Gian Luca Gasca – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 12 Jan 2018 14:01:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 Nardi: sognavo il K2, per questo sono un alpinista http://www.montagna.tv/cms/117634/nardi-sognavo-il-k2-per-questo-sono-un-alpinista/ http://www.montagna.tv/cms/117634/nardi-sognavo-il-k2-per-questo-sono-un-alpinista/#respond Fri, 12 Jan 2018 06:00:36 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117634 Cinquantatré anni erano ormai passati dal 1954. Bonatti era stato riabilitato dal Club Alpino Italiano ma intanto la Grande Montagna continuava ad affascinare gli alpinisti di tutte le generazioni, esattamente come oggi, ad oltre sessant’anni. Tra le giovani promesse che volevano e sognavano arditamente la seconda montagna della terra in quel 2007 c’era anche un ragazzo di pianura, come si sarebbe definito più in là nella sua autobiografia. Un alpinista anomalo, simpatico, spontaneo, goliardico. Romano non di Roma, ma di Sezze in provincia di Latina.

Parliamo di Daniele Nardi, uno che per scalare i colossi della terra si prepara scalando sulle alpi ma anche con l’apnea o scalando le montagne di casa, gli Appennini, che poco hanno a che vedere con l’Himalaya o il Karakorum.

Un giovane totalmente stregato dalla seconda montagna della terra tanto da avvicinarsi all’alpinismo proprio grazie al K2. “Ho serbato per molti anni il desiderio di salirlo” racconta. “È una montagna esteticamente molto bella, una piramide, geometricamente perfetta e poi ci sono le difficoltà tecniche elevate fino alla vetta”.  Questo ha permesso di arricchire la letteratura alpinistica di così tante storie come quella di Casarotto che tenta la MagicLine o della Wanda Rutkiewicz, per non parlare di Kurt Diemberger e dell’immancabile capitolo della prima salita del 1954.

Queste le motivazioni che hanno spinto il giovane alpinista a cimentarsi nell’organizzazione di una spedizione che, fin da subito, si sarebbe presentata imponente.

“Ero giovane, neanche trent’enne quando ho iniziato ad organizzare la spedizione al K2” spiega. “Non avevo molta esperienza ma quel mondo mi affascinava”. Bisogna conciliare gli allenamenti con l’enorme mole di lavoro per organizzare una spedizione “difficile da gestire, con 5 alpinisti, un gruppo di trekkers al seguito, 180 portatori, la Rai che ci ha seguiti fino al campo base, la comunicazione da gestire, e gli imprevisti che immancabilmente capitano. A queste si aggiunge poi la difficoltà dell’essere il più giovane del gruppo a dover guidare e dare direttive ad una comitiva con persone più grandi di me tra cui molti professionisti  affermati”.

Nardi non era però solo nell’organizzazione di quella che prometteva essere un’interessante spedizione molto mediatizzata, vista la presenza di Marco Marzocchi e della Rai, al K2. Ad aiutarlo c’erano gli alpinisti Mario Vielmo e Stefano Zavka che “si occuparono della scalata e degli aspetti tecnici”.  

“Con Stefano, Mario e Michele” ricorda l’alpinista “ho una foto scattata il 24 giugno al campo base. L’ho fatta stampare ed è sulla mia scrivania.” È un ricordo del loro compleanno a 5000 metri. “Io e Stefano siamo nati lo stesso giorno, ma in anni differenti, lui era qualche anno più grande di me, allora il cuoco della spedizione ci ha preparato una torta per festeggiare il nostro compleanno e l’inizio della scalata”. ‘K2 Stefano e Daniele’ riportava una scritta sulla torta dei due alpinisti che per anni hanno sognato la vetta della seconda montagna della terra. Entrambi appenninici, entrambi dal centro Italia, alla fine ci sono arrivati in cima al K2. Hanno coronato il loro sogno, ma purtroppo Stefano non ha più fatto ritorno, svanito nel nulla di una bufera con neve fitta e vento fortissimo. “Nel 2014” racconta Daniele “ho accettato di tornare al K2 con Da Polenza per vedere se sarei riuscito a trovare qualcosa, qualche indizio di cosa era accaduto. Sono arrivato alla spalla, ho cercato di ricordare, ho cercato vanamente per ore … poi come responsabile video non mi è stato possibile salire su verso il collo di bottiglia ma sono rimasto a campo 4 e quindi non ho potuto continuare la mia ricerca. Tanti anni sono passati ed è difficile con le condizioni dell’inverno trovar tracce dopo cosi tanto tempo”.

“Questo è il K2 e noi ci stiamo per scalarlo e per vivere un’avventura, ci stiamo per la vita. Non ci stiamo per… per… quella purtroppo è un’eventualità. Quando andiamo in autostrada magari corriamo gli stessi rischi, li però li corriamo per lavoro, qui per vivere, per vivere delle emozioni”. Stefano Zavka, Citazione dal film “Il sogno, l’incubo” RAI2, Regia Mazzocchi.

Ora però tocca ai polacchi…

Questo sarà un grande tentativo. Conosco Bene Bielecki, con cui ho condiviso una bella esperienza al Nanga Parbat in inverno, è stato uno dei momenti più belli ed intensi che ho avuto in Karakorum. Quelle poche ore di scalata con lui mi hanno arricchito molto umanamente. Adam è volato per molti metri eppure siamo rimasti in cordata fino al campo base. Peccato che poi lui è dovuto andar via per una ferita alla mano. Ho avuto occasione di scambiare due chiacchiere anche con Urubko prima della sua partenza. Ci trovavamo a Finale Ligure entrambi come testimonial dell’evento Finale for Nepal ed abbiamo avuto modo di confrontarci. Credo che con loro ci possano essere delle ottime possibilità di arrivare in vetta. Poi, si sa, arrivare sul K2 non è sol questione di altezza. Ci sono quei temibili venti da sud ovest e il primo tratto di parete dove il rischio valanghe è sempre molto alto. Il fatto che abbiano scelto la Cesen e non lo Sperone Abruzzi credo che la dica lunga su quanto temano questi due fattori: l’accumulo di neve fino a C1 ed i venti che arrivano dalla sella a sud-ovest oltre il Ghiacciaio GodwinAustin.

Faccio anche tanti auguri a Wielicki, ho sempre avuto una grande stima delle sue capacità di leader e di alpinista, avrà il compito durissimo di dover gestire tutta la spedizione. Non sarà una cosa facile. Un augurio anche a tutti gli altri alpinisti, lo meritano già solo per il fatto di aver avuto il coraggio di mettersi in gioco.

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Sergio Martini: Il mio ricordo del K2? Montagna maestosa, ma spedizione per nulla piacevole http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/ http://www.montagna.tv/cms/117414/sergio-martini-il-mio-ricordo-del-k2-montagna-maestosa-ma-spedizione-per-nulla-piacevole/#comments Mon, 08 Jan 2018 06:00:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117414 Schivo e riservato, Sergio Martini è il secondo italiano ad aver completato i quattordici 8000. Ad incuriosire è il fatto che la sua prima cima al di sopra degli Ottomila metri sia stata il K2. Montagna spesso temuta che l’alpinista trentino ha scalato passando per l’allora semisconosciuto versante nord.

 Il K2 è stato il primo 8000 che ho raggiunto, ma non è stata la prima montagna di 8000 metri che ho tentato di scalare. Ne avevo già tentati altri come il Dhaulagiri nel 1976 o l’Everest nel 1980. Il K2 è venuto grazie a queste prime due esperienze.”

Come mai?

Perché ero molto legato alle persone con cui ho fatto gli altri tentativi. Con il K2 ho continuato questa esperienza ad altissima quota. In particolare con Santon, già capospedizione all’Everest, poi capospedizione al K2 nell’83.

Che impressione ha avuto di quella via?

La prima volta in cui ho visto questa montagna è stata sulle fotografie di spedizioni passate. Foto di Desio principalmente. Foto da cui traspariva questa linea perfetta. Una salita diretta alla cima lungo il filo della cresta. Un percorso affascinante che si sviluppa da un versante poco conosciuto, soprattutto in quegli anni, dato che la zona era appena stata aperta agli stranieri.

Una via con solo un anno di vita, era stata salita giusto l’anno prima dai giapponesi.

È stato affascinante perché era tutto da scoprire, sia dal punto di vista logistico con l’organizzazione della spedizione che per quanto riguardava l’avvicinamento alla montagna.

Come ricorda la spedizione?

Dal mio punto di vista, per nulla piacevole. Rimanere oltre 4 mesi sotto la montagna ha influenzarto gli animi della squadra e ha minato i rapporti tra i suoi componenti. Eravamo una squadra numerosa e avremmo dovuto lavorare in team, ma così non è avvenuto. Molti non hanno lavorato, altri invece hanno fatto molto e ancora il gruppo che doveva essere di appoggio non lo è stato affatto.

A questo si aggiunge che, come spesso accade, chi non tocca la vetta rimane amareggiato. All’epoca eravamo tutti giovani e si sono venute quasi a creare delle fazioni all’interno del gruppo. Di certo non posso ricordare la spedizione per la grande armonia che regnava tra i componenti. Ho però il ricordo di un grande entusiasmo all’idea di cimentarmi sulla montagna.

Il K2 invece?

Qualcosa di grandioso. Da quel lato la montagna appare isolata e maestosa più che dal lato pakistano. Tutt’intorno non esistono cime che ne possano sminuire la grandiosità. Spettacolare con questo sperone che vien su da questo terreno desertico d’alta montagna.

Un momento della spedizione che le è rimasto particolarmente impresso?

Uno si, ma di certo non divertente. Era durante il trek di rientro. Ricordo che usavamo i cammelli. All’andata non c’erano stati problemi, era l’inizio della stagione calda e le valli erano transitabili senza problemi. Però, al ritorno, abbiamo trovato così tanta acqua nei fiumi che la paura è stata davvero tanta. Sono stati giorni lunghi, credo i momenti peggiori che non la salita stessa della montagna.

Più interessante e divertente è stato invece l’attraversamento dei villaggi in cui c’è stato grande coinvolgimento da parte di tutta la popolazione che ha vissuto come un evento eccezionale il passaggio di gruppi così numerosi.

Ora però tocca ai polacchi…

Conosco personalmente Wielicki e so che i polacchi storicamente sono stati sempre molto tenaci. È gente che non molla facilmente la presa di un progetto. Con Krzysztof ho anche uno stretto un profondo legame di amicizia che mi fa sperare tutto possa andare per il meglio e che possa riuscire nel suo obiettivo.

Sicuramente, quello del K2 invernale, è un impegno non da poco. So che ce la metteranno tutta per arrivare. Ovviamente però, al di la delle capacità umane, ci saranno le condizioni climatiche che si troveranno a dover affrontare.

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Che tempo farà al K2 quest’inverno? http://www.montagna.tv/cms/117140/che-tempo-fara-al-k2-questinverno/ http://www.montagna.tv/cms/117140/che-tempo-fara-al-k2-questinverno/#respond Fri, 05 Jan 2018 06:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117140 Il K2 quest’inverno sarà protagonista indiscusso nella scena dell’alpinismo internazionale. Il tentativo dei polacchi, capitanati dal veterano delle invernali Krzysztof Wielicki, è ormai ai banchi di partenza e, se c’è una cosa di cui siamo certi è che oltre alla bravura degli alpinisti sarà fondamentale incontrare le corrette condizioni meteo. Per questo siamo andati a farci spiegare dal meteorologo Filippo Thiery, che per quattro inverni ha seguito giorno per giorno l’andare della meteo al Nanga Parbat, quali potrebbero essere le condizioni che gli alpinisti si potrebbero trovare di fronte.

Quali sono le condizioni base a cui gli alpinisti dovranno abituarsi?

Di sicuro incontreranno temperature che arrivano a trenta, quaranta gradi sotto zero e anche una grande ventilazione. Due fenomeni che presi singolarmente non danno grossi problemi, ma che incontrati insieme possono diventare micidiali.

A compromettere ulteriormente i giochi ci si mettono poi le nevicate, in questo periodo più intense, che possono far variare di molto la lunghezza delle finestre di bel tempo perché si, esiste sempre il rischio di dover sprecare parte della finestra nell’attesa che la montagna scarichi e si stabilizzi.

Infine vanno fatti i conti con le poche le ore di sole. Problema che incide non solo sulle ore di scalata, ma anche sulle condizioni della via di salita. In più, gli squilibri di temperatura tra i versanti in ombra e quelli assolati (che in inverno sono molto più forti che in estate), generano brezze del tutto imprevedibili.

Imprevedibili?

Si tratta di fenomeni che cambiano da montagna a montagna. Sono strettamente dipendenti dalla morfologia del massiccio e sono molto pericolose se le si incontrano durante la scalata.

Noi possiamo invece valutare la posizione delle correnti a getto e saper indicare agli alpinisti quando i venti in quota sono troppo forti per salire e quando invece si ha una buona finestra.

Il meteo sul K2 può essere influenzato dalla vicinanza ad altre cime con altezze similari?

Si. È un fenomeno che vediamo bene sulle Alpi dove non esistono massicci montuosi realmente isolati.

Sulla catena alpina il meteo cambia radicalmente di valle in valle ed in alcuni casi esistono situazioni locali spesso imprevedibili, nel senso che noi possiamo dire che ci può essere un’instabilità climatica in una data area ma finché non si va sul posto non si può sapere con precisione dove ci sarà la nuvoletta innocua e dove il temporale con i fulmini.

Ovviamente, quando si trasporta questo ragionamento alle quote del K2 va tutto amplificato, anche l’influenza di masse vicine sui fenomeni atmosferici.

Quanta sicurezza si può avere quando si parla di questo tipo di previsioni?

Di certo grandi cose prima del tempo non si possono dire. Ho seguito 4 inverni al Nanga, ognuno con le sue caratteristiche e ognuno molto diverso dall’altro. Non sono mai riuscito a trovare indizi, avvisaglie, per poter dire come sarebbe stato il clima e quali condizioni ci si sarebbe potuti aspettare.

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Uffa, blogger a 4 zampe http://www.montagna.tv/cms/117148/uffa-blogger-a-4-zampe/ http://www.montagna.tv/cms/117148/uffa-blogger-a-4-zampe/#comments Wed, 03 Jan 2018 07:30:12 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117148 “Ciao, io sono Uffa e sono un cane a cui piace fare il cane”. Si presenta così il Border Collie che ormai spopola sul web grazie al suo blog a quattro zampe Dogs on Tour. Un piccolo portale, un bacile di informazioni per gli amanti del cammino, con i fedeli amici a quattro zampe. Un’idea innovativa, volendo.

Uffa e Marcello

Un blog a misura di cane, scritto da un cane grazie all’aiuto del suo fedele amico dal pollice opponibile Marcello che ci racconta il loro incontro. “L’ho trovata per caso, di ritorno da un’escursione in Val Pellice”. Era scappata da un allevamento “gliel’ho allora riportata ma, mi han proposto di tenerla. Ormai, della cucciolata, rimanevano solo lei e la sorella”. Così quel cucciolo diventò Uffa, “sarebbe dovuto essere un pastore australiano ma crescendo notavo che assomigliava sempre più ad un Border Collie”. Un cane molto impegnativo e pieno di energie, “perfetto per andare in montagna”. 

Da quell’incontro sono ormai passati tre anni. Tre anni fatti di un legame intenso e tre anni di camminate a sei zampe. “Anche escursioni lunghe e difficoltose, con cui ho imparato a vedere la montagna con occhi nuovi”, con quelli di Uffa che, ci racconta il blog, vede a colori. In particolar modo il bianco, il blu e il giallo. Gli altri colori sono sfumature di questi tre, precisa ancora l’autore del sito che ha iniziato a raccontare sul web le sue escursione per “poter essere d’aiuto ad altri amanti della montagna e degli animali. “Spesso non si sa bene cosa fare quando si va in montagna con il cane. Alcune volte avessi saputo che era ben accetto me lo sarei portato mentre magari avrei evitato altri posti in cui l’accoglienza era meno calorosa”.

Tutte informazioni preziose quando ci si vuole avventurare nel territorio montano con il proprio animale, ma anche dati tecnici sull’escursione (valutata in una scala canina di difficoltà da una a tre zampe). Sui tratti in cui prestare attenzione, sui passaggi più delicati, sulla presenza o meno di acqua e ancora sulla possibilità di incontrare cani pastore “che fanno il loro lavoro, ma con cui ci possono sempre essere problemi”. Insomma questo Dogs on Tour doveva diventare, ed è diventato, un punto di riferimento per chi volesse vivere la montagna in compagnia del suo fidato amico a quattro zampe. Una piazza, ricca di informazioni, aperta ai contributi di tutti spiega Marcello. “Adesso ci stanno arrivando molti tour esterni. Ne abbiamo alcuni dall’Isola d’Elba, grazie ad una ragazza che si è innamorata del progetto e poi uno dal lago di Como e ancora un racconto dal Sentiero degli Dei”. Una mole di materiale che sta iniziando a rendere impegnativa la gestione del sito, ma che lentamente lo sta riempiendo di contenuti originali ed apprezzati. “Lentamente” conclude Marcello “si sta concretizzando il sogno di trasformare una passione in un servizio a quante più persone vogliono approcciarsi al mono della montagna con il proprio cane”.

 

 

 

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Esordio sul K2, Romano Benet racconta il primo 8000 con Nives http://www.montagna.tv/cms/117143/esordio-sul-k2-romano-benet-racconta-il-primo-8000-con-nives/ http://www.montagna.tv/cms/117143/esordio-sul-k2-romano-benet-racconta-il-primo-8000-con-nives/#comments Wed, 03 Jan 2018 06:00:22 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117143 Proseguiamo il nostro viaggio alla ricerca degli alpinisti che hanno scalato il K2 con il racconto di una coppia d’eccezione Romano Benet e Nives Meroi. Coppia affiatata, nella vita come sugli 8000, che ha da poco terminato la salita di tutte e 14 le cime più alte del pianeta.

Foto @ Romano Benet

Una cosa che però non tutti sanno è che il K2 ha segnato il loro esordio come coppia alpinistica. Era il 1994 e “quando ci hanno proposto la seconda montagna della terra ci siamo buttati a capofitto senza riflettere più di tanto su quel che stavamo andando a fare”. I due erano infatti stati reclutati per una spedizione che non mirava all’ormai classico sperone Abruzzi, ma puntava “alla parete nord con l’obiettivo di aprire una via nuova”. Un nuovo tracciato che si è concluso ad appena centocinquanta metri dalla vetta a causa della mancanza di materiale, racconta Romano. “Avevamo solo uno spezzone di corda e nessun chiodo per cercare di salire questo muro di trenta metri mai salito prima”. Una bella esperienza, conclusasi purtroppo senza vetta, ma “se fossimo arrivati in cima già al primo tentativo ci saremmo sentiti troppo forti. Così, la montagna ci ha rimessi subito al posto giusto” ride Romano che cova però, dentro di se, la voglia di tornare al K2 per finire quel che si è cominciato, ma “queste sono spedizioni che costano e i finanziamenti sono sempre un problema” spiega. 

Foto @ Romano Benet

“Più in generale mi piacerebbe molto tornare al K2 in inverno” aggiunge sorprendendoci per un istante. In inverno? “Si, per me sarebbe molto interessante. Ho sempre amato molto la stagione fredda e, oltre alle Alpi, abbiamo provato a cimentarci anche nell’inverno himalayano”. L’hanno fatto sul Makalu nel 2008, poi purtroppo “non siamo riusciti a tirare su abbastanza soldi per tornare l’inverno successivo”.

Prima però della quinta montagna della terra è toccato arrivare in vetta al K2. I due ci avevano già riprovato dieci anni dopo, nel 2004, sempre da nord e poi nel 2006 lungo lo Sperone Abruzzi, quando finalmente la montagna si è concessa. “Il nord era il nostro lato preferito, ma nel 2006 eravamo su una via che ha dato molto all’alpinismo ed era un momento perfetto” Spiega Romano. “Eravamo a 6500 metri circa e tutti si erano già arresi” i due però hanno scelto di continuare, di provarci lo stesso e “in Himalaya non ho mai più avuto giornate di vetta come quella. In più c’era la grande soddisfazione di essere saliti solo con uno spezzone di corda da venti metri”. Ma oltre alla corda Nives e Romano erano saliti, come sempre, da soli senza portatori, in quello che Romano definisce “l’unico sistema possibile per andare in montagna. Non mi viene in mente che qualcuno mi porti la roba, come anche l’ossigeno” spiega. “Non saresti tu a fare il lavoro, non ti metteresti alla prova… Se poi non dovessi riuscire a salire così nessun problema, ritenti”.

 Ora però tocca ai polacchi…

“Conosco Wielicki e alcuni dei ragazzi giovani, spero davvero che ci riescano. Wielicky ha speso due anni per organizzare questa spedizione. Ci è voluto tanto impegno e anche l’investimento economico non è di certo una bazzecola.

Tra i giovani ci sono alpinisti forti e preparati dal punto di vista tecnico. È una buona squadra. Bisognerà però vedere il meteo, che purtroppo non possiamo ancora comandare. Sicuramente ci sarà molto da pazientare per trovare la giusta finestra di bel tempo”.

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Vincenzo Torti: Il CAI di oggi è già il CAI di domani http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/ http://www.montagna.tv/cms/116907/vincenzo-torti-il-cai-di-oggi-e-gia-il-cai-di-domani/#comments Tue, 02 Jan 2018 06:00:30 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116907 I nuovi bollini sono ormai arrivati e molti soci ne hanno già approfittato per incollare questa nuova piccola opera d’arte al loro tesserino CAI. Un francobollo che non è solo Soccorso Alpino e sconto nei rifugi, ma cos’è allora il CAI? Abbiamo cercato di capire meglio cosa vorrebbe essere il Club Alpino Italiano dialogando con il suo presidente generale Vincenzo Torti.

“Da un sondaggio è emerso che i giovani ritengono il CAI un’associazione molto seria, che però non sa comunicare bene all’esterno chi è e cosa fa. Dovremo quindi lavorare meglio per diffondere meglio il nostro messaggio.” Vincenzo Torti

 Il CAI ieri, oggi e domani?

Io sono stato accanto a due presidenti generali e tutti e due avevano costituito due gruppi di lavoro dedicati al CAI di oggi e al CAI di domani. Quando è toccato a me diventare presidente sono partito dicendo immediatamente che non esiste un CAI del futuro senza un CAI che oggi lavora seriamente.

Cosa significa CAI che lavora seriamente oggi?

Un CAI che non butta via il suo tempo e quello dei volontari. Considero il mio tempo e quello dei soci estremamente importante. Di mio ho già speso un anno e mezzo riuscendo a recuperare diecimila soci, credo quindi di aver fatto qualcosa di buono in quest’arco temporale.

Come immagina invece il CAI del futuro?

Il CAI futuro è il CAI che di giorno in giorno si profila all’orizzonte con idee che poi si trasformeranno in realtà. È il CAI che oggi progetta per poi fare in futuro qualcosa di concreto.
Uno degli esempi più concreti di CAI futuro è la casa della montagna di Amatrice a cui stiamo lavorando e che giorno dopo giorno si concretizza sempre più. Ora ci siamo impegnati per il dissequestro dell’area e, a breve, daremo incarico di progettazione della casa della montagna.
Altro esempio è il Sentiero Italia che io voglio rivedere nel 2018. Il mio editoriale su Montagne360 di gennaio sarà dedicato al Cammina Italia che torna e che viene integrato perché mancavano itinerari in due Regioni. Ho anche ricontattato Teresio Valsesia per lavorarci.
E ancora, appena insediato, sono riuscito a portare a compimento in pochi mesi una mia promessa di insediamento, ovvero la costituzione di un fondo di mutualità per aiutare le sezioni con difficoltà di risorse e, le sezioni che hanno avuto necessità importanti hanno già avuto accesso a questi fondi. Ora aspettiamo il benestare del MIBACT per far si che le sezioni possano richiedere un mutuo usando come garanzia la somma messa in una banca etica da parte del CAI Centrale.

 Lei sta allargando il panorama decisionale del CAI alla sua base, ai soci tutti. Quanto è importante nel CAI questo?

È importantissimo perché la voce deve essere quella della base. Io cerco di avere un dialogo con i soci tutti. Lo faccio attraverso l’editoriale di Montagne360 e, sempre attraverso quello, sono stato il primo presidente della storia a comunicare in anticipo a tutti i soci quel che sarebbe stato l’argomento di dibattito all’assemblea generale del CAI. Era un tema delicatissimo per noi, si parlava della nostra proprietà al Pordoi che ci è costata lacrime e sangue negli anni. Nell’editoriale del primo maggio ho espressamente detto che era insensato buttare via soldi così e ho motivato il perché si sarebbe parlato di questo nell’assemblea di Napoli. Non era mai accaduto prima.
Oltre all’editoriale io sono il presidente che ha intestato e firmato 1300 lettere a tutti i soci che nel 2017 hanno raggiunto 50, 70, 80 bollini. Sono piccole cose che ti fanno sentire la vicinanza della sede centrale. E a riprova di questo ci sono le tantissime lettere di risposta che sto ricevendo. Tutti mi rispondono con belle parole, riconoscenti. Molti ringraziamenti.
La vicinanza è questa. Avere il momento in cui fai vedere che il centro non è lontano. Spesso ho incontrato soci che scrivevano per essere ascoltati e quando ho potuto ci ho preso un caffè.
Ho cercato di mettere dei corsi in sede centrale. Questa sede non è lontanissima, va sfruttata.

 Che significato ha oggi il tesserino CAI?

Quello di appartenere ad un’associazione che risulti coerente tra gli ideali che propugna e i comportamenti che tiene. La coerenza, solo questa. Negli anni il CAI ha preso una marcata piega ambientalista, nel senso positivo del termine. Un modo fondamentale per mostrare la vicinanza del CAI al territorio.
Nel corso del mio mandato c’è poi stato l’impegno, preso in prima persona, a sostegno dell’ambiente per cercare di risolvere la problematica delle moto sui sentieri e ora tutte le associazioni ambientaliste stanno respingendo le associazioni di motociclisti che temono di subire un duro contraccolpo da questa chiusura.

Quella delle moto è una causa che le sta molto a cuore…

Certamente e le spiego perché con un esempio. Questa mattina ho parlato con R. da Prato, che mi ha contattato per dirmi grazie dopo aver letto un mio articolo sulle moto. R. è invalido su carrozzina da 30 anni. Si trova in questa situazione perché è stato aggredito da un gruppo di motociclisti sul suo terreno di proprietà mentre cercava di impedirne l’accesso.
Una storia grave, di cui non sto qua a raccontare tutta la trafila legale, ma una storia che insegna che ognuno deve avere rispetto per l’altro. Le moto devono stare nel loro spazio. Il codice della strada definisce ad articolo 2 quelli che sono i percorsi per loro e i sentieri non ne fanno parte.

Una battuta sul problema Guide Alpine/guide ambientali?

È una problematica che conosco indirettamente. Ma è un tema straordinario perché le Guide Alpine stanno studiando un modo per aprire il mondo dell’accompagnatore di media montagna e probabilmente si troverà un sistema, se da ambo le parti si lavora in modo serio.
Io sogno, come in tutte le professioni, che non si perda un livello di adeguata professionalità. So che le Guide Alpine sono serie nella preparazione. Non conosco invece la preparazione di altre forme di guide d’accompagnamento, ma questo non vuol dire che il loro livello sia scarso. Se si vuole fare seriamente c’è spazio per tutti. La speranza è che si abbia la voglia di trovare forme di accompagnamento professionale e serio, con preparazioni serie in modo che venga garantita all’utenza la miglior professionalità possibile. Poi, con quali sigle, poco importa. 

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Luca Mazzoleni: sfogo di un rifugista appenninico http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/ http://www.montagna.tv/cms/116915/luca-mazzoleni-sfogo-di-un-rifugista-appenninico/#respond Sun, 31 Dec 2017 07:40:36 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116915
Foto di Biagio Mengoli

Da trent’anni quasi gestisce il rifugio Franchetti al Gran Sasso d’Italia. Lo fa con amore e passione, ma gestire un rifugio non è la vita poetica che molti si aspettano, non è godersi le albe e i tramonti sulle cime delle montagne. Spesso, nei giorni di maggior affluenza, nemmeno riesci a vederle le montagne tanta è la mole di lavoro da sbrigare. Ma lasciamo che a raccontarci tutto questo sia il rifugista da una vita, Luca Mazzoleni.

Prima del Franchetti hai gestito altri rifugi?

Ho iniziato con il Duca degli Abruzzi che si trova al lato opposto del Gran Sasso, sul versante aquilano, rispetto al Franchetti. La prima richiesta per averlo in gestione l’ho mandata a 17 anni ma, vista l’età, non è stata presa in considerazione. Ci ho allora riprovato l’anno dopo e la richiesta fu esaudita.

Come mai hai voluto un rifugio in gestione così giovane?

Fondamentalmente tutto nasce dalla non volontà di continuare ad andare a scuola. Non andavo bene e, per dirla tutta, ho passato l’ultimo anno di liceo appoggiato al termosifone chiedendomi cosa fare dopo. L’unica certezza era la passione per la montagna, ero anche socio CAI ormai da anni e così, finita la scuola, sono riuscito ad averlo in gestione.
Sono entrato al Duca nell’82 che era un rudere. Non fu semplice, ma pian piano ci siamo fatti strada e l’ho portato avanti fino all’87.

Poi?

Rifugio Franchetti in invernale. Foto @ Luca Mazzoleni

Nell’88 si liberò la gestione del Franchetti e lo chiesi. Me lo affidarono e , ormai da allora sono passati quasi trent’anni.

Tutto un altro rifugio?

Decisamente, al Duca portavamo l’acqua su a spalla anche per lavare i piatti. Quando sono entrato al Franchetti c’era già una sorgente e un lavandino per lavare i piatti, però era in condizioni pessime. Ci sono voluti anni per renderlo vivibile.

Di certo non è un rifugio comodissimo perché non ha le docce e ha il bagno fuori, sta a venti metri dal rifugio però per l’anno prossimo è già stato approvato e finanziato dalla Regione Abruzzo un bando per la realizzazione di servizi igienici più comodi al Franchetti con anche, si spera, le docce.

A proposito di lavori di adeguamento del rifugio, secondo te hanno senso le normative di valle in un rifugio?

Apertura invernale

In parte no. Spesso ti portano alla chiusura dei rifugi. In un rifugio come in Franchetti, con 23 posti letto, non c’è assolutamente la cubatura che c’è in un albergo e non avrebbe senso imporre le stesse regole. Infatti ci sono poi state delle deroghe. Nel caso specifico del Franchetti, ad esempio, non devo mettere la porta antipanico perché se nevica richiamo di rimanere bloccati dentro.

Ci sono invece le norme sanitarie che vanno applicate, ma bisogna poi ricordarsi del luogo in cui ci si trova. Per poter applicare tutte le norme bisognerebbe aumentare tantissimo i costi oppure, nel caso più sciagurato, chiudere i rifugi.

Chiudere i rifugi?

Spesso ci troviamo a lavorare in situazioni emergenza e, messi alle strette, dopo un po’ ci arrendiamo.
Porto il mio esempio personale con il Franchetti in cui da qualche anno a questa parte nel mese di agosto mi trovo a dover sopportare un carico di lavoro molto più alto di quello che la struttura e il personale può sopportare. A questo si aggiunge che non ho il posto fisico in cui alloggiare altro personale aggiuntivo e, ovviamente non posso e non voglio allargare il rifugio.

Non dovreste essere contenti di un maggior afflusso?

Certamente, se fossi un ristorante in cui apro la cucina dalle 11 alle 15 io però sono un rifugio e devo poter sempre dar da mangiare a chi lo chiede e l’eccesso di frequentazione del mese di agosto ci mette in crisi portandoci ad arrivare a fine stagione morti. Questa cosa accade in molti rifugi.

Amo questo lavoro, ma comincio a temere davvero il mese di agosto. Non puoi fare il numero chiuso, ma non riusciamo davvero a sostenere questo ritmo. Sembra assurda come cosa da dire perché, come giustamente avete detto, dovrei essere contento di avere più gente, ma ci sono dei limiti che ti fanno passare la voglia.

Se potessi, rinunciando anche ai soldi, lavorerei solo a giugno, luglio e settembre. Non solo per la folla, ma anche per la qualità della gente. Agosto è un mese che non finisce mai. Ho avuto anche persone salite al rifugio con il carrellino con le rotelle per fare la spesa, quando l’ho visto sono rimasto allibito.

Cosa vorresti vedere in un rifugio di montagna perfetto?

Dipende. Un tempo ti avrei detto un Franchetti più comodo e meno affollato ad agosto. Ora ti direi un rifugio dove riesci ad avere più dialogo con le persone, com’è anche qui, ma non ad agosto. Un luogo dove le persone si trovano come a casa loro.

Il Franchetti sommerso

Pensi che gestire un rifugio in Appennino sia diverso dal farlo sulle Alpi?

È completamente uguale in quanto a mentalità e soluzione dei problemi. Anche il pubblico è lo stesso.

È invece completamente diverso per quanto riguarda il numero e la politica. Noi siamo soli. Siamo abbandonati dalle amministrazioni e dalla politica. Adesso abbiamo ottenuto un finanziamento della Regione grazie ad un’amministrazione di cui fanno parte persone appassionate di montagna, che sanno quanto vale la montagna. Prima eravamo quasi del tutto ignorati. Abbiamo anche provato a fare un’associazione, ma eravamo davvero pochi. L’associazione esiste ancora ma saranno due anni che non ci riuniamo. Sulle Alpi c’è tutto un altro interesse.

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Gemelli Dematteis, campioni da record nella corsa in montagna http://www.montagna.tv/cms/116899/gemelli-dematteis-campioni-da-record-nella-corsa-in-montagna/ http://www.montagna.tv/cms/116899/gemelli-dematteis-campioni-da-record-nella-corsa-in-montagna/#respond Thu, 28 Dec 2017 06:00:38 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116899 Arrivano da un piccolo paese della Val Varaita, nel basso Piemonte. Uno di quei posti dove sta ritornando la vita tra le montagne, dove le statistiche dicono che la popolazione è in crescita. Parliamo di Rore di Sampeyre. Una frazione dalle strade strette e dai muri spessi per sopportare meglio i freddi inverni. Case tra cui può ancora capitare di vedere qualche ragazzo divertirsi a correre da una parte all’altra del paese, come facevano da piccoli i gemelli Dematteis. “Ci divertivamo un mondo a correre tra le vie di questo borgo con i nostri amici” raccontano. “Ci divertivamo esattamente come ci divertiamo oggi. Ed è forse per questo che abbiamo iniziato a correre e gareggiare insieme”.

Classe 1986 Martin e Bernard continuano a correre con lo stesso entusiasmo e lo stesso stupore che avevano da ragazzini. Nonostante i titoli vinti, la maglia azzurra che indossano in nazionale e i vari record detenuti dai due giovani “rimaniamo comunque due ragazzi semplici, innamorati della vita e delle nostre montagne”, le Alpi Cozie. E in particolare del Monviso che, con i suoi 3841 metri, è stata la cima all’ombra della quale son cresciuti i due fratelli. “Abbiamo sempre considerato il Monviso la ‘nostra’ montagna, ma dallo scorso 8 settembre è diventata la montagna del nostro cuore” raccontano ancora tornando con la mente a quella “giornata perfetta, con emozioni incredibili che ci porteremo dentro per tutta la vita”.

Un giorno importante, l’8 settembre, perché, per i gemelli, è stato il giorno del terno all’otto. Il dì in cui si sarebbe deciso se tutto l’impegno messo in un sogno coltivato per anni avrebbe trovato la sua realizzazione.

Obiettivo della giornata era tentare di battere il record di ascesa al Monviso lungo la via normale, con partenza dai 2020 metri di Pian del Re, detenuto da Dario Viale, il precursore dello skyrace e detentore per trent’anni del record di ascesa al Monviso con 1h48’54’’. Un tempo difficile da battere, ci hanno confermato i gemelli che hanno più volte definito quella di Viale, “una prestazione incredibile” che gli ha richiesto una “preparazione impegnativa. Nel mese di agosto abbiamo fatto più e più corse da Pian del Re verso la vetta per cercare di conoscere ogni metro del sentiero, ma soprattutto per imparare tutti i passaggi in parete”. Giornate intense, seguite poi da un’ultima fase di acclimatazione al rifugio Sella, dove “i gestori, la famiglia Tranchero, ci hanno trattati come figli”.

Tempo e sforzi poi ripagati da una prestazione che va oltre lo straordinario con il record di Viale polverizzato da Bernard che ha raggiunto la vetta in 1h40’47’’ mentre il fratello Martin è arrivato qualche minuto dopo, ma poco importa perché per tutti questo è il record dei “gemelli Dematteis” ed è così anche per gli stessi fratelli che non risentono affatto della condivisa popolarità, anzi. “Noi abbiamo un profondo legame che non viene influenzato da nulla. Siamo gemelli e ci vogliamo un gran bene. Ogni tanto litighiamo, come tutti i fratelli, ma troviamo sempre una quadra e il fatto di poter condividere i successi e le emozioni è una cosa bellissima.

Ora che il record è fatto? “Vorremmo tornare ad allenarci e a correre forte, perché in questi ultimi mesi abbiamo staccato un po’ la spina per rigenerarci sia fisicamente che mentalmente” raccontano. “Ci piacerebbe tornare a correre bene la stagione invernale delle corse campestri e poi forse, per Martin, una maratona in primavera. Per entrambi però ci sarà in estate la corsa in montagna con i campionati europei (a luglio, in Macedonia nda)  e i campionati del mondo a settembre ad Andorra. Ce la metteremo tutta per qualificarci e per dire la nostra”.

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Esiste il doping nell’alpinismo? risponde il dott. Luigi Festi, presidente della Commissione Medica Centrale del CAI http://www.montagna.tv/cms/116910/esiste-il-doping-nellalpinismo-risponde-il-dott-luigi-festi-presidente-della-commissione-medica-centrale-del-cai/ http://www.montagna.tv/cms/116910/esiste-il-doping-nellalpinismo-risponde-il-dott-luigi-festi-presidente-della-commissione-medica-centrale-del-cai/#respond Wed, 27 Dec 2017 06:00:13 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116910 In redazione siamo partiti interrogandoci su quanto le solette riscaldate in dotazione ai polacchi che tenteranno il K2 invernale possano influenzare la loro prestazione e, dialogando, siamo finiti a farci la più classica delle domande “esiste il doping nell’alpinismo?”. Se lo sono chiesti già in tanti, come i ricercatori francesi che hanno indagato tra le urine di Gouter e Cosmiques evidenziando che il 35.8% degli scalatori assume farmaci, in particolare diuretici (Acetazolamide, 22,7%) e sonniferi (12,9%). Ma, per chiarirci meglio le idee abbiamo pensato di farci una chiacchierata con il presidente della Commissione Medica Centrale del CAI, il dott. Luigi Festi.

Esiste il doping nell’alpinismo?

Se noi consideriamo l’alpinismo come uno sport in senso stretto e letterale no, perché l’alpinismo non è una competizione. Però esiste, perché si non c’è competizione, ma è pur vero che quando un alpinista di punta raggiunge un obiettivo, fa il record o tocca una vetta inviolata questo può trarre vantaggio dalla sua impresa ottenendo un guadagno. Nel caso in cui l’impresa fosse realizzata utilizzando sostanze in grado di alterare le prestazioni fisiche allora si, sarebbe doping.

In cosa consisterebbe il doping alpinistico?

Questa è una questione molto discussa. Ufficialmente il doping è l’utilizzo di farmaci che ti permettono di sostenere meglio la fatica o di farmaci che ti permettono di migliorare le tue prestazioni. Quello che noi medici possiamo confermare è che l’utilizzo di farmaci senza prescrizione medica, o senza un’effettiva necessità, è una cattiva pratica.
Esistono però farmaci preventivi come l’Acetazolamide o il Cortisone che assunti prima dell’evento o come misura preventiva possono essere efficaci.  Anche se, la miglior prevenzione rimane l’acclimatamento. All’acclimatamento esistono però delle eccezioni che valgono per quelli che si occupano di lavori in quota e per cui la prevenzione non è da scongiurare. 
Tutt’altro discorso vale invece per chi, magari, avendo solo due giorni per arrivare alla Capanna Margherita, decide di assumere questi farmaci preventivi. Questa è una pratica che noi scongiuriamo.

 Il fenomeno è più diffuso tra i professionisti o tra i dilettanti?

Il dott. Luigi Festi, presidente della Commissione Medica Centrale del CAI. Foto di archivio Master Medicina di Montagna

Si racconta che a campo base Everest, di notte, si senta il rumore dei blister delle medicine e qualcuno è persino arrivato a dire che quasi le metà degli alpinisti a campo base prenda qualcosa. Però, a parte le storie, questa è una cosa difficilissima da dire perché nessuno lo ammetterà mai, soprattutto non lo ammetterà un alpinista con prestazioni elevate. Quel che noi sappiamo con certezza è che molti ne fanno utilizzo.

 Ci sono casi clamorosi di doping ad alta quota?

C’è una storia che mi ha raccontato un medico da poco rientrato dall’Everest. Un gruppo di tre alpinisti spagnoli stava salendo e ognuno di loro aveva un kit con farmaci e istruzioni sull’utilizzo di questi farmaci. I tre sono arrivati in vetta e, ma durante la discesa due di loro sono stai male. Quello che stava bene ha chiamato campo base e il medico gli ha spiegato cosa usare dal loro kit. Quel che il medico non sapeva ancora è che loro non avevano più nulla. Avevano usato tutti i farmaci durante la salita.
Questa storia è d’aiuto anche per dire che quando si usa il doping in alta quota ottieni delle prestazioni estreme che però ti lasciano senza alcuna riserva e se rimani senza riserve su una montagna metti in pericolo non solo la tua vita, ma anche quella di chi dovrà soccorrerti.

 Quali farmaci vengono maggiormente utilizzati?

Principalmente farmaci che riescono a prevenire il male acuto di montagna o a curare il male acuto di montagna. Esistono poi tutta una serie di farmaci presi durante i trail o le endurance in cui l’assunzione aiuta a togliere il dolore e la sensazione di fatica portando a prestazioni più efficaci. Si tratta principalmente di fans e antidolorifici che possono comportare conseguenze gravi come sanguinamento gastrico o ulcera. Ma va detto che anche l’abbassando della sensazione di fatica e il quasi annullamento del dolore portano ad un utilizzo muscolare molto più intenso, che a lungo andare può danneggiare il muscolo. Però, definirlo doping è una parola grossa.

Quali farmaci vanno considerati dopanti e quali no?

Un fans, un antidolorifico, farmaci antiinfiammatori come il Brufen o l’Aulin si può dire che non fanno male a nessuno e su di loro si può sorvolare.
Invece, tra quelli che andrebbero presi unicamente sotto prescrizione di un medico esperto in medicina d’alta quota e solo in caso di necessità reale vanno inseriti:

  • Il Diamox: Acetazolamide impiegata nella cura del mal di montagna (induce un aumento della ventilazione).
  • La Nifedipina: farmaco antiipertensivo usato principalmente per la cura dell’edema cerebrale in quota, oltre all’ossigeno e al sacco iperbarico.
  • Cortisone: antiinfiammatorio, usato per molte patologie ma assolutamente de prendere solo con prescrizione medica soprattutto per dosaggi e durata della terapia.
  • Viagra e Cialis su cui non ci sono ancora studi approfonditi, ma che dovrebbero diminuire la pressione dell’arteria polmonare, origine fisiologica dell’edema polmonare. Assumendo uno dei due farmaci si dovrebbe diminuire la probabilità di edema in soggetti già predisposti.

Esistono medici specializzati in medicina d’alta quota?

Si, ma non sono tantissimi. Molto spesso infatti ci si affida al medico di famiglia o a quello dello sport che si limitano ad andare su internet e fare una ricerca sulle malattie d’alta quota per poi prescrivere in base ad una ricerca Google. Noi vorremmo che si formi un gruppo di medici specialisti dell’alta quota.

Esiste differenza tra l’Herman Buhl che prende le pasticche di Pervitin e il doping di oggi?

Una differenza enorme. Una cosa è l’alpinismo di scoperta, come quello dei pionieri, di Buhl e di molti altri. Momenti alpinistici in cui l’obiettivo era arrivare in cima per scoprire cosa significava, cosa c’era. Un’altra cosa è invece l’alpinismo non di scoperta, l’alpinismo “agonistico” che c’è adesso. 
Sono due modi completamente diversi di intendere la montagna. Quel che oggi chiamiamo doping all’epoca era una modo per scoprire fin dove poteva arrivare il nostro corpo. Era una sperimentazione mentre oggi è la volontà di alterare le condizioni del proprio corpo.
Altra cosa importante è che non lo si può giudicare perché all’epoca non cercano basi sperimentali per quei farmaci. Ovviamente, tutto questo discorso non vale nel momento in cui uno sta male. I farmaci sono necessari e VANNO Impiegati. Il primo farmaco è scendere. Se invece non si può scendere bisogna utilizzare i farmaci, ma soprattutto farlo con la prescrizione e nei dosaggi corretti.

 Una battuta sull’ossigeno?

Salire una cima con l’ossigeno non ha senso, perché nessuno ti obbliga ad andare in cima all’Everest. L’ossigeno va utilizzato sempre, come per i farmaci, in caso di malattia.

 

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Niederkofler, la terza stella della cucina di montagna si racconta e ci dà qualche consiglio per il pranzo di Natale http://www.montagna.tv/cms/117034/niederkofler-la-terza-stella-della-cucina-di-montagna-si-racconta-e-ci-da-qualche-consiglio-per-il-pranzo-di-natale/ http://www.montagna.tv/cms/117034/niederkofler-la-terza-stella-della-cucina-di-montagna-si-racconta-e-ci-da-qualche-consiglio-per-il-pranzo-di-natale/#comments Sun, 24 Dec 2017 06:00:58 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117034 Norbert Niederkofler, la star della cucina di montagna, è preso tra i fornelli in vista delle feste, ma è comunque riuscito a ritagliarsi qualche istante per dedicarsi al racconto di sé, della sua passione e ad alcuni consigli per il Natale, ormai alle porte.

Quando nasce la passione per la cucina?

Dai miei genitori che, al tempo, gestivano un piccolo albergo. Ricordo che il mio posto preferito in assoluto era la cucina. Lì dentro c’era il calore, c’era la gente, si mangiava, si chiacchierava. È stato il posto che mi ha insegnato l’importanza del confronto tra le persone, una cosa fondamentale ancora oggi che ho 56 anni. Stare in quella cucina da bambino mi ha insegnato ad essere curioso, a domandare, ad osservare, ad imitare. Ho imparato a mettermi in discussione e questo mi ha permesso, e mi permette, di crescere e di non prendermi troppo sul serio.

I suoi primi piatti li ha cucinati con i suoi genitori?

Si, cono loro ho imparato la base. Durante gli anni della scuola d’estate lavoravo in cucina, avevo una grande passione che poi mi ha portato a frequentare la scuola alberghiera e infine a fare questo mestiere. Un lavoro che andava facile e che mi permetteva di vivere bene la vita viaggiando e ricercando lavori nei posti che avrei voluto visitare, ma per cui non avrei avuto le finanze necessarie.

Lei ha girato il mondo, ma la sua grande passione rimane la montagna con i suoi prodotti e le sue tradizioni…

È una cosa maturata con il tempo. All’inizio sono andato via perché non volevo più vivere qui. Stando lontano da casa mi sono invece reso conto del grande patrimonio che abbiamo. Quando sei lontano vai alla ricerca di radici stabili e ti rendi conto che qui la qualità della vita è molto più alta. Per capirlo però devi prima andartene, devi sperimentare la vita in una grande città. Ci vai e vedi il bene come il male.

Ci parla del progetto “cook the mountain”?

In parole povere è un riepilogo della cultura della montagna. È un modo di lavorare che ci fa interfacciare direttamente con i contadini del territorio, senza intermediari. Si parla con loro, si tratta con loro e si pagano direttamente a loro i prodotti. È molto importante come progetto perché vuole valorizzare al massimo il prodotto dando anche uno stimolo all’agricoltore che capisce di alzarsi alle 6 del mattino tutti i giorni per uno scopo. Così facendo si da un motivo ai contadini per rimanere sui masi, per non abbandonare il territorio.

I prodotti invece, vissuti in questo modo, acquisiscono tutta un’altra storia. Si da una faccia ad ogni alimento. Io conosco il prodotto, la famiglia che l’ha coltivato, il carattere. Elementi che danno un valore aggiunto. 

È un progetto che, nella sua massima espressione, genera un ciclo pazzesco. Da un lato tieni intatta la natura, curata dai contadini, dall’altro lato non si perde la cultura della montagna. Piccole cose di cui a guadagnarci è il turista che riesce ad ammirare tutto questo patrimonio.

Chi è Norbert fuori dalla cucina?

Un marito e un padre di un figlio che ha 7 anni oggi. È una persona tranquilla, felice, serena, contenta di quel che ha fatto e di quel che ha creato. Una persona curiosa con in testa ancora tanti obiettivi e ancora tanta voglia di migliorarsi, ma in modo rilassato e sereno in armonia con i dettami della natura perché seguendone i tempi si sa, non si ha bisogno di ricette.

Cosa significa essere uno chef da 3 stelle Michelin?

Per me è un sogno. È qualcosa di particolare, soprattutto questa terza stella che ha un grande valore. Siamo riusciti a guadagnarcela grazie alla cucina di montagna, senza utilizzare prodotti di lusso come fegato grasso, caviale o astice. È una stella presa grazie a prodotti veri, dei contadini ed è una soddisfazione immensa. 

Siamo riusciti a raggiungere un traguardo. In fondo sono una manciata i locali con tre stelle Michelin in tutto il mondo e noi ci siamo riusciti con i prodotti della montagna. 

Un grande obiettivo che però va mantenuto…

Io devo giustificare ogni giorno questo traguardo. Lo spiegavo poco tempo fa a Peter Fill, venuto a pranzo da me. Gli spiegavo che se lui per avere una coppa del mondo deve, ad esempio, fare 10 gare da podio e poi prende la coppa guadagnata e la mette nel cassetto io non posso. Nel caso delle stelle Michelin abbiamo dieci controlli l’anno e poi, se ci viene data la terza stella, ogni giorno devo tornare al ristorante e mantenere alto il livello perché i controlli continuano.

Suggerimenti per il Natale?

Noi lavoriamo seguendo la stagione. Suggerirei piatti molto tradizionali come l’anatra, o il brasato. Magari canederli con mela o pera dento. Crauti, prodotti tipici per questo periodo e pietanze in grado di ricordarti l’infanzia. È li che sta il bello, nella capacità di tornare bambini grazie ad un piatto come i biscotti della tradizione austriaca con cioccolato, alla vaniglia, al pan pepato.

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