Interviste – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 18 Jan 2018 11:49:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Scialpinismo ai piedi del Monte Bianco, ce ne parla Giulio Signò, presidente delle Guide Alpine di Courmayeur http://www.montagna.tv/cms/117507/scialpinismo-ai-piedi-del-monte-bianco-ce-ne-parla-giulio-signo-presidente-delle-guide-alpine-di-courmayeur/ http://www.montagna.tv/cms/117507/scialpinismo-ai-piedi-del-monte-bianco-ce-ne-parla-giulio-signo-presidente-delle-guide-alpine-di-courmayeur/#respond Tue, 09 Jan 2018 06:00:30 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117507 Giulio Signò, Presidente delle Guide Alpine di Courmayeur, ci parla dello scialpinismo ai piedi del Monte Bianco: cosa è stato e cosa è ora e quali sono i percorsi per chi usa le pelli in quota sui ghiacciai, ma anche gli itinerari classici meno impegnativi.

Infine qualche consiglio relativo alla sicurezza. 

 

Per i video tutorial di montagna.tv sullo scialpinismo avanzato: qui

 

 

 

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Sergio Martini: Il mio ricordo del K2? Montagna maestosa, ma spedizione per nulla piacevole http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/ http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/#comments Mon, 08 Jan 2018 06:00:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117414 Schivo e riservato, Sergio Martini è il secondo italiano ad aver completato i quattordici 8000. Ad incuriosire è il fatto che la sua prima cima al di sopra degli Ottomila metri sia stata il K2. Montagna spesso temuta che l’alpinista trentino ha scalato passando per l’allora semisconosciuto versante nord.

 Il K2 è stato il primo 8000 che ho raggiunto, ma non è stata la prima montagna di 8000 metri che ho tentato di scalare. Ne avevo già tentati altri come il Dhaulagiri nel 1976 o l’Everest nel 1980. Il K2 è venuto grazie a queste prime due esperienze.”

Come mai?

Perché ero molto legato alle persone con cui ho fatto gli altri tentativi. Con il K2 ho continuato questa esperienza ad altissima quota. In particolare con Santon, già capospedizione all’Everest, poi capospedizione al K2 nell’83.

Che impressione ha avuto di quella via?

La prima volta in cui ho visto questa montagna è stata sulle fotografie di spedizioni passate. Foto di Desio principalmente. Foto da cui traspariva questa linea perfetta. Una salita diretta alla cima lungo il filo della cresta. Un percorso affascinante che si sviluppa da un versante poco conosciuto, soprattutto in quegli anni, dato che la zona era appena stata aperta agli stranieri.

Una via con solo un anno di vita, era stata salita giusto l’anno prima dai giapponesi.

È stato affascinante perché era tutto da scoprire, sia dal punto di vista logistico con l’organizzazione della spedizione che per quanto riguardava l’avvicinamento alla montagna.

Come ricorda la spedizione?

Dal mio punto di vista, per nulla piacevole. Rimanere oltre 4 mesi sotto la montagna ha influenzarto gli animi della squadra e ha minato i rapporti tra i suoi componenti. Eravamo una squadra numerosa e avremmo dovuto lavorare in team, ma così non è avvenuto. Molti non hanno lavorato, altri invece hanno fatto molto e ancora il gruppo che doveva essere di appoggio non lo è stato affatto.

A questo si aggiunge che, come spesso accade, chi non tocca la vetta rimane amareggiato. All’epoca eravamo tutti giovani e si sono venute quasi a creare delle fazioni all’interno del gruppo. Di certo non posso ricordare la spedizione per la grande armonia che regnava tra i componenti. Ho però il ricordo di un grande entusiasmo all’idea di cimentarmi sulla montagna.

Il K2 invece?

Qualcosa di grandioso. Da quel lato la montagna appare isolata e maestosa più che dal lato pakistano. Tutt’intorno non esistono cime che ne possano sminuire la grandiosità. Spettacolare con questo sperone che vien su da questo terreno desertico d’alta montagna.

Un momento della spedizione che le è rimasto particolarmente impresso?

Uno si, ma di certo non divertente. Era durante il trek di rientro. Ricordo che usavamo i cammelli. All’andata non c’erano stati problemi, era l’inizio della stagione calda e le valli erano transitabili senza problemi. Però, al ritorno, abbiamo trovato così tanta acqua nei fiumi che la paura è stata davvero tanta. Sono stati giorni lunghi, credo i momenti peggiori che non la salita stessa della montagna.

Più interessante e divertente è stato invece l’attraversamento dei villaggi in cui c’è stato grande coinvolgimento da parte di tutta la popolazione che ha vissuto come un evento eccezionale il passaggio di gruppi così numerosi.

Ora però tocca ai polacchi…

Conosco personalmente Wielicki e so che i polacchi storicamente sono stati sempre molto tenaci. È gente che non molla facilmente la presa di un progetto. Con Krzysztof ho anche uno stretto un profondo legame di amicizia che mi fa sperare tutto possa andare per il meglio e che possa riuscire nel suo obiettivo.

Sicuramente, quello del K2 invernale, è un impegno non da poco. So che ce la metteranno tutta per arrivare. Ovviamente però, al di la delle capacità umane, ci saranno le condizioni climatiche che si troveranno a dover affrontare.

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Vincenzo Torti: Il CAI di oggi è già il CAI di domani http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/ http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/#comments Tue, 02 Jan 2018 06:00:30 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116907 I nuovi bollini sono ormai arrivati e molti soci ne hanno già approfittato per incollare questa nuova piccola opera d’arte al loro tesserino CAI. Un francobollo che non è solo Soccorso Alpino e sconto nei rifugi, ma cos’è allora il CAI? Abbiamo cercato di capire meglio cosa vorrebbe essere il Club Alpino Italiano dialogando con il suo presidente generale Vincenzo Torti.

“Da un sondaggio è emerso che i giovani ritengono il CAI un’associazione molto seria, che però non sa comunicare bene all’esterno chi è e cosa fa. Dovremo quindi lavorare meglio per diffondere meglio il nostro messaggio.” Vincenzo Torti

 Il CAI ieri, oggi e domani?

Io sono stato accanto a due presidenti generali e tutti e due avevano costituito due gruppi di lavoro dedicati al CAI di oggi e al CAI di domani. Quando è toccato a me diventare presidente sono partito dicendo immediatamente che non esiste un CAI del futuro senza un CAI che oggi lavora seriamente.

Cosa significa CAI che lavora seriamente oggi?

Un CAI che non butta via il suo tempo e quello dei volontari. Considero il mio tempo e quello dei soci estremamente importante. Di mio ho già speso un anno e mezzo riuscendo a recuperare diecimila soci, credo quindi di aver fatto qualcosa di buono in quest’arco temporale.

Come immagina invece il CAI del futuro?

Il CAI futuro è il CAI che di giorno in giorno si profila all’orizzonte con idee che poi si trasformeranno in realtà. È il CAI che oggi progetta per poi fare in futuro qualcosa di concreto.
Uno degli esempi più concreti di CAI futuro è la casa della montagna di Amatrice a cui stiamo lavorando e che giorno dopo giorno si concretizza sempre più. Ora ci siamo impegnati per il dissequestro dell’area e, a breve, daremo incarico di progettazione della casa della montagna.
Altro esempio è il Sentiero Italia che io voglio rivedere nel 2018. Il mio editoriale su Montagne360 di gennaio sarà dedicato al Cammina Italia che torna e che viene integrato perché mancavano itinerari in due Regioni. Ho anche ricontattato Teresio Valsesia per lavorarci.
E ancora, appena insediato, sono riuscito a portare a compimento in pochi mesi una mia promessa di insediamento, ovvero la costituzione di un fondo di mutualità per aiutare le sezioni con difficoltà di risorse e, le sezioni che hanno avuto necessità importanti hanno già avuto accesso a questi fondi. Ora aspettiamo il benestare del MIBACT per far si che le sezioni possano richiedere un mutuo usando come garanzia la somma messa in una banca etica da parte del CAI Centrale.

 Lei sta allargando il panorama decisionale del CAI alla sua base, ai soci tutti. Quanto è importante nel CAI questo?

È importantissimo perché la voce deve essere quella della base. Io cerco di avere un dialogo con i soci tutti. Lo faccio attraverso l’editoriale di Montagne360 e, sempre attraverso quello, sono stato il primo presidente della storia a comunicare in anticipo a tutti i soci quel che sarebbe stato l’argomento di dibattito all’assemblea generale del CAI. Era un tema delicatissimo per noi, si parlava della nostra proprietà al Pordoi che ci è costata lacrime e sangue negli anni. Nell’editoriale del primo maggio ho espressamente detto che era insensato buttare via soldi così e ho motivato il perché si sarebbe parlato di questo nell’assemblea di Napoli. Non era mai accaduto prima.
Oltre all’editoriale io sono il presidente che ha intestato e firmato 1300 lettere a tutti i soci che nel 2017 hanno raggiunto 50, 70, 80 bollini. Sono piccole cose che ti fanno sentire la vicinanza della sede centrale. E a riprova di questo ci sono le tantissime lettere di risposta che sto ricevendo. Tutti mi rispondono con belle parole, riconoscenti. Molti ringraziamenti.
La vicinanza è questa. Avere il momento in cui fai vedere che il centro non è lontano. Spesso ho incontrato soci che scrivevano per essere ascoltati e quando ho potuto ci ho preso un caffè.
Ho cercato di mettere dei corsi in sede centrale. Questa sede non è lontanissima, va sfruttata.

 Che significato ha oggi il tesserino CAI?

Quello di appartenere ad un’associazione che risulti coerente tra gli ideali che propugna e i comportamenti che tiene. La coerenza, solo questa. Negli anni il CAI ha preso una marcata piega ambientalista, nel senso positivo del termine. Un modo fondamentale per mostrare la vicinanza del CAI al territorio.
Nel corso del mio mandato c’è poi stato l’impegno, preso in prima persona, a sostegno dell’ambiente per cercare di risolvere la problematica delle moto sui sentieri e ora tutte le associazioni ambientaliste stanno respingendo le associazioni di motociclisti che temono di subire un duro contraccolpo da questa chiusura.

Quella delle moto è una causa che le sta molto a cuore…

Certamente e le spiego perché con un esempio. Questa mattina ho parlato con R. da Prato, che mi ha contattato per dirmi grazie dopo aver letto un mio articolo sulle moto. R. è invalido su carrozzina da 30 anni. Si trova in questa situazione perché è stato aggredito da un gruppo di motociclisti sul suo terreno di proprietà mentre cercava di impedirne l’accesso.
Una storia grave, di cui non sto qua a raccontare tutta la trafila legale, ma una storia che insegna che ognuno deve avere rispetto per l’altro. Le moto devono stare nel loro spazio. Il codice della strada definisce ad articolo 2 quelli che sono i percorsi per loro e i sentieri non ne fanno parte.

Una battuta sul problema Guide Alpine/guide ambientali?

È una problematica che conosco indirettamente. Ma è un tema straordinario perché le Guide Alpine stanno studiando un modo per aprire il mondo dell’accompagnatore di media montagna e probabilmente si troverà un sistema, se da ambo le parti si lavora in modo serio.
Io sogno, come in tutte le professioni, che non si perda un livello di adeguata professionalità. So che le Guide Alpine sono serie nella preparazione. Non conosco invece la preparazione di altre forme di guide d’accompagnamento, ma questo non vuol dire che il loro livello sia scarso. Se si vuole fare seriamente c’è spazio per tutti. La speranza è che si abbia la voglia di trovare forme di accompagnamento professionale e serio, con preparazioni serie in modo che venga garantita all’utenza la miglior professionalità possibile. Poi, con quali sigle, poco importa. 

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Luca Mazzoleni: sfogo di un rifugista appenninico http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/ http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/#respond Sun, 31 Dec 2017 07:40:36 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116915
Foto di Biagio Mengoli

Da trent’anni quasi gestisce il rifugio Franchetti al Gran Sasso d’Italia. Lo fa con amore e passione, ma gestire un rifugio non è la vita poetica che molti si aspettano, non è godersi le albe e i tramonti sulle cime delle montagne. Spesso, nei giorni di maggior affluenza, nemmeno riesci a vederle le montagne tanta è la mole di lavoro da sbrigare. Ma lasciamo che a raccontarci tutto questo sia il rifugista da una vita, Luca Mazzoleni.

Prima del Franchetti hai gestito altri rifugi?

Ho iniziato con il Duca degli Abruzzi che si trova al lato opposto del Gran Sasso, sul versante aquilano, rispetto al Franchetti. La prima richiesta per averlo in gestione l’ho mandata a 17 anni ma, vista l’età, non è stata presa in considerazione. Ci ho allora riprovato l’anno dopo e la richiesta fu esaudita.

Come mai hai voluto un rifugio in gestione così giovane?

Fondamentalmente tutto nasce dalla non volontà di continuare ad andare a scuola. Non andavo bene e, per dirla tutta, ho passato l’ultimo anno di liceo appoggiato al termosifone chiedendomi cosa fare dopo. L’unica certezza era la passione per la montagna, ero anche socio CAI ormai da anni e così, finita la scuola, sono riuscito ad averlo in gestione.
Sono entrato al Duca nell’82 che era un rudere. Non fu semplice, ma pian piano ci siamo fatti strada e l’ho portato avanti fino all’87.

Poi?

Rifugio Franchetti in invernale. Foto @ Luca Mazzoleni

Nell’88 si liberò la gestione del Franchetti e lo chiesi. Me lo affidarono e , ormai da allora sono passati quasi trent’anni.

Tutto un altro rifugio?

Decisamente, al Duca portavamo l’acqua su a spalla anche per lavare i piatti. Quando sono entrato al Franchetti c’era già una sorgente e un lavandino per lavare i piatti, però era in condizioni pessime. Ci sono voluti anni per renderlo vivibile.

Di certo non è un rifugio comodissimo perché non ha le docce e ha il bagno fuori, sta a venti metri dal rifugio però per l’anno prossimo è già stato approvato e finanziato dalla Regione Abruzzo un bando per la realizzazione di servizi igienici più comodi al Franchetti con anche, si spera, le docce.

A proposito di lavori di adeguamento del rifugio, secondo te hanno senso le normative di valle in un rifugio?

Apertura invernale

In parte no. Spesso ti portano alla chiusura dei rifugi. In un rifugio come in Franchetti, con 23 posti letto, non c’è assolutamente la cubatura che c’è in un albergo e non avrebbe senso imporre le stesse regole. Infatti ci sono poi state delle deroghe. Nel caso specifico del Franchetti, ad esempio, non devo mettere la porta antipanico perché se nevica richiamo di rimanere bloccati dentro.

Ci sono invece le norme sanitarie che vanno applicate, ma bisogna poi ricordarsi del luogo in cui ci si trova. Per poter applicare tutte le norme bisognerebbe aumentare tantissimo i costi oppure, nel caso più sciagurato, chiudere i rifugi.

Chiudere i rifugi?

Spesso ci troviamo a lavorare in situazioni emergenza e, messi alle strette, dopo un po’ ci arrendiamo.
Porto il mio esempio personale con il Franchetti in cui da qualche anno a questa parte nel mese di agosto mi trovo a dover sopportare un carico di lavoro molto più alto di quello che la struttura e il personale può sopportare. A questo si aggiunge che non ho il posto fisico in cui alloggiare altro personale aggiuntivo e, ovviamente non posso e non voglio allargare il rifugio.

Non dovreste essere contenti di un maggior afflusso?

Certamente, se fossi un ristorante in cui apro la cucina dalle 11 alle 15 io però sono un rifugio e devo poter sempre dar da mangiare a chi lo chiede e l’eccesso di frequentazione del mese di agosto ci mette in crisi portandoci ad arrivare a fine stagione morti. Questa cosa accade in molti rifugi.

Amo questo lavoro, ma comincio a temere davvero il mese di agosto. Non puoi fare il numero chiuso, ma non riusciamo davvero a sostenere questo ritmo. Sembra assurda come cosa da dire perché, come giustamente avete detto, dovrei essere contento di avere più gente, ma ci sono dei limiti che ti fanno passare la voglia.

Se potessi, rinunciando anche ai soldi, lavorerei solo a giugno, luglio e settembre. Non solo per la folla, ma anche per la qualità della gente. Agosto è un mese che non finisce mai. Ho avuto anche persone salite al rifugio con il carrellino con le rotelle per fare la spesa, quando l’ho visto sono rimasto allibito.

Cosa vorresti vedere in un rifugio di montagna perfetto?

Dipende. Un tempo ti avrei detto un Franchetti più comodo e meno affollato ad agosto. Ora ti direi un rifugio dove riesci ad avere più dialogo con le persone, com’è anche qui, ma non ad agosto. Un luogo dove le persone si trovano come a casa loro.

Il Franchetti sommerso

Pensi che gestire un rifugio in Appennino sia diverso dal farlo sulle Alpi?

È completamente uguale in quanto a mentalità e soluzione dei problemi. Anche il pubblico è lo stesso.

È invece completamente diverso per quanto riguarda il numero e la politica. Noi siamo soli. Siamo abbandonati dalle amministrazioni e dalla politica. Adesso abbiamo ottenuto un finanziamento della Regione grazie ad un’amministrazione di cui fanno parte persone appassionate di montagna, che sanno quanto vale la montagna. Prima eravamo quasi del tutto ignorati. Abbiamo anche provato a fare un’associazione, ma eravamo davvero pochi. L’associazione esiste ancora ma saranno due anni che non ci riuniamo. Sulle Alpi c’è tutto un altro interesse.

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Gemelli Dematteis, campioni da record nella corsa in montagna http://www.montagna.tv/cms/116899/gemelli-dematteis-campioni-da-record-nella-corsa-in-montagna/ http://www.montagna.tv/cms/116899/gemelli-dematteis-campioni-da-record-nella-corsa-in-montagna/#respond Thu, 28 Dec 2017 06:00:38 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116899 Arrivano da un piccolo paese della Val Varaita, nel basso Piemonte. Uno di quei posti dove sta ritornando la vita tra le montagne, dove le statistiche dicono che la popolazione è in crescita. Parliamo di Rore di Sampeyre. Una frazione dalle strade strette e dai muri spessi per sopportare meglio i freddi inverni. Case tra cui può ancora capitare di vedere qualche ragazzo divertirsi a correre da una parte all’altra del paese, come facevano da piccoli i gemelli Dematteis. “Ci divertivamo un mondo a correre tra le vie di questo borgo con i nostri amici” raccontano. “Ci divertivamo esattamente come ci divertiamo oggi. Ed è forse per questo che abbiamo iniziato a correre e gareggiare insieme”.

Classe 1986 Martin e Bernard continuano a correre con lo stesso entusiasmo e lo stesso stupore che avevano da ragazzini. Nonostante i titoli vinti, la maglia azzurra che indossano in nazionale e i vari record detenuti dai due giovani “rimaniamo comunque due ragazzi semplici, innamorati della vita e delle nostre montagne”, le Alpi Cozie. E in particolare del Monviso che, con i suoi 3841 metri, è stata la cima all’ombra della quale son cresciuti i due fratelli. “Abbiamo sempre considerato il Monviso la ‘nostra’ montagna, ma dallo scorso 8 settembre è diventata la montagna del nostro cuore” raccontano ancora tornando con la mente a quella “giornata perfetta, con emozioni incredibili che ci porteremo dentro per tutta la vita”.

Un giorno importante, l’8 settembre, perché, per i gemelli, è stato il giorno del terno all’otto. Il dì in cui si sarebbe deciso se tutto l’impegno messo in un sogno coltivato per anni avrebbe trovato la sua realizzazione.

Obiettivo della giornata era tentare di battere il record di ascesa al Monviso lungo la via normale, con partenza dai 2020 metri di Pian del Re, detenuto da Dario Viale, il precursore dello skyrace e detentore per trent’anni del record di ascesa al Monviso con 1h48’54’’. Un tempo difficile da battere, ci hanno confermato i gemelli che hanno più volte definito quella di Viale, “una prestazione incredibile” che gli ha richiesto una “preparazione impegnativa. Nel mese di agosto abbiamo fatto più e più corse da Pian del Re verso la vetta per cercare di conoscere ogni metro del sentiero, ma soprattutto per imparare tutti i passaggi in parete”. Giornate intense, seguite poi da un’ultima fase di acclimatazione al rifugio Sella, dove “i gestori, la famiglia Tranchero, ci hanno trattati come figli”.

Tempo e sforzi poi ripagati da una prestazione che va oltre lo straordinario con il record di Viale polverizzato da Bernard che ha raggiunto la vetta in 1h40’47’’ mentre il fratello Martin è arrivato qualche minuto dopo, ma poco importa perché per tutti questo è il record dei “gemelli Dematteis” ed è così anche per gli stessi fratelli che non risentono affatto della condivisa popolarità, anzi. “Noi abbiamo un profondo legame che non viene influenzato da nulla. Siamo gemelli e ci vogliamo un gran bene. Ogni tanto litighiamo, come tutti i fratelli, ma troviamo sempre una quadra e il fatto di poter condividere i successi e le emozioni è una cosa bellissima.

Ora che il record è fatto? “Vorremmo tornare ad allenarci e a correre forte, perché in questi ultimi mesi abbiamo staccato un po’ la spina per rigenerarci sia fisicamente che mentalmente” raccontano. “Ci piacerebbe tornare a correre bene la stagione invernale delle corse campestri e poi forse, per Martin, una maratona in primavera. Per entrambi però ci sarà in estate la corsa in montagna con i campionati europei (a luglio, in Macedonia nda)  e i campionati del mondo a settembre ad Andorra. Ce la metteremo tutta per qualificarci e per dire la nostra”.

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Da Roma alle montagne del mondo. La storia di Giorgio Mallucci http://www.montagna.tv/cms/116725/da-roma-alle-montagne-del-mondo-la-storia-di-giorgio-mallucci/ http://www.montagna.tv/cms/116725/da-roma-alle-montagne-del-mondo-la-storia-di-giorgio-mallucci/#respond Sat, 16 Dec 2017 07:30:45 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116725 L’Appennino è scrigno di personaggi che non ti aspetteresti. Nomi che spesso passano inosservati al grande pubblico. Spesso perché privi di grandi sponsor che possano accompagnarli in giro per il mondo. Persone che non collezionano cime, ma che preferiscono (e preferivano) un alpinismo di ricerca ed esplorazione. Storie come quella dell’ormai settant’enne Giorgio Mallucci che ha dedicato (e continua a dedicare) un’intera vita al mondo delle alte quote.

“Tutto nasce da mio padre” ci racconta. “Era un grande appassionato e, quando ha deciso di portarmi con sé la prima volta, era un’aspirante guida alpina. Ricordo che avevo appena 8 anni quando mi ha portato a fare una via sul Gran Sasso. Se non sbaglio era un quarto, quarto superiore”. Inizia così l’avventura del romano Mallucci che in breve tempo passa dal Gran Sasso alle Dolomiti dove “passavo uno o due mesi durante l’estate” e poi il tetto d’Europa. Con il Bianco finivano le altezze europee. Non c’era nulla di più alto e così la mente ha iniziato a fantasticare su mete lontane, extraeuropee che poi sono diventate il pane quotidiano di Giorgio. “Ho tentato il Cho Oyu e lo Shisha Pangma, ma su entrambe non ho raggiunto la vetta” poi “ho capito che quello non era l’alpinismo che volevo. Sugli 8000 è tutto noto e pieno di gente. Ricordo che ai campi base, al Cho Oyu ad esempio, c’erano 250 persone ed è successo di tutto. Furti di materiale o, addirittura, qualcuno si è finito l’ossigeno che tenevamo per emergenza in uno dei campi. È entrato nella tenda, ha svuotato la bombola e se n’è andato senza nemmeno richiudere la cerniera” racconta ancora con rabbia l’alpinista che, dopo queste esperienze, ha preferito dedicarsi “a montagne più basse ma spesso tecnicamente più difficili”. Luoghi isolati, cime spesso involate in posti oggi semisconosciuti e irraggiungibili a causa della burocrazia o della precaria situazione politica.

“Nel 1963 mi sono ritrovato in Pakistan per tentare il Gamugal. Una cima inviolata di 6500 metri”. Un’esperienza eccezionale per lo scalatore che da quel momento in poi non si ferma più e così “giusto una manciata di anni dopo mi sono ritrovato a partecipare ad una grossa spedizione con Carlo Alberto Pinelli. La meta era una montagna di 7100 metri semisconosciuta. Avevamo troppe poche informazioni e infatti non raggiungemmo la vetta” ma sei anni dopo “ci ho riprovato con Gianpiero Di Federico e, in stile alpino, siamo arrivati in vetta”.

Una vita segnata da continue spedizioni quella di Giorgio Mallucci che oggi ha scelto come rifugio dal mondo caotico della capitale Kalymnos “dove passo ormai cinque mesi l’anno per avere un distacco da quel sistema di vita che ritengo, personalmente sbagliato”. Così il settant’enne romano che rifugge una vita “veloce, senza sorrisi, senza tempo da dedicare ai piaceri della vita” si rifugia nel tempio dell’arrampicata greco ma, non è finita, perché “giusto dopo la guerra dell’Afghanistan sono andato nel corridoio afgano per dimostrare che non si correvano rischi” e ancora “al momento sto aiutando a portare avanti un’esperienza in Etiopia, in una zona montuosa ricca di incisioni rupestri”. Un posto, ci racconta, molto difficile da raggiungere a causa dell’esposizione e delle difficoltà tecniche. “Le guide hanno realizzato degli intagli a cui far aggrappare i visitatori, ma se si vola, si vola”. Per questo Mallucci si è messo all’opera con altri ragazzi per insegnare a far sicura ai turisti in modo che possano salire in sicurezza.

Insomma, una vita vissuta appieno che, sicuramente, ci riserverà ancora molte altre avventure.

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Complottisti e cambiamenti climatici, Filippo Thiery risponde http://www.montagna.tv/cms/116538/complottisti-e-cambiamenti-climatici-filippo-thiery-risponde/ http://www.montagna.tv/cms/116538/complottisti-e-cambiamenti-climatici-filippo-thiery-risponde/#comments Mon, 11 Dec 2017 06:00:34 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116538 L’intervista a Luca Mercalli di qualche settimana fa è stata spunto di dialogo e riflessione tra quelli che sempre più spesso vengono definiti “complottari” e le voci del mondo scientifico. Una tra tutte quella di Filippo Thiery, meteorologo del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e volto noto del grande schermo grazie alla sua partecipazione al programma “Geo” di Rai Tre, che spesso interviene in difesa dei principi scientifici e contro i bufalari che sempre più spesso riempiono il web. Partendo quindi dalle discussioni scaturite dall’intervista a Mercalli abbiamo chiesto a Filippo di approfondire alcuni temi.

Ti leggiamo un commento: “Pure i ciechi sanno che la natura rispetta cicli.. Anche quando nn c’erano fabbriche.. Macchine… e niente che potessi inquinare, in Groenlandia si pascolava e nel circolo polare artico nn c’era neve… Tranquillo l’uomo non può mai e poi mai decidere le sorti del pianeta… è solo una questione di soli e TANTI!!!!”

Questo rientra in uno schema molto generale che vedo sempre più spesso. Quando da un lato c’è la tendenza ad ingigantire sempre più una notizia può capitare che dall’altra parte si arrivi all’estremo opposto non credendo nemmeno più alle cose vere. Alcune volte poi si esagera quest’attenzione alle notizie false o tendenziose diventando il peggiore dei complottisti.
Una cosa da dire è che si, esistono siti che cercano di venderci notizie false, ma questo non vuol dire che tutto è falso. Ad esempio anni fa è uscita la sensazionale e clamorosa notizia dell’esplosione di Chernobyl. Una notizia fuori dal mondo, ma vera.

Come possiamo discernere tra una notizia vera ed una falsa?

Imparando a selezionare notizie e fonti. Per quanto riguarda il cambiamento climatico è relativamente facile perché esistono numerose pubblicazioni scientifiche, su riviste di comprovata veridicità, che mostrano dati certi su questo fenomeno.

Invece, venendo al contenuto del commento: è mai esistito un tempo in cui in “Groenlandia si pascolava e nel circolo polare artico nn c’era neve”

Difficile da dire perché all’epoca non c’erano webcam. So però che greenland fu un termine coniato da Erik il Rosso per portare la gente a colonizzare questa nuova terra. Era una mossa propagandistica dell’epoca.
Quel che sappiamo con certezza è che la terra è mutata nel tempo, a ritmi molto più lenti di quelli attuali mentre oggi stiamo assistendo a cambiamenti rapidissimi. Modificazioni rapide che portano a minori meccanismi di adattamento dell’ambiente e a punti di rottura degli equilibri. Conseguenze conclamate con cause da ascrivere quasi interamente alle attività antropiche.

Quasi, non tutte…

Quel “quasi” è dovuto al fatto che la scienza usa termini assoluti solo quando parla di responsabilità assolute. In questo caso però è comprovato che la maggior responsabilità è dovuta alle attività antropiche. Impugnare quel “quasi” per dire che la responsabilità dei cambiamenti climatici non va affidata alle attività umane è ridicolo. È come se io accendessi tutti i riscaldamenti in casa, la stufa, la caldaia, il phon, e il ferro da stiro per poi incolpare il gatto con la febbre dell’aumento della temperatura dentro casa.
È assurdo che troppo spesso ci si attacchi a quel “quasi” anziché parlare dell’effettiva gravità del problema in corso.

Cosa sappiamo di certo sul problema in corso?

Sappiamo che le temperature medie globali misurate non hanno precedenti nel passato, nei decenni e probabilmente anche nei millenni scorsi. Invece, per quanto riguarda la concentrazione di CO2 il problema sta nella rapidità con cui stiamo alterando la composizione dell’atmosfera. Per ritrovare periodi con concentrazioni di CO2 similare a quella attuale (400ppm) dobbiamo tornare indietro 3, 4 milioni di anni.
Quindi, per rispondere alla domanda sulla Groenlandia rimasta in sospeso: Si, forse in Groenlandia si pascolava, ma parliamo di ere geologiche davvero lontane e in cui non c’era l’uomo.

Cosa cambia con la presenza dell’uomo?

Ragionando in modo egoistico per un istante: noi siamo molto fragili ai cambiamenti e siamo probabilmente i primi ad essere coinvolti dai cambiamenti climatici. Basta guardare un notiziario per sapere che si parla sempre più di tragedie dovute ai cambiamenti climatici, di guerre dovute ai cambiamenti climatici, di spostamenti dalle campagne non più produttive alle città, di aumento del prezzo del pane. Stiamo già scontando, come razza umana, gli effetti di questa modificazione.  Ha quindi forse ragione Rovelli che in uno degli ultimi libri ha scritto che per il Pianeta Terra tutto questo sarà qualcosa di riassorbibile. Saremo noi che spariremo da questo Pianeta, per causa nostra.
Siamo l’unica specie consapevole della propria fine individuale e l’unica specie consapevole della propria fine collettiva. Ci stiamo avviando ad una grande estinzione di massa. In fondo sappiamo anche con certezza che le precedenti estinzioni di massa, tranne quella dei dinosauri, sono state quasi tutte legate a cambiamenti climatici e questo non è consolante.

Ci hai dato un “quasi” a cui appellarci, nella speranza che non sia così…

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L’editoria di montagna? molto variegata, ma non granché seducente. Intervista a Linda Cottino http://www.montagna.tv/cms/116533/leditoria-di-montagna-molto-variegata-ma-non-granche-seducente-intervista-a-linda-cottino/ http://www.montagna.tv/cms/116533/leditoria-di-montagna-molto-variegata-ma-non-granche-seducente-intervista-a-linda-cottino/#comments Sat, 09 Dec 2017 06:00:56 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116533 Legge oltre centro libri di montagna l’anno. «Praticamente tutto quello che esce e parla di montagna» commenta ridendo Linda Cottino. È stata direttrice di Alp e collabora oggi con le più prestigiose riviste di montagna del panorama italiano. Di certo è una delle persone più quotate per parlarci della nascita, dell’evoluzione e degli imponderabili destini dell’editoria di montagna in Italia.

Qual è l’attuale situazione dell’editoria di montagna?

È sicuramente molto variegata, ma non la trovo granché seducente. Da un lato c’è l’editoria libraria, dov’è lampante la sovrapproduzione di titoli, con tanti libri poco emozionanti e che sembrano fare il verso, su carta, ai reality tv, dove ciascuno mette in mostra se stesso. Oggi chiunque crede di poter scrivere e chiunque si può pubblicare un libro. Ma se dici che un testo non vale, l’autore si offende. Dall’altro lato c’è l’editoria periodica, che non mi pare sia in splendida forma. Solo di rado oggi le riviste di alpinismo offrono spunti in più rispetto a ciò che si trova sul web. Con qualche eccezione, il cui raggio d’interesse è però circoscritto; penso alle pubblicazioni di gruppi come i Ragni di Lecco, o a quelle che danno voce a sport che negli ultimi anni si sono impennati, come lo scialpinismo e il trail running.

Quando pensi che sia iniziato il declino dei periodici di montagna?

Direi intorno al 2006 in sordina e poi in maniera conclamata dal 2008, anche se le prime avvisaglie erano già arrivate al giro di boa del 2000. Proprio quell’anno Alp, che allora era la rivista più venduta in Italia, si orientò verso la monografia geografica. Era un primo segnale di mutamento del gusto, con la conseguente esigenza di trovare nuove formule che differenziassero la carta dal web, la cui importanza e pervasività crescevano a vista d’occhio. Ci si cominciava a chiedere quale fosse la funzione di una rivista.

Questa è stata la fine, ma gli inizi?

Le prime esperienze editoriali partirono da Milano e da Torino. Fu notevole, a fine anni ’60, l’esempio di Rassegna Alpina 2, tra i cui collaboratori c’era anche Franco Brevini. Poi nel 1970 nacque a Torino la Rivista della Montagna come espressione di quel Centro di Documentazione Alpina fondato da un gruppo di giovani alpinisti, tra cui Gian Piero Motti, che intendeva la pratica della montagna anche come forma di arricchimento culturale.

Poi il grande boom delle riviste piemontesi…

Sì, a un certo punto scocca una scintilla di rinnovamento e, ormai negli anni ’80, sulla scia delle nuove riviste patinate come Airone e con gli exploit sportivi delle prime competizioni di arrampicata, il completamento da parte di Messner delle salite agli Ottomila e le battaglie ambientaliste si cerca una narrazione della montagna ripulita da retorica e romanticismo. Bisogna raccontarla in modo nuovo, non più da appassionati che parlano ad altri appassionati, ma da “penne” professionali, cronisti e commentatori, con una grafica e una fotografia rinnovate.

Dopo che cosa accade?

Gli anni ’80 e ’90 e ancora i primi 2000 furono anni di espansione. Nella sola galassia Vivalda ci fu l’esperimento di Punto Rosso dedicato all’arrampicata sportiva, poi proseguito con AlpWall; interessante fu anche Su Alto per l’alpinismo e poi la rivista cult FreeRider per lo sci. Sempre la stessa casa editrice diede vita a due collane, i Licheni per la letteratura e i Capolavori del cinema di montagna, e pubblicò anche qualche guida. Sono gli anni in cui la Rivista della Montagna propone fascicoli monografici come il mitico Dimensione Sci curato da Giorgio Daidola o Rock di Andrea Gobetti, e il CDA crea Le Tracce, che con i Licheni va ad affiancarsi ai classici di Zanichelli e agli Exploits di Dall’Oglio. Il panorama nazionale dei periodici, a parte le pubblicazioni legate al Cai, si arricchisce di altre testate come Pareti e La Rivista del Trekking, mentre in editoria si fa avanti un marchio di futuro successo: Versante Sud.

Credi che la rete abbia un potenziale per quanto riguarda l’editoria di montagna?

Dal punto di vista della circolazione delle notizie, la rete è sicuramente efficace per la velocità. Come sappiamo, il rischio è che puoi dire tutto e il contrario di tutto, puoi far passare una notizia come epocale anche se non lo è; e per le imprese alpinistiche non è un dettaglio di minore importanza. Ma sono i problemi della comunicazione attuale, non una prerogativa della montagna. Certo online si perde il piacere di sfogliare una rivista o un libro, di poter leggere e rileggere, conservare… Sul versante dell’editoria libraria, i numeri degli e-book non sono tali da far presagire l’apocalisse della carta. Per quanto riguarda il comparto delle guide, invece, può essere utile disporre di materiali ad hoc da scaricare; pratica ormai abbastanza diffusa con la vendita di singoli e-pub.

Come ti sembra oggi il panorama delle riviste di montagna?

Sulla montagna e in generale sull’outdoor oggi una pubblicazione interessante è inMovimento, il supplemento mensile del quotidiano il Manifesto, che con articoli scritti da addetti ai lavori e non solo propone a un pubblico ampio ottimi approfondimenti sempre con un respiro laico e non autoreferenziale. Un altro buon esempio di comunicazione sulla montagna come spazio da tornare a vivere, con tutti i suoi problemi e le sue potenzialità, è senz’altro il magazine dell’associazione Dislivelli, in questo caso sul web. Se ci focalizziamo sull’alpinismo, invece, credo che manchi una rivista di approfondimento a tutto campo, uno strumento che oltre a presentare in maniera accattivante le imprese internazionali con belle interviste e immagini da guardare, sia in grado di fare dei ragionamenti su quello che accade e che spesso in Italia non trova eco adeguata.

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Alberto Osti Guerrazzi, una vita per la montagna appenninica http://www.montagna.tv/cms/116293/alberto-osti-guerrazzi-una-vita-per-la-montagna-appenninica/ http://www.montagna.tv/cms/116293/alberto-osti-guerrazzi-una-vita-per-la-montagna-appenninica/#comments Sat, 02 Dec 2017 06:00:58 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116293 Una serata reatina di fine novembre. Fa freddo e sibila forte il vento attraverso la finestra di quella che sulle Alpi chiameremmo piola e che qui porta più semplice la scritta “osteria”. Siamo in compagni di Enrico Ferri e Alberto Osti Guerrazzi. Il primo l’abbiamo già conosciuto in un’intervista di qualche tempo fa. Il secondo è invece il protagonista della chiacchierata di quest’oggi. Toscano d’origine dedica buona parte della sua vita alla promozione della montagna appenninica sia attraverso la pratica che attraverso “Edizioni il Lupo”, casa editrice specializzata in Appennino di cui è socio e autore di vari testi, e collaborando all’organizzazione del festival romano “Montagne in città”.

Ti impegni davvero tanto nella valorizzazione della montagna appenninica…

Sono le mie montagne, non potrei fare altrimenti.

Ci racconti chi sei in poche parole?

Credo di essere un alpinista mediocre. Uno di quelli che ormai pare essere scomparso dalla montagna in favore di escursionisti o grandi alpinisti. Persone molto forti già da giovanissime. Ragazzini che toccano i 7a come se fossero acqua, che vanno su gradi alti sia in inverno che in estate.

Io invece mi ritengo parte di quel mondo mediocre che si diverte senza la ricerca del grande exploit. Faccio parte di una specie che dicono stia scomparendo, ma che ritengo potrebbe essersi nascosta.

Nascosta?

Si, perché con questo aumento del livello medio ci si vergogna un pochino quando ci si ritrova davanti a questi ragazzini e lo stesso vale in tutti i campi. Ad esempio nello scialpinismo. Lo pratico da 30 anni e mi considero uno scialpinista però se confronto quello che ho fatto io e che consideravo difficile con quello che fanno oggi mi rendo conto di non essere andato oltre il terreno d’iniziazione d’oggi.

Cosa significa invece essere alpinista d’Appennino?

Beh significa molto… So che qualche tempo fa avete intervistato Cristiano Iurisci, un bravo e forte alpinista che si definisce appenninista e lui, con il suo appenninismo, ha contribuito a far conoscere altre montagne d’Appennino oltre al Gran Sasso. Perché per noi il Gran Sasso è un problema: risucchia tutta l’attenzione con la sua roccia stupenda.

Ma l’Appennino non è solo paretone. Li vicino abbiamo il Sirente che ha una splendida parete nord su cui, grazie proprio a Iurisci e, prima di lui a Guzzardi, si stanno riscoprendo e sistemando vie di arrampicata molto interessanti. Di certo non percorsi entusiasmanti come quelli del Gran Sasso o, per fare un paragone alpino, delle Dolomiti, ma di certo luoghi e vie che permettono ad un appassionato dell’Italia centrale di vivere la montagna appieno senza dover ogni volta chiedere le ferie ed imbarcarsi in sei, sette ore di macchina.

Perché l’Appennino dovrebbe attrarre alpinisti dalle Alpi e dal resto del mondo?

Perché l’Appennino offre tutto quello che la montagna può offrire. A partire dal Gran Sasso che era una montagna completa in grado di offrire di tutto, anche un ghiacciaio oggi purtroppo scomparso. Più in generale l’Appennino offre vie alpinistiche, percorsi escursionistici, cascate di ghiaccio e percorsi scialpinistici che possono competere tranquillamente con quelli alpini. E non sono solo io a dirlo, me l’hanno confermato alpinisti inglesi, austriaci, olandesi incontrati per i canali della Majella.

Sulle Alpi abbiamo “I 4000 delle Alpi” in Appennino tu hai creato “I 2000 d’Appennino”…

Io ho conosciuto le Alpi grazie al libro “i 4000 delle Alpi”. Un testo che affascina, ma in fondo c’è poco da fare quando ti ritrovi davanti ai colossi alpini. Quel testo però mi è stato d’aiuto non solo per approcciarmi alle grandi cime alpine, ma anche per scoprirne i segreti e gli angoli più selvaggi. Allora ho pensato che un libro simile sarebbe risultato utile per promuovere la conoscenza delle montagne appenniniche. È stata una sfida che alla fine si è concretizzata in un volume che racconta le vie normali alle principali vette della catena. Un modo per dire “l’Appennino è natura” e non solo montagne martoriate da un’edilizia feroce che si è accanita durante gli anni ’60 e ’70 lasciandoci oggi ad osservare dei templi cemento.

Su cosa dovrebbe puntare l’Appennino oggi?

Sulla natura.

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Peter Fill: oggi che sono papà voglio andare ancora più forte http://www.montagna.tv/cms/116171/peter-fill-oggi-che-sono-papa-voglio-andare-ancora-piu-forte/ http://www.montagna.tv/cms/116171/peter-fill-oggi-che-sono-papa-voglio-andare-ancora-piu-forte/#respond Wed, 29 Nov 2017 06:00:15 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116171 Iniziata la stagione di Coppa del Mondo abbiamo intercettato Peter Fill, vincitore della Coppa del Mondo di discesa libera 2016 e 2017.

Quando e come hai iniziato a sciare?

Ho iniziato a casa mia, a Castelrotto. Ho iniziato a sciare che avevo 3 anni, ma ho fatto molta fatica nei primi momenti. Non riuscivo ad imparare e sono rimasto indietro rispetto ai miei compagni di corso.
Ho dovuto poi prendere lezioni private. 

Foto @ Peter Fill

Sappiamo che sei molto legato al tuo paese…

Amo tantissimo Castelrotto. Non posso pensare di lasciarlo, di lasciare le mie montagne e l’Alpe di Siusi. È un paese che offre di tutto, dalle montagne alle piste da sci passando per i sentieri e i laghi in cui fare il bagno. Merita una visita e invito tutti a fare un giro turistico a Castelrotto.

Come sono stati gli anni adolescenziali vissuti sulle piste?

Mi sono sempre divertito. Quando potevo andare a sciare andavo. Ricordo ad esempio che quando tornavo a casa da scuola buttavo la cartella in un angolo e correvo sulle piste di casa, quelle su cui ho imparato, e stavo fuori finché chiudeva lo skilift. Sfruttavo al massimo lo skipass. Pian piano poi questa passione si è trasformata in un lavoro.

Hai scelto la disciplina più veloce, la discesa libera, cosa ti attrae?

Non ho scelto la discesa. Io ho scelto lo sci. Il mio obiettivo era sempre essere lo sciatore più forte al mondo, in tutte le discipline. Ci sono poi però delle doti fisiche e mentali che ti rendono più portato per l’una o per l’altra. Io penso di essere fatto per la discesa. Amo la velocità, mi piace saltare, andare forte. Quando faccio discesa sento una scarica adrenalinica che mi fa divertire.

Foto @ Peter Fill

Ora che sei papà vuoi rallentare?

No, non voglio rallentare però questa è stata una paura che mi ha perseguitato per molto tempo. Ho sempre detto a mia moglie che prima di avere figli avrei voluto smettere di sciare perché temevo poi di non trovare più il coraggio per andare al massimo. Alla fine invece è stato il contrario, quindi magari bisognava farli prima dei figli.

 Sogni e obiettivi per la nuova stagione?

Continuare con il ritmo degli ultimi due anni in cui ero competitivo su ogni pista, ogni terreno, ogni neve. Voglio ritrovare quella sicurezza, poi i risultati arriveranno

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