sempre anche quando andiamo in montagna?

La corsa è diventata l’attività sportive primaria in montagna, chi fa i record giustifica il proprio approccio anche rifacendosi al principio “meno tempo ci metti più sicuro sei”, ma poi trascinano dietro di sé una miriade di corridori urbani che molto spesso hanno poca cultura della montagna e talvolta finiscono nei guai.

La mattina in montagna prima di andare a sciare si corre per le strade, la sera si corre con la frontale, nello scialpinismo si corre con la tutina attillata, in estate si corre lungo i sentieri e così via.

Ribadivo questo concetto almeno un anno fa e guardandomi intorno e leggendo le cronache alpinistiche non ho cambiato idea, anzi direi che la situazione è ancora peggiorata.

Mi ripeto perché penso che sia veramente importante mandare un messaggio diverso per noi che andiamo in montagna e per la montagna stessa che sta cambiando a nostra insaputa: sta cambiando a causa del cambiamento climatico, sta cambiando per le sempre più frequenti avversità atmosferiche, sta cambiando perché viene sempre più inquinata dalla presenza umana, ma sta cambiando anche perché noi che la frequentiamo la trasformiamo in una palestra.

Da giovane quando ho iniziato ad innamorarmi della montagna e della sua gente cercavo di imitare il passo lento del montanaro con le scarpe grosse che seguivo lungo i sentieri per acquisirne il ritmo e la scelta degli appoggi: il procedere lento che aveva come obiettivo di ridurre al minimo la fatica muscolare per poter percorrere tutti i giorni lunghe distanze portando sulle spalle zaini molto pesanti per approvvigionare gli alpeggi in quota o i rifugi.

Mia suocera da ragazza portava il mangiare dalla casa nel fondovalle ai familiari che seguivano le mucche al pascolo e preparavano il formaggio, ancora oggi vedo come cammina con la schiena sempre inclinata in avanti, ma dritta e senza gobba, e appena il sentiero sale il suo camminare la porta a raddrizzare il ginocchio posteriormente ad ogni passo spostando lo sforzo dal muscolo al sistema articolare per affaticarsi il meno possibile.

In Nepal camminando da tanti anni con i portatori Sherpa ho imparato il loro procedere in discesa: un rotolare verso valle senza modificare l’altezza del bacino rispetto al terreno, quasi si muovessero su un piano inclinato assorbendo tutti i salti nel sentiero usando le gambe come ammortizzatori.

In Pakistan rimango esterrefatto quando cammino sui ghiaioni con i locali che passano di sasso in sasso senza spostarli, quasi galleggiassero sulle pietre spinti da una forza interna che non parte dall’avampiede, come si fa quando si corre), ma da una specie di moto lineare di tutto il corpo: riuscire a muoversi come loro è per noi impossibile!

Ecco, bisognerebbe scrivere un libro dal titolo “lo Zen e l’arte di camminare in montagna” per imparare tutti i segreti del procedere lento e che poi diventa anche veloce e sicuro nel lungo periodo: vorrei vedere quelli che oggi corrono in montagna cosa faranno fra qualche anno con le ginocchia distrutte e la schiena a pezzi: il montanaro non poteva permettersi di fermarsi per acciacchi, doveva continuare a camminare anche da vecchio poiché senza lo spostarsi a piedi la sua vita sarebbe finita inevitabilmente.

Se non si trasmette questa messaggio di una montagna lenta si rischia di trasformarla semplicemente in un dislivello positivo o negativo e in un tempo di percorrenza, niente altro che una palestra per allenarsi.

Anch’io ho corso in montagna, ho fatto gare di scialpinismo, ma la cosa che non ho mai perso è sempre stata la gioia di fermarmi a guardare e a parlare con la gente del posto, di amare la montagna come un mondo delle meraviglie, cercando in tutte le maniere di farne parte, non l’ho mai vissuta come una giostra: comprendo chi oggi corre, ma vorrei che si capisse che dobbiamo far di tutto per comunicare una montagna lenta perché la montagna senza lentezza non è più montagna.

E poi il famoso proverbio ci ricorda che chi si muove piano in montagna con le scarpe grosse ha anche il cervello fino…

 

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10 idee regalo per Natale dedicate gli amanti della montagna https://www.montagna.tv/cms/133841/10-idee-regalo-per-natale-dedicate-gli-amanti-della-montagna/ https://www.montagna.tv/cms/133841/10-idee-regalo-per-natale-dedicate-gli-amanti-della-montagna/#respond Sat, 08 Dec 2018 05:00:15 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133841 Ahinoi ci siamo: è arrivato quel periodo dell’anno in cui l’ansia da regalo di Natale è del tutto giustificabile. Niente panico, fate un respiro profondo, fatene un altro. Siete ancora in tempo e vi diamo una mano noi con 10 idee regalo per chi ama la montagna.

Attrezzatura e abbigliamento

Banale, ma sempre valido e adatto a tutte le tasche. Scarponi, giacche a vento, ARTVA, rinvii, magnesite, corde, magliette tecniche, intimo termico, maschere per lo sci o occhiali, bastoncini, zaini, pelli, biciclette, kit per il primo soccorso, orologi GPS e tanto altro. Le opzioni sono davvero infinite.

Prodotti enogastronomici di montagna

Sono un regalo sempre molto apprezzato e il loro acquisto aiuta le piccole aziende che hanno deciso di rimanere a lavorare in territori faticosi. Noi vi proponiamo alcune opzioni facilmente acquistabili anche da chi è vive lontano da queste regioni o in pianura.

Su Amazon si possono trovare i prodotti agricoli dell’Appennino delle aziende colpite dal terremoto: è un buon modo per sostenere la ripresa di chi non ha voluto abbandonare, nonostante le difficoltà, l’Abruzzo, il Lazio, le Marche e l’Umbria. Si trovano sotto il marchio “Prodotti dell’Appennino” (per andare direttamente alla selezione, qui).

Il Consorzio Tutela Formaggio Asiago, per aiutare le malghe e gli allevatori dell’Altopiano colpiti dal terribile maltempo di ottobre, donerà 1 euro per ogni chilogrammo di Asiago venduto. È possibile acquistare sul sito del Consorzio (https://shop.asiagocheese.it/it/) 

Nel periodo natalizio sarà attivo anche il portale www.bottegadellalpe.it dove poter comprare i prodotti delle Valli alpine piemontesi.

Esperienze

Tanti sono i modi per vivere la montagna e tutti bellissimi. Perché allora non regalare un’esperienza? Un volo in parapendio sulle Dolomiti o sopra il Monte Bianco; una gita in slitta trainata dai cani tra gli abeti innevati; il primo 4000 accompagnati in tutta sicurezza da una Guida Alpina; un rilassante bagno termale nell’acqua calda ammirando le Alpi. Non male, vero?

Libri

Forse anche in questo caso l’idea è un po’ banale, ma se è vero che “Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni” un libro è uno dei regali più preziosi che si possano fare. La letteratura di montagna è ricca di generi diversi e sarà possibile trovare il libro adatto ad ogni gusto, anche per i più piccoli (Potete trovare i libri di cui abbiamo parlato, qui. Tanti altri arriveranno nei prossimi giorni!)

Abbonamento a una rivista

Essere sempre aggiornati sulle Terre Alte, scoprire nuovi itinerari, modi di vivere la propria passione. Una rivista di montagna è un ottimo regalo, noi vi consigliamo la più amata: Meridiani Montagne (qui è possibile abbonarsi comodamente online). Ogni bimestre vi racconterà in modo completo una nuova meta, grazie anche alla dettaglia cartina allegata con tutti i percorsi, i rifugi e le informazioni utili all’escursionista e allo scialpinista.

Un viaggio

Regalare un viaggio vuol dire regalare in Mondo. Le opzioni anche in questo caso sono tante e plasmabili sulle proprie esigenze, di tempo e budget: una gita di un giorno; un weekend fuori porta in montagna; una settimana tra camminate, relax, biciletta in qualche borgo alpino; una fuga d’amore in Appennino (e non sentitevi in colpa se i sentimenti più forti li avrete per l’amatriciana). Per chi vuole davvero strafare, un trekking in Himalaya, perché no?

Un corso

Non è mai tardi per imparare. Allora perché non regalare un corso per iniziare un nuovo sport, acquisire nuove competenze, abilità o anche solo per migliorarsi? Arrampicata, alpinismo, sicurezza in montagna, fotografia outdoor, lezioni di sci o snowboard con il maestro e tanto altro.

Skipass

Gli amanti dello sci in pista lo sanno: è un salasso. Un’idea potrebbe quindi essere quella di contribuire alla spesa regalando lo skipass. Oramai è possibile in quasi tutti i comprensori acquistarli online e ritirare la tessera direttamente alle casse sul luogo.

Un gioco da tavolo

Se c’è un momento dell’anno in cui i giochi da tavolo fanno la parte da leone, è certamente il Natale. “La sfida agli 8000”, realizzato da Marco Confortola, è un gioco di società tutto dedicato alla montagna il cui scopo non è solo conquistare gli 8000, ma anche imparare divertendosi. Un’idea per i bambini, ma anche per gli adulti (per sapere di più sul gioco, qui).

Solidarietà

Il Natale è regali, ma soprattutto amore verso il prossimo, magari verso chi è più sfortunato, chi è in difficoltà. È ancora attivo il conto corrente del CAI per aiutare le montagne del Nord-Est; tante sono anche le associazioni a cui è possibile fare una donazione, per esempio la onlus Sanonani, la casa famiglia per i bimbi bisognosi di Kathmandu; la Fondation Benoit Chamoux, che finanzia attraverso le donazioni l’istruzione degli orfani degli sherpa deceduti durante le spedizioni; la Bistari Bistari onlus, che ha realizzato e sostiene l’ospedale Khalika nel Dolpo; Finale for Nepal con i tanti progetti dedicati ai bambini, ma non solo. In ricordo di Leonardo Comelli, morto sul Laila Peak, è stato istituito un fondo i cui soldi raccolti vengono utilizzati per realizzare opere umanitarie (è stata costruita una scuola a Hushe, Pakistan, ultimo villaggio prima del Campo Base del Laila Peak. Un secondo progetto prevede la creazione di un impianto idrico e igienico per il villaggio). Quelle citate sono solo alcune delle realtà, quelle che noi conosciamo, a cui è possibile dare una mano, ma ne esistono davvero tante.

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Ama Dablam, al via la prima campagna di pulizia https://www.montagna.tv/cms/133124/ama-dablam-al-via-la-prima-campagna-di-pulizia/ https://www.montagna.tv/cms/133124/ama-dablam-al-via-la-prima-campagna-di-pulizia/#comments Mon, 19 Nov 2018 05:00:04 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133124 L’Ama Dablam (6812 metri), nonostante non raggiunga gli 8000 metri, è una delle mete più frequentate dagli alpinisti affascinati dalla bellezza del “Cervino dell’Himalaya”. I numeri dei frequentatori sono molto alti, tanto che è la seconda montagna più scalata del Nepal, e si avvicinano fin troppo a quelli dell’Everest.

La conseguenza di tutto ciò è ovviamente l’inquinamento e, in special modo, i rifiuti al campo base, ma anche sulla via di scalata fino alla cima. Se per l’Everest da anni sono attivi progetti di pulizia, per l’Ama Dablam fino ad oggi non era stato fatto ancora nulla.

È però di questi giorni la notizia del Sagarmatha Pollution Control Committee, che già si occupa della pulizia dell’Everest e della via di accesso ai campi base lungo la Valle del Khumbu, dell’attivazione di una campagna per rimuovere i rifiuti anche dall’Ama Dablam. Il team sarà composto da 12 sherpa ed opererà sulla montagna per due settimane raccogliendo rifiuti organici e materiale lasciato dalle spedizioni, come tende, bombole, corde.

La campagna è finanziata dal Sagarmatha Pollution Control Committee e dalla Khumbu Pasang Lhamu Rural Municipality.

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Paolo Cognetti: nel Dolpo ho ritrovato l’intimità dell’amicizia https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/ https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/#respond Sun, 18 Nov 2018 05:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132957 Paolo Cognetti, premio Strega 2017 con il romanzo “Le otto montagne” è da poco tornato in libreria. Questa volta non è un romanzo, ma un racconto vero, vissuto, a tratti intimo in cui l’uomo si mette a nudo mostrando le sue debolezze e le sue fragilità al cospetto di una natura estrema, sorprendente, imponente. 20 giorni e 300 chilometri nell’Himalaya del Dolpo, un territorio nepalese ancora lontano dalle carovane turistiche che lo scrittore ha avuto occasione di visitare nel corso del 2017 per conto di Meridiani Montagne su cui, nel gennaio 2018, è apparso il reportage dell’esperienza.

 

Paolo, nel descrivere “Senza mai arrivare in cima” affermi che “parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna”… cosa cerchiamo quando andiamo in montagna?

Ci ho messo un po’ per rispondere a questa domanda anzi, più che a rispondere ho impiegato molto tempo nella ricerca di risposte. Nel senso che anche chi frequenta la montagna da tutta la vita fa fatica a dirti cosa cerca. Cercare di capire cosa ci stiamo a fare lassù è uno dei misteri del frequentare le terre alte.

Per me c’è stato un momento mentre ci trovavamo al monastero di Shey Gompa, nel cuore di questo viaggio, in cui mi è sembrato di vedere una risposta alla domanda. È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro. Una purezza che ho percepito molto forte durante questa esperienza, soprattutto con la quota. È come se salendo in alto tutto si purificasse intorno a te e dentro di te.

Dici anche che si tratta di un racconto d’amicizia…

Si, forse perché, in età adulta, mi sembra così raro sperimentare questo tipo di amicizia maschile che ho provato durante il trek. Una forte intimità che ci lasciamo alle spalle con l’adolescenza, quella cui eravamo abituati da ragazzini e che non proviamo più con la crescita. Quel tipo di rapporto che viene sostituito dalla solitudine della vita adulta. Era qualcosa di cui avevo già parlato ne “Le otto montagne”, ma quello era un romanzo mentre questa è un’esperienza di vita. Nel racconto la condivisione del viaggio con un paio di amici importanti è un aspetto cruciale.

Ci sono però stati di momenti in cui, nonostante fossi in gruppo, ti sei sentito solo?

Senz’altro. Tra l’altro credo sia una delle strane sensazioni che ti da la montagna: anche se cammini con gli altri, in un certo senso ti senti sempre come se camminassi da solo perché la fatica la provi tu, il mal di montagna lo provi tu, come anche l’esaltazione e l’euforia. Quella dell’andare in montagna è tutta una dimensione interiore che si può condividere, ma fino a un certo punto. Si può condividere attraverso uno sguardo e lo stare insieme, ma si tratta pur sempre di una condivisione parziale. Per questo, sorpattutto nei momenti di sofferenza ho anche sentito un grande senso di solitudine. Nonostante questo però mi sono accorto gli amici mi stavano vicini in una maniera discreta, erano attenti a me e c’era qualcuno che, senza che io me ne accorgessi, si prendeva cura di me.

Ci sono stati dei momenti di grande sofferenza in questo percorso…

Si. Io pur essendo un buon camminatore, nel senso che cammino molto abitando in montagna, ho avuto dei momenti in cui mi sono sentito veramente provato. Forse soffro più di altri l’alta quota o, forse, c’è quest’idea che appartiene al buddismo tibetano dove la montagna è ricca di spiriti. Guardiani che non sono né buoni, né cattivi ma fanno la guardia e spesso mettono alla prova chi passa. Lo fanno per vedere se ha al giusta convinzione, la giusta sincerità di cuore per attraversare le montagne. Così il mal di montagna mi sembrava una prova, un’occasione per dimostrare non tanto la forza ma la convinzione nel fare un viaggio del genere.

Come mai la decisione di donare una parte dei ricavati in beneficienza?

Tutto nasce dal fatto che quando si va in Nepal e magari si passa qualche giorno a Katmandu si incontrano altri italiani che vivono là. Un giorno, uno di questi, mi ha chiesto se volevo andare a vedere il lavoro che stanno portando avanti. Così mi sono ritrovato a parlare con ragazze che ti raccontano le loro esperienza drammatiche e che stanno provando a ricominciare, a rifarsi una vita.

Quando ascolti queste storie dopo aver provato l’esperienza del trek, un’esperienza così intensa d’amore per quei posti e poi ti confronti con il lato più drammatico della società non puoi fare altro che provare un forte sentimento di restituzione, se poi hai l’opportunità di farlo lo fai.

Con parte dei proventi del libro sostengo due associazioni. Una di valdostani, fondata dalle persone con cui vado in Nepal, che si chiama Sanonani House ed è un orfanotrofio per orfani e bambini vittima di violenza. L’altra è invece una strutta per donne vittima di violenza e si chiama CASANepal. Sono solo alcuni degli esempi di quel che fanno le persone per il Nepal. Nel senso che ci sono tante realtà come queste che vogliono fare qualcosa per un Paese bellissimo ma poverissimo e con molti problemi sociali legati alla povertà dilagante.

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Giorgio Daidola: il nuovo impianto in Marmolada? Avrà un impatto mostruoso https://www.montagna.tv/cms/132838/giorgio-daidola-il-nuovo-impianto-in-marmolada-avra-un-impatto-mostruoso/ https://www.montagna.tv/cms/132838/giorgio-daidola-il-nuovo-impianto-in-marmolada-avra-un-impatto-mostruoso/#comments Sat, 17 Nov 2018 09:00:19 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132838 Continua la diatriba in Marmolada, questa volta a creare perplessità sono state le dichiarazioni che ci ha rilasciato Guido Trevisan, gestore del rifugio Pian dei Fiacconi. Sotto l’intervista che gli abbiamo fatto circa una settimana fa è infatti comparso un commento dell’alpinista, sciatore e docente universitario Giorgio Daidola che così recitava: “Sono deluso nel leggere che secondo un gestore illuminato come Guido Trevisan il collegamento Pian dei Fiacconi-Punta di Rocca non cambierà nulla! Piste, barriere di sicurezza, innevamento artificiale, aumento stratosferico di pistaioli stile Sella Ronda, per non parlare dell’impatto sulla bellezza dell’ambiente dei nuovi impianti moderni nel bel mezzo del ghiacciaio: cambierà insomma tutto. L’impianto che sale da Malga Ciapela, schiacciato contro il Serauta, disturba relativamente poco. Finché mancherà il collegamento i pistaioli non invaderanno il ghiacciaio perché non verranno tracciate piste. La verità è che Guido non se la sente di andare contro i legittimi obiettivi economici dei nuovi proprietari della cestovia e alla cecità della maggior parte dei pochi operatori turistici di Fedaia. Peccato”. Da questo commento l’idea di approfondire l’argomento contattando lo sciatore per capire anche il suo punto di vista.

 

Giorgio, quali sono state le dichiarazioni che ti hanno spinto a commentare l’articolo?

Principalmente la sua affermazione sul fatto che un eventuale impianto che colleghi Pian dei Fiacconi, dove arriva l’attuale cestovia, con Punta Rocca non comporti alcun cambiamento a quello che è il destino sciistico della Marmolada. Un impianto di questo genere, considerando che sarà un’infrastruttura moderna, una seggiovia a sei posti in grado di portare su un sacco di gente. Masse che richiedono delle piste e quindi una trasformazione della Marmolada che non sarà più un paradiso del freeride e del fuori pista com’è oggi.

L’attuale impianto che sale a Punta Rocca da Malga Ciapela non disturba, nel senso che si trova contro la parete del Serauta e la pista e la pista anche corre vicino alla parete. I pistaioli sono così arginati in quel settore e tutta la Marmolada, tutto il ghiacciaio, rimane un paradiso per gli amanti del freeride. Oltre a queste ci sono poi molte altre motivazioni paesaggistiche dovute a un impianto che solca il ghiacciaio attraversandolo. Una struttura moderna, di un impatto mostruoso ai miei occhi.

Io vorrei che rimanesse così e mi spiace che il gestore del rifugio, che tra l’altro è un appassionato scialpinista e freerider, non se ne renda conto.

Quante probabilità ha di essere realizzato il collegamento con Punta Rocca?

Più che probabilità sono certezze. Secondo me questo Guido lo sa e forse per questo ha rilasciato quelle dichiarazioni. Probabilmente non vuole mettere le mani avanti inimicandosi i nuovi proprietari della cestovia. Un tempo di proprietà della famiglia Graffer oggi è passata in mano famiglia Mahlknecht della Val Gardena. Quattro fratelli molto simpatici e appassionati di freeride. Passione che poteva far sperare si accontentassero dell’attuale impianto, ma è chiaro che da un punto di vista economico l’attuale struttura non rende a causa dei pochissimi passaggi e, comunque deve essere rifatta il prossimo anno.

Beh, in fondo tutti dobbiamo poter lavorare…

Si, anche se il rifugio non avrebbe bisogno di questo collegamento perché lavora benissimo ed è sempre pieno.

Il vero problema sta però nel fatto che questo impianto, tra l’altro inviso agli impianti di Malga Ciapela per gli ruberebbe dei clienti, è solo il preludio di un ulteriore collegamento con Porta Vescovo. Sono già addirittura pronti gli spazi per fare un funivia che scende giù verso Fedaia.

Così facendo la giostra diventerebbe completa perché, bypassando Malga Ciapela, si collegherebbe tutta la Marmolada con la giostra di Arabba. Tutto questo porta a una tipologia di sci e di sciatori completamente diversa da quella che porta il freeride. Ci saranno piste battute e innevamento artificiale reso facile dal lago sottostante, una condizione che sconquasserebbe tutto.

Credi che possa esistere il modo per sviluppare un altro tipo di turismo in Marmolada?

Certamente e credo che anche Guido fosse dello stesso parere. La Marmolada è unica e quindi può attirare, a patto che vanga ben promossa e ben comunicata, i freerider di tutto il mondo. Appassionati che hanno a disposizione una montagna dolomitica unica. Tutto il resto del territorio dolomitico è ormai una ragnatela di impianti. Gli spazi della Marmolada andrebbero pubblicizzati come alternativa allo sci luna-park che domina su tutte le Dolomiti. Lo dicono tutti, a parole, che il futuro dello sci sta nel fuoripista e nel freeride, ma nessuno poi ha il coraggio di fare qualcosa per rendere concrete queste affermazioni. Per farlo ci vorrebbe una visione molto lungimirante, anche da parte della politica.

La politica al momento è impegnate nelle dispute di confine…

Questo è un altro problema importante. Lo spostamento del confine sulla cresta che ha passato tutto il ghiacciaio al territorio Trentino è preludio per la realizzazione di un impianto che può andare fino a Punta Rocca senza interessare il Veneto.

Il confine vero però, quello storico, non è quello. Il confine, mi spiace dirlo, passa in mezzo al ghiacciaio e non sulla cresta. Il fatto che passi in mezzo al ghiacciaio è anche provato dai toponimi delle montagne. Prendiamo ad esempio Punta Rocca, vuol dire “Punta di Rocca Pietore” che è il comune veneto dove si trova Malga Ciapela. I veneti hanno quindi ragione a rivendicare un pezzo di ghiacciaio e se i veneti riescono a ottenerlo questo probabilmente salverà la Marmolada perché non si farà l’impianto. I veneti non lo vogliono. Loro vorrebbero realizzare un collegamento attraverso altri impianti che bypassano Fedaia e che sono già esistenti. Sono quelli dell’itinerario della Grande Guerra che però non toccano il territorio della Marmolada. Per i veneti va bene così, per i trentini no.

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Luca Mercalli: entro fine secolo non ci sarà più ghiaccio sulle Alpi https://www.montagna.tv/cms/132988/luca-mercalli-entro-fine-secolo-non-ci-sara-piu-ghiaccio-sulle-alpi/ https://www.montagna.tv/cms/132988/luca-mercalli-entro-fine-secolo-non-ci-sara-piu-ghiaccio-sulle-alpi/#comments Fri, 16 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132988 Abbiamo parlato a lungo degli eventi atmosferici che ultimamente si sono abbattuti sulle Alpi di Nord Est come in molte altre aree d’Italia. Eventi che, a memoria d’uomo, paiono eccezionali e rari ma è veramente così? Sono davvero eventi straordinari? Sono dovuti ai cambiamenti climatici? Per dare una risposta a queste domande abbiamo deciso di interpellare il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli.

 

Quanto possono essere frequenti fenomeni atmosferici intensi come quelli che si sono abbattuti sull’Italia nelle scorse settimane?

Partiamo esattamente da uno dei problemi più difficili della climatologia. Gli eventi rari sono poco frequenti e questo rende difficilissimo farne una statistica. L’unico evento, simile a quello capitato in Veneto, risale al 1966. Parliamo del fenomeno che ha dato come conseguenza la famosa alluvione di Firenze e di Venezia. Abbiamo quindi due punti. Con così pochi dati è impossibile, statisticamente, verificare se ci sono degli aumenti di frequenza. Se in futuro si infittiranno allora avremo una prova.

Quindi non si può provare il cambiamento climatico attraverso questi fenomeni…

Se si vuole avere una prova dei cambiamenti climatici in montagna, come ovunque, il sintomo da prendere in considerazione è il caldo. Sul caldo non ci sono dubbi: l’aumento di temperatura, i ghiacci che se ne vanno, le zanzare tigre che colonizzano l’Italia, la pernice bianca che scompare mentre altre specie conquistano le vette alpine. Su tutto questo non abbiamo dubbi, sono segnali chiari e lampanti. Con gli eventi estremi invece è più difficile perché sono pochi e sono distribuiti in modo casuale sul territorio presentando molti problemi dal punto di vista dell’attribuzione statistica. Problema che si amplifica quando poi viene il momento di comunicare questi eventi al pubblico.

Anche l’aumento di temperatura è difficile da spiegare. Molti risponderebbero che l’inverno passato è stato freddo e che è caduta molta neve. Cosa direbbe lei a chi non crede ai dati?

Queste sono chiacchiere di chi non conosce a fondo il problema ma vuole farsi delle idee, sbagliate, per conto proprio. Intanto il caldo e la neve sono due degli elementi che portano a un’immediata osservazione dei cambiamenti climatici: negli anni sono cambiate le quote. La scorsa stagione ha nevicato molto, ma in alta quota. Alle basse quote pioveva, anche a gennaio. Ormai la neve si è spostata in alto di almeno 500 metri mentre cento o cinquanta anni fa la nevicata di gennaio arrivava a quote quasi di pianura o collinari. Era possibile sciare dai 1000 metri in sui mentre oggi per trovare un buon innevamento bisogna quasi sfiorare i 2000 metri. Sotto il 1500 metri è raro vedere una buona stagione. Inoltre, benché in alcuni inverni arrivi tantissima neve, questa sparisce subito d’estate: non si accumula più e lo provano i ghiacciai che arretrano.

Come potrebbero evolvere in futuro questi fenomeni, soprattutto l’aumento di temperatura?

Molto semplicemente la temperatura continuerà ad aumentare. Possiamo solo scegliere di diminuirne la velocità, ma non possiamo arrestarlo. Il danno è fatto e non ci sono soluzioni. È fatto dai tentennamenti, dagli indugi, dalle attese inutili degli ultimi quaranta anni perché il problema del riscaldamento globale è noto in maniera completa già dalla fine degli anni Settanta. In questo periodo non abbiamo fatto niente e quindi la temperatura, in ogni caso, aumenterà ancora. Come già detto a noi sta la scelta di scegliere la velocità di questo aumento, ricordandoci però che basta un aumento di due gradi per condannare i ghiacciai alpini. Entro fine secolo non ci sarà più ghiaccio sulle Alpi, se non un piccolo residuo sulle vetta del Monte Bianco.

Come possiamo però rallentare questo aumento, ormai incontrollabile, della temperatura?

Inquinando meno. Alla fine la ragione principale del cambiamento climatico è l’utilizzo di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas. Il primo punto è quindi ridurre le emissioni, ma facendo attenzione a tutte le emissioni. Ad inquinare non è solo infatti il comparto energetico, anche i nostri consumi inquinano. Ci sono tante emissioni nascoste: quelle dei nostri oggetti, dei nostri prodotti, di tutto quello che si fa. Per rallentare il processo dovremmo avere maggiore cura della sobrietà della nostra società.

Prima ha affermato che ormai è un processo inarrestabile, perché?

Perché ormai abbiamo fatto un danno così grande, dal punto di vista della chimica dell’atmosfera, che solo i tempi geologici lo potranno risolvere. I numeri parlano chiaro: la concentrazione naturale della CO2 è di 280 parti per milione, oggi siamo arrivati a 410 parti per milione. Da 280 a 410 il danno è fatto, è come aver avvelenato una persona. Possiamo solo evitare di continuare a somministrarglielo, ma intanto quell’avvelenamento è avvenuto.

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Il mistero del Corno Piccolo – di Stefano Ardito https://www.montagna.tv/cms/132972/il-mistero-del-corno-piccolo-di-stefano-ardito/ https://www.montagna.tv/cms/132972/il-mistero-del-corno-piccolo-di-stefano-ardito/#comments Wed, 14 Nov 2018 05:00:52 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132972 Fino a poco fa il Corno Piccolo, la più bella vetta rocciosa del Gran Sasso, non sembrava custodire dei segreti. I frequentatori del massiccio sanno che sulle sue pareti (la Est con il Monolito, la Nord, le Spalle della cresta Ovest) sono state tracciate centinaia di vie di arrampicata. Grazie a circa 500 tra itinerari indipendenti e varianti, il calcare del Corno Piccolo è stato esplorato palmo a palmo. 

Anche sulla prima salita della montagna, documenti, articoli e libri (compresi quelli di chi scrive) non sembravano lasciare spazio al dubbio. I primi ad arrivare sui 2655 metri della vetta, l’8 settembre del 1887, sono il romano Enrico Abbate e la guida Giovanni Acitelli da Assergi.

In salita, i due percorrono un canale della parete Nord, a sinistra delle Spalle. In discesa utilizzano le rocce e le ghiaie del versante meridionale, traversando un foro nella roccia. Sono due arrampicate di primo grado, con passi di secondo se ci si allontana dall’itinerario più facile. 

Un anno prima della salita di Abbate e Acitelli, per facilitare esplorazioni di questo tipo, la Sezione di Roma del CAI ha inaugurato il rifugio Garibaldi. Nel 1888, anche per celebrare la conquista, Enrico Abbate dà alle stampe la sua Guida del Gran Sasso d’Italia. 

Qualche giorno fa, sul numero di novembre 2018 di Montagne 360, la rivista del CAI, un articolo firmato dall’architetto e alpinista Dario Nanni ha buttato all’aria queste certezze. 

Secondo i documenti da lui raccolti, la prima ascensione del Corno Piccolo, in realtà, è stata compiuta ben 47 anni prima di Acitelli e Abbate. L’autore dell’impresa del 1840, secondo Nanni, è Antonio Orsini, geologo, naturalista di Ascoli Piceno, frequentatore del Gran Sasso e degli altri massicci dell’Appennino.  

Antonio Orsini, da Montagne 360

Sorprende che i responsabili della testata e il CAI non abbiamo annunciato una notizia così importante con adeguata enfasi, lasciando che fosse “buttata lì” in un pezzo che dal titolo (Lo scienziato che amava la montagna) sembra una semplice biografia. Stupisce che i redattori di Montagne 360 non abbiano proposto approfondimenti e discussioni. 

Per capire la portata della scoperta di Nanni si possono fare due paragoni. Anticipare la prima salita del Corno Piccolo dal 1887 al 1840 è come sostenere che il Cervino non è stato salito da Edward Whymper e compagni nel 1865, ma da qualcun altro intorno al 1820. O scrivere che il K2 non è stato salito da Compagnoni e Lacedelli nel 1954, ma da Fritz Wiessner nel 1939, o dal Duca degli Abruzzi e dalle sue guide valdostane trent’anni prima. 

Dario Nanni, oltre che un forte alpinista, è stato presidente della Sezione di Ascoli Piceno del CAI, una delle più importanti dell’Italia centrale. Da due anni, come presidente dell’Ordine degli Architetti di Ascoli, si occupa della ricostruzione ad Arquata del Tronto e negli altri centri colpiti dai terremoti del 2016. 

Nell’articolo su Montagne 360, a permettergli di “affermare con certezza che Antonio Orsini effettua nel 1840 la salita in questione” sono due testimonianze del geologo Mario Canavari (1855-1928), nato a Camerino e vissuto a lungo in Toscana. 

Nel 1884, in un’adunanza della Società Toscana di Scienze Naturali, Canevari spiega di aver rinvenuto, nel Museo Geologico dell’Università di Pisa, dei campioni e dei fossili raccolti da Orsini nel 1840 sulla vetta del Corno Piccolo. 

Chi ebbe la ventura di conoscere l’Orsini” scrive Canavari, “non si meraviglierà al certo sapere ch’egli, dopo aver esplorato buona parte dell’Appennino, si avventurasse eziandio, con esito felice, di raggiungere e scrutare il punto più aspro e più difficile di tutta la catena”. 

Nel 1889, in un’adunanza della Società Geologica Italiana ad Ascoli Piceno, Mario Canavari ribadisce l’affermazione. Stavolta, oltre a rivendicare la primogenitura di Orsini, scrive che l’ascensione del Corno Piccolo “era ritenuta inviolabile fino a pochi anni fa”. 

Un’affermazione motivata dal fatto che, nel 1887, sono saliti alla cima Enrico Abbate e Giovanni Acitelli. Invece, anche se “la memoria di una simile escursione non ci fu tramandata da nessuna pubblicazione”, il primo salitore secondo il professor Canavari è stato Orsini.

Quest’ultimo, aggiunge Dario Nanni, è noto ai contemporanei per la sua “consuetudine di lasciare ad altri fama e gloria”. Più volte, ricercatori come Antonio Bertoloni lo invitano a non lasciar pubblicare ad altri le sue scoperte, e a rivendicarle in prima persona. Un modo di fare che può spiegare perché la salita del 1840 al Corno Piccolo non sia stata raccontata dal protagonista. 

Per commentare questa storia è bene ricordare alcune cose. La prima è la differenza tra l’Italia del 1840, dove l’Appennino centrale è diviso tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, e quella del 1887 che è uno Stato unitario, e nel quale i soci del CAI (nato nel 1863) si scambiano relazioni e notizie. 

Il secondo è che tra Ascoli Piceno e Teramo, separate da un confine, nei primi decenni dell’Ottocento è attivo un bel gruppo di appassionati e studiosi dei monti. Accanto a Orsini, include Ignazio Rossi, che nel 1838 fonda la rivista Il Gran Sasso d’Italia, e Raffaele Quartapelle, che nel 1849 dà alle stampe un Manuale pel viaggiatore naturalista al Gran Sasso d’Italia. Dopo l’Unità questo gruppo si disperde.  

I campioni di fossili di Orsini, Gran Sasso o Corno Piccolo, foto Montagne 360

Va detto che, accanto alle quattro fotografie di campioni di fossili raccolti da Orsini, conservati all’Università di Pisa e pubblicati da Montagne 360, si legge “Vetta del Gran Sasso” senza menzione del Corno Piccolo. Ma questo, confidiamo, è solo un errore nella scelta delle foto da parte della redazione. 

Nella storia dell’alpinismo ci sono pochi casi di ascensioni rivendicate e poi ufficialmente smentite (su tutte quella del McKinley-Denali), e molte altre messe seriamente in dubbio ma per le quali una risposta definitiva non c’è. E’ il caso dell’ascensione del 1959 al Cerro Torre rivendicata da Cesare Maestri, e smentita dalle ricerche in parete di Rolando Garibotti e di altri. 

Quello di Antonio Orsini e di Mario Canavari, per quel che sappiamo, è il primo caso di un’ascensione non rivendicata dal protagonista, e che gli viene attribuita decenni più tardi da altri. Forse, in qualche archivio, qualche riga scritta di suo pugno da Orsini esiste, e leggerla potrà svelare il mistero del Corno Piccolo. 

Intanto, ringraziamo di cuore Dario Nanni per la sua ricerca e la sua passione per i Sibillini e il Gran Sasso. La storia dell’esplorazione dei monti si costruisce anche mettendo in discussione le versioni più accettate e diffuse.    

   

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Sentiero Italia, partiti i lavori di recupero. Geri: siamo a buon punto https://www.montagna.tv/cms/132906/sentiero-italia-partiti-i-lavori-di-recupero-geri-siamo-a-buon-punto/ https://www.montagna.tv/cms/132906/sentiero-italia-partiti-i-lavori-di-recupero-geri-siamo-a-buon-punto/#respond Mon, 12 Nov 2018 05:00:33 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132906 Da qualche tempo ormai si parla sempre più spesso del progetto, voluto e promosso dal Club Alpino Italiano, di recupero, valorizzazione e rivitalizzazione dello storico Sentiero Italia. Responsabile di questo impegnativo lavoro, forse uno dei più cospicui cui il CAI abbia mai deciso di dedicarsi, è Alessandro Geri socio CAI di Bologna esperto di sentieristica e lunghi cammini.

 

Alessandro, sono iniziato i lavori sul sentiero Italia?

Certo, i lavori sono cominciati, non in modo omogeneo e uniforme in tutta Italia ma sono cominciati. Abbiamo iniziato con le tappe più accessibili in cui c’era più bisogno e, una dopo l’altra le ripasseremo tutte. Diciamo che allo stato attuale ci sono tappe interamente recuperate, altre parzialmente ed altre ancora rimandate successivamente. Questo perché non abbiamo sufficienti risorse umane per poter lavorare contemporaneamente su tutte le tappe del Sentiero.

State lavorando con i volontari del CAI?

Il CAI è strutturato in sezioni e ogni sezione si occupa della rete escursionistica di una parte del territorio, tramite una apposita commissione. I lavori sono eseguiti da volontari del sodalizio, a cui possono affiancarsi realtà locali che accettano il Club Alpino come punto di riferimento. È bella questa interazione tra cittadini e associazione.

Hai detto che una parte del Sentiero Italia è già percorribile, quale?

In ogni Regione ci sono un certo numero di tappa interamente percorribili. Al momento circa il 50% del totale è interamente percorribile, sebbene in modo discontinuo. Ciò significa una percorribilità a macchia di leopardo con tratti agibili più o meno lunghi, inframezzati da tratti impraticabili. Ora poi che gli eventi atmosferici nel Nord Est possono aver danneggiato tratti più o meno lunghi, è necessario monitorare nuovamente tutte le tappe di quell’area. Quindi, escluso il Nord Est, posso dire con certezza che in Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana (salvo per due tappe) ed Emilia-Romagna, il Sentiero è totalmente percorribile ed in corso di segnalazione. I primi problemi si riscontrano invece in Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio dove ci sono delle tratte percorribili, su altre si sta lavorando ed alcune devono ancora essere monitorate. Proseguendo verso Sud in Puglia il SI è una novità assoluta,  la Calabria è invece tutta percorribile, mentre in Sicilia il tracciato aggiornato è in corso di segnalazione. In ogni caso si presenta la necessità di gestire il rapporto con i privati.

Problemi con i privati?

Si, molte parti del Sentiero Italia passano all’interno di terreni privati e possono comportare le limitazioni al transito liberamente imposte dal proprietario. Per questo si stanno pensando delle varianti, che però vanno studiate, trovate e rese agibili.

In Sardegna invece?

In Sardegna più del 50 percento del tracciato ha delle difficoltà di percorribilità, ma in questi mesi si è lavorato per trovare un accordo con l’Agenzia delle  Foreste della Sardegna (Fo.Re.STAS). Un’Agenzia regionale che, a breve, inizierà a lavorare sul Sentiero per rimetterlo a nuovo.

Quali sono i tratti più compromessi?

Difficile identificarli. Preferire quasi non esprimermi a riguardo perché in questo periodo stiamo predisponendo una carta interattiva che sarà consultabile online da chiunque. Su questa sarà indicato il tracciato originario, quello percorso 25 anni fa, e poi saranno indicate tutte le parti del tracciato già recuperate o che sono variate rispetto al Sentiero originario.

Quindi il nuovo Sentiero non rispecchierà in tutto e per tutto il percorso originale?

Qui bisogna fare una piccola precisazione: 25 anni fa il Sentiero è stato percorso, non è stato realizzato. C’è una differenza enorme, perché chiunque, al momento, può percorrere tutta l’Italia per diversi sentieri, che non è detto siano tutti segnabili o che si possano mettere in sicurezza.

Per “fare” il Sentiero Italia bisogna lavorare su un percorso ben segnato, ben tenuto e in sicurezza su cui tutti possono camminare. Il CAI ha l’obiettivo di renderlo permanente, stabile e in sicurezza tutto l’anno.

Come farlo?

Per farlo, oltre a dover affrontare i problemi naturali di percorribilità e con le proprietà private, è necessario affrontare il problema delle strutture ricettive. Non è possibile creare un itinerario di  oltre 6mila chilometri senza fermarsi a dormire da qualche parte. In tutto questo si pone il problema che le strutture ricettive utilizzate durante il Cammina Italia del 1995 oggi non sono più esistenti a causa del basso flusso di frequentatori, che non ha permesso di mantenere attive le strutture. La mancanza di promozione e l’instabilità dell’itinerario hanno giocato a suo sfavore.

Oggi ci troviamo quindi in una situazione complessa e il CAI non ha la bacchetta magica per creare nuovi luoghi d’accoglienza per viandanti, soprattutto in un contesto in cui non si sa quale sarà il vero successo di pubblico dell’iniziativa. Per questo stiamo lavorando per creare delle varianti più facili da mantenere e, soprattutto, che passino nei pressi delle strutture ricettive già esistenti. In contemporanea si cercherà, non conoscendo il flusso di pubblico, di creare della possibilità di accoglienza temporanea grazie ad organizzazioni, come le sezioni CAI o altre, che hanno interesse a darsi da fare e organizzare, su prenotazione, campi temporanei per chi percorre il Sentiero Italia.

A cosa serve però tutto questo, dove sta l’importanza del Sentiero Italia oggi?

Questa è una domanda da un milione di dollari, perché attiene alle opinioni personali, io rispondo quindi per me. Partiamo anzitutto dal tempo richiesto per percorrerlo. Per fare tutto il Sentiero ci vuole un anno, immaginando ogni giorni di fare una tappa. Naturalmente c’è qualcuno che sostiene di metterci meno tempo, ma queste gare con il cronometro non sono nell’ottica e negli obiettivi del CAI. Tornando alle tempistiche: sapendo che ci vuole un anno si capisce anche che non è da tutti percorrerlo, perché non tutti dispongono di un anno di tempo. Nel mondo esistono però persone che, grazie alle loro particolari condizioni di vita, hanno fatto l’intero Cammino di Santiago o l’Appalachian Trail e ancorai i più grandi cammini europei. Per queste persone il Sentiero Italia assume una certa rilevanza e rappresenta un sfida a chiunque voglia cimentarsi in un’esperienza così impegnativa e lunga. Il numero di persone con queste caratteristiche è certamente piccolo. Non si può quindi immaginare che sia questa l’importanza del Sentiero Italia.

Quale sarebbe allora?

Qualcosa di molto più piccolo e semplice. L’opportunità, per chiunque abbia una settimana o chiunque voglia organizzare settimane di cammino, di potersi muovere lungo alcune tappe di un tracciato che nel suo complesso supera i 6mila chilometri.

Come arrivare a questo?

Attraverso la promozione, la commercializzazione e una serie di operazioni che non sono ovviamente competenza del CAI, perché il Club Alpino non è un tour operator. Al momento il CAI sta lavorando su un’infrastruttura che poi verrà consegnata nelle mani della società civile, la quale dovrebbe avere all’interno l’imprenditorialità per promuoverlo e trasformarlo in un prodotti prezioso. Ovviamente questo può accadere, come no. Dipende dallo spirito imprenditoriale delle persone. Può anche accadere in certe aree geografiche e non in altre. Per questo il CAI è pronto a fare da supplente andando dove ci sono i buchi e creando iniziative. D’altronde lo sviluppo della montagna è nato dal Club Alpino, quando ancora nessuno ci vedeva un business o un interesse. Solo dopo è cresciuta la domanda e il mondo professionale ha iniziato a interessarsene.

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“Mai zede”, l’orgoglio della montagna https://www.montagna.tv/cms/132878/mai-zede-lorgoglio-della-montagna/ https://www.montagna.tv/cms/132878/mai-zede-lorgoglio-della-montagna/#comments Sat, 10 Nov 2018 05:00:38 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132878 Otto anni fa, quando la mia casa è stata sommersa da un metro di acqua e fango, siamo scesi da una scala a pioli dalla finestra del primo piano per salvare mia figlia piccola, il cane e il gatto e poi ci siamo rimboccati le maniche per rifare tutto e recuperare i mobili distrutti. La depressione era incombente e tutti i sacrifici fatti con le nostre mani per ristrutturare il fienile dove viviamo ci crollavano addosso, poi un po’ alla volta ci siamo ripresi.

In questi giorni la minaccia di ritrovarci nelle stesse condizioni era altissima, poi, per nostra fortuna, è andata bene.

La cosa che mi ha colpito in questi anni è stata la forza di volontà di mia moglie che per prima ha affrontato con orgoglio e coraggio questi “disastri”: lei si è dimostrata in questo più montanara di me, che sentivo più la responsabilità per aver portato a vivere la famiglia in una casa fantastica, ma troppo vicina al fiume.

Stare a stretto contatto con i montanari e lavorare con loro mi ha insegnato in tante occasioni che lo spirito è diverso da quello “normale”: c’è qualcosa di speciale nei montanari che risiede nei loro geni, nella loro millenaria storia di generazioni che tutti i giorni si sono trovate a far fronte a piccoli o grandi disastri. Lo spirito di sporcarsi le mani e spezzarsi la schiena per superare le difficoltà che la natura sempre ostile presentava loro tutti i giorni.

A Cortina risuona da sempre un bellissimo detto che riassume benissimo questo spirito e questa storia: “mai zede”, non mollare mai. E ogni volta che qualcosa va storto, questo detto risuona dentro e dà una energia fuori dal “normale”. Quella che ha spinto Lacedelli in cima al K2!

Le persone “normali” tendono a piangersi addosso, i montanari non lo fanno mai: hanno energie profonde che superano le disgrazie e i disastri ambientali.

La montagna è un ambiente da sempre molto fragile e oggi, con il clima che abbiamo stravolto, questa fragilità assume caratteri ancora più gravi.

Come altre volte i montanari non sono poi direttamente colpevoli di quello che succede, però sono i primi a subirne le conseguenze: il tornado che si è abbattuto in Agordino parte da lontano, da alte e basse pressioni che si muovono in maniera diversa con gradienti anomali portando vento da sud così forte come non si era mai visto in Dolomiti.

I montanari hanno però la forza per ripartire e rimetter a posto le cose andando oltre sapendo dentro di sé che prima o poi le cose si ripeteranno, magari in forma diversa -tantissima neve e valanghe nei paesi-, ma non importa: “Siamo montanari e non potremmo vivere che qui, in pianura ci sentiamo morire, siamo speciali e avanti… mai zede!”.

Nel disastro delle foreste rase al suolo sono caduti tutti gli abeti; alberi deboli e senza radici, ma i “lares” sono rimasti tutti in piedi, si sono piegati, ma hanno fatto passare il vento sopra le spalle, si sono scrollati la fatica e sono rimasti in piedi orgogliosi come i montanari che nel “lares” si identificano.

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La voce di Sir Ernest Shackleton https://www.montagna.tv/cms/132663/la-voce-di-sir-ernest-shackleton/ https://www.montagna.tv/cms/132663/la-voce-di-sir-ernest-shackleton/#respond Sun, 04 Nov 2018 11:00:01 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132663

Un incredibile file audio, pubblicato dalla Dundee Heritage Trust, in cui si può ascoltare la voce di Sir Ernest Shackleton mentre discute della British Antarctic Expedition 1907-09, la sua prima spedizione antartica. Lo scopo dell’avventura era esplorare i confini della barriera di Ross per conoscere meglio il continente, sebbene il vero motivo era il raggiungimento del Polo Sud dopo il fallimento della missione Discovery del 1901.

Nell’immaginario collettivo Sir Ernest Shackleton è entrato con la spedizione Endurance, una delle più grandi avventure artiche di tutti i tempi. 

 

Il 1 agosto del 1914 Ernest Henry Shackleton, con altri ventisette uomini, salpò da Londra a bordo della nave Endurance con l’obiettivo di realizzare la traversata a piedi del continente antartico, partendo dal Mare di Weddell, fino al Mare di Ross.Il 19 gennaio del 1915, giunti nel Mare di Weddell, l’Endurance rimase però incastrata nel pack, andando alla deriva, fino all’affondamento (avvenuto il 21 novembre del 1915) a causa della pressione del ghiaccio.

jamescairddriven

Abbandonata la nave, Shackleton e l’equipaggio, vivranno una delle avventure più straordinarie mai vissute dall’uomo in ambienti estremi. Dopo mesi trascorsi sulla banchisa, con lo scioglimento dei ghiacci, a bordo di tre scialuppe di salvataggio, Shackleton e i suoi uomini riuscirono a raggiungere l’Isola Elephant, nelle Shetland Meridionali, dove le possibilità di essere soccorsi sarebbero state però nulle. Shackleton decise così di tentare di raggiungere con cinque uomini e la scialuppa James Caird (di solo sette metri) la Georgia del Sud per cercare aiuto. Il gruppo attraversò 870 miglia marine (circa 1.600 km) con condizioni meteorologiche terribili, riuscendo ad attraccare, dopo quindici giorni di navigazione in uno dei tratti di mare più pericolosi e difficili al mondo, nella Baia di Re Haakon.

Da lì Shackleton, con Tom Crean e Frank Worsley, in 36 ore, attraversò in condizioni climatiche proibitive 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (compiendo il primo attraversamento della storia dell’isola) raggiungendo, il 20 maggio del 1916, la stazione baleniera di Stromness, da dove organizzerà i soccorsi per gli uomini rimasti sull’Isola Elephant.
Dopo quattro tentativi, il 30 agosto del 1916, con il rimorchiatore cileno Yelcho, riescì infine a trarre in salvo tutti i membri dell’equipaggio.

La reale portata esplorativa, marittima e perfino alpinistica dell’incredibile traversata effettuata da Shackleton fu compresa dall’opinione pubblica solo dopo anni dalla sua realizzazione. L’esploratore inglese fece qualcosa di straordinario, non solo; per avere salvato tutti i suoi uomini, ma perché, senza provviste, con materiali e attrezzature improvvisate, affrontò una vera e propria lotta per la sopravvivenza in zone estreme e inesplorate, con temperature oscillanti tra -2o° e -45°, onde alte decine di metri, ghiacciai e crepacci difficilissimi da superare.

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