Interviste – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 20 Dec 2018 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Gasherbrum IV, un libro omaggio al maestro Maraini https://www.montagna.tv/cms/134234/gasherbrum-iv-un-libro-omaggio-al-maestro-maraini/ https://www.montagna.tv/cms/134234/gasherbrum-iv-un-libro-omaggio-al-maestro-maraini/#comments Tue, 18 Dec 2018 14:22:22 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134234 In grande formato, con foto inedite che raccontano una delle più belle spedizioni italiane in Karakorum, il Club Alpino Italiano è uscito in libreria nell’autunno 2018. Ha pubblicato un volume affascinante, per i dettagli catturati dall’obiettivo di Fosco Maraini. Etnologo, orientalista, poeta, fotografo, scrittore, alpinista. È difficile inquadrare Maraini e raccontarlo. Forse non avrebbe nemmeno voluto lui, lui che per tutta la vita si è dedicato al racconto d’altro senza mai focalizzare l’attenzione su se stesso. Come ha fatto nel suo famosissimo “Gasherbrum IV”, un capolavoro della narrativa di montagna. Un piccolo gioiello per collezionisti a cui oggi si affianca un moderno contenitore di storia curato da Alessandro Giorgetta ed edito dal Club Alpino Italiano: “Gasherbrum IV. La montagna lucente”. Un testo che vuole celebrare i 60 anni da quella scalata che pare ancora impossibile ma anche, e soprattutto, infiltrare il germe della passione nella mente dei più giovani. Di quelli che non hanno vissuto quel periodo alpinistico, ma che possono solo immaginarlo e concretizzarlo attraverso le vivide foto di un maestro come Maraini.

Raccontare questo testo è veramente complesso. Ci ha colpito e ci ha fatto venire la curiosità di scoprire cosa si nasconde dietro questo impaginato di 127 pagine. Così siamo andati a cercare Alessandro Giorgetta per approfondire e farci raccontare da lui com’è nato “Gasherbrum IV. La montagna lucente”.

 

Ciao Alessandro, ci racconti come si è arrivati alla stesura del libro?

Tutto è nato con la mostra sul Gasherbrum IV che è stata organizzata a Sondrio dal comune e dalla nostra cineteca. La mostra e il lavoro di ricerca fotografica per strutturare la mostra sono state il là per produrre un volume che celebrasse l’anniversario completo.

Quanto impegno ha richiesto la realizzazione di questo volume?

Innanzitutto credo sia essenziale fare un premessa. Per una comunicazione errata pare che tutto il lavoro di realizzazione dell’opera sia stato addossato sulle mie spalle. Nella realtà però non è cosi. L’anima di “Gasherbrum IV. La montagna lucente”, che si è sporcata le mani e ha curato tutte le fasi della realizzazione, è la dottoressa Anna Girardi, coordinatrice editoriale del Club Alpino Italiano.

Invece, per quanto riguarda il lavoro in se, il materiale presente negli archivi della presidenza generale è stato selezionato cercando materiali che rispondessero a determinati criteri culturali, estetici e filosofici. Caratteristiche particolari in grado di mostrare i valori che animavano Fosco Maraini nel suo lavoro di fotografo. Così nasce quindi la struttura di questo volume che conta circa 90 immagini di Maraini e una decina realizzate invece dagli alpinisti che hanno operato in quota: Bonatti, Mauri, Cassin, Gobbi e De Francesch. Abbiamo quindi messo insieme un grande complesso fotografico che necessitava però di una contestualizzazione. Contestualizzazione in quella che è la storia delle spedizioni extraeuropee; in quella che è la storia delle spedizioni che dal 1950 al 1964 hanno portato alla conquista dei 14 Ottomila più uno, che è il Gasherbrum IV; e nell’ambito delle spedizioni del Club Alpino Italiano che, per le loro peculiari caratteristiche, hanno introdotto un nuovo elemento nella storia dell’alpinismo himalayano.

Qual è la mole dei materiali presente nell’archivio della presidenza generale?

La presidenza generale è depositaria di oltre duemila scatti realizzati da Fosco Maraini durante la spedizione. Di questi circa 1600 sono negativi in bianco e nero mentre circa quattrocento sono diapositive 24×36 millimetri.

Insomma, si capisce che dietro alla realizzazione del libro c’è un grande lavoro… perché la scelta di celebrare questi 60 anni con un testo così impegnativo?

Ci sono almeno due aspetti molto importanti che ci hanno portati a voler celebrare in modo così impegnativo, e grande, questo sessantesimo. In primis si è voluto sottolineare l’aspetto tecnico alpinistico che, per la prima volta nella storia delle spedizione himalayane, ha visto scalare difficoltà di quinto o quinto superiore senza l’utilizzo di ossigeno. Prima di questa solo le spedizioni austriache, di cui faceva parte Kurt Diemberger, al Gasherbrum II e al Broad Peak  si erano mosse senza bombole di ossigeno. Va però detto che le difficoltà di questi due Ottomila sono molto più basse rispetto a quelle incontrare dagli alpinisti sul Gasherbrum IV.

Da cosa deriva la decisione di non utilizzare l’ossigeno?

Perché Bonatti e Mauri considerarono, giustamente, che il carico e l’ingombro delle bombole fosse ostativo al fatto di poter scalare su quelle difficoltà. La scelta, tra ossigeno e zaino con il minimo indispensabile, è ricaduta sul necessario per sopravvivere salendo e scendendo in velocità.

Si può quasi dire che questo approccio aprirà poi la strada alle salite sugli Ottomila senza ossigeno, che prenderà però piede solo dieci o quindici anni dopo.

Qual è invece il secondo aspetto su cui si vuole focalizzare il volume?

Vuole sottolineare come tutte e quattro le spedizioni CAI abbiano introdotto un nuovo modo di intendere la montagna. Quella al K2, quella in Antartide e quella al Lhotse erano spedizioni che, accanto alla parte alpinistica, abbinavano una parte di ricerca scientifica. Nel caso del Gasherbrum IV invece la scalata è stata affiancata da un grande lavoro di ricerca culturale. In questo è stata fondamentale la presenza di Maraini e Toni Gobbi che facevano un po’ la scuola agli altri componenti guidandoli all’osservazione dei popoli e di quegli aspetti cui gli alpinisti, quando sono concentrati sull’obiettivo, tengono poco conto.

Si può quindi dire che “La montagna lucente” è il seguito del “Gasherbrum IV” di Maraini…

Il libro di Fosco Maraini è un capolavoro della letteratura alpinistica a cui oggi fa seguito questo nuovo testo che costituisce il completamento iconografico della spedizione (e del lavoro di Maraini) rendendo omaggio all’arte fotografica di Fosco.

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Intervista a Stefano Ghisolfi dopo il 9b+ che lo ha portato tra i più grandi dell’arrampicata https://www.montagna.tv/cms/134131/intervista-a-stefano-ghisolfi-dopo-il-9b-che-lo-ha-portato-tra-i-piu-grandi-dellarrampicata/ https://www.montagna.tv/cms/134131/intervista-a-stefano-ghisolfi-dopo-il-9b-che-lo-ha-portato-tra-i-piu-grandi-dellarrampicata/#respond Mon, 17 Dec 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134131 Il 7 dicembre scorso Stefano Ghisolfi è entrato a far parte dell’olimpo dei climber riuscendo nella salita di Perfecto Mundo, una delle vie di arrampicata più difficili al mondo gradata 9b+. La via, che si trova a Margalef in Catalogna nel settore Racò de la Finestra, era stata chiodata da Chris Sharma anni fa e liberata da Alexander Megos solo quest’anno.

Si tratta della via d’arrampicata più dura che si conosca dopo Silence, il primo 9c al mondo liberato da Adam Ondra nell’autunno 2017, a Flatanger in Norvegia.

Con questa incredibile realizzazione Ghisolfi è così entrato a far parte dei quattro migliori arrampicatori di tutti i tempi. Oltre a lui infatti solo altre tre persone sono riuscite nella salita di questa difficoltà e sono i già citati Adam Ondra, Chris Sharma e Alexander Megos.

 

Ora fai parte dell’olimpo dei più grandi…

Siamo solo in quattro ad aver fatto il 9b+. È stato particolarmente emozionante portare a termine la salita. Il momento in cui sono arrivato in cima è stato una liberazione, dato che era tanto tempo che la provavo. Ho provato tante emozioni insieme, mi sentivo soddisfatto, felice e appagato.

Quando hai iniziato a provarla?

Nel dicembre dello scorso anno. È stato un percorso lungo, durato un anno.

Un anno e tanti viaggi…

Si, sono andato sei volte in Spagna, in tutto l’ho provata per 32 giorni. La provavo due o tre volte al giorno, l’avrò tentata una novantina di volte in tutto. Le prime volte cercavo di capire come salire, poi ho iniziato a provarla per chiuderla. Cadevo sempre nello stesso punto, in un passaggio dinamico, chiamato crux, dove da un monodito si passa a una pinza. È il passo più duro della via, il passaggio chiave. Quando infatti sono riuscito a prendere la pinza e a tenerla non sono più caduto e sono andato in cima.

Foto Stefano Ghisolfi

Oltre il passaggio chiave quali sono le caratteristiche di Perfecto Mundo?

La prima parte della via non è durissima, ma ti stanca. Salendo però si arriva a un riposo dove io ho cercato di recuperare il più possibile prima della sezione più intensa, che culmina con la pinza del crux. Di per se il passaggio in se non è difficile, come singolo movimento sarei riuscito a farlo senza grossi problemi. La parte più complessa era cercare di arrivare abbastanza riposati al passaggio in modo da collegare il movimento a tutta la parte sotto.

Questo che si sta concludendo per te è stato un anno intenso ma ricco di felicità. È iniziato con la nuova vita di Sara ed è terminato con Perfecto Mundo…

Come è iniziato bene è continuato, con le gare, nel migliore dei modi e si è concluso alla perfezione.

Foto Stefano Ghisolfi

Per il 2019 hai già in mente qualche nuovo progetto?

L’anno prossimo mi concentrerò principalmente sulla qualifica alle Olimpiadi. Per questo motivo diminuirò la scalata su roccia. Ho comunque in mente alcuni progetti da realizzare vicino casa, ad Arco, in modo da poter coniugare sia l’allenamento che la falesia. In questo modo posso allenarmi e scalare su roccia senza dover fare lunghi viaggi che potrebbero portarmi via tempo ed energie.

Visto che hai citato le Olimpiadi, come te le immagini?

Saranno certamente difficili perché è una disciplina nuova e nessuno sa ancora bene come allenarsi e come potranno andare le cose. Per me personalmente la parte più complessa sarà allenare le due discipline che non faccio da tempo: speed e boulder. Nel frattempo dovrò anche mantenere un buon livello nel lead, come quest’anno già andrebbe bene. Al momento quindi concentrerò tutti i miei sforzi per migliorarmi nella velocità e nel boulder.

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Il cowboy paesaggista che sogna la Scandinavia https://www.montagna.tv/cms/134026/il-cowboy-paesaggista-che-sogna-la-scandinavia/ https://www.montagna.tv/cms/134026/il-cowboy-paesaggista-che-sogna-la-scandinavia/#respond Sat, 15 Dec 2018 05:00:07 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=134026 Lorenzo Bertolotto è un ragazzo normale con una grande passione, sia per il suo lavoro che per l’ambiente outdoor. Il suo sogno è infatti quello di immergersi nella parte più selvaggia della Scandinavia con una muta di cani per cimentarsi nella Fjallraven Polar, una delle gare più dure al mondo. Roba d’altri tempi che ha fatalmente attratto questo giovane torinese.  (Potete trovare maggiori informazioni QUI)

La Fjallraven Polar è un evento per persone comuni, un’esperienza creata per permettere a tutti di concretizzare la fantasia di trasformarsi in musher come quelli che un tempo affrontavano le più critiche situazioni climatiche nelle desolate terre del freddo. Lorenzo si è innamorato di quest’idea ed è disposto a spendere tutto se stesso per realizzarla. Eravamo scettici all’inizio, quando abbiamo pensato di intervistarlo, poi abbiamo capito che ci trovavamo di fronte a un giovane appassionato con tanto da raccontare.

 

Lorenzo, cosa ti attrae della Fjallraven Polar?

Perché un viaggio di 300 chilometri con i cani da slitta nel circolo polare artico è sicuramente un’avventura indimenticabile che capita una volta nella vita, e che probabilmente non farei altrimenti. In realtà poi c’è anche un altro aspetto che mi porta a fare domanda per Fjallraven Polar: mi sono divertito tantissimo a fare il video di applicazione (ride).

In effetti il tuo video è molto divertente, ma mostra anche tanta passione…

Si, mi diverte fare video. L’anno scorso per esempio ho prodotto un filmato su come sopravvivere in ufficio e l’ho utilizzato come lettera di presentazione quando ho fatto domanda per il mio attuale lavoro.

Cosa speri di imparare da questa gara?

Sto già imparando tanto dal processo di selezione. Ad esempio, quest’anno è la prima volta in cui sono sceso in strada a chiedere ai passanti di votarmi. Saper attrarre l’attenzione e la passione dei delle persone è qualcosa che non ho mai fatto prima, ma che potrà decisamente essere utile in futuro, se mai dovrò raccogliere fondi o vendere pentole per strada. Indipendentemente dell’esito della selezione, ho imparato qualcosa di nuovo e in un certo senso, ho vissuto una piccola avventura nel quotidiano.

Hai già vissuto simili esperienze in ambiente naturale?

No e questa è una delle cose che mi attraggono di più della Fjallraven Polar. Cercano 20 persone comuni da tutto il mondo, in un buono stato fisico, ma che non hanno necessariamente esperienza con cani da slitta, temperature artiche o campeggio invernale. Mi piace trovarmi in situazioni in cui non ho alcuna esperienza e devo trovare l’umiltà di ascoltare e imparare.

Forse, potrei paragonare l’attività di tirocinante cowboy che ho fatto in Montagna a questa gara. Oppure il periodo estivo in cui ho lavorato per la Northern Forest Canoe Trail, un sentiero fluviale di 1100 chilometri in Nuova Inghilterra. Il lavoro in Montagna mi ha abituato ad essere in un luogo remoto, mi trovavo a 50 chilometri di sterrato dal primo villaggio di 800 persone in un ranch grande 5 volte Manhattan. Dovevamo spesso lavorare fuori a cavallo con temperature di meno 20, meno 25 gradi. A fine giornata c’era però sempre l’acqua calda per una doccia, il riscaldamento, un letto, una cucina funzionante e internet. Nella Nuova Inghilterra invece la sistemazione era più rustica e ho lavorato tutta l’estate vivendo in tenda. Devo dire che, dopo 10 settimane, ero felice di avere un letto ed un frigo. (ride)

Che esperienze! Toglici invece una curiosità: pratichi qualche attività outdoor?

Sono appassionato di scialpinismo e arrampicata sportiva. Cerco di praticarli il più possibile anche se adesso, vivendo in Olanda, è più difficile.

Hai avuto una vita decisamente avventurosa, da quel che ci hai raccontato. Hai voglia di dirci qualcosa in più su di te?

Ho studiato architettura. Durante i miei studi sono stato particolarmente affascinato da i progetti che giocavano sulla tensione tra ambiente costruito e naturale, colmando la distanza tra architettura e paesaggio, ridefinendo il concetto di artificiale e naturale, industria ed ecologia, infrastruttura e sostenibilità. Non sono mai stato tanto una persona da ufficio, mi piace lavorare sia con la testa che con le mani. Quindi durante le mie estati da studente, oltre ad aver fatto due tirocini in uffici di architettura, ho lavorato come apprendista falegname e come tirocinante cowboy. E’ stato fondamentale per capire i miei interessi e scoprire la mia passione per la gestione del territorio.

Poi?

Dopo l’università, anziché scegliere una carriera tradizionale, prima ho lavorato l’estate per la Northern Forest Canoe Trail e poi sono tornato al ranch in Montana. Un posto dove le dinamiche ecologiche del territorio erano molto simili a quelle di un parco naturale con sorgenti, torrenti, incendi, branchi di cervi che potevano raggiungere 1000 esemplari, puma e orsi.

Ok, quindi sei una architetto con una grande passione per la sostenibilità ambientale…

Sì. Infatti lavoro per uno studio di paesaggistica e urbanistica che si occupa principalmente di come le città possano diventare più sostenibili e vivibili per poter affrontare meglio i cambiamenti climatici. Molto del lavoro che svolgiamo si occupa della gestione dell’acqua: come limitare lo scarico dell’acqua piovana nelle fogne e nei fiumi permettendo a questa di infiltrare meglio nella falda acquifera. L’idea a quella di limitare l’afflusso di acqua nei fiumi durante i grandi temporali, evitando alluvioni, e allo stesso tempo rifocillare la falda acquifera per ridurre i periodi di siccità. Il tutto, cercando di creare spazi pubblici che siano belli e piacevoli da usare, e non soltanto opere funzionali. In più come volontario gestisco un progetto pilota sul Dakpark.

Cosa sarebbe?

Il più grande tetto verde d’Europa in cui monitoro come si possano usare le pecore in città, e in questo caso su un tetto, per aumentare la biodiversità e la sicurezza idrica. Cerco di applicare gli stessi concetti imparati in Montana, ma applicarli su una scala micro. Le problematiche sono leggermente diverse rispetto ad un allevamento su grande scala, ma molti dei concetti sono gli stessi.

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Tre giovani, Giuseppe verdi e il Sentiero Italia. La storia di Va’ Sentiero https://www.montagna.tv/cms/133552/tre-giovani-giuseppe-verdi-e-il-sentiero-italia-la-storia-di-va-sentiero/ https://www.montagna.tv/cms/133552/tre-giovani-giuseppe-verdi-e-il-sentiero-italia-la-storia-di-va-sentiero/#respond Wed, 05 Dec 2018 05:00:46 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133552 Abbiamo deciso di dedicare questo progetto a Walter Bonatti perché è il nostro idolo” aprono così l’intervista i tre giovani componenti dell’associazione Va’ Sentiero. Un neonato gruppo di appassionati che ha deciso di imbarcarsi in uno dei più lunghi e impegnativi trekking al mondo, il Sentiero Italia. I tre sono determinati e convinti, sono quasi eccitati nel raccontare quel che li aspetterà alla partenza di questa lunga esperienza che, con calma, andiamo a farci raccontare. Non capita tutti i giorni di incontrare tre giovani intenzionati a camminare l’Italia, spesso infatti i nostri appassionati prediligono mete lontane, esotiche, in cerca di un’avventura che in realtà si può incontrare anche dietro l’angolo di casa. L’entusiasmo di Yuri, Giacomo e Sara lo dimostra.

Foto Va’ Sentiero

LE ORIGINI

“Tutto è successo nell’ottobre 2016 mentre stavo percorrendo il GR20” ci spiega Yuri Basilicò (31 anni), il vecio dell’associazione Va’ Sentiero. “Un giorno, durante il cammino, ho incrociato un gruppo di escursionisti norvegesi che mi han raccontato di questo lungo percorso che attraversa tutta l’Italia”. Un itinerario di oltre seimila chilometri di cui il trentunenne, guida escursionistica, non aveva mai sentito parlare. “Quando sono poi rientrato dal trek ho iniziato a fare qualche ricerca e, posso dirlo con certezza, mi sono subito innamorato di questa ideaal punto da iniziare a fare studi approfonditi. “Come prima cosa ho cercato di capire quale fosse il percorso e poi ho contattato Teresio Valsesia, Riccardo Carnovalini e Giancarlo Corbellini tre degli ideatori di questo lungo cammino”. Contemporaneamente a queste ricerche, Yuri inizia a parlare dell’idea con parenti e amici. In particolare lo racconta a Giacomo Riccobono e Sara Furlanetto, gli altri due componenti dell’associazione Va’ Sentiero. “Appena gliene parlo anche loro hanno la mia stessa reazione e si innamorano del percorso” arrivando così in poco tempo a dire: “ok, camminiamo il Sentiero Italia”.

“All’inizio c’era tanta euforia e pensavamo di partire molto presto” spiega Sara (25 anni), fotografa attualmente specializzanda in antropologia. “Volevamo farlo per noi stessi perché crediamo sia un’esperienza davvero arricchente dal punto di vista umano. Ma non solo perché “il sentiero non attraversa zone selvagge, incontra invece molta umanità”. Il Sentiero Italia infatti percorre tracciati di media montagna e incrocia, nel suo andare, borghi e paesi. “Crediamo che seguirlo possa essere un modo per capire qualcosa in più sul nostro Paese, attraverso la visione delle comunità montane”. Così facendo la passione per il cammino si trasforma in “strumento per conoscere” assumendo tutto un altro valore.

Foto Sara Furlanetto

PRONTI E MOTIVATI

Nato da tre amici sembrava, all’inizio, un lungo cammino di maturazione, di quelli fatti per conoscersi e scoprirsi. “Con il tempo però tutto è cambiato e la ‘piccola’ idea iniziale ha cominciato a ingrandirsi” afferma Giacomo (27 anni), esperto di comunicazione che con Yuri ha già percorso il Cammino di Santiago. “Crediamo sia giusto far sia che questo progetto abbia anche una valenza sociale e culturale, far si che possa essere mezzo per sensibilizzare sui temi della sostenibilità ambientale e dell’economia circolare. Così, partendo da queste idee, giorno dopo giorno è nato il progetto Va’ Sentiero “che si articola in tante sotto sezioni e richiama tantissime energie non solo fisiche, ma anche mentali”.

I tre ragazzi stanno mettendo anima e corpo in quest’idea. “Stiamo lavorando dalle 14 alle 15 ore al giorno e crediamo che, solo la parte di cammino, ci impegnerà per oltre un anno. Un impegno che trasformerà radicalmente le vite dei tre giovani, facendoli crescere ma anche sottoponendoli a molte difficoltà. “Questo è un viaggio che vogliamo fare. È un sogno coltivato per anni se andiamo a pensare a tutto quel tempo speso ad immaginare idee e buoni propositi su questo Paese, su come provare a stimolare l’Italia nella direzione in cui crediamo vada stimolata”. Yuri, Sara e Giacomo sono tre giovani ricchi di sogni e speranze. Fanno parte di quella “meglio generazione” che vuole cercare di fare qualcosa. Vogliamo stimolare le aree interne, quei territori che sempre più vengono abbandonati a se stessi scomparendo dall’attenzione di politica e mediatica. Ambienti che hanno poca voce in capitolo, se non in ambito turistico, ma le montagne non sono solo turismo. Per i tre infatti le terre alte rappresentano un tesoro, un patrimonio da tutelare, da far conoscere e rinnovare. Farlo viaggiando e raccontandolo attraverso foto, video e brevi diari di viaggio è certamente il modo migliore per far giungere questo messaggio anche ai più giovani, a chi prima o poi dovrà prendere in mano le sorti di quelle aree.

“Ovviamente siamo coscienti che non è un lavoro e che non ti offre l’opportunità di mangiare o pagare le bollette, ma a un certo punto crediamo sia giusto essere coerenti con se stessi, con quello che si sente dentro e che si va cercando. Per questo abbiamo deciso di prenderci un periodo di pausa dalle nostre occupazioni, che amiamo e che ci piacciono moltissimo, per dedicarci in toto a questa esperienza. Potendo fare un paragone: se il lavoro è un mezzo per giungere alla felicità, questa è la nostra felicità”.

Foto Sara Furlanetto

VA’ SENTIERO

La partenza è fissata per il maggio 2019, con possibilità di variazioni in base alla quantità di neve che si accumulerà quest’inverno. “Per ora stiamo cercando di apprendere quante più informazioni possibili sulla percorribilità del Sentiero”. Tracciato che, ricordiamo, il Club Alpino Italiano con i suoi volontari si sta occupando di risistemare e rinnovare con l’obiettivo di renderlo percorribile e permanente. “Aspettiamo quindi di avere delle tracce definitive per sapere come muoverci. Per ora possiamo solo immaginare delle tempistiche di massima, molto sarà poi da decidere sul campo”. L’idea generale è quella di percorrere prima la catena alpina per poi iniziare la discesa lungo quella appenninica e raggiungere, verso fine novembre, le Marche. “Dopodiché vorremmo prenderci una pausa invernale per poi riprendere nel marzo 2020 e completare il tracciato entro l’estate. Un viaggio lungo, non solo per i piedi, ma anche per la mente. Come però avete potuto leggere Yuri, Sara e Giacomo non si fanno certo spaventare dalla dimensione della sfida. Sono molto determinati e pronti ad affrontare tutto quel cui si troveranno d’avanti lungo questo cammino che unisce l’Italia intera. Forse per questa ragione han scelto di muoversi sulle note del celebre Nabucco di Giuseppe Verdi. È infatti palese l’assonanza tra Va’ Pensiero e Va’ Sentiero. Siamo innamorati di questo nome, nato un po’ per caso una sera davanti a una birra”, come tutte le cose belle della vita verrebbe da dire scherzando. Questo nome però affascina e sembra quasi ridare un senso alle parole del compositore. Camminare l’Italia intera ispirati dalle note del Verdi è un messaggio d’unità che spoliticizza il canto, è quasi un’ode alla “patria sì bella e perduta”.

Foto Sara Furlanetto

IL DOPO

Affrontare un itinerario di un anno e più, vivendo in toto questa esperienza lascia certo tanti interrogativi. Una delle domande che possono essere più frequenti, quando si immagina un percorso del genere, riguarda certamente il futuro, il dopo. “Una domanda che ha una risposta enorme e difficile da dare. Noi stessi ce la stiamo ponendo, nei ritagli di tempo, cercando però di dedicare buona parte del nostro tempo alla progettazione del viaggio” spiegano i tre giovani. “La cosa certa è che a fronte di tanto lavoro e tanto impegno vorremmo che questo cammino, relazionato alla scoperta del territorio, continuasse anche con il tempo. Yuri, Sara e Giacomo vorrebbero infatti cercare di da una continuità all’idea e magari proporre questo percorso ad altri appassionati come loro. “Nel futuro vorremmo portare sul Sentiero gruppi, scolaresche e scout, per far si che questo storico tracciato non venga abbandonato”. Già adesso però i tre cercheranno di spronare gli italiani a questo cammino ‘culturale’. Chi volesse può infatti scegliere di aggregarsi a loro per un tratto del Sentiero Italia.

“Nel futuro, ma anche durate la percorrenza, vorremmo cercare di raccontare questa parte gigantesca del nostro Paese che sono le aree interne. Territori quasi sconosciuti che soffrono terribilmente in seguito a questo processo di abbandono che le riguarda tutti i giorni ma di cui non si parla  quasi mai. Una tragedia che si consuma in silenzio nei luoghi che sono alla base della nostra esistenza”.

QUI potete trovare maggiori informazioni.

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Markus Eder e quello sci senza regole https://www.montagna.tv/cms/133668/markus-eder-e-quello-sci-senza-regole/ https://www.montagna.tv/cms/133668/markus-eder-e-quello-sci-senza-regole/#respond Mon, 03 Dec 2018 05:00:42 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133668 Classe 1990 Markus Eder è un ragazzo normale. Appassionato, pieno di energia, divertente e umile. La sua vera anima si rivela però quando aggancia gli sci ai piedi, sci larghi da neve fresca. Tutto cambia quando prende a scendere e a disegnare tracciati in luoghi dove non sembra essercene la possibilità. Il suo ultimo video, che in questi giorni impazza sui social, mostra perfettamente quella che è l’anima di questo ragazzo, nuovo arrivato nel team Vibram.

“In realtà non si tratta di un progetto partito da me, ma di un’iniziativa di Red Bull Germania portata avanti con Bene Mayr. A me han chiesto di partecipare, sapendo che abito in zona e che conosco molto bene quel territorio.”

È stata una discesa super interessante, incredibile. Ad essere sincero devo dire che all’inizio non riuscivo a immaginare questo tipo di percorso. Ho avuto una stagione abbastanza lunga che non mi ha permesso di capire bene l’idea fin quando sono arrivato sul posto. Il primo giorno ho visto la pista e ho pensato che non valeva la pena, cera pochissima neve ed era impossibile costruire il progetto. Ovviamente però ci abbiamo provato lo stesso e il puzzle pian piano ha preso forma.”

“Quando abbiamo iniziato a riprendere la parte alta del tracciato, sotto stavano ancora costruendo. Faceva caldissimo e ogni giorno fondavano 20 o 30 centimetri di neve. Il problema era che in alcuni punti c’erano solo 20 o 30 centimetri di neve” (ride).

 

Ci spieghi come nascono progetti di questo tipo, come le immagini le tue discese?

Tutto parte da un sogno, dalle cose che vorrei fare. Non sono quasi mai in cerca di progetti nuovi. Succede quasi per caso, viaggiando, vedendo montagne in giro per il mondo, imparando. Così ho l’opportunità di trovare sempre nuove idee e nuovi stimoli per delle sfide.

Torniamo indietro nel tempo. Oggi ti muovi sugli sci come fossero un prolungamento del tuo corpo, ma qual è  stata la tua prima volta?

Sono sempre stato attratto da questo mondo. La mamma mi ha raccontato tanto volte di quando avevo appena tre anni e andavamo a vedere le gare e gli allenamenti di mia sorella. Lei faceva sci alpino e io, da quel che mi han raccontato, mi sono appassionato talmente tanto da voler provare a tutti i costi a sciare. Alla fine mi hanno messo sugli sci in plastica di mia sorella e mi han “lanciato” sulla pista da fondo che correva di fronte a casa. Quella volta ho sceso una collina, rimanendo in piedi e subito volevo riprovare.

Poi?

Crescendo ho iniziato con lo sci alpino, l’ho praticato fino a 14 anni. Devo però ammettere che non mi è mai piaciuto granché, la mentalità dello sci in pista non è la mia. Da sempre saltavo verso il bordo della pista e mi divertivo di più quando non c’era l’allenamento. Infatti con il mio allenatore non c’è mai stato un gran rapporto. Alla fine poi ho deciso di smettere, non era la mia strada.

Dopo aver chiuso con lo sci alpino ho scoperto il freestyle. A farmelo conoscere è stato un film che mi ha regalato un amico. L’ho guardato tutta l’estate e, alla fine, mio padre è stato costretto a prendermi degli sci per la disciplina. Avrò avuto 15 o 16 anni quando ho iniziato.

Da lì in poi una carriera già scritta…

Carriera scritta magari no. Quando go iniziato il movimento era appena all’inizio e non avevo in testa di poter vivere grazie al freestyle. Solo pochi al mondo ci riuscivano. Io ero però molto appassionato e mi piaceva molto, al punto che non m’interessava la possibilità di guadagnare. Volevo solo continuare a sciare.

Il passaggio dallo sci alpino al freestyle è stato un cambio a 180 gradi. Due anni prima ero con lo sci club dove mi venivano date regole e mi veniva detto cosa fare. Di colpo mi sono invece ritrovato in mezzo a degli snowboarder senza regole, dove potevo fare quel che mi pareva (ride).

Il freestyle è stata la mia disciplina fin quando mi hanno invitato a partecipare a una gare in neve fresca. Non volevo nemmeno andare, perché non avevo fatto quel tipo di sci. Alla fine mi sono classificato secondo, in mezzo agli idoli che vedevo nei video. Così è iniziata tutta un’altra storia legata al freeride.

Molti pensano che per fare freeride sia necessario andare lontano, che sulle Alpi non ci sia più spazio…

Per me è il contrario. Più viaggio, più mi rendo conto della bellezza e delle possibilità che abbiamo sulle Alpi. Non è necessario andare in Canada, in Giappone o in Alaska per trovare neve da scendere.

Inoltre, le Alpi sono molto più facilmente accessibili grazie agli impianti di risalita e alle infrastrutture. Spesso, in Alaska o in Canada, per raggiungere i luoghi del freeride bisogna prendere la motoslitta o addirittura l’elicottero. Una discesa richiede molta più logistica e tanta organizzazione.

Con che attrezzatura ti muovi quando vai a fare una discesa?

Ovviamente con gli sci larghi da neve fresca e poi con tutta l’attrezzatura di sicurezza. Anche solo se vai dieci metri fuori pista perché c’è una bella discesa è indispensabile avere con se Artva, Pala e sonda. Spesso uso anche lo zaino paravalanghe.

A proposito di sicurezza, quanto rischio ti prendi durante una discesa?

Può essere tanto o poco. Il problema sta nel fatto che, anche se non scende una valanga, non sai mai quanto sei andato vicino al punto di distacco. Non puoi mai essere sicuro al cento per cento. Per questo ogni anno faccio vari corsi di formazione dedicati alle valanghe, imparando sempre qualcosa di nuovo. Non si smette mai di imparare.

Cosa consiglieresti a un ragazzo che si vuole approcciare al freeride?

Di andare per gradi, di non spingere troppo e di non cercare per forza subito la neve fresca. Gli consiglio inoltre di andare piano, di leggere la natura e cercare di capirne le condizioni. Importante è anche muoversi con amici che hanno esperienza e di cui si può fidare.

Non bisogna mai spegnere il cervello.

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K2. Storia della montagna impossibile. Un “non libro” tutto da srotolare https://www.montagna.tv/cms/133641/k2-storia-della-montagna-impossibile-un-non-libro-tutto-da-srotolare/ https://www.montagna.tv/cms/133641/k2-storia-della-montagna-impossibile-un-non-libro-tutto-da-srotolare/#respond Sun, 02 Dec 2018 05:00:39 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133641 Si chiama “K2. Storia della montagna impossibile” (Rizzoli Lizard, 2018) e fa impressione quando lo si prende in mano per la prima volta. Un’impressione positiva, intendiamoci. Rende il giusto omaggio alla dimensione della montagna. Grazie alla struttura grafica che, perdonate il giro di parole, destruttura il classico concetto di libro trasformandolo in una fisarmonica. Una lunga pergamena che, una volta aperta raggiunge i sette metri di lunghezza. Da un lato trova posto la scoperta e l’esplorazione della montagna, dall’altro si possono invece leggere le vicende degli alpinisti e dei primi salitori.  Un racconto accurato e ricco di dettagli che trova però il suo vero punto di forza nel concetto grafico e negli spettacolari disegni di Marco Camandona.

Sfogliandone le “pagine” sembra di tornare sui ghiacci del Baltoro ad ammirare la piramide imponente della seconda montagna della Terra, a cercarne le linee di salita che qui troviamo ben identificate. Fa impressione pensare che un lavoro così imponente sia stato portato avanti da un ragazzo, classe 1982, che nel mondo della montagna è un’assoluta novità. Ma, se di primo acchito verrebbe da domandarsi chi sia questo Alessandro Boscarino mai sentito tra gli scrittori e narratori di alte vette, una volta preso in mano il volume la domanda passa in secondo piano per lasciare spazio all’appassionante storia del K2 e di come il sentimento umano abbia saputo renderla grandiosa.

La custodia del libro

L’autore del libro, Alessandro Boscarino

Alessandro, hai realizzato un libro unico, ci racconti però chi sei e come sei arrivato alla letteratura di montagna?

Sono figlio di genitori siciliani, ma sono nato e cresciuto a Milano dove vivo e dove lavoro. Di mestiere faccio il grafico freelance e, quello per le terre alte, è stato un amore improvviso nato circa sette anni fa.

In realtà ho sempre frequentato la montagna. Quando ero piccolo avevamo una casa vicino Gressoney mentre oggi ne ho una sull’Appennino Emiliano, dove passo tutte le estati. Vado anche spesso in Dolomiti, mi piace molto andare per funghi. Sette anni fa è poi arrivata la passione per la storia dell’alpinismo. A contagiarmi è stato mio cognato che mi ha regalato “Aria Sottile di Jon Krakauer. Un bel libro, che si fa leggere. A prescindere dalla veridicità storica l’ho trovato ben scritto e l’ho divorato in due giorni, accendendo in me una passione per questo mondo così particolare.

Come sei passato da Krakauer al K2?

Dopo aver finito il libro sono subito andato in libreria e ho comprato tre titoli, tra cui il testo di Ed Viestus e David Roberts “K2: la montagna più pericolosa della terra”. Un volume carico, con questa alternanza tra il racconto personale e la storia della montagna.

Leggendolo mi sono innamorato alla storia del K2 e questo ha dato il via a tutta una serie di ricerche e approfondimenti. Ho letto altri libri, visto documentari, cercato biografie e studiato le spedizioni che negli anni si sono avvicendate sulla montagna.

Quindi tutto parte da una grande passione…

Si, di solito accade così. Quando mi prende una passione che poi so di poter tradurre in qualcosa che ha a che fare con il mio lavoro, cerco sempre di coniugare le due cose.

Quel che ho notato, in particolare, è che la letteratura di montagna ha dei canoni fissi, soprattutto nei libri che raccontano una storia. Solitamente c’è un testo con nel mezzo alcune immagini. Una impostazione che, a volte, rende macchinoso leggere e al contempo andare a vedere la foto del protagonista o a ricercare il punto lungo la montagna a cui fanno riferimento le parole.

Il mio obiettivo era cercare di rendere il tutto più scorrevole, far si che tutti gli elementi che si possono trovare in un classico libro andassero di pari passo.

Come sei però arrivato a questa struttura così particolare?

In realtà prima di assumere questa forma a fisarmonica era un libro classico. Certo, aveva delle pagina che si aprivano, ma era più canonico. In un secondo momento mi è stato poi regalato un fumetto, per puro caso edito anch’esso da Rizzoli Lizard, fatto allo stesso modo del mio K2. Quello era solo fronte con un unico lungo disegno che si srotolava. Quando l’ho visto è scattato qualcosa che mi ha fatto pensare a un’impostazione simile, stampata fronte retro con: da un lato l’esplorazione e dall’altro la salita.

Per quanto riguarda invece il contenuto?

Io sono stato il regista di un grande lavoro corale. Ho messo insieme disegnatori autori e foto scegliendo tra le persone, gli autori o gli scatti che più mi piacevano. I testi sono stati realizzati da me, con la supervisione di Mirella Tenderini. La ricerca d’archivio e fotografica invece l’ho fatta tutta da solo, chiedendo poi consigli.

La parte di ricerca è stata difficile?

È stata molto bella. Credo la parte più bella di tutto il lavoro. In questa fase ho conosciuto tante persone disponibili e generose. Ho avuto modo di creare amicizie in tutto il mondo, arricchendomi moltissimo.

Quanto tempo ti ha impegnato questo lavoro?

Tenete conto che ho un lavoro che mi impegna di giorno e che ho anche due figli. In pratica il progetto del libro l’ho portato avanti per sei anni, senza però lavorarci full time. Gli ho dedicato ogni momento libero, ogni notte e ogni fine settimana in cui non avevo altro da fare.

La passione mi ha spinto a dedicarci veramente tanto tempo, e non solo quello. All’inizio non avevo un editore, quindi ho dovuto pagare di tasca mia tutte le illustrazioni.

Toglici un’ultima curiosità, sei già stato al K2?

Mai stato al K2, mai stato in Pakistan, mai stato in Cina. Ma prima o poi ci andrò.

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Janusz Majer e il periodo d’oro dell’alpinismo polacco https://www.montagna.tv/cms/133441/janusz-majer-e-il-periodo-doro-dellalpinismo-polacco/ https://www.montagna.tv/cms/133441/janusz-majer-e-il-periodo-doro-dellalpinismo-polacco/#comments Sat, 01 Dec 2018 05:00:31 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133441 Janusz Majer, classe 1946, nato e cresciuto di là della Cortina di Ferro. In una terra dove anche il diritto di sognare andava conquistato lottando. In una Polonia che oggi ha cambiato del tutto volto ma che ha saputo rimanere fedele alla sua storia, almeno per quanto riguarda l’alpinismo. Janusz fa ancora parte di quella generazione di alpinisti che han saputo farsi grandi inseguendo un sogno. Appartiene alla Generazione, con al G maiuscola, degli alpinisti polacchi. Il suo curriculum alpinistico è molto lungo, come lo è anche quello di capospedizione. C’era lui alla guida dei polacchi nell’86 al K2, quando hanno aperto la “Magic Line”, ed era sempre lui a guidarli anche nell’84 al Broad Peak e nell’85 al Lhotse. Oggi, alla soglia dei 72 anni, continua a essere protagonista di questo mondo fatto d’altissima quota e aria rarefatta. È infatti lui uno dei volti principali, insieme a Krzysztof Wielicki, del tentativo invernale polacco al K2. La sua è una testimonianza che attraversa due epoche, quasi due universi per quanto è cambiato l’alpinismo in appena quarant’anni.

 

Janusz, quali sono stati gli anni d’oro dell’alpinismo polacco?

Gli anni ’80. In quel periodo ero molto attivo come alpinista, soprattutto nella regione della Silesia. Ero anche presidente del locale club alpino di Katowize. Un club di cui facevano parte molti dei nomi che poi hanno fatto la storia come Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka, Artur Hajzer, Ryszard Warecki e Ryszard Pawłowski. In quel periodo arrampicavamo in Himalaya e Karakorum, facevamo molte spedizioni. Quello era certamente il periodo d’oro dell’alpinismo polacco.

Com’è però iniziato tutto?

Grazie ad Andrzej Zawada che, in quel periodo, iniziò a ragionare sulla possibilità di fare una serie di spedizioni invernali in Asia, ad altissima quota. Fu lui ad organizzare la prima spedizione invernale in Himalaya, scegliendo l’Everest come prima destinazione. La missione iniziò nel dicembre del 1979, ma non credo ci sia da star qui a spiegare gli avvenimenti di quell’inverno.

È stato l’inizio della vostra grande storia himalayana…

Si, quello fu il punto di partenza dell’esperienza invernale polacca sugli Ottomila. Va però detto che prima di allora Zawada e Tadeusz Piotrowski riuscirono nella salita invernale del Noshaq (7492m) in Hindu Kush. Nonostante questo è vero che l’Everest è stato il punto di svolta perché, dopo essere rientrati da quella spedizione, in Polonia scoppiò una “febbre” da invernale. I club alpini iniziarono a organizzare salite e gli alpinisti a prepararsi per questo tipo di scalate, che poco hanno a che fare con la bella stagione.

Si mise in moto una macchina che portò in breve a un susseguirsi di successi invernali. Una lunga carrellata di vetta a cui poi seguì una lunga pausa.

Quanto durò questa pausa?

Una decina di anni.  A interromperla fu il successo di Simone Moro e Piotr Morawski sullo Shisha Pangma, avvenuto nello stesso periodo in cui Krzysztof Wielicki cercava di dire ai giovani polacchi di tornare all’himalaysmo invernale, di ricordarsi le loro origini. Chiedeva “per favore, guardate cosa abbiamo fatto quando eravamo giovani come voi”.

I due eventi, ma soprattutto la richiesta di Krzysztof, smossero qualche coscienza portando Artur Hajzer (nel 1987 realizzò, con Jerzy Kukuczka, la prima invernale all’Annapurna, nda) a preparare un programma di “addestramento” per le nuove generazioni. Fu così avviato il Polish Himalayan winter program.

Così nacque la nuova generazione di alpinisti polacchi…

Si e subito riuscimmo a portare a casa qualche bel risultato. La prima grande realizzazione del programma fu la salita del Gasherbrum I in invernale a opera di Adam Bielecki e Janusz Golab. Poco dopo fu invece la volta del Broad Peak, un successo ma anche una grande tragedia.

Dopodiché arriviamo al 2013, anno che segna la tragica scomparsa di Artur Hajzer sul Gasherbrum I. Con la sua morte l’alpinismo polacco perde una guida e io, data l’amicizia con Artur, decido di portare avanti i suoi ideali e le sue idee. Per questo mi sono messo a organizzare la spedizione per tentate il K2 in invernale.

È stato difficile?

Abbiamo impiegato un anno per mettere tutto a punto, per recuperare i finanziamenti. E, devo dire, alla fine non è stata un brutta spedizione. È stata un’ottima esperienza in previsione dei futuri tentativi. Potremmo ripartire anche subito, i materiali sono già pronti, dobbiamo però concentrarci sulla formazione dei giovani.

Janusz Majer e Krzysztof Wielicki

In che senso?

I nostri ragazzi sono tutti ottimi alpinisti, ma c’è chi non ha mai sperimentato le altissime quote e l’inverno himalayano. Per questo, prima di ritornare al K2, vorremmo fare delle spedizioni invernali “selettive” in Pamir, sul Peak Lenin o sull’Ismail Samani in modo da farli ambientare. Credo poi che, in estate, possa essere necessario tentare una salita al K2 in modo che possano fare esperienza sulla montagna.

Secondo te sta in questi dettagli la possibilità di successo?

In questo come anche nella partenza per la spedizione. Dall’inverno passato abbiamo imparato che la spedizione va iniziata prima. Si partirà certamente ai primi di dicembre, così da arrivare al campo abse intorno al 23 dicembre. In questo modo si può sperare in più finestre di bel tempo. Inoltre, dopo avere tentato la cresta basca, ora sappiamo che la cosa migliore è muoversi fin da subito lungo lo Sperone Abruzzi evitando il pericolo di caduta pietre.

Qualche domanda fa hai detto che Wielicki ha cercato di “far svegliare” i giovani alpinisti d’oggi dal loro torpore… Cos’è cambiato dalla vostra generazione a quella attuale?

Tutto. Mentre noi giovani andavamo in Himalaya qui c’era il comunismo che impediva ai ragazzi di costruirsi una carriera. Ci trovavamo a Est e non potevamo pensare di andare all’estero. Praticamente l’alpinismo diventava l’unico mezzo per poter viaggiare, per poter uscire dal nostro Paese. Noi alpinisti, per andare in Himalaya, avevamo il passaporto, cosa non comune all’epoca. Ricordo che per averlo abbiamo dovuto fare richiesta direttamente al governo. Ricordo anche per recuperare i soldi delle spedizioni, non avendo spesso un vero lavoro da cui attingere finanziamenti, andavamo a ripulire e imbiancare gli alti camini delle industrie di Katowice. Finito il lavoro partivamo. Io, Krzystztof e Jerzy andavamo in Himalaya tre volte l’anno.

Oggi è tutto diverso. Dopo la caduta del comunismo anche il sistema economico ha iniziato a mutare e oggi, chi arrampica, può avere un lavoro normale e aprire la sua azienda. La nuova generazione può andare dove desidera, può viaggiare senza problemi. È tutto drasticamente cambiato e, con questi cambiamenti, anche gli stimoli sono mutati.

Oltre alle persone e alla filosofia sono cambiati anche i materiali, in spedizione sono aumentate le “comodità”. È cambiato anche il modo di organizzare una spedizione?

Per quanto riguarda l’organizzazione di una spedizione ci basiamo su quanto fatto da Artur. Grazie a lui sappiamo bene come si debba pianificare una spedizione invernale in Karakorum. Sappiamo quali tute d’alta quota scegliere, come vanno utilizzate le tende. In più, oggi, a queste nostre conoscenze aggiungiamo i prodotti dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico. La qualità del materiale tecnico di oggi è nettamente superiore al passato. Abbiamo sacchi a pelo, scarponi e attrezzatura che ripara molto meglio dal freddo. Inoltre, cosa che fa davvero la differenza, oggi abbiamo delle previsioni meteo molto più accurate. Negli anni ’80 andavamo su e guardavamo in cielo per capire come si sarebbe evoluta la giornata. Adesso abbiamo accurate previsioni meteorologiche che ci permettono di muoverci in sicurezza, soprattutto in inverno.

Materiali migliori e previsioni più accurate regalano qualche chance in più di vetta?

Sì, ma nel caso del K2 credo che l’unica possibilità sia mettere delle corde fisse sulla spalla. Dopo aver fatto questo avremo bisogno di alpinisti che sappiamo muoversi velocemente sulla montagna. Giovani come Adam Bielecki, se vogliamo citare qualcuno della squadra dello scorso anno. Per la futura squadra credo invece che Andrzej Bargiel potrebbe certamente essere un buon membro. Ma queste sono cose che vedremo più avanti.

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Il Sentiero Italia di Lorenzo Franco Santin, il primo a percorrerlo tutto da solo – di Stefano Ardito https://www.montagna.tv/cms/133476/il-sentiero-italia-di-lorenzo-franco-santin-il-primo-a-percorrerlo-tutto-da-solo-di-stefano-ardito/ https://www.montagna.tv/cms/133476/il-sentiero-italia-di-lorenzo-franco-santin-il-primo-a-percorrerlo-tutto-da-solo-di-stefano-ardito/#comments Wed, 28 Nov 2018 05:00:28 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133476 Quando è arrivato al traguardo, il 25 agosto 2017, ad accoglierlo c’erano qualche decina di amici e una troupe della sede RAI del Friuli-Venezia Giulia. Ma l’impresa di Lorenzo Franco Santin, il primo a percorrere il Sentiero Italia da solo, merita di essere meglio conosciuta.

In 114 giorni effettivi di cammino, un passo dopo l’altro, Lorenzo ha percorso tutti i 6125 chilometri del tracciato ufficiale che collega Santa Teresa di Gallura, in Sardegna con Lazzaretto di Muggia e la frontiera tra Italia e Slovenia. 

Includendo qualche deviazione, il camminatore friulano ha percorso 6166 chilometri. Basta una divisione per capire che la media ha sfiorato i 50 chilometri al giorno. Dal punto di vista atletico è stata un’impresa straordinaria.     

Al Sentiero Italia, Lorenzo Franco Santin è arrivato per caso. “Ho scoperto dell’esistenza del Sentiero, mi sono incuriosito e sono partito. Il 23 maggio del 2016 ho iniziato ad attraversare la Sardegna, ma sapevo bene di essere in ritardo”. 

Ho proseguito in Sicilia, lungo l’Appennino e sulle Alpi occidentali e centrali. Ma a ottobre, sul Sentiero Roma, in Lombardia, sono stato bloccato dalla neve. Avevo già percorso 4700 chilometri, peccato” racconta il camminatore friulano. 

Il secondo tentativo, quello del 2017, è iniziato quasi due mesi prima, il 30 marzo. Stavolta Lorenzo non ha avuto problemi, e cinque mesi dopo la partenza in Gallura ha tagliato a braccia alzate il traguardo a Lazzaretto di Muggia. 

Ha camminato in autonomia, senza portare nemmeno una tenda, dormendo all’aperto o in strutture sempre aperte come baite e bivacchi. Per mangiare non si è fermato in alberghi o rifugi, ma ha fatto la spese in negozi di alimentari e supermercati, per poi cucinare da solo.  

Attrezzatura di Lorenzo Franco Santin

Oltre a un allenamento perfetto, per camminare velocemente Lorenzo Franco Santin ha preparato con cura maniacale lo zaino. “A vuoto, cioè prima di caricare cibo e acqua, pesava solto 9,5 chili” racconta. Sul suo sito una fotografia, utilissima per chi ha in programma lunghi trekking, mostra l’intero contenuto del sacco. 

Oggi Lorenzo Franco Santin ha 29 anni, ma quando ha compiuto la sua solitaria vittoriosa ne aveva 27. Vive ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, lavora nell’azienda metalmeccanica del padre. La sua prima esperienza nel mondo è stata un viaggio in Norvegia, d’inverno, per fotografare l’aurora boreale. Poi è venuto il Sentiero Italia. 

Grazie al mio lavoro, nel 2016 e nel 2017, mi sono potuto assentare per dei periodi così lunghi” racconta. “Durante il percorso, però, mi sono sentito in dovere di rispettare mio padre, il suo lavoro e il mio. Quindi sono andato veloce, e ho speso il meno possibile per vitto e alloggio”. 

Tra tutti i 6166 chilometri, il tratto che ha più emozionato Lorenzo è stata la GTA, la Grande Traversata delle Alpi, in Piemonte. “E’ il tratto più faticoso, con dislivelli molto forti” racconta. “Ma è quello che offre i paesaggi più vari. Ogni giorno non vedevo l’ora di scavalcare una cresta, per la curiosità di sapere cosa mi attendeva dall’altra parte”. 

L’Appennino, secondo Lorenzo che lo ha attraversato per due volte, è “complessivamente meno interessante delle Alpi”. Il turismo di massa, nel suo trekking, lo ha disturbato molto poco. 

Quando sono passato dalle Tre Cime di Lavaredo pioveva, e per questo motivo non mi sono sembrate affollate”. “La tappa in cui ho incontrato più gente è stata quella dell’Etna. Ma si tratta di turisti in auto, non di camminatori”. 

La camminata di Lorenzo Franco Santin non è stata un evento mediatico. A parte il servizio sul TG RAI del Friuli, hanno raccontato il suo viaggio un articolo su Sportweek, il magazine della Gazzetta dello Sport, e qualche pezzo sul sito de Lo Scarpone, il notiziario del CAI. Quando ha potuto, nel suo viaggio, Lorenzo ha postato notizie aggiornate sulla sua pagina Facebook.

Negli ultimi mesi, invece, il camminatore friulano ha raccontato una ventina di volte la sua avventura, proiettando il suo docufilm Sentiero Italia – i primi 6000 km (82 minuti) davanti a un pubblico attento. 

Dopo l’esordio a Pordenone (10 maggio), è stato a Teramo e a Lanciano in Abruzzo, a Padova, Chioggia, Comelico Superiore, Conegliano e Oderzo in Veneto, a Cassano D’Adda in Lombardia, a Biella e a Vercelli in Piemonte. In Friuli, la sua terra, Lorenzo ha raccontato il suo viaggio a Moggio Udinese e a San Vito al Tagliamento. 

I prossimi incontri sono previsti a Caneva (Pordenone) il 29 novembre, a Udine il 15 febbraio, a Crema il 23 febbraio. Chi vuole proporre altre date a Lorenzo può farlo attraverso il suo sito www.lorenzofrancosantin.it. 

Per il futuro, Lorenzo accarezza l’idea di vivere solo di camminate e fotografia. Ma è un progetto che deve ancora aspettare. “Ho in programma un’altra grande camminata nel 2019, l’annuncerò ufficialmente a gennaio. Al suo termine forse scriverò un libro. E deciderò cosa fare della mia vita”. 

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Marcello Sanguineti: l’alpinismo è una necessità di vita https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/ https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/#comments Sun, 25 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133384 Ha un lunghissimo curriculum di ascensioni e prime ascensioni, tra cui una candidatura ai Piolets d’Or 2018 per la nuova via “Amman in Kashmir”, aperta nell’agosto 2017 nel Karakorum pakistano.

Classe 1968, Marcello Sanguineti è un accademico del CAI ma, di professione è professore di ricerca operativa presso l’Università di Genova. Vive in un paesino sopra Chiavari dove, ci dice, “quando apro la finestra di casa mi godo l’infinità del mare”, ma si trova a proprio sulla verticalità delle pareti alpine e del mondo. Di lui si conoscono le nuove vie e le grandi realizzazioni; oggi cerchiamo di scoprire cosa lo spinge ad andare dove ancora non è salito nessuno.

 

Come ci si sente dopo una candidatura al Piolets d’Or?

Direi che ci si sente motivati a cercare di fare ancora meglio. Ora come ora credo sia importante non tanto godersi la candidatura, quanto prendere esempio da chi il Piolet d’Or l’ha vinto e provare a vivere altre esperienze di questo tipo. Se dovessi fare un paragone, la nomination ai Piolet d’Or è un po’ come quando pubblico un risultato scientifico su una rivista prestigiosa. Un successo che dà sicuramente soddisfazione, ma la cosa veramente importante è continuare a fare buona ricerca – anche se, magari, risultati successivi non vanno a finire su una rivista altrettanto importante. A volte succede di trovare risultati scientifici di grande importanza, senza pubblicarli su riviste top. Viceversa, può capitare di pubblicare lavori meno significativi su riviste più prestigiose. È così che vivo questa candidatura ai Piolets d’Or.

Visto che hai tirato in ballo l’argomento, come riesci a combinare il lavoro da ricercatore con questo tipo di alpinismo esplorativo/estremo?

Io sono un ricercatore e la Ricerca (con la “R” maiuscola), fatta seriamente, è qualcosa di estremo. “Estremo” nel senso che noi ricercatori cerchiamo di oltrepassare i limiti per definirne di nuovi, esattamente come accade nell’alpinismo esplorativo. L’unica differenza sta nel fatto che nel primo caso si tratta di un’attività mentale, mentre nel secondo di un’attività fisica.

Molto probabilmente, se io fossi un professionista della montagna non realizzerei exploit alpinistici, perché a lungo andare la montagna mi annoierebbe. In effetti, il mio grande problema nella vita è il rischio di annoiarmi: per questo devo fare quante più cose possibile, che mi permettano di cambiare continuamente contesto, di passare da carta e penna a piccozze e friends. È qualcosa che mi eccita, che mi esalta, che mi dà vita. L’importante, per me, sta nel rendere ogni giornata il più diversa possibile dalla precedente.

Un vero amore per la montagna…

Esatto. Nonostante questo, però, non vivrei in montagna per tutto l’oro del mondo. A me piace scalare le montagne, ma, una volta arrivato in vetta, resto… come dire… “perplesso”. Guardo il panorama, poi capisco, con un po’ di delusione, che non resta altro che scendere. Dopo poco che sono in valle mi sento “in gabbia”: vi rimango solo se ho in programma a brevissimo un’altra salita, altrimenti preferisco tornarmene di fronte al mare, dove posso godere dell’infinito.

Il fatto è che sono un “assetato di infinito”. La montagna mi regala questa sensazione in verticale, ma solo mentre scalo o, al limite, mentre concepisco una salita. Per provare l’infinità orizzontale, invece, mi basta guardare il mare, sentirne l’odore e “respirarlo” con gli occhi.

Nella tua ricerca di questa libertà verticale hai disegnato tanti nuovi tracciati. Credi che “Amman in Kashmir, la via candidata al Piolets d’Or, sia effettivamente la più bella?

Si tratta di una salita che presenta notevoli difficoltà tecniche, ma l’ingrediente che la rende unica è il contesto in cui si svolge. La via è stata tracciata su una montagna mai salita prima, nel Kashmir pakistano, in totale isolamento e con difficoltà logistiche, in un massiccio mai esplorato in precedenza e in una valle che ha visto pochissimi alpinisti: prima di noi (con me c’erano Gian Luca Cavalli e Michele Focchi) solo due spedizioni si erano addentrate nelle alte valli Kondus-Kaberi, ma non nel massiccio dove abbiamo operato noi tre.

Dal punto di vista tecnico credo di aver fatto salite più impegnative; si tratta di vie che, forse, sono state fatte nel “momento sbagliato”, cioè in un momento in cui non sono state valorizzate. Ad esempio, mi vengono in mente alcune mie aperture in Sud America e anche sulle Alpi.

Se dovessi scegliere quale delle tue vie reputi tra le più interessanti?

Sceglierne una è difficile. Credo che le mie vie nuove più significative siano tre. Una è certamente “Amman in Kashmir”, per i motivi che ho spiegato prima. Accanto ad essa metterei “Plein Sud”, realizzata nel 2010 sulla parete Sud delle Grandes Jorasses insieme a Sergio De Leo, Michel Coranotte e Marco Appino. Un particolare, per capire di cosa sto parlando: quella di Plein Sud è stata la quinta salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses. Si tratta di un percorso magnifico, che segue il grande camino, linea naturale della parete, che aveva respinto Grassi & soci nel 1985. All’epoca di Grassi non esistevano ancora le tecniche di dry-tooling che si utilizzano adesso e che hanno reso possibile la nostra salita. Va detto che non siamo riusciti a raggiungere la vetta delle Grandes Jorasses. Ci siamo fermati a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey: per proseguire sarebbe stato necessario usare qualche spit negli ultimi metri prima della brèche, ma avevamo deciso di effettuare la salita in puro stile “trad”. Infine, completerei il mio “magico tris” con è una via aperta in Cordigliera Real (Bolivia), un tracciato datato fine anni ’90. Sto parlando della prima traversata integrale da nord a sud delle cinque vette dell’Illimani. Senza dubbio molto più semplice tecnicamente delle due salite precedenti, ma un gioiello dal punto di vista estetico e di isolamento: una cavalcata di circa 16 chilometri di sviluppo, tre dei quali oltre i 6000 metri di quota, effettuata in cinque giorni e tutt’ora irripetuta.

Visto che hai citato “Plein Sud”, sappiamo che anche Denis Urubko si è complimentato con te per la realizzazione…

Sì. Ho incontrato Denis lo scorso ottobre in Valsassina, al convegno del Club Alpino Accademico. Si è complimentato per quella salita, per esser riusciti a scovare, nel 2010, una linea naturale così importante sulle Alpi, addirittura nel Bianco e sulla sua parete più alta del massiccio (la sud delle Jorasses è circa 200 circa metri più alta della nord…). Al momento “Plein Sud” ha una sola ripetizione, da parte di Matt Helliker e Jon Bracey. Mi ha fatto molto piacere leggere la loro recensione, in cui hanno l’hanno definita una magnifica avventura in un ambiente incredibile. In effetti, sembra quasi di scalare in un inferno dantesco.

Da ligure, da amante dell’infinità che offre il mare, come sei arrivato a questo tipo di alpinismo?

Di certo non è una passione che arriva dalla mia famiglia, anche se a mia mamma è sempre piaciuta la montagna. È stata lei la prima ad accompagnare me e mio fratello in escursioni, anche impegnative. Mio papà, invece, non concepisce proprio l’idea di camminata in montagna e alpinismo. La prima volta in cui ho capito di trovarmi bene in montagna è stato quando avevo sedici anni, durante una vacanza invernale a Cogne, con amici di famiglia. Da allora, per otto anni, tutte le estati trascorrevo un periodo nella mitica “Casa Alpina” di Cogne con i miei genitori e mio fratello, facendo escursioni via via più impegnative. Nella Casa Alpina c’era un’atmosfera magica, irripetibile; ogni volta che si organizzava un’escursione la sensazione era quella di partire per esplorare un nuovo universo. Un giorno, in cima alla Punta Pousset, dove ero salito con mia mamma e mio fratello, incontrai “Jean” Crudo, che propose a me, mio fratello e un nostro amico di salire insieme la Tersiva. Fu allora che calzai per la prima volta i ramponi – che emozione! Da allora ho scalato sulle montagne di mezzo mondo, ma nulla è paragonabile a quelle estati nelle valli di Cogne.

Poi?

Poi non mi sono più fermato, d’altronde l’appetito vien mangiando. Ho continuato facendo altre salite tecnicamente semplici, come la normale al Gran Paradiso, e solo dopo la Laurea a praticare alpinismo di un certo livello. Ho iniziato dopo essermi laureato perché prima non avevo molto da spendere per l’attrezzatura e i viaggi.

Ogni tanto però lasci da parte questo tipo d’alpinismo di scoperta per dedicarti a qualcosa di completamente diverso, come dimostra il viaggio in Giordania con il CAI di qualche mese fa per contribuire alla creazione di un nuovo tipo di turismo dedicato alla montagna…

Dovendo essere sincero, egoisticamente parlando preferirei che la maggior parte dei luoghi di montagna rimanessero poco esplorati e conosciuti, per avere più terreno di gioco (ride). Da un punto di vista più realistico, però, credo sia importante contribuire con l’arrampicata e l’alpinismo a creare una forma di turismo sostenibile. Serve ad evitare lo sviluppo di altre tipologie di turismo, che, spesso, danneggiano l’ambiente.

Nel caso specifico del viaggio alpinistico-esplorativo in Giordania, nella regione di Wadi Sulam, abbiamo portato avanti un’iniziativa di questo tipo insieme al Jordan Tourism Board. Eravamo un gruppo numeroso e abbiamo aperto un buon numero di itinerari “trad” o “quasi trad” (minimizzando cioè l’uso di spit). Ci sono già stati ripetitori e sono convinto che questa iniziativa richiamerà una forma di turismo rispettosa della Natura: chi meglio degli alpinisti può capire il valore di preservare l’ambiente? Sono rientrato un paio di settimane fa da un’esperienza simile nell’Anti-Atlante marocchino; questa volta eravamo solo in tre, ma abbiamo comunque aperto itinerari, sempre in stile “trad” o “quasi-trad”, che meritano sicuramente di essere ripetuti.

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David Bacci: troppo pensare alla Nord del Jannu East in stile alpino https://www.montagna.tv/cms/133241/david-bacci-troppo-pensare-alla-nord-del-jannu-east-in-stile-alpino/ https://www.montagna.tv/cms/133241/david-bacci-troppo-pensare-alla-nord-del-jannu-east-in-stile-alpino/#respond Thu, 22 Nov 2018 05:00:06 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133241 Jannu East, David Bacci, Luca Moroni, ragni di Lecco, Anidash ChuliDavid Bacci e Luca Moroni erano partiti lo scorso 9 settembre per tentare la salita dell’ancora inviolato versante Nord del Jannu East (7458 m). Posto a Ovest del Kangchenjunga, la terza montagna della terra, si trova a poca distanza dalla cima principale del Jannu. Si tratta di una montagna caratterizzata da pareti verticali e difficoltà tecniche molto sostenute. Un’affascinante sfida per l’alpinismo moderno in altissima quota che oggi va alla ricerca di pareti tecniche in luoghi distanti dalle classiche rotte.

“Servono dieci giorni di cammino per avvicinarsi alla parete e altri dieci per rientrare” ci ha spiegato David Bacci. “Dopo l’avvicinamento io e Luca siamo rimasti due settimane mezzo in zona e poi siamo rientrati. In tutto la spedizione è durata più di un mese, abbiamo fatto una buona acclimatazione e siamo riusciti a salire una cima di seimila metri.

 

Cos’è successo invece sul Jannu East?

Diciamo che il versante Nord, da tentare in stile alpino, forse era un po’ troppo per noi due. Stiamo parlando di 2500 metri di parete, tra i 70 e i 90 gradi, abbastanza tecnici. L’ultima parte poi, dai 6800 metri in su, sembrava davvero molto tecnica. Sicuramente sarebbe stata utile una portaledge così da poter stare molti più giorni in parete.

Oggi posso dire che aveva certamente ragione Tomo Česen quando diceva che la Nord del Jannu East sembrava la parete di ghiaccio più dura al mondo.

Dopo aver rinunciato a questo obiettivo tu hai però deciso di tentare l’Anidash Chuli

Si tratta di una montagna molto bella. Luca aveva deciso di non voler più scalare mentre io, già che ero arrivato fin lì, volevo almeno provare a portarmi a casa una montagna. L’Anidash Chuli era un obiettivo molto affascinante, peccato che ci trovavamo sul lato sbagliato.

In che senso?

Nel senso che la via di salita si trova sul versante Nord mentre noi avevamo il campo base a Sud. Per evitare di dover aggirare la montagna ho deciso di tentare da Sud, ma le condizioni per arrivare in cresta erano molto secche e la parete scaricava giù sassi tutto il giorno.

Quindi cos’hai fatto?

Ho superato il ghiacciaio e ho piazzato la tenda, mi trovavo a un chilometro dalla parete. Durante al notte poi è venuta giù una valanga enorme, una valanga himalayana che mi ha sollevato con tutta la tenda scaraventandomi a cinque o sei metri di distanza distruggendo buona parte dell’attrezzatura.

Poi?

Mi trovavo da solo, ero confuso e non riuscivo più nemmeno a trovare gli scarponi poi, grazie alla luce del cellulare che avevo in tasca (la frontale non so dove fosse finita) sono riuscito a recuperare qualcosa, a mettere gli scarponi. Dopo ho fatto lo zaino e sono tornato indietro.

Molti materiali sono andati distrutti mentre io, per fortuna, mi sono solo fatto male a un braccia ma nulla di critico.

Pensi di voler tornare, con più attrezzatura per tentare il Jannu East?

Non lo so, ma ci sto pensando, ancora non ho deciso. Detto moto sinceramente però mi piacerebbe anche se ci sono tanti altri obiettivi interessanti in giro.

Qualche idea per i prossimi mesi?

È da tanto che sogno di fare qualche bella invernale sul Bianco.

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