Alpi e pareti – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Thu, 20 Dec 2018 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 Marcello Sanguineti: l’alpinismo è una necessità di vita https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/ https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/#comments Sun, 25 Nov 2018 05:00:41 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133384 Ha un lunghissimo curriculum di ascensioni e prime ascensioni, tra cui una candidatura ai Piolets d’Or 2018 per la nuova via “Amman in Kashmir”, aperta nell’agosto 2017 nel Karakorum pakistano.

Classe 1968, Marcello Sanguineti è un accademico del CAI ma, di professione è professore di ricerca operativa presso l’Università di Genova. Vive in un paesino sopra Chiavari dove, ci dice, “quando apro la finestra di casa mi godo l’infinità del mare”, ma si trova a proprio sulla verticalità delle pareti alpine e del mondo. Di lui si conoscono le nuove vie e le grandi realizzazioni; oggi cerchiamo di scoprire cosa lo spinge ad andare dove ancora non è salito nessuno.

 

Come ci si sente dopo una candidatura al Piolets d’Or?

Direi che ci si sente motivati a cercare di fare ancora meglio. Ora come ora credo sia importante non tanto godersi la candidatura, quanto prendere esempio da chi il Piolet d’Or l’ha vinto e provare a vivere altre esperienze di questo tipo. Se dovessi fare un paragone, la nomination ai Piolet d’Or è un po’ come quando pubblico un risultato scientifico su una rivista prestigiosa. Un successo che dà sicuramente soddisfazione, ma la cosa veramente importante è continuare a fare buona ricerca – anche se, magari, risultati successivi non vanno a finire su una rivista altrettanto importante. A volte succede di trovare risultati scientifici di grande importanza, senza pubblicarli su riviste top. Viceversa, può capitare di pubblicare lavori meno significativi su riviste più prestigiose. È così che vivo questa candidatura ai Piolets d’Or.

Visto che hai tirato in ballo l’argomento, come riesci a combinare il lavoro da ricercatore con questo tipo di alpinismo esplorativo/estremo?

Io sono un ricercatore e la Ricerca (con la “R” maiuscola), fatta seriamente, è qualcosa di estremo. “Estremo” nel senso che noi ricercatori cerchiamo di oltrepassare i limiti per definirne di nuovi, esattamente come accade nell’alpinismo esplorativo. L’unica differenza sta nel fatto che nel primo caso si tratta di un’attività mentale, mentre nel secondo di un’attività fisica.

Molto probabilmente, se io fossi un professionista della montagna non realizzerei exploit alpinistici, perché a lungo andare la montagna mi annoierebbe. In effetti, il mio grande problema nella vita è il rischio di annoiarmi: per questo devo fare quante più cose possibile, che mi permettano di cambiare continuamente contesto, di passare da carta e penna a piccozze e friends. È qualcosa che mi eccita, che mi esalta, che mi dà vita. L’importante, per me, sta nel rendere ogni giornata il più diversa possibile dalla precedente.

Un vero amore per la montagna…

Esatto. Nonostante questo, però, non vivrei in montagna per tutto l’oro del mondo. A me piace scalare le montagne, ma, una volta arrivato in vetta, resto… come dire… “perplesso”. Guardo il panorama, poi capisco, con un po’ di delusione, che non resta altro che scendere. Dopo poco che sono in valle mi sento “in gabbia”: vi rimango solo se ho in programma a brevissimo un’altra salita, altrimenti preferisco tornarmene di fronte al mare, dove posso godere dell’infinito.

Il fatto è che sono un “assetato di infinito”. La montagna mi regala questa sensazione in verticale, ma solo mentre scalo o, al limite, mentre concepisco una salita. Per provare l’infinità orizzontale, invece, mi basta guardare il mare, sentirne l’odore e “respirarlo” con gli occhi.

Nella tua ricerca di questa libertà verticale hai disegnato tanti nuovi tracciati. Credi che “Amman in Kashmir, la via candidata al Piolets d’Or, sia effettivamente la più bella?

Si tratta di una salita che presenta notevoli difficoltà tecniche, ma l’ingrediente che la rende unica è il contesto in cui si svolge. La via è stata tracciata su una montagna mai salita prima, nel Kashmir pakistano, in totale isolamento e con difficoltà logistiche, in un massiccio mai esplorato in precedenza e in una valle che ha visto pochissimi alpinisti: prima di noi (con me c’erano Gian Luca Cavalli e Michele Focchi) solo due spedizioni si erano addentrate nelle alte valli Kondus-Kaberi, ma non nel massiccio dove abbiamo operato noi tre.

Dal punto di vista tecnico credo di aver fatto salite più impegnative; si tratta di vie che, forse, sono state fatte nel “momento sbagliato”, cioè in un momento in cui non sono state valorizzate. Ad esempio, mi vengono in mente alcune mie aperture in Sud America e anche sulle Alpi.

Se dovessi scegliere quale delle tue vie reputi tra le più interessanti?

Sceglierne una è difficile. Credo che le mie vie nuove più significative siano tre. Una è certamente “Amman in Kashmir”, per i motivi che ho spiegato prima. Accanto ad essa metterei “Plein Sud”, realizzata nel 2010 sulla parete Sud delle Grandes Jorasses insieme a Sergio De Leo, Michel Coranotte e Marco Appino. Un particolare, per capire di cosa sto parlando: quella di Plein Sud è stata la quinta salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses. Si tratta di un percorso magnifico, che segue il grande camino, linea naturale della parete, che aveva respinto Grassi & soci nel 1985. All’epoca di Grassi non esistevano ancora le tecniche di dry-tooling che si utilizzano adesso e che hanno reso possibile la nostra salita. Va detto che non siamo riusciti a raggiungere la vetta delle Grandes Jorasses. Ci siamo fermati a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey: per proseguire sarebbe stato necessario usare qualche spit negli ultimi metri prima della brèche, ma avevamo deciso di effettuare la salita in puro stile “trad”. Infine, completerei il mio “magico tris” con è una via aperta in Cordigliera Real (Bolivia), un tracciato datato fine anni ’90. Sto parlando della prima traversata integrale da nord a sud delle cinque vette dell’Illimani. Senza dubbio molto più semplice tecnicamente delle due salite precedenti, ma un gioiello dal punto di vista estetico e di isolamento: una cavalcata di circa 16 chilometri di sviluppo, tre dei quali oltre i 6000 metri di quota, effettuata in cinque giorni e tutt’ora irripetuta.

Visto che hai citato “Plein Sud”, sappiamo che anche Denis Urubko si è complimentato con te per la realizzazione…

Sì. Ho incontrato Denis lo scorso ottobre in Valsassina, al convegno del Club Alpino Accademico. Si è complimentato per quella salita, per esser riusciti a scovare, nel 2010, una linea naturale così importante sulle Alpi, addirittura nel Bianco e sulla sua parete più alta del massiccio (la sud delle Jorasses è circa 200 circa metri più alta della nord…). Al momento “Plein Sud” ha una sola ripetizione, da parte di Matt Helliker e Jon Bracey. Mi ha fatto molto piacere leggere la loro recensione, in cui hanno l’hanno definita una magnifica avventura in un ambiente incredibile. In effetti, sembra quasi di scalare in un inferno dantesco.

Da ligure, da amante dell’infinità che offre il mare, come sei arrivato a questo tipo di alpinismo?

Di certo non è una passione che arriva dalla mia famiglia, anche se a mia mamma è sempre piaciuta la montagna. È stata lei la prima ad accompagnare me e mio fratello in escursioni, anche impegnative. Mio papà, invece, non concepisce proprio l’idea di camminata in montagna e alpinismo. La prima volta in cui ho capito di trovarmi bene in montagna è stato quando avevo sedici anni, durante una vacanza invernale a Cogne, con amici di famiglia. Da allora, per otto anni, tutte le estati trascorrevo un periodo nella mitica “Casa Alpina” di Cogne con i miei genitori e mio fratello, facendo escursioni via via più impegnative. Nella Casa Alpina c’era un’atmosfera magica, irripetibile; ogni volta che si organizzava un’escursione la sensazione era quella di partire per esplorare un nuovo universo. Un giorno, in cima alla Punta Pousset, dove ero salito con mia mamma e mio fratello, incontrai “Jean” Crudo, che propose a me, mio fratello e un nostro amico di salire insieme la Tersiva. Fu allora che calzai per la prima volta i ramponi – che emozione! Da allora ho scalato sulle montagne di mezzo mondo, ma nulla è paragonabile a quelle estati nelle valli di Cogne.

Poi?

Poi non mi sono più fermato, d’altronde l’appetito vien mangiando. Ho continuato facendo altre salite tecnicamente semplici, come la normale al Gran Paradiso, e solo dopo la Laurea a praticare alpinismo di un certo livello. Ho iniziato dopo essermi laureato perché prima non avevo molto da spendere per l’attrezzatura e i viaggi.

Ogni tanto però lasci da parte questo tipo d’alpinismo di scoperta per dedicarti a qualcosa di completamente diverso, come dimostra il viaggio in Giordania con il CAI di qualche mese fa per contribuire alla creazione di un nuovo tipo di turismo dedicato alla montagna…

Dovendo essere sincero, egoisticamente parlando preferirei che la maggior parte dei luoghi di montagna rimanessero poco esplorati e conosciuti, per avere più terreno di gioco (ride). Da un punto di vista più realistico, però, credo sia importante contribuire con l’arrampicata e l’alpinismo a creare una forma di turismo sostenibile. Serve ad evitare lo sviluppo di altre tipologie di turismo, che, spesso, danneggiano l’ambiente.

Nel caso specifico del viaggio alpinistico-esplorativo in Giordania, nella regione di Wadi Sulam, abbiamo portato avanti un’iniziativa di questo tipo insieme al Jordan Tourism Board. Eravamo un gruppo numeroso e abbiamo aperto un buon numero di itinerari “trad” o “quasi trad” (minimizzando cioè l’uso di spit). Ci sono già stati ripetitori e sono convinto che questa iniziativa richiamerà una forma di turismo rispettosa della Natura: chi meglio degli alpinisti può capire il valore di preservare l’ambiente? Sono rientrato un paio di settimane fa da un’esperienza simile nell’Anti-Atlante marocchino; questa volta eravamo solo in tre, ma abbiamo comunque aperto itinerari, sempre in stile “trad” o “quasi-trad”, che meritano sicuramente di essere ripetuti.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/133384/marcello-sanguineti-lalpinismo-e-una-necessita-di-vita/feed/ 2
Salvaterra e Gravante ripetono 60 anni dopo la via Oggioni-Aiazzi alla Torre Bignami https://www.montagna.tv/cms/127186/salvaterra-e-gravante-ripetono-60-anni-dopo-la-via-oggioni-aiazzi-alla-torre-bignami/ https://www.montagna.tv/cms/127186/salvaterra-e-gravante-ripetono-60-anni-dopo-la-via-oggioni-aiazzi-alla-torre-bignami/#comments Tue, 17 Jul 2018 04:00:27 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=127186 Torre Bignami, nel gruppo della Presanella. Un posto poco frequentato, dal lungo avvicinamento e dalle poche tracce.

È questo il panorama in cui la giovane guida Francesco Salvaterra (classe 1989) si è mosso con il compagno Antonio Gravante. I due, partiti la mattina dell’8 luglio, sono andati sulle orme della storia. Sulle tracce di un alpinismo purtroppo troppo spesso dimenticato. Gli alpinisti hanno infatti realizzato, a sessant’anni dall’apertura, la prima ripetizione della via Oggioni-Aiazzi alla Torre Bignami.

A dare l’ispirazione al giovane Salvaterra è stata la lettura di una guida edita nel 1977 da Pericle Sacchi in cui il tracciato veniva indicato come “irripetuto”.

La via, aperta nei giorni del 14 e 15 luglio 1956, ha una lunghezza di 350 metri e raggiunge il sesto grado superiore e artificiale.

Per realizzarla i tracciatori impiegarono 90 chiodi, di cui solo 9 furono lasciati in parete.

La storica guida con il tracciato della via. Foto Salvaterra

A Salvaterra, di cui pubblichiamo la recensione della scalata, va il merito di essere un attento lettore e conoscitore della storia dell’alpinismo. Sono tante le vie alpine di cui si è persa traccia, di cui oggi abbiamo dimenticato la storia. A Salvaterra va il merito di aver contribuito a riportare alla luce un’importante linea, oggi appartenente alla storia dell’alpinismo.

 

Di seguito la recensione scritta, e pubblicata sul suo sito, da Francesco Salvaterra.

Fissate le date, il meteo è dalla nostra, pronti e via! Decidiamo di scalare la via in due giorni, per poter fare le cose con relativa calma e goderci la montagna. Per farlo ovviamente prevediamo un bivacco in parete, al pari dei primi salitori. Stare leggeri in questi casi è importante: il nostro materiale prevede due sacchi a gelo di meno di 800gr (simpatico nomignolo riciclato dai racconti patagonici di Ermanno Salvaterra), materassini arrotolabili, pane, formaggio, salame e frutta secca (niente fornello), 4 lt di acqua scarsi, mezze corde, una serie abbondante di friends, molti stoppers, un martello e una decina di chiodi. Visto che ci piacerebbe scalare la via “in libera” durante la scalata per non appesantirci ci trasciniamo dietro un saccone con le nostre cose usando un cordino da 50mt che poi taglieremo per attrezzare un lunga linea di calate. Domenica partiamo alle 7.30 dal rifugio Stella Alpina in val Genova, di quota 1450m, due ore di ripido e poco tracciato sentiero ci portano alla zona dove di solito si bivacca in alta val Gabbiolo. Da li un altra oretta di pietraie portano all’imbocco del canalone dove iniziamo a scalare. I primi 250m circa sono uno zoccolo dove a tratti si cammina e a tratti si scala fino al 3° grado, con lo zaino carico comunque non è banale e ci vuole il suo tempo per arrivare nei pressi di un ripido canalone di neve ghiacciata che bisogna attraversare per arrivare alla base della parete vera e propria. Per stare leggeri abbiamo portato una piccozza e un paio di ramponi di alluminio in due, la pendenza non è alta e anche con un rampone solo riusciamo a fare senza problemi un tiro di 60m sufficiente per raggiungere le rocce basali. Ore 14 passate, incastrati tra roccia e nevaio lasciamo ramponi e piccozza alla base e iniziamo a scalare da una fessura che parte bella dura (un bel 5+/6 come riscaldamento) dove dopo pochi mt troviamo un vecchio cuneo, ottimo inizio!”

“Per i primi 4 tiri degli 11 tiri che faremo la via di Oggioni è stata ripresa da altri scalatori che poi hanno aperto delle altre vie sulla dx della parete. Ho già salito questo tratto in precedenza e andiamo spediti ma non troppo: la roccia sarebbe anche compatta ma su ogni piccolo terrazzino sono in bilico blocchi di granito di tutte le misure che aspettano solo di essere mossi per finire di sotto, risulta abbastanza immediata l’importanza di fare sempre le soste in zone riparate. La via segue il facile nel difficile come solo scalando con gli scarponi e molto intuito si riusciva a fare, peccato che spesso questo significhi infilarsi nelle zone di roccia più malsicura. Arriva il momento in cui avanziamo in una zona della parete a me sconosciuta: sarebbe una ovest e vista l’ora inoltrata speravamo di godere di un bel sole invece siamo quasi sempre avvolti nelle nebbie. Dopo un traverso facile (meno facile è gestire il saccone e in questo Antonio ha avuto una pazienza bestiale) arriviamo a un terrazzino dove mi appresto a partire ma non so bene che direzione prendere, la relazione dei primi salitori fa ridere perché parla di diedri difficili ma in questa zona di parete partono diedri ogni metro in direzioni parallele. “Un chiodo!” E’ Antonio a vedere l’anello che occhieggia in una fessura a una decina di metri di distanza. Siamo gasati perché è la prima testimonianza di passaggio che troviamo, ci sentiamo degli archeologi, lo raggiungo ed effettivamente è un vecchio Cassin da calcare che al pari degli altri 5 che troveremo sulla via, esce dalla roccia muovendolo con le dita.”

“Dopo averlo sostituito con uno più largo proseguo per fessure e diedrini che si fanno più ripidi: un bel 6° sostenuto fino a una sosta aerea. Il tiro successivo è lungo e duro: una fessura di dita e una placca compatta ci fanno sudare per guadagnare un buon terrazzino, l’ultimo tratto è un bel 6b obbligatorio e qui probabilmente siamo andati fuori via perché non era scalabile in artificiale, poco male: sulla dx si vede chiaramente dove proseguire.”

Il tracciato della via. Foto Salvaterra

“Sono le 8 passate e il terrazzino dove siamo non invoglia molto al bivacco: è stretto, spiovente ed esposto ai quattro venti. Sembra che alla cima manchino tre tiri quindi decidiamo di provare a uscire: un traverso dove troviamo un altro chiodo strategico porta alla base di un diedro rosso e strapiombante dall’aria dura. Dopo pochi metri trovo un chiodo a “u”, è lungo almeno 50cm, una sciabola che si potrebbe usare anche come fittone da neve. Lo ripianto e comincio a salire strusciandomi a qualche maniera su per il diedro: un altro chiodo che non riesco a ribattere e un cuneo inservibile a cui affianco un provvidenziale friends, strappo la giacca e soffiando per la fatica e per la qualità della roccia precaria riesco a saltare fuori “ a vista” anche sull’ultimo tratto difficile, sarà stato un 6a+ ma mi impegna come un 7a. Troviamo 5 chiodi e ne lasciamo in via altri 5 (tutti quelli che usiamo) più 1 friend  che ci rimane incastrato sul tiro più duro. L’ultimo tiro è una passeggiata e alle 9.30 con le ultime luci ci abbracciamo sulla cima, a 3200m. Passiamo la notte in una fortificazione della prima guerra mondiale costruita con assi e pietre esattamente in cima: un vero hotel a 4 stelle comodo e riparato dal vento.”

“Al mattino ci trastulliamo con calma al sole dell’alba, con vista sulla Presanella riusciamo a scorgere degli alpinisti presumibilmente appena usciti dallo scivolo nord e poi come programmato iniziamo a scendere dalla parete est. La discesa “classica” sarebbe da un canalone ghiacciato piuttosto orrido dove occorrerebbero due paia di ramponi e piccozze, inoltre è in parte esposto alla caduta di sassi, da qui la scelta di attrezzare una linea di calate ex novo. Nove doppie comode e dove è difficile incastrare le corde ci depositano alla base dove recuperiamo ramponi e piccozze, siamo anche più leggeri per il rientro perché abbiamo abbandonato tutti i chiodi, stopper e il cordino di recupero!”

Fonte: www.francescosalvaterra.com

]]>
https://www.montagna.tv/cms/127186/salvaterra-e-gravante-ripetono-60-anni-dopo-la-via-oggioni-aiazzi-alla-torre-bignami/feed/ 1
Scalare le pareti in soggettiva: le incredibili riprese dal drone https://www.montagna.tv/cms/113972/scalare-le-pareti-in-soggettiva-le-incredibile-riprese-dal-drone/ https://www.montagna.tv/cms/113972/scalare-le-pareti-in-soggettiva-le-incredibile-riprese-dal-drone/#respond Fri, 29 Sep 2017 10:11:34 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=113972 Un video incredibile, che vi porterà a sfiorare, in velocità e leggerezza, le pareti, e poi giù per le creste innevate. Lo youtuber Gabriel Kocher grazie al suo drone personalizzato, che può volare fino a una distanza di circa 3 chilometri dal radiocomando, ha realizzato questo video sulle Alpi Svizzere. Tanti complimenti al pilota, buona visione: 

 

]]>
https://www.montagna.tv/cms/113972/scalare-le-pareti-in-soggettiva-le-incredibile-riprese-dal-drone/feed/ 0
Gietl e Messini, ripetono il trittico di vie sulle nord delle Tre Cime https://www.montagna.tv/cms/102737/gietl-e-messini-ripetono-il-trittico-di-vie-sulle-nord-delle-tre-cime/ https://www.montagna.tv/cms/102737/gietl-e-messini-ripetono-il-trittico-di-vie-sulle-nord-delle-tre-cime/#respond Sat, 21 Jan 2017 09:31:13 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=102737 Lo scorso 31 dicembre gli alpinisti Simon Gietl e Vittorio Messini hanno completato in rapida successione la Via Comici-Dimai, sulla Cima Grande in 1 ore e 45 minuti, la Via Cassin, sulla Cima Ovest in 2 ore e 45’, e la Via Normale dai fratelli Innerkofler, sulla Cima Piccola in 1 ora e 15’. Tempi da capogiro. Dopo il tris di Christoph Hainz e Simon Kehrer, un altro trittico di vie è stato completato sulle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo, le stesse scalate da Ueli Steck e Michi Wohlleben nel 2014 che per primi avevano compiuto questo ambito concatenamento.

Per ottenere questi tempi i due hanno completato quasi tutte le sezioni in conserva, cioè arrampicando contemporaneamente e a volte anche con solo due protezioni in mezzo.

Quando nel 2014 Steck e Wohlleben hanno compiuto il  tris delle pareti nord (delle Tre Cime di Lavaredo), Gietl e Messini avevano già in mente lo stesso progetto ma non l’hanno messo in pratica fino ad oggi. Partiti per aprire una nuova via, dopo aver saputo che le condizioni erano buone in base all’esperienza di Hainz e Kehrer che erano andati nella stessa zona solo qualche giorno prima,  hanno verificato solo una volta sul posto che le condizioni non erano adatte. A quel punto Simon ha convinto Vittorio a tentare, il giorno successivo, la trilogia invernale sulle pareti nord.

Di seguito il racconto di Vittorio Messini rilasciato a Planet Mountain:

Partiti con le e-bike alle sei del mattino dal pedaggio, abbiamo raggiunto velocemente la piccola cappella sotto la Cima Piccola. Da lì abbiamo proseguito a piedi fino alla base, dove abbiamo depositato i nostri zaini. Ci siamo avviati verso l’attacco della via Comici-Dimai alla Cima Grande e in 1,45 abbiamo raggiunto la cengia mediana. Abbiamo percorso gli ultimi 100 metri che ci dividevano dalla vetta e, dopo una breve pausa, ci siamo diretti verso l’inizio della via Cassin / Ratti alla Cima Ovest. Sul traverso abbiamo compiuto un’altra breve pausa, tempo per un sorriso reciproco e qualche foto, e abbiamo continuato seguendo l’uscita diretta per raggiungere la vetta. Era soltanto metà pomeriggio e così abbiamo tentato di scendere lungo la via normale, abbiamo attraversato il versante sud e ci siamo diretti verso i nostri zaini alla Cima Piccola. A questo putno abbiamo preferito montare le lampade forntali sui caschi in modo preventivo ma, alla fine, non ne abbiamo avuto bisogno. L’ultima via, la Innerkofler alla Cima Piccola, richiede un’arrampicata più semplice ma era ricoperta di molta più neve rispetto alle altre due. Siamo saliti in velocità e abbiamo raggiunto all’imbrunire l’ultima cima. Uno sguardo al tempo per realizzare che in 5 ore e 54 minuti eravamo riusciti a salire in cima a tutte e tre le Tre Cime di Lavaredo, in inverno.

Quando gli viene chiesto cosa ne pensa di quanto compiuto rispetto alle altre due salite – Steck/Wohlleben e Hainz/Kehrer – lui risponde che “non serve fare paragoni, tutte e tre sono state delle belle imprese in montagna”.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/102737/gietl-e-messini-ripetono-il-trittico-di-vie-sulle-nord-delle-tre-cime/feed/ 0
Tre Cime di Lavaredo, il Tris di Christoph Hainz e Simon Kehrer https://www.montagna.tv/cms/101525/tre-cime-di-lavaredo-il-tris-di-christoph-hainz-e-simon-kehrer/ https://www.montagna.tv/cms/101525/tre-cime-di-lavaredo-il-tris-di-christoph-hainz-e-simon-kehrer/#respond Wed, 28 Dec 2016 11:53:30 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=101525 La Via Comici – Dimai sulla Cima Grande, la Via Cassin sulla Cima Ovest e lo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola: queste sono le tre vie sulle Tre Cime di Lavaredo che sono state scalate, in invernale e in successione, da Christoph Hainz e Simon Kehrer il 23 Dicembre 2016, con tempo di scalata complessivo di 7 ore e 30 minuti.

Partiti, e tornati, in bici dal Lago d’Antorno l’intera uscita è durata 13 ore. Dopo aver proseguito a piedi, le due guide alpine hanno deciso di partire dalla Cima Grande, e non dalla Cima Ovest come avevano programmato, perché la progressione è statà più difficile del previsto a causa della neve, che arrivava fino al ginocchio.

Avendo raggiunto la vetta della Cima Piccola con il buio hanno avuto anche il tempo di godere di una meravigliosa vista del cielo notturno in cui balenavano le luci del Rifugio Auronzo.

Simon Kehrer, nonostante le scarpette a tratti bagnate a tratti congelate, ha definito questo successo come “un vero incanto di inverno”.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/101525/tre-cime-di-lavaredo-il-tris-di-christoph-hainz-e-simon-kehrer/feed/ 0
Eleonora, dopo l’incidente che la paralizza sfida El Capitan https://www.montagna.tv/cms/95767/eleonora-dopo-lincidente-che-la-paralizza-sfida-el-capitan/ https://www.montagna.tv/cms/95767/eleonora-dopo-lincidente-che-la-paralizza-sfida-el-capitan/#comments Thu, 30 Jun 2016 12:58:28 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=95767 BERGAMO – El Capitan, una delle pareti più famose al mondo situata in quella che è considerata la culla della cultura delle big wall: lo Yosemite. Un luogo sacro ed una mecca per i climber. E sono proprio i 2300 metri di perfetto granito che Eleonora Delnevo, 35 anni di Bergamo, ha deciso di sfidare.

Una vera e propria sfida perché Eleonora poco più di un anno fa è rimasta in sedia a rotelle dopo un incidente mentre arrampicava in Trentino. Quando però si ha la montagna dentro, è difficile rinunciarvi e così, poco dopo essere uscita dall’ospedale, è nata l’idea. Duro allenamento, una campagna di crowfounding ed in autunno la partenza in autunno. Un imbraco particolare, che nasce per il parapendio, le consentirà di stare seduta e scaricare il peso delle gambe, poi servirà tutta la forza delle braccia per arrivare in cima dopo tre giorni in parete.

Assieme a lei Diego Pezzoli, compagno di arrampicata alla terza avventura nello Yosemite, l’inglese Andy Kirkpatrick, che ha salito El Capitan ben 29 volte e l’italiano Franco Perlotto, che nel 1986 ha compiuto la prima solitaria di Lurking Fear, una delle vie più famose. “La mia fortuna – dice Eleonora – è che ho trovato un gruppo fantastico”.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/95767/eleonora-dopo-lincidente-che-la-paralizza-sfida-el-capitan/feed/ 3
Simon Gietl a luglio in Alaska per tentare la prima assoluta della parete nord Devils Paw https://www.montagna.tv/cms/95541/simon-gietl-a-luglio-in-alaska-per-tentare-la-prima-assoluta-della-parete-nord-devils-paw/ https://www.montagna.tv/cms/95541/simon-gietl-a-luglio-in-alaska-per-tentare-la-prima-assoluta-della-parete-nord-devils-paw/#respond Thu, 23 Jun 2016 09:48:46 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=95541 Dopo l’assegnazione del premio “Grignetta d’Oro”, è il momento dell’Alaska per Simon Gietl.  “Il 3 luglio partirà la nostra spedizione in Alaska, insieme a Roger Schäli, Heli Putz e Christian Gamsjäger – racconta Simon – e ci siamo posti come obiettivo la prima assoluta della parete nord Devils Paw, una cima, ancora inviolata, alta 1.600 metri”.

Simon guarda lontano e sta già progettando un’altra ascesa sulle Alpi per il prossimo anno: «Nel corso della prossima estate ho in mente un altro progetto insieme a Vittorio Messini – ci confida Simon – e vorrei aprire una nuova via sulla parete Nord delle Tre Cime, senza l’ausilio di spit».

Ogni volta che sfida una vetta, Simon lo fa senza troppi mezzi tecnici, perché ritiene che ci si possa arrampicare solo finché la natura lo consente. Ascolta sempre la sua pancia, quell’istinto fondamentale che ti mette in guardia di fronte al pericolo, e si allena duramente per ogni nuova avventura alpinistica che si prefigge.

Grandi progetti quelli di Gietl, che non fanno altro che confermare la meritevolezza della vittoria della Grignetta d’Oro: «Ottenere questo premio è stato un grande onore – dichiara Simon – ed è stata una serata meravigliosa che non dimenticherò mai. Il mio pensiero è andato alla mia famiglia, che non ha sempre la vita facile con me, ai miei amici e alle aziende che credono in me».

]]>
https://www.montagna.tv/cms/95541/simon-gietl-a-luglio-in-alaska-per-tentare-la-prima-assoluta-della-parete-nord-devils-paw/feed/ 0
Allarme abuso di farmaci sul Monte Bianco https://www.montagna.tv/cms/95246/allarme-abuso-di-farmaci-sul-monte-bianco/ https://www.montagna.tv/cms/95246/allarme-abuso-di-farmaci-sul-monte-bianco/#respond Sat, 11 Jun 2016 05:30:08 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=95246 The gouter-ridge-before-the-gouter-refuge-on-a-6-days-mont-blanc-courseCHAMONIX MONT-BLANC, Francia – I ricercatori hanno raccolto, in automatico e all’insaputa di coloro che hanno utilizzato i bagni dei rifugi Goutier e Cosmiques, le urine di 430 alpinisti maschi impegnati nella salita del Monte Bianco lungo le vie di ascesa dal versante francese. Analizzati i risultati quello che emerge è che un terzo degli scalatori (35,8%) utilizza farmaci, i più assunti sono diuretici (22,7%) e sonniferi (12,9%). Poco diffuso risulta l’impiego di glucocorticoidi (3,5%), che inibiscono il cortisolo, e di stimolanti (3,1%).

La ricerca evidenzia però che “i farmaci utilizzati sembrano destinati principalmente ad alleviare i sintomi legati al mal di montagna, ma non rappresenterebbero un comportamento di doping”, sebbene l’utilizzo preventivo di questi “può essere visto come ‘doping’ in quanto possono migliorare le prestazioni ad alta quota”.

Lo studio mette in evidenza come l’utilizzo elevato di sonniferi, soprattutto in combinazione ad altri farmaci, senza una conoscenza delle potenziali interazioni e degli effetti collaterali, potrebbe compromettere la sicurezza scalatori alterandone la vigilanza.

La ricerca “Drug use on Mont Blanc: a study using automated urine collection”, pubblicata sulla rivista scientifica Plos One, è stata condotta dall’Ecole nationale de ski et d’alpinisme (Ensa) di Chamonix, in collaborazione con i laboratori dell’università di Grenoble.

Per un maggiore approfondimento: qui

]]>
https://www.montagna.tv/cms/95246/allarme-abuso-di-farmaci-sul-monte-bianco/feed/ 0
18 anni dopo l’incidente che lo paralizza, torna sul Totem Pole in Tasmania https://www.montagna.tv/cms/93103/18-anni-dopo-lincidente-che-lo-paralizza-torna-sul-totem-pole-in-tasmania/ https://www.montagna.tv/cms/93103/18-anni-dopo-lincidente-che-lo-paralizza-torna-sul-totem-pole-in-tasmania/#respond Tue, 12 Apr 2016 10:01:40 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=93103 Paul Pritchard era rimasto disabile dopo un incidente orribile sul Totem Pole, 18 anni più tardi, lo scorso 4 aprile, è tornato a conquistare famoso e bellissimo pilastro che sorge dal mare a pochi metri dalle coste dell’isola di Tasmania, nel Parco Nazionale di Tasman sul lato sud-orientale dell’isola.

Photo courtesy dailymail.co.uk
Photo courtesy dailymail.co.uk

L’ultima volta che aveva tentato la salita era nel 1998, ma in quell’occasione un sasso, della dimensione di un monitor di computer, gli era caduto in testa, schiacciando il cranio e lasciandolo penzolare a testa in giù sopra l’oceano.

Senza Celia Bull quel giorno Pritchard sarebbe morto, ma con prontezza di spirito riuscì a metterlo in sicurezza in verticale ed a chiamare il soccorso.

Photo courtesy dailymail.co.uk
Photo courtesy dailymail.co.uk

“Quando ripresi coscienza ero a testa in giù, confuso e c’era sangue che colava fuori dalla di testa. Sentivo il sangue e la vita andarsene letteralmente e non c’era niente che potessi fare.”

Celia corse otto chilometri fino al telefono più vicino per ottenere aiuto e solo 10 ore dopo i paramedici arrivarono trovando Pritchard in una pozza di sangue appoggiato su ad una sporgenza del Totem.

“Dopo un’operazione al cervello ed alcuni litri di sangue trasfuso sono stato in un coma indotto per tre giorni e quando mi svegliai non potevo né muovermi, né parlare… Ho perso l’uso del mio braccio destro e la mia gamba si muove solo limitatamente. Ho anche perso l’uso della parola per diversi mesi”

Un uomo d’avventura dal grande coraggio che ha affrontato le sue paure e conquistato quella salita.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/93103/18-anni-dopo-lincidente-che-lo-paralizza-torna-sul-totem-pole-in-tasmania/feed/ 0
Cevedale: alpinisti tedeschi recuperati da Soccorso Alpino https://www.montagna.tv/cms/92747/cevedale-alpinisti-tedeschi-recuperati-da-soccorso-alpino/ https://www.montagna.tv/cms/92747/cevedale-alpinisti-tedeschi-recuperati-da-soccorso-alpino/#respond Fri, 01 Apr 2016 18:47:07 +0000 http://montagna.tv/cms/?p=92747 Cima del Cevedale e Val Martello
Cima del Cevedale e Val Martello

VALFURVA (SO) – Recuperati poco fa due alpinisti tedeschi che hanno trascorso la notte sul Cevedale, al confine tra le province di Sondrio e Bolzano. Ieri sera si sono trovati in difficoltà a causa della perdita di orientamento e,  non riuscendo a scendere, hanno chiesto soccorso. Per competenza territoriale, si sono attivati i tecnici del Soccorso alpino della Val Martello (BZ), ma le coordinate fornite non coincidevano con la posizione effettiva dei due alpinisti, che hanno bivaccato all’aperto. Erano comunque ben attrezzati e questo ha ridotto i rischi dovuti al pernottamento in quota: si trovavano infatti a un’altitudine di circa 3400 metri. Stamattina sono pervenute altre coordinate, ma senza esito. Più tardi, verso le 11:15, le nuove indicazioni sulla loro posizione li situavano sulla provincia di Sondrio e quindi sono stati allertati i tecnici della Stazione di Valfurva, VII Delegazione Valtellina – Valchiavenna, contattati dai colleghi della Val Martello. Nel frattempo, le squadre bolzanine hanno raggiunto i due alpinisti, scesi con gli sci fino al Rifugio Casati, dove hanno trovato tutto il necessario per rifocillarsi. Presentavano un principio di congelamento alle mani, ma erano nel complesso in buone condizioni. Hanno atteso l’arrivo dell’eliamblulanza, che li ha infine trasportati all’ospedale di Merano.

]]>
https://www.montagna.tv/cms/92747/cevedale-alpinisti-tedeschi-recuperati-da-soccorso-alpino/feed/ 0