Alta quota – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Tue, 11 Dec 2018 14:43:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Yuichiro Miura, a gennaio 2019 sull’ Aconcagua a 86 anni https://www.montagna.tv/cms/133742/yuichiro-miura-a-gennaio-2019-sull-aconcagua-a-86-anni/ https://www.montagna.tv/cms/133742/yuichiro-miura-a-gennaio-2019-sull-aconcagua-a-86-anni/#respond Sat, 08 Dec 2018 09:00:06 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133742 L’alpinista giapponese Yuichiro Miura, ha annunciato lo scorso lunedì di essere pronto alla veneranda età di 86 anni, per l’impresa che aveva già dichiarato di avere in programma negli scorsi mesiconquistare la vetta più alta del Sud America, il monte Aconcagua (6962 m) in Argentina. La partenza è ufficialmente fissata per gennaio 2019.

Terrò duro fino all’ultimo e sarebbe perfetto se riuscissi ad arrivare in vetta”, ha dichiarato durante la conferenza di presentazione , aggiungendo che se riuscirà a raggiungere quota 6962 m, scenderà dalla cima con gli sci.

L’Aconcagua è stato salito precedentemente da Miura 33 anni fa, ma tra le seven summits resta l’unica montagna che non abbia ancora sciato. L’avventuriero si è detto ben cosciente delle difficoltà della discesa, soprattutto in corrispondenza della parte terminale del percorso pianificato.

Nel team che accompagnerà il giapponese per supportarlo ed aiutarlo in caso di difficoltà ci sarà anche un medico, che controllerà la salute del suo cuore affetto da aritmia.

Nel maggio 2013 Miura ricordiamo che sia diventato l’uomo più anziano ad aver scalato il monte Everest, all’età di 80 anni. Vetta già raggiunta nel 2003 a 70 anni e di nuovo nel 2008 a 75. L’impresa del 2013 ha mostrato al mondo tutta la forza dell’alpinista, che Quattro anni prima era stato vittima di un grave incidente sugli sci, a seguito del quale sono stati necessari numerosi interventi chirurgici al cuore nel tentativo di stabilizzare il suo battito irregolare.

Anche il prossimo gennaio ci sentiremo sicuramente tutti un po’ meno giovani di fronte alla sua infinita energia.

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Marcello Sanguineti: l’alpinismo è una necessità di vita https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/ https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/#comments Sun, 25 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133384 Ha un lunghissimo curriculum di ascensioni e prime ascensioni, tra cui una candidatura ai Piolets d’Or 2018 per la nuova via “Amman in Kashmir”, aperta nell’agosto 2017 nel Karakorum pakistano.

Classe 1968, Marcello Sanguineti è un accademico del CAI ma, di professione è professore di ricerca operativa presso l’Università di Genova. Vive in un paesino sopra Chiavari dove, ci dice, “quando apro la finestra di casa mi godo l’infinità del mare”, ma si trova a proprio sulla verticalità delle pareti alpine e del mondo. Di lui si conoscono le nuove vie e le grandi realizzazioni; oggi cerchiamo di scoprire cosa lo spinge ad andare dove ancora non è salito nessuno.

 

Come ci si sente dopo una candidatura al Piolets d’Or?

Direi che ci si sente motivati a cercare di fare ancora meglio. Ora come ora credo sia importante non tanto godersi la candidatura, quanto prendere esempio da chi il Piolet d’Or l’ha vinto e provare a vivere altre esperienze di questo tipo. Se dovessi fare un paragone, la nomination ai Piolet d’Or è un po’ come quando pubblico un risultato scientifico su una rivista prestigiosa. Un successo che dà sicuramente soddisfazione, ma la cosa veramente importante è continuare a fare buona ricerca – anche se, magari, risultati successivi non vanno a finire su una rivista altrettanto importante. A volte succede di trovare risultati scientifici di grande importanza, senza pubblicarli su riviste top. Viceversa, può capitare di pubblicare lavori meno significativi su riviste più prestigiose. È così che vivo questa candidatura ai Piolets d’Or.

Visto che hai tirato in ballo l’argomento, come riesci a combinare il lavoro da ricercatore con questo tipo di alpinismo esplorativo/estremo?

Io sono un ricercatore e la Ricerca (con la “R” maiuscola), fatta seriamente, è qualcosa di estremo. “Estremo” nel senso che noi ricercatori cerchiamo di oltrepassare i limiti per definirne di nuovi, esattamente come accade nell’alpinismo esplorativo. L’unica differenza sta nel fatto che nel primo caso si tratta di un’attività mentale, mentre nel secondo di un’attività fisica.

Molto probabilmente, se io fossi un professionista della montagna non realizzerei exploit alpinistici, perché a lungo andare la montagna mi annoierebbe. In effetti, il mio grande problema nella vita è il rischio di annoiarmi: per questo devo fare quante più cose possibile, che mi permettano di cambiare continuamente contesto, di passare da carta e penna a piccozze e friends. È qualcosa che mi eccita, che mi esalta, che mi dà vita. L’importante, per me, sta nel rendere ogni giornata il più diversa possibile dalla precedente.

Un vero amore per la montagna…

Esatto. Nonostante questo, però, non vivrei in montagna per tutto l’oro del mondo. A me piace scalare le montagne, ma, una volta arrivato in vetta, resto… come dire… “perplesso”. Guardo il panorama, poi capisco, con un po’ di delusione, che non resta altro che scendere. Dopo poco che sono in valle mi sento “in gabbia”: vi rimango solo se ho in programma a brevissimo un’altra salita, altrimenti preferisco tornarmene di fronte al mare, dove posso godere dell’infinito.

Il fatto è che sono un “assetato di infinito”. La montagna mi regala questa sensazione in verticale, ma solo mentre scalo o, al limite, mentre concepisco una salita. Per provare l’infinità orizzontale, invece, mi basta guardare il mare, sentirne l’odore e “respirarlo” con gli occhi.

Nella tua ricerca di questa libertà verticale hai disegnato tanti nuovi tracciati. Credi che “Amman in Kashmir, la via candidata al Piolets d’Or, sia effettivamente la più bella?

Si tratta di una salita che presenta notevoli difficoltà tecniche, ma l’ingrediente che la rende unica è il contesto in cui si svolge. La via è stata tracciata su una montagna mai salita prima, nel Kashmir pakistano, in totale isolamento e con difficoltà logistiche, in un massiccio mai esplorato in precedenza e in una valle che ha visto pochissimi alpinisti: prima di noi (con me c’erano Gian Luca Cavalli e Michele Focchi) solo due spedizioni si erano addentrate nelle alte valli Kondus-Kaberi, ma non nel massiccio dove abbiamo operato noi tre.

Dal punto di vista tecnico credo di aver fatto salite più impegnative; si tratta di vie che, forse, sono state fatte nel “momento sbagliato”, cioè in un momento in cui non sono state valorizzate. Ad esempio, mi vengono in mente alcune mie aperture in Sud America e anche sulle Alpi.

Se dovessi scegliere quale delle tue vie reputi tra le più interessanti?

Sceglierne una è difficile. Credo che le mie vie nuove più significative siano tre. Una è certamente “Amman in Kashmir”, per i motivi che ho spiegato prima. Accanto ad essa metterei “Plein Sud”, realizzata nel 2010 sulla parete Sud delle Grandes Jorasses insieme a Sergio De Leo, Michel Coranotte e Marco Appino. Un particolare, per capire di cosa sto parlando: quella di Plein Sud è stata la quinta salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses. Si tratta di un percorso magnifico, che segue il grande camino, linea naturale della parete, che aveva respinto Grassi & soci nel 1985. All’epoca di Grassi non esistevano ancora le tecniche di dry-tooling che si utilizzano adesso e che hanno reso possibile la nostra salita. Va detto che non siamo riusciti a raggiungere la vetta delle Grandes Jorasses. Ci siamo fermati a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey: per proseguire sarebbe stato necessario usare qualche spit negli ultimi metri prima della brèche, ma avevamo deciso di effettuare la salita in puro stile “trad”. Infine, completerei il mio “magico tris” con è una via aperta in Cordigliera Real (Bolivia), un tracciato datato fine anni ’90. Sto parlando della prima traversata integrale da nord a sud delle cinque vette dell’Illimani. Senza dubbio molto più semplice tecnicamente delle due salite precedenti, ma un gioiello dal punto di vista estetico e di isolamento: una cavalcata di circa 16 chilometri di sviluppo, tre dei quali oltre i 6000 metri di quota, effettuata in cinque giorni e tutt’ora irripetuta.

Visto che hai citato “Plein Sud”, sappiamo che anche Denis Urubko si è complimentato con te per la realizzazione…

Sì. Ho incontrato Denis lo scorso ottobre in Valsassina, al convegno del Club Alpino Accademico. Si è complimentato per quella salita, per esser riusciti a scovare, nel 2010, una linea naturale così importante sulle Alpi, addirittura nel Bianco e sulla sua parete più alta del massiccio (la sud delle Jorasses è circa 200 circa metri più alta della nord…). Al momento “Plein Sud” ha una sola ripetizione, da parte di Matt Helliker e Jon Bracey. Mi ha fatto molto piacere leggere la loro recensione, in cui hanno l’hanno definita una magnifica avventura in un ambiente incredibile. In effetti, sembra quasi di scalare in un inferno dantesco.

Da ligure, da amante dell’infinità che offre il mare, come sei arrivato a questo tipo di alpinismo?

Di certo non è una passione che arriva dalla mia famiglia, anche se a mia mamma è sempre piaciuta la montagna. È stata lei la prima ad accompagnare me e mio fratello in escursioni, anche impegnative. Mio papà, invece, non concepisce proprio l’idea di camminata in montagna e alpinismo. La prima volta in cui ho capito di trovarmi bene in montagna è stato quando avevo sedici anni, durante una vacanza invernale a Cogne, con amici di famiglia. Da allora, per otto anni, tutte le estati trascorrevo un periodo nella mitica “Casa Alpina” di Cogne con i miei genitori e mio fratello, facendo escursioni via via più impegnative. Nella Casa Alpina c’era un’atmosfera magica, irripetibile; ogni volta che si organizzava un’escursione la sensazione era quella di partire per esplorare un nuovo universo. Un giorno, in cima alla Punta Pousset, dove ero salito con mia mamma e mio fratello, incontrai “Jean” Crudo, che propose a me, mio fratello e un nostro amico di salire insieme la Tersiva. Fu allora che calzai per la prima volta i ramponi – che emozione! Da allora ho scalato sulle montagne di mezzo mondo, ma nulla è paragonabile a quelle estati nelle valli di Cogne.

Poi?

Poi non mi sono più fermato, d’altronde l’appetito vien mangiando. Ho continuato facendo altre salite tecnicamente semplici, come la normale al Gran Paradiso, e solo dopo la Laurea a praticare alpinismo di un certo livello. Ho iniziato dopo essermi laureato perché prima non avevo molto da spendere per l’attrezzatura e i viaggi.

Ogni tanto però lasci da parte questo tipo d’alpinismo di scoperta per dedicarti a qualcosa di completamente diverso, come dimostra il viaggio in Giordania con il CAI di qualche mese fa per contribuire alla creazione di un nuovo tipo di turismo dedicato alla montagna…

Dovendo essere sincero, egoisticamente parlando preferirei che la maggior parte dei luoghi di montagna rimanessero poco esplorati e conosciuti, per avere più terreno di gioco (ride). Da un punto di vista più realistico, però, credo sia importante contribuire con l’arrampicata e l’alpinismo a creare una forma di turismo sostenibile. Serve ad evitare lo sviluppo di altre tipologie di turismo, che, spesso, danneggiano l’ambiente.

Nel caso specifico del viaggio alpinistico-esplorativo in Giordania, nella regione di Wadi Sulam, abbiamo portato avanti un’iniziativa di questo tipo insieme al Jordan Tourism Board. Eravamo un gruppo numeroso e abbiamo aperto un buon numero di itinerari “trad” o “quasi trad” (minimizzando cioè l’uso di spit). Ci sono già stati ripetitori e sono convinto che questa iniziativa richiamerà una forma di turismo rispettosa della Natura: chi meglio degli alpinisti può capire il valore di preservare l’ambiente? Sono rientrato un paio di settimane fa da un’esperienza simile nell’Anti-Atlante marocchino; questa volta eravamo solo in tre, ma abbiamo comunque aperto itinerari, sempre in stile “trad” o “quasi-trad”, che meritano sicuramente di essere ripetuti.

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La squadra nazionale francese di alpinismo femminile firma tre prime ascensioni nella Terra del Fuoco https://www.montagna.tv/cms/132930/la-squadra-nazionale-francese-di-alpinismo-femminile-firma-tre-prime-ascensioni-nella-terra-del-fuoco/ https://www.montagna.tv/cms/132930/la-squadra-nazionale-francese-di-alpinismo-femminile-firma-tre-prime-ascensioni-nella-terra-del-fuoco/#comments Tue, 13 Nov 2018 05:00:23 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132930 La squadra nazionale francese di alpinismo femminile (ENAF) ha realizzato lo scorso ottobre tre prime ascensioni lungo la Cordillera Darwin, nella Terra del Fuoco (Cile).

18 giorni di cui 16 di pioggia per conquistare tre picchi vergini. Questo il grande risultato della squadra composta da quattro giovani alpiniste (Florence Igier, Johanna Marcoz, Marion Pravin, Maud Vanpoulle) e due istruttori (Antoine Pêcher e Gael Bouquet des Chaux), partita per questa straordinaria spedizione il 25 settembre scorso.

Le tre cime conquistate sono il Cerro Nylandia (1114 m) e due vette minori, il Cerro Fernando (1044 m) e il Cerro Akila (1564 m), dislocate lungo la Cordillera Darwin, un massiccio montuoso remoto ritenuto uno dei più selvaggi del Pianeta, situato a Sud della Patagonia e raggiungibile solo via mare. Una catena lunga 170 km e larga 60 km, ancora estremamente ricca di montagne da esplorare con un clima particolarmente ostile.

La squadra dell’ENAF ha inizialmente identificato dei potenziali obiettivi sulla base delle informazioni fornite dall’High Mountain Military Group (GMHM), che ha effettuato la prima traversata nel 2011 e dal cileno Camillo Rada, grande esperto di Patagonia: due cime vergini che circondano il Passo Esperanza (corrispondenti ai punti 1564 e 1814 sulla mappa fornita da Rada) ed un possibile punto di attracco per la barca.

Con grande fortuna il tempo clemente ha consentito al gruppo di affrontare la traversata attraverso lo stretto di Magellano fino al Fjord Finlandia, leggermente a nord rispetto al punto identificato sulla mappa di Rada, senza grandi problemi. Dopo aver trasportato circa 700 kg di materiale nell’entroterra e fissato il campo base, la squadra è rimasta bloccata a causa del maltempo per tre giorni.

Il 30 settembre finalmente la meteo ha consentito loro di tentare la prima salita sul Cerro Nylandia  e su una seconda vetta, definita inizialmente Punto 1044 poi ribattezzata Cerro Fernando, in onore del portentoso marinaio che li ha accompagnati alla Cordillera.

Queste salite presentano poche difficoltà tecniche” – racconta Antoine Pêcher – “La vista incantevole e libera dalle cime ci ha permesso di analizzare i nostri obiettivi principali (Punto 1564 e Punto 1814)”.

Dopo altri due giorni bloccati a campo base dal maltempo, il 3 ottobre il gruppo è partito per la conquista del Punto 1564. Un avvicinamento lungo e complicato tra neve fresca e vegetazione densa.

Il 4 ottobre abbiamo provato a raggiungere la cima con un tempo decisamente cupo. La mancanza di visibilità ci ha penalizzati” –  spiega Gael Bouquet des Chaux – “Abbiamo perso ore a cercare una via per superare gli ultimi 50 metri ma alla fine abbiamo rinunciato quando eravamo a una trentina di metri dalla vetta”.

La squadra è rientrata esausta al campo base verso le 10 di sera dopo 15 ore di fatica.

Il 9 ottobre una nuova finestra di bel tempo ha consentito loro di tentare la salita del secondo obiettivo, il Punto 1814. Una bella piramide innevata all’aspetto più facile della precedente, con un percorso di avvicinamento comune a quest’ultima. A 650 metri dalla vetta il dietrofront, causato da raffiche di vento oltre i 100 chilometri orari. All’indomani il gruppo ha deciso di tentare di raggiungere nuovamente il Punto 1564, questa volta completando gli ultimi 30 metri fino alla vetta, nonostante la pioggia che fortunatamente li ha abbandonati prima di iniziare la salita.

“La visibilità era decisamente migliore rispetto al tentativo precedente” – ricorda Antoine –“Questo ci ha permesso di studiare meglio gli ultimi metri della salita. Abbiamo scelto di optare per una progressione in goulotte. Le difficoltà tecniche si sono rivelate moderate (3+ su ghiaccio e neve fino a 70°) ma l’esposizione è comunque rimasta significativa e le protezioni difficili da posizionare. Siamo arrivati in cima alle 15. Una cima dove si faceva fatica trovare posto per tutti e sei.”

Quest’ultima vetta è stata ribattezzata Cerro Akila, che nella lingua degli Yagan, primi abitanti della Terra del Fuoco, significa “ghiaccio”.

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Stop ai veicoli inquinanti al campo base dell’Everest! Pugno duro della Cina in difesa dell’ambiente https://www.montagna.tv/cms/132537/stop-ai-veicoli-inquinanti-al-campo-base-delleverest-pugno-duro-della-cina-in-difesa-dellambiente/ https://www.montagna.tv/cms/132537/stop-ai-veicoli-inquinanti-al-campo-base-delleverest-pugno-duro-della-cina-in-difesa-dellambiente/#respond Sat, 03 Nov 2018 05:00:21 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132537 La Cina sta lavorando ad un delicato progetto di monitoraggio e controllo del livello di inquinamento sul Monte Everest per garantire la conservazione del fragile ecosistema locale.

Tra gli sforzi da mettere in campo per intervenire quanto prima nella riduzione degli inquinanti è stata avanzata la proposta di imporre restrizioni sulla circolazione dei veicoli inquinanti che portano i visitatori fino al del campo base, a partire dal 2019.

In tal modo ad ogni veicolo che non rispetti gli standard definiti dal progetto verrà impedito di entrare nell’area. Si cercherà di introdurre al contempo veicoli elettrici simili ai golf cart allo scopo di portare anche un’entrata economica alle popolazioni locali che difatti saranno impegnate come guide turistiche e come autisti dei mezzi di trasporto.

Altro punto dolente da affrontare nel programma di salvaguardia dell’ambiente della più alta vetta del pianeta è rappresentato dall’elevata quantità di rifiuti prodotti ed abbandonati dai visitatori che, come dichiarato dal Mr Wangqiong, vice capo della contea tibetana di Tingri, non possono essere processati in maniera naturale dall’ambiente ma devono essere allontanati a mano. Una ditta specializzata in pulizie ha recentemente ricevuto incarico di occuparsi del problema, allo stesso tempo verrà chiesto ai visitatori di collaborare a tenere pulita l’area fornendo a ciascuno dei sacchetti della spazzatura.

Secondo dati ufficiali dell’Agenzia Nuova Cina, la più antica agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, sono stati più di 100.000 i visitatori, tra cui 40.000 alpinisti e hikers, che nel 2017 hanno raggiunto il campo base e zone limitrofe. Da aprile 2018 ad oggi sono già state allontanate dalla montagna 2.26 tonnellate di escrementi umani, una tonnellata di rifiuti delle spedizioni alpinistiche e ben 5,24 tonnellate di altri rifiuti solidi. Ulteriori 8 tonnellate sono state rimosse tra 5.200 e 6.500 metri.

Insomma “è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pur fare”, a cominciare dal singolo visitatore che dovrebbe recarsi sulla “cima del mondo” con l’idea di assicurare che anche le generazioni future possano godere delle sue meraviglie.

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Water World, la bellissima e difficile via di Giordani e Faletti all’inviolato Kiris Peak https://www.montagna.tv/cms/131222/water-world-la-bellissima-e-difficile-via-di-giordani-e-faletti-allinviolato-kiris-peak/ https://www.montagna.tv/cms/131222/water-world-la-bellissima-e-difficile-via-di-giordani-e-faletti-allinviolato-kiris-peak/#respond Sun, 30 Sep 2018 10:00:06 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=131222
Il tracciato della via, © Maurizio Giordani

Una foto dal Pakistan seguita da una lunga ricerca su Google Maps per individuare la possibile collocazione di quella parete tanto invitante. Poi la conferma dal Pakistan che si, è quella. È il Kiris Peak, una cima inviolata alta 5.428 metri con una parete alta, grigia, compatta, attraente. Inizia così la spedizione che ha visto Maurizio Giordani e Massimo Faletti protagonisti dell’apertura di una bella e difficile nuova via chiamata Water World (1.250 metri, 7a/A2, 65°, M3).

Il Kiris Peak è un obiettivo su cui l’alpinista roveretano si sarebbe dovuto cimentare già nel corso del 2017 poi, un incidente in parete a Mallos de Riglos in Spagna compromette tutto. Rimandato quindi il progetto, il 2018 pare essere l’anno buono in cui riprendere in mano l’idea e organizzare la spedizione.

Siamo quasi a metà luglio, il tempo regge e la spedizione è ben acclimatata. È quindi tempo di muoversi sulla roccia. La prima parte del percorso impegna gli alpinisti su granito compatto e verticale. “Una vera Big Wall di oltre 700 metri di altezza” definisce Giordani l’impegnativa parete che li fa sudare non solo per le difficoltà tecniche ma anche per i continui scrosci d’acqua dovuti alla fusione della neve dalla calotta sommitale.

Superata la prima parte verticale la salita prosegue verso destra in un lungo traverso da cui poi si piega a sinistra per prendere una faticosa e ripida rampa nevosa che, con inclinazioni superiori ai 60 gradi, porta in vetta alla montagna. Una grande salita che regala ai due alpinisti un piacevole panorama sulle più alte vette del Pakistan.

Doveroso citare i compagni di spedizione che, in più riprese con Giordani e Faletti, hanno contribuito all’apertura del tracciato: Cristiano Marinello, Andrea Peron e Manrico Dell’Agnola.

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Chareze Ri North: nuova via in Ladakh per cinque italiani https://www.montagna.tv/cms/131175/chareze-ri-north-nuova-via-in-ladakh-per-cinque-italiani/ https://www.montagna.tv/cms/131175/chareze-ri-north-nuova-via-in-ladakh-per-cinque-italiani/#respond Sun, 30 Sep 2018 04:00:56 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=131175 Cinque italiani sono partiti lo scorso agosto per andare alla ricerca di un alpinismo tecnico in Ladakh. Si tratta di Davide Limongi, Federico Martinelli, Federico Secchi, Luca Vallata e Enrico Mosetti che, dopo essere arrivati in India, si sono cimentati nell’apertura di una nuova via sul Chareze Ri North su cui hanno raggiunto la cima Nord a circa 5.950 metri di quota percorrendo il chiaro e pronunciato spigolo che si sviluppa sulla parete Nord-Est.

L’idea di muoversi in esplorazione di questa montagna, situata nella valle del Rangtik, è venuta in mente agli alpinisti dopo aver studiato un dettagliato report pubblicato sull’American Alpine Journal, un testo dell’alpinista sloveno Matija Jost che racconta le esplorazione compiute nell’area insieme alla compagna Anastasija Davidova. Il report parla di un’area con creste più simili a quelle delle Alpi, di una zona ancora poco frequentata e con un grande potenziale per prime salite a tutti i livelli.

Foto Federico Secchi

Arrivati nella valle i cinque alpinisti hanno atteso la prima finestra di bel tempo e, una volta individuata la linea di salita, si sono impegnati nell’apertura della via che hanno deciso di chiamare Jullay Temù (“ciao orsi”, in ladakhi). Un divertente nomignolo per salutare i numerosi orsi che hanno fatto visita ai ragazzi durante la loro permanenza. Il tracciato si sviluppa per un percorso di circa mille metri con tratti su ghiaccio a 70° e passaggi su roccia di V+ e raggiunge la cima Nord della montagna a circa 5.959 metri. Da qui il gruppo avrebbe cercato di muoversi in cresta nel tentativo di raggiungere la cima principale (6.080 metri), l’arrivo però del maltempo e del buio han costretto il gruppo a rientrare rinunciando all’obiettivo.

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Ermanno Salvaterra: Sul Latok I? Ci sarei tornato molto volentieri https://www.montagna.tv/cms/129170/ermanno-salvaterra-sul-latok-i-ci-sarei-tornato-molto-volentieri/ https://www.montagna.tv/cms/129170/ermanno-salvaterra-sul-latok-i-ci-sarei-tornato-molto-volentieri/#comments Mon, 27 Aug 2018 04:00:56 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=129170 “Bravissimi, anche se non hanno salito integralmente la cresta Nord. Probabilmente quando sono arrivati a due terzi della via han capito che per andare in cima era meglio uscire da lì. Veramente tanti complimenti” commenta Ermanno Salvaterra a proposito della recente salita al Latok I realizzata da Luka Stražar, Aleš Česen e Tom Livingstone. Ermanno Salvaterra non necessita di molte presentazioni. Conosciuto anche con il soprannome “L’uomo del torre” per la sua profonda conoscenza del cerro Torre e più in generale delle montagna patagoniche nel 2011 ha scelto di cimentarsi proprio sulla parete Nord del Latok I. Con lui, in spedizione, si trovavano Andrea Sarchi, Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini. “La via che avevamo in testa era quella degli americani, mi era piaciuta molto”commenta Salvaterra riferendosi all’epico tentativo del luglio 1978 condotto da Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe. In quell’anno i tre alpinisti rimasero ventisei giorni in parete resistendo al maltempo e rinunciando a circa 7000 metri di quota, a un tiro di schioppo dalla vetta del Latok I. “Mi ero scritto più volte con Jim Donini per avere informazioni sulla via e sono poi rimasto in contatto per tutta la vita con Jeff Lowe. Un grande oggi purtroppo venuto a mancare, un alpinista avanti in tutto, una persona squisita che difficilmente si abbatteva di fronte alle sfide della vita”.

Cos’è successo durante la spedizione?

Abbiamo fatto il nostro paio di tentativi. Nel secondo siamo saliti circa fin dove sono saliti gli americani, poi siamo stati colti dal maltempo che ci ha bloccati per tre o quattro giorni, non ricordo più bene, in parete. Ricordo la neve che cadeva, e alla fine la scelta di rinunciare e rientrare a campo base.

Parlando in generale del Latok I, non si tratta di una montagna molto frequentata…

Si, ma è grandiosa. Da campo base si vede tutta la montagna ed è qualcosa di unico, con tutte le storie che ci sono dietro poi. Già solo il tentativo degli americani è qualcosa di grandioso per i tempi in cui l’hanno fatto.

Quest’anno molte spedizioni si sono interessate al Latok e ai suoi tecnicismi…

Beh, tutto dipende da quel che uno si sente di fare. Uno ci prova poi magari non ci riesce, oppure si… tutto dipende da quel che si sente di poter fare. Si tratta di salite che richiedono non solo una grande preparazione fisica ma anche mentale. Bisogna essere predisposti per fare certi sforzi e certe fatiche.

Sarebbe tornato al Latok I dopo il tentativo del 2011?

Molto volentieri.

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Tenji Sherpa: sì, ho usato l’ossigeno https://www.montagna.tv/cms/125235/tenji-sherpa-si-ho-usato-lossigeno/ https://www.montagna.tv/cms/125235/tenji-sherpa-si-ho-usato-lossigeno/#comments Tue, 12 Jun 2018 04:00:49 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=125235 Era il compagno di cordata di Ueli Steck. Con lui ha realizzato molte scalate, tra cui citiamo la bellissima traversata Eiger-Mönch-Jungfrau sulle Alpi, e insieme hanno coltivato il sogno di una traversata himalayana, da Everest a Lhotse, senza l’uso di ossigeno.

Un progetto per cui i due amici si erano a lungo preparati e per cui erano partiti nella primavera del 2017. Stagione che purtroppo è finita in tragedia ancora prima che la vera spedizione avesse inizio. Il 30 aprile infatti, durante una salita di acclimatamento sulla parete Ovest del Nuptse, Ueli Steck è precipitato.

Con la morte della Swiss Machine si era chiusa anche la spedizione e il suo compagno, Tenji Sherpa, era rientrato a casa nel generale sconforto della situazione.

Il progetto però non è mai stato abbandonato, anzi. Tenji ha coltivato il sogno della traversata decidendo di tornare quest’anno con l’ambizione di portare a termine il progetto e di onorare l’amico scomparso. Purtroppo però la sorte non è stata favorevole al nepalese che, dopo aver raggiunto la vetta dell’Everest si è visto costretto a rinunciare al Lhotse per rientrare al campo base lasciandoci però con alcuni dubbi che ci hanno spinti a contattarlo per meglio chiarire tutte le dinamiche di questo interessante tentativo.

 

Tenji, chi era per te Ueli Steck?

Ueli era uno dei più grandi alpinisti al mondo e anche uno dei migliori compagni di cordata che ci potessero essere.

Ci racconti il progetto di traversata Everest-Lhotse?

L’idea era molto semplice: salire l’Everest e poi continuare verso il Lhotse scalando senza utilizzare l’ossigeno. Poi purtroppo però sono riuscito a portare a casa solo il primo dei due obiettivi.

Ho cercato di portare avanti la scalata senza l’utilizzo di ossigeno supplementare, ma la meteo non è stata dalla mia parte costringendomi a utilizzare le bombole dalla cima sud. La vetta era coperta e tirava un forte vento, condizioni che mi hanno fatto prendere la decisione di scendere e rinunciare al progetto, sarà per la prossima volta.

Quindi ammetti di aver fatto uso dell’ossigeno supplementare…

Non posso che dire: si, ho utilizzato l’ossigeno e, una volta arrivato a Katmandu, ho anche postato una foto su Instagram dichiarando la cosa. Purtroppo non ho potuto postarla dal campo base in quando internet non funzionava.

Credo che ci sia stato un fraintendimento tra i nostri sherpa e il campo base.

Cosa pensi del grande affollamento che hai vissuto sull’Everest? Credi che si stia degenerando dall’alpinismo?

Non penso che si tratti di un fenomeno in crescita. Nel senso che non credo che il numero stia salendo in maniera significativa a confronto con gli anni passati. A volte può capire di incontrare traffico lassù, ma questo è determinato soprattutto dalle finestre di bel tempo.

Credi sia un male che così tante persone vogliano cimentarsi nella salita dell’Everest?

No, anzi. Penso che l’attuale numero di salitori sia una cosa positiva. Non credo che sia il numero il vero problema. Quello di cui si dovrebbe parlare, più che del numero, è il problema spazzatura. Sopra campo 2 è ovunque e il suo volume cresce rapidamente, stagione dopo stagione. Bisognerebbe introdurre nuove regole e soprattutto imparare che la propria spazzatura va riporta a valle.

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Marc Batard: per i suoi 70 anni di nuovo sull’Everest https://www.montagna.tv/cms/111608/marc-batard-per-i-suoi-70-anni-di-nuovo-sulleverest/ https://www.montagna.tv/cms/111608/marc-batard-per-i-suoi-70-anni-di-nuovo-sulleverest/#comments Thu, 03 Aug 2017 06:25:44 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111608 Sono oramai diversi anni che  Marc Batard ha chiuso con l’alpinismo anche se da qualche tempo l’ex “sprinter dell’Everest” è ritornato sulle montagne.

Il 65enne francese infatti avrebbe in mente di tornare sull’Everest senza ossigeno per i suoi 70 anni. Per lui sarebbe la terza volta sul tetto del mondo.

Marc ha chiamato Pasang Naru, già otto volte sull’Everest e Tahar Manaï. Lunedì 31 luglio si sono allenati tutti insieme per la prima volta a Chamonix. Il primo test sarà salire il Monte Bianco dal versante italiano, poi l’anno prossimo l’Aconcagua, poi l’Annapurna, il Cho Oyu il Makalu e infine l’Everest, nel 2022 per soffiare sulle candeline per i 70 anni.

Marc Batard nel 1988 salì l’Everest dal lato sud in solitaria e senza ossigeno nel tempo record di 22 ore 29 minuti.

 

Foto in alto @Facebook Marc Batard

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Daniele Nardi e Tom Ballard sulla est del Linksar https://www.montagna.tv/cms/111380/daniele-nardi-e-tom-ballard-sulla-est-del-linksar/ https://www.montagna.tv/cms/111380/daniele-nardi-e-tom-ballard-sulla-est-del-linksar/#respond Mon, 31 Jul 2017 05:00:44 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=111380 È la catena montuosa del Saltoro Kangri, che fa parte del Karakorum, lo scenario della nuova spedizione di Daniele Nardi, l’alpinista già noto per aver scalato, fra le altre cime, Everest, K2, Broad Peak e Nanga Parbat e ambasciatore per i Diritti Umani nel Mondo, impegno che si traduce in progetti di solidarietà in Nepal e Pakistan e prosegue in Italia con il progetto dell’Alta Bandiera dei Diritti Umani.

Obiettivo della spedizione “Trans Limes” è anche quello di esplorare l’area delle valli Kondus-Lachit-Kaberi, ringraziando le popolazioni che ospiteranno i membri della spedizione contribuendo a uno sviluppo turistico e culturale di questi luoghi.

Le montagne del Saltoro Kangri si trovano nella parte settentrionale del Kashmir, a nord-est della valle Charakusa, zona quindi contesa fra India, Pakistan e Cina e alpinisticamente pressoché vergine. L’area comprende numerose vette fra i 5900 e i 6500 metri e l’ambizione è quella di tentare la scalata dell’inviolata parete est del Linksar, alta 7041 metri.

La spedizione a Islamabad @Daniele Nardi

Ad accompagnare Daniele Nardi in questa complessa spedizione, che ha richiesto tre anni di preparazione per ottenere tutti i permessi, ci sarà un team altamente qualificato formato soprattutto da tre alpinisti di grande livello: Marcello Sanguineti e Gianluca Cavalli, entrambi esperti scalatori e accademici del CAAI (Club Alpino Accademico Italiano) e Tom Ballard, giovane e talentuoso figlio d’arte, sua madre infatti era Alison Hargreaves, scomparsa sul K2 nel 1995. Ballard diviene, nel 2015, la prima persona a scalare in solitaria le sei classiche pareti nord delle alpi in una singola stagione in pieno inverno: Cima Grande, Pizzo Badile, Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru ed Eiger realizzando un record mai compiuto da nessuno prima. A completare la squadra ci sarà anche Michele Focchi, alla sua prima esperienza extraeuropea in alta quota, la sorella di Tom Ballard, Kate, il sudafricano Cuan Coetzee e il pakistano Alì Mohammad, referente per la logistica.

Tutte personalità profondamente diverse che decidono di partire per la “terra di limes” (terra di confine) per eccellenza: il Kashmir pakistano. Superando le diversità e unendo le forze per scalare le vette di quei travagliati confini, utilizzano il loro alpinismo esplorativo per lanciare un messaggio che trasforma i limes culturali, politici e religiosi in altrettanti punti d’incontro.

Il gruppo partito dall’Italia il 25 luglio è atterrato in Pakistan, a Islamabad. Tutti i componenti della spedizione, nei primi giorni visiteranno le città di Chilas e Skardu prima e il villaggio di Karmading, per poi raggiungere il ghiacciaio Kaberi. Da qui si dirigeranno verso il campo base posizionato a 4200 metri e inizieranno, per una prima fase di acclimatazione, la parte della spedizione dedicata alla scalata delle cime intorno ai 6000 metri circostanti il campo base.

Il gruppo sarà seguito da una troupe di ripresa per realizzare un docu-film che catturi i 3 aspetti principali della spedizione: alpinistici, esplorativi e culturali.

 

Foto in alto: Daniele Nardi in partenza da Fiumicino @Daniele Nardi

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