Gian Luca Gasca – Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Sat, 22 Sep 2018 10:00:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 Franco Collé: il segreto del Tor? Il micro-sonno https://www.montagna.tv/cms/130617/franco-colle-il-segreto-del-tor-il-micro-sonno/ https://www.montagna.tv/cms/130617/franco-colle-il-segreto-del-tor-il-micro-sonno/#respond Fri, 21 Sep 2018 04:00:20 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130617 74h3’29’’ per percorrere 330 chilometri e 24mila metri di dislivello. È il tempo realizzato da Franco Collé, primo uomo a vincere per due volte il Tor des Géants. La prova di come la determinazione e l’impegno possono portare a grandi risultati, ma lasciamo che sia Franco a raccontarci la sua incredibile prestazione.

 

Quanta preparazione richiede il Tor?

Tanta, anche se ovviamente non mi preparo solo per il Tor. Durante l’anno preparo tante gare quindi posso dire di essere sempre allenato. Il Tor ovviamente è l’obiettivo dell’anno, tutte le altre gare sono quindi finalizzate ad allenarmi per il Tor des Géants.

In pratica il Tor mi richiede un anno di preparazione, più gli allenamenti notturni e nel fine settimana perché, oltre alla vita da atleta, bisogna anche lavorare. Un anno di sacrifici e grandi allenamenti poi ampiamente ripagati quando si vince la gara. Bisogna però ammettere che quando non si porta a casa il risultato sperato è una grande delusione.

Quindi non vivi grazie alla corsa…

No, magari qualcuno ci riesce grazie ai gruppi sportivi e militari che offrono un’opportunità. Con gli sponsor però è difficile, al massimo si ottengono i materiali.

Io sono un ingegnere civile, mi occupo di dighe e sbarramenti qui in Valle d’Aosta. Gli allenamenti occupano tutto il mio tempo libero e anche le ferie. Spesso consumo i giorni perché le gare sono all’estero o anche solo perché comunque devi arrivare un giorno prima e rientri il giorno dopo la gara.

Veniamo però alla tua esperienza al Tor des Géants, cosa significa correre giorno e notte con solo pochissimi minuti di sonno?

Nella prima parte di gara non ci sono molti problemi perché hai l’adrenalina in corpo che ti tiene sveglio e, anche nelle basi vita, c’è tanto pubblico che ti stimola dandoti ancora più carica. Dalla seconda notte in poi invece tutto cambia. Ci vuole testa e volontà per andare avanti.

Sono in molti a chiedermi se mi alleno per resistere alla mancanza si sonno, ma ovviamente la risposta è no. Non credo che faccia molto bene alla salute non dormire per giorni, anzi. Nella vita di tutti i giorni sono anche un dormiglione, poi in gara mi trasformo. Cerco di far passare la stanchezza e il sonno grazie a dei micro-sonni da quattro o sette minuti per dare quel minimo di riposo al corpo. Solo una volta durante questo Tor, prima dell’ultimo colle, mi sono concesso un’ora di sonno. Un’ora che ha peggiorato tutto perché dopo ho impiegato un’ora e mezza prima di poter rimettere in moto il corpo. Sarebbe forse stato meglio riposare solo per qualche minuto, ma avevo paura che potesse capitare quel che è successo nel 2017 così, avendo un buon vantaggio, ho preferito riposare adeguatamente. Sapevo che avrei perso tempo nei confronti degli avversari, ma allo stesso tempo ero sicuro di raggiungere l’arrivo. Chiudere era la cosa più importante dato che per il record non c’erano le condizioni.

Hai una grande passione per la corsa nonostante ti sia avvicinato a questo sport solo nel 2012…

Inizialmente facevo sci alpino, poi nel ’99 ho partecipato per scherzo al Mezzalama e mi sono appassionato allo scialpinismo. Nel 2012 poi ho iniziato a correre andando subito bene. Ho fatto un secondo posto alla prima gara, poi ho vinto la seconda e la terza. Al Tor, a cui mi aveva iscritto mia sorella, ho fatto un quinto posto che l’anno successivo ho trasformato in un terzo e ancora in una vittoria nel 2014. Un’esperienza che mi ha aperto ai circuiti internazionali e quest’anno alla seconda vittoria del Tor des Géants.

Come ti senti dopo aver conquistato due Tor?

È bellissimo. Il mio obiettivo in questa edizione era ripetermi, cosa in cui nessuna era mai riuscito. È stata una bellissima sfida perché se nessuno prima di me ce l’aveva mai fatta significa che è una gara difficile dove non basta la forma fisica, ci vuole anche tanta fortuna.

Quest’anno ho avuto sia la preparazione che la fortuna e così sono riuscito a chiudere il cerchio. Da valdostano è stato eccezionale.

Sogni ancora il record?

Si, ce l’ho sempre in testa. Anche quest’anno, strada facendo, se l’avessi visto come fattibile ci avrei provato. Non volevo però partire con quell’idea. Quest’anno volevo solo arrivare in fondo perché un altro ritiro sarebbe stato difficile da digerire. Certo, volevo vincerlo ma anche un secondo o terzo posto sarebbe andato bene.

Per tentare un record servono altre condizioni ambientali, quest’anno c’era davvero troppo caldo e infatti i tempi di tutti si sono alzati. Se però in futuro troverò condizioni diverse e avrò ancora il fisico e l’opportunità di provarci, perché no.

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Aspromonte: chiude la scuola, bambini costretti a fare 50 chilometri al giorno https://www.montagna.tv/cms/130448/aspromonte-chiude-la-scuola-bambini-costretti-a-fare-50-chilometri-al-giorno/ https://www.montagna.tv/cms/130448/aspromonte-chiude-la-scuola-bambini-costretti-a-fare-50-chilometri-al-giorno/#respond Tue, 18 Sep 2018 06:00:21 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130448 Affacciato sul versante meridionale dell’Aspromonte, a 971 metri sul livello del mare, Roccaforte del Greco conta 550 abitanti, ma un tempo erano molti di più. “Negli ultimi decenni il paese è andato incontro a una crisi lavorativa che l’ha posto in una situazione di marginalità, portando a uno spopolamento immediato che ha fatto passare il comune da circa 1300, 1400 abitanti ad appena 500”, ci racconta il sindaco Domenico Penna.

Lo stesso ha scritto in questi giorni una lettera all’attenzione della Presidenza del Consiglio del ministri, al ministro dell’Istruzione e all’ufficio scolastico regionale della Calabria chiedendo di ovviare a un problema decisamente importante: la scuola di Roccaforte del Greco Ha cessato di vivere. Il diritto allo studio ad ogni cittadino, sancito dalla Costituzione Italiana, non viene riconosciuto ai bambini di questo piccolo paese di montagna”, scrive nella lettera il sindaco del piccolo centro calabrese.

“Sono state proprio le istituzioni scolastiche – prosegue – a voler chiudere in faccia le porte della loro scuola ai bambini di Roccaforte del Greco, dimostrando tra l’altro poco garbo alle sollecitazioni delle altre istituzioni”. Un provvedimento che negli anni precedenti ha sempre trovato soluzione alternativa con “Il mantenimento della scuola pluriclasse primaria anche in deroga alle normative nazionali e organizzative”.

A causa di questa situazione che si è venuta a creare il piccolo paese appenninico è quindi rimasto senza scuola elementare. Nel piccolo istituto di paese ci sarebbero stati 4 bambini che oggi devono invece sobbarcarsi un viaggio giornaliero di oltre 50 chilometri “Su una strada in condizioni di scarsa percorribilità a causa di precaria manutenzione, soggetta durante il periodo invernale e frane e smottamenti”.

A causa di questo provvedimento, secondo il sindaco, si aumenterà e velocizzerà lo spopolamento per l’aumentata marginalizzazione del territorio.

“È normale far aumentare l’isolamento e la marginalità di questo piccolo centro aspromontano, alla cui comunità è riconosciuta la peculiarità di minoranza linguistica (minoranza area grecanica) tutelata dalla L. 15 dicembre 1999, n.482, nonché spopolarla con pregiudizio per la propria identità linguistica e culturale?” domanda il sindaco che, nel corso di questi ultimi anni ha cercato di risolvere il problema e permettere il mantenimento della scuola primaria in tutti i modi.

Il comune è infatti in attesa di poter concretizzare la partecipazione ai progetti SPRAR “Per l’accoglienza di cinque nuclei familiari con minori a carico”. Inoltre Roccaforte del Greco, insieme agli altri undici comuni dell’Area Grecanica, fa parte di un Progetto Pilota nella Strategia Nazionale per le Aree Interne che prevede “A breve l’istituzione di una unica scuola di ‘area’ che mette assieme i comuni di Roccaforte del Greco, San Lorenzo e Bagaladi”. Interessanti e valide le proposte avanzate dal borgo appenninico per impedire lo svuotamento del paese.

“Credevamo fosse normale ritenere fondamentale mantenere la presenza dello Stato tramite un presidio scolastico su un territorio particolare come quello di Roccaforte del Greco, in cui il diritto allo studio diventa inseparabile dall’educazione alla legalità”, conclude il sindaco Domenico Penna.

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Francesca Canepa, l’Ultra donna si racconta https://www.montagna.tv/cms/130412/francesca-canepa-lultra-donna-si-racconta/ https://www.montagna.tv/cms/130412/francesca-canepa-lultra-donna-si-racconta/#respond Tue, 18 Sep 2018 04:00:48 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130412 Francesca Canepa, classe 1971, ha da poco vinto l’UTMB con un tempo di 26h03’48’’ diventando la prima italiana a portarsi a casa il tour del Monte Bianco. Il curriculum della Canepa non si esaurisce però qui, questa è solo l’ultima della sue vittorie in carriera. Il suo palmares è infatti ricco di medaglie e gare prestigiose come due Tor des Géants, una Hong Kong 100, l’Eiger Ultra Trail, la Transgrancanaria, il Cappadocia Ultra Trail e con questi molti altri circuiti portati a termine nelle prime posizione di gara.

Un fisico e una concentrazione impressionante per la quarantasettenne Francesca che alla corsa si è avvicinata solo sette anni fa.

 

Francesca, cosa ti ha portata verso questa disciplina?

Prevalentemente il caso. Avevo sperimentato una gara di sci di fondo senza però essere una fondista, volevo vedere cosa prova il corpo a fare certe distanze. Provando mi sono trovata bene e ho partecipato a una gara che ho completato molto bene. Per questo poi ho deciso di prendere lezioni per cimentarmi in questo sport.

Durante gli allenamenti per il fondo è stato poi il maestro a suggerirmi la corsa. Subito ho desistito perché la pratica non mi ha mai interessata più di tanto, mi annoiava e non volevo. In maggio ho però accettato di fare una lezione di corsa a cui ha fatto seguito una gara, una 26 chilometri che ho completato senza sapere nulla sull’allenamento, sulla strategia. Non sapevo nulla sulla corsa. La settimana dopo ho così scelto di sperimentare la maratona di Ginevra che ho corso senza alcun tipo di preparazione. Avevo solo letto molta teoria, ma non avevo un’apposita preparazione per 42 chilometri di corsa. Nonostante questo però ho completato la gara in 3 ore e 29 minuti.

Si può dire che hai un talento naturale per la corsa…

Si, per questo dopo le delusioni avute nello snowboard, disciplina con cui (sulla carta) avrei dovuto partecipare a due Olimpiadi, ho poi deciso di lasciarlo per dedicarmi alla corsa.

All’inizio non mi piaceva più di tanto, andavo perché mi risultava facile correre. Nel 2011 è poi esplosa la vera scintilla grazie a un’amica che mi ha iscritta a tutte le gare fino ai 100 chilometri. Quando ho iniziato a  cimentarmi su queste distanze ho iniziato a trovare la disciplina più interessante perché più andavo avanti più tutto diventava facile. Sempre in quest’anno ho avuto il primo colpo internazionale e poi nel 2012 sono arrivata seconda all’UTMB e poi ci sono state le due vittorie al Tor.

Cosa ti affascina della corsa?

Il fatto che ogni ultra è diversa dall’altra, che ognuna ha le sue difficoltà e complicazioni. Mi piace molto questo aspetto perché considero la corsa come un laboratorio naturale, en plein air. Mi affascina molto, da psicologa sperimentale, osservare causa ed effetto di ogni cosa. Studiare le variabili che incidono o non incidono sul risultato finale. Si potrebbe dire che questa è anche un po’ la mia motivazione.

Da piccola sognavi però di danzare alla Scala di Milano?

Si perché abitavo a Milano, in Corso Venezia, e avevo fatto una scuola che preparava alla Scala. Poi, quando mia madre si è trasferita a Courmayeur la cosa si è persa.

In tutti gli sport a cui ti sei dedicata sei sempre riuscita con ottimi risultati…

Diciamo che ho sempre scelto i campi dove pensavo di poter riuscire meglio. Per mia natura non amo sprecare tempo ed energia quindi, quando mi avvicino a qualcosa perché sento nel corpo la voglia di farla, se la cosa funziona cerco di metterci impegno. Cerco sempre di ispirarmi a personaggi meritevoli.

Ad esempio?

Deborah Compagnoni era la mia ispirazione nel periodo in cui facevo snowboard e con lei anche Stefania Belmondo. Della Belmondo ricordo come fosse ieri il momento in cui ha rotto il bastoncino a Salt Lake City, una cosa fuori dal mondo.

Ho cercato di prendere il meglio da tutti quelli che mi ispiravano.

Oltre ad essere un’atleta sei anche una mamma, come concili le due cose?

Avendo due bambini ho alcuni vincoli in più. Per me adesso è tutto un po’ più complicato da gestire, soprattutto quando mi arrivano inviti a gare e manifestazioni. Eventi a cui parteciperei molto volentieri, ma ovviamente so che i miei ragazzi hanno necessità di avermi al loro fianco.

Con gli allenamenti però non ho problemi, sia perché io mi alleno poco, sia perché li sto crescendo in modo da renderli molto autonomi.

Continuerai a correre?

Essendo un’atleta dalla nascita non vedo cos’altro potrei fare (ride). Io mi esprimo bene attraverso lo sport e se posso ispirare qualcuno attraverso questa pratica non posso che essere felice.

Ovviamente continuerò a correre, prima di andarmene vorrei provare a vincere la maratona di New York nella categoria woman 70.

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Agitu Gudeta scappata dall’Etiopia al Trentino, tra tradizione e razzismo https://www.montagna.tv/cms/130150/agitu-gudeta-scappata-dalletiopia-al-trentino-tra-tradizione-e-razzismo/ https://www.montagna.tv/cms/130150/agitu-gudeta-scappata-dalletiopia-al-trentino-tra-tradizione-e-razzismo/#comments Mon, 17 Sep 2018 04:00:56 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130150 Agitu Gudeta, 40 anni, proviene dall’Etiopia ma ormai è trapiantata in Trentino da anni. In Valle di Gresta, su prati esposti al sole, gestisce l’azienda agricola “La capra felice”, un’attività con cui ha ridato speranza all’allevamento della capra Mochena minacciata dall’estinzione. Ad essere minacciata non solo la capra, ma anche Agitu che nell’ultimo anno è stata vittima di aggressioni e dispetti a sfondo razziale. Una situazione che però non ha scalfito la gioia di vivere che Agitu trasmette naturalmente con i suo sorriso e la sua voglia di vivere. Per questo la “regina delle capre felici”, come spesso viene soprannominata, continua ad allevare le sue piccole capre in quello che lei chiama un ambiente di pace e bellezza.

Agitu era arrivata in Italia per studiare sociologia e, quando riusciva, tornava in Etiopia dove con il padre si occupava di progetti di agricoltura sostenibile. Attività che ben presto l’hanno resa personaggio scomodo per il governo etiope ormai avvezzo alle pratiche di “land grabbind” (acquisto di terreni agricoli da parte di multinazionali a discapito dei popoli locali, repressi e sfruttati). Per queste ragioni il governo ha emesso verso di lei un mandato d’arresto che l’ha costretta alla fuga, una fuga che oggi la vede insediata ed integrata tra le montagne trentine dove porta avanti la sua passione per la pastorizia e il recupero della tradizione.

 

Che tipo di capre alleva?

Otto anni fa ho iniziato con 15 capre, oggi ce ne sono invece 180. Si tratta della capra Pezzata Mochena, una razza autoctona tipica della valle e oggi presente su tutto l’arco alpino trentino. Quando è iniziata l’attività ho scelto di concentrarmi sulla capra Mochena per poi allargarmi anche alla Camosciata delle Alpi e più in generale al recupero delle razze rustiche e dei terreni abbandonati.

Cosa producete in fattoria?

Facciamo formaggi. La produzione va dal formaggio fresco presamico, alla lattica che lavoriamo in modi diversi: la facciamo stagionata con le muffe, oppure spalmabile. Abbiamo poi ricotte, formaggi erborinati e lo jogurt realizzato sia con batteri probiotici che senza.

Si tratta di prodotti venduti esclusivamente in Regione e senza intermediari. Questo perché credo fortemente in una filosofia “no global” per quanto riguarda il cibo. La produzione massiccia del cibo lo rende non sostenibile e questo va contro la mia filosofia di vita. Anche la scelta di non vendere ai negozi è fatta per legare a noi il consumatore. Per questo proponiamo anche giornate al pascolo per famiglie: è un modo per conoscersi, per scoprire la mungitura e la produzione del formaggio, fidelizzando il legame e inculcando nelle nuove generazioni la cultura che lega produttore, consumatore e territorio.

Perché senti così forte la necessità di un legame con il territorio e la tradizione?

Perché voglio cercare di fare il contrario rispetto a quel che han fatto le multinazionali a casa mia, in Etiopia. Lì gli interessi economici hanno portato a espropriazioni di terreni, allo sfruttamento della manodopera, allo sfruttamento delle terre senza nessun riguardo verso le tematiche ambientali. Credo che l’agricoltura abbia un impatto forte sul territorio e che quindi l’agricoltore sia più responsabile verso l’ambiente rispetto alle altre persone. Per questo dobbiamo cercare di dare un valore aggiunto a quel che facciamo e all’ambiente che viviamo. Dobbiamo imparare a lavorare avendo meno impatto possibile e, possibilmente, dando qualcosa in cambio al territorio. La mia azione ovviamente è solo una goccia nel mare, ma se viviamo pensando questo allora nessuno farebbe mai nulla. Sono stimolata dall’idea di contaminare gli altri con cose giuste, con idee giuste. Non ho mai mirato ad arricchirmi, a fare cassa. Ho invece sempre cercato di puntare al benessere del territorio, degli animali, delle persone che lavorano in azienda e del consumatore a cui cerco di offrire prodotti genuini.

Quando sei arrivata in Italia?

Sono arrivata nel 2010 e ho avuto la fortuna di trovare subito lavoro in bar. Durante quel periodo poi ho iniziato a maturare l’idea di mettere su un allevamento di capre recuperando la tradizione, terreni e strutture abbandonate. Le prime 15 capre le ho trovate su per i monti, erano disperse. Sono andata a prenderle cercando di avvicinarle con il sale. (ride)

Dopo ho iniziato subito a mungerle e a fare i formaggi ottenendo piccoli ricavi con cui ho finanziato l’azienda. All’inizio però l’entrata principale era comunque costituita dal lavoro al bar che ho comunque mantenuto per il primo periodo.

In Etiopia facevi già questo lavoro?

Si ho lavorato per più di dieci anni con i pastori nomadi. Credo sia lì che è nata la mia passione per la pastorizia.

Ti sei portata dietro qualche insegnamento della tradizione?

Osservandoli ho appreso qualche tecnica. Ad esempio in azienda produciamo prodotti cosmetici con latte di capra e tutto nasce dal fatto che i pastori etiopi utilizzano la panna del latte come idratante per la pelle. Ho solo dovuto riadattare la ricetta.

Un’ultima domanda: sei felice?

Io sono felice, si.

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Da Geo&Geo Sveva Sagramola: la wilderness è un mito non compatibile con la vita umana https://www.montagna.tv/cms/130058/da-geogeo-sveva-sagramola-la-wilderness-e-un-mito-non-compatibile-con-la-vita-umana/ https://www.montagna.tv/cms/130058/da-geogeo-sveva-sagramola-la-wilderness-e-un-mito-non-compatibile-con-la-vita-umana/#comments Thu, 13 Sep 2018 04:00:36 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130058 Tra i più amati programmi del pomeriggio Rai si trova certamente Geo&Geo, da poco ricominciato dopo la pausa estiva. A renderlo unico e interessante, oltre agli argomenti trattati, sono i due conduttori: il fotografo genovese Emanuele Biggi e la giornalista romana Sveva Sagramola, vera anima del programma. Sveva è alla guida di Geo dal lontano 1998 e in questi lunghi venti anni ha avuto occasione di toccare più volte temi riguardanti la natura e la nostra Terra oltre a dedicare ampio spazio alle terre alte, alle loro difficoltà e ai loro pregi.

Volevamo andare da Sveva per parlare di montagna, di conservazione e di problematiche ambientali. Alla fine però abbiamo scoperto una donna amante del viaggio, curiosa, impegnata nella continua ricerca e scoperta di se stessa e degli altri. Una donna affascinante che cerchiamo di svelarvi in questo breve dialogo.

 

Sveva, partiamo dalla tua passione per i viaggi. Credi che possa esistere un giusto modo di viaggiare?

Secondo me dipende da persona a persona. Ognuno deve viaggiare con i suoi mezzi e la sua sensibilità. Per me viaggio significa lasciare qualcosa di noto. Lasciare le proprie sicurezze per incontrare qualcosa di sconosciuto. Viaggiare significa uscire dalle proprie conoscenze per scoprire una dimensione umana e naturale ancora sconosciuta.

Così facendo ti misuri con te stesso, ti rimetti in gioco, incontrando la vera essenza del viaggio: la contaminazione.

La contaminazione?

Si, l’uscire dai propri schemi, il mescolarsi con un altro popolo, un’altra cultura, un’altra natura. L’incontro di forme sempre nuove rispetto a quelle consuete e conosciute. Oggi spesso si viaggia verso posti noti, senza pericoli, in posti dove si mangiano le stesse cose che si mangiano a casa, dove incontri le stesse persone. Viaggiare così è un po’ come andare al luna-park.

Non voglio fare la spocchiosa dicendo questo, credo però che il vero viaggio non sia una cosa per tutti: ci vuole coraggio a lasciar il noto per l’ignoto.

Lasciarsi andare a un luogo, provare il cibo locale, immergersi in situazioni gestite dai locali, impostare il viaggio in modo che sia un’esperienza di contatto è l’essenza del viaggio. C’è una grande differenza tra il viaggio con tutto organizzato quello fatto con solo due o tre cose prenotate.

Quali sono allora le regole base per viaggiare?

Non fossilizzarsi e non avere paura. Altra cosa che consiglio è di prendersi del tempo. Meglio andare in un posto solo e passarci qualche ora in più che vedere tante cose ma solo di sfuggita. I momenti apparentemente vuoti da impegni turistici sono quelli che regalano gli attimi migliori. Anche sono andare al supermercato o al mercato aiuta a capire come vive la gente. Avere bisogno di una farmacia o di qualunque altro bene indispensabile, insomma: vivere un minimo i luoghi visitati.

Con Geo&Geo vi trovate spesso ad affrontare il tema della natura, della sua protezione e delle devastazioni causate dall’uomo, di come l’uomo l’ha modellata… se dovessimo tirare le somme sullo stato di salute dell’ambiente in Italia cosa diresti?

Il problema è che lo stato di salute dell’ambiente è drammatico e non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Sono però convinta che si possa trovare un giusto equilibrio tra natura e uomo. La wilderness, la natura selvaggia, è un mito romantico che non può essere compatibile con la vita umana. Quando l’essere umano la modella, l’accarezza e l’accompagna, la natura un po’ si piega in un rapporto di armonico equilibrio con l’uomo che prende il nome di vita.

Purtroppo però l’uomo moderno ha rotto questo equilibrio con la natura. L’uomo ha perseguito i suoi ideali nella convinzione di avere risorse infinite senza pensare alle conseguenze di tutto questo. Io non voglio essere catastrofista, ma abbiamo piante e animali in pericolo. Pensate anche solo ai cambiamenti climatici, ai ghiacciai che si stanno ritirando ovunque in maniera drammatica. A causa di questo in futuro avremo serissimi problemi nell’approvvigionamento di acqua dolce.

Come potremmo cambiare strada?

Dovremmo ricordarci che nel mondo ci siamo anche noi, che anche noi siamo animali. Dovremmo ricordarcene ogni volta in cui accade una catastrofe climatica, ogni volta in cui scoppia una guerra, ogni volta in cui qualcuno muore di fame. La vita sostenibile non può esserci se ci sono persone che muoiono di fame, di guerra. Non si può parlare di sostenibilità se non c’è pace nel mondo.

Dobbiamo ricordarci che prima o poi tutto crolla addosso a noi.

Nella tua carriera di conduttrice televisiva hai spesso avuto modo di incontrare i rappresentanti delle montagne italiane, cosa credi che ci possa insegnare questo ambiente?

Innanzitutto che l’unione fa la forza. Il bello delle piccole comunità è che qui l’uomo di accorge di essere parte di una natura forte e che non può conviverci da solo, ma che per farlo ha bisogno degli altri.

La montagna ci insegna a collaborare, che si sopravvive se ti occupi del tuo vicino di casa. Tra le terre alte si trova il segreto del futuro: la solidarietà tra gli uomini e una natura da avvicinare con familiarità e rispetto.

In quest’intervista hai citato più volte il concetto di sostenibilità, credi che il Pianeta possa dire di averla raggiunta?

Per gli scienziati la sostenibilità è la capacità di sopravvivere dentro i limiti dettati dalla natura, dai sistemi naturali. Oggi, in un mondo popolato da sette miliardi di individui, viviamo in un mondo di per se non sostenibile. Siamo troppi, stiamo diventando troppi per i sistemi naturali, per i nostri modelli di vita, per le nostre esigenze di consumo. Per questo oggi dobbiamo rivolgerci a un modo di vivere ecocompatibile, diverso, che tenga conto della sostenibilità.

Quando tutto questo potrà diventare realtà?

Non ci arriveremo per ideali. Lo faremo perché ci renderemo conto che ci converrà economicamente. In questi anni ho visto molte cose ammantarsi di una patina green totalmente finta, basata sull’economica.

Quel che però mi fa essere più ottimista di quanto lo fossi un tempo è vedere che le grandi industrie vanno incontro a un’economia green. Certo lo fanno per interesse, ma se così facendo aiutano anche l’ambiente ben venga.

Anche i giovani mi rendono felice. Le nuove generazioni nascono con un’impronta ecologica maggiore della nostra e possono contribuire a dare un impulso di cambiamento.

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Alpinisti in Erba: in abiti storici per ricordare la prima ascensione del Rocciamelone https://www.montagna.tv/cms/130001/alpinisti-in-erba-in-abiti-storici-per-ricordare-la-prima-ascensione-del-rocciamelone/ https://www.montagna.tv/cms/130001/alpinisti-in-erba-in-abiti-storici-per-ricordare-la-prima-ascensione-del-rocciamelone/#respond Tue, 11 Sep 2018 04:00:20 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=130001 Con i suoi 3538 metri d’altezza è una delle più imponenti cime delle Alpi Graie. Ritenuta in passato la più alta dell’intera catena a causa del balzo di 3000 metri con cui incombe su Susa, il Rocciamelone è ritenuto da alcuni la montagna su cui è nato l’alpinismo. Perché questa ipotesi? Perché ormai 660 anni fa, nel 1358 come ci hanno ricordato gli Alpinisti in Erba, Bonifacio Rotario, ha scalato per la prima volta questa cima piemontese.

Bonifacio Rotario, crociato astese, dopo essere stato catturato dai turchi si affidò alla Madonna promettendo che in caso fosse riuscito a tornare in patria le avrebbe dedicato un simulacro sulla cima della prima montagna che avrebbe incontrato una volta tornato a casa. Caso volle che la prima vetta ad incontrare con i suoi occhi fu l’allora cima più alta delle Alpi così, assistito da alcuni portatori, l’uomo realizzò la sua promessa e scalò l’ardita cima portando con se un trittico in Bronzo dedicato alla Madonna e oggi conservato all’interno della Cattedrale di San Giusto a Susa.

Gli Alpinisti in Erba, per ricordare quest’importante avvenimento, hanno deciso di impegnarsi in una divertente salita con abiti d’epoca. “Bonifacio Rotario si potrebbe definire precursore di quelli che sono gli Alpinisti in Erba d’oggi” ci hanno raccontato. “Per questo abbiamo deciso di ricordare questa importante data ripercorrendo lo stesso sentiero che da Mompantero porta alla vetta, con gli abiti d’epoca. Si tratta di un modo divertente e inusuale per ricordare la storia delle nostre montagne”.

Guardando le foto fate attenzione alle scarpe. Non tutto è d’epoca, soprattutto quando si parla di sicurezza.

 

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Pierluigi Bini: il mito con ai piedi un paio di Superga https://www.montagna.tv/cms/129396/pierluigi-bini-il-mito-con-ai-piedi-un-paio-di-superga/ https://www.montagna.tv/cms/129396/pierluigi-bini-il-mito-con-ai-piedi-un-paio-di-superga/#respond Fri, 07 Sep 2018 04:00:52 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=129396 Il suo era (ed è) uno dei nomi più celebri del Centro Italia. Negli anni ’80 forse il nome più conosciuto del Gran Sasso, la montagna su cui ha saputo portare una ventata di aria fresca e innovativa.

La sua più grande innovazione introdotta sulle pareti del Centro Italia fu l’uso dei chiodi solo per sicurezza e non per progressione oltre all’utilizzo, anche sulle vie più estreme, di semplici scarpe Superga. D’altronde “quelle si appiccicavano su qualunque cosa” ci racconta divertito il mito dell’Urbe Pierluigi Bini. Un nome che certamente avrete già sentito nominare. È l’uomo che ha rivoluzionato l’arrampicata del Centro Italia, quello che è sceso dalla Graffer disarrampicando o quello della prima solitaria alla via Buhl al Piz Ciavazes. Da dove inizia però questa storia?

“Tutto è iniziato a Roma quando avevo 14 anni, guardando le enciclopedie con un amico. Alla voce alpinismo c’erano questi scalatori impegnati nelle salite più ardite, ce ne siamo subito innamorati. D’altronde, da bambini, vedere queste immagini, vedere gli alpinisti sull’Everest, sul K2 o sulle grandi pareti delle alpi faceva un certo effetto. Un effetto talmente potente da spingerci a provare.

Dove hai iniziato ad arrampicare?

Le prima scalate le ho fatte sugli alberi e sui viadotti. Ricordo ancora le salite fatte sulla via Casilina, sul ponte del raccordo anulare, dove ho iniziato. Avevamo fatto alcuni buchi, ci eravamo costruiti delle prese, perché il muro era troppo liscio per essere salito nei suoi dieci metri di altezza.

Con il tempo poi ci siamo attrezzati un pochetto, i nostri genitori ci han comprato i chiodi e mi hanno iscritto al CAI. Un amico suggerì a mio padre che al Club Alpino magari mi avrebbero insegnato qualcosa e che poi certamente questa passione sarebbe scemata intorno ai 18, 19 anni con le prime ragazza (ride).

Qual è stata la tua prima volta in solitaria?

Era la Mario-Di Filippo al Corno Piccolo nel luglio del 1975, non avevo ancora compiuto 16 anni. Ricordo che solo dieci giorni prima l’avevo percorsa con Rys’ Zaremba, un istruttore del SUCAI, l’uomo che poi mi introdurrà al sesto grado. Era una bella via, allora purtroppo non ripetuta da 13 anni. Forse per questo mi è cresciuta dentro la voglia di ripeterla in solitaria autoassicurandomi con il metodo Casarotto.

Quel giorno sono salito tranquillo, senza grossi problemi poi, verso la fine della via, è scoppiato un temporale: cadevano fulmini, grandinava, pioveva. Arrivato in cima mi sono slegato lasciando, per paura, tutto il materiale in parete.

Uscii in mezzo alla grandine e ai fulmini con addosso solo una maglietta, mai più visto un temporale così (ride).

Quante vie hai percorso in solitaria?

Al Gran Sasso tantissime. Spesso ho ripetuto più volte le stesse vie in solitaria e continuo a ripeterle anche oggi. Ancora salgo un terzo e quarto grado slegato, un tempo andavo su gradi più alti.

Oltre al Gran sasso nel ’78 e ’79 ho avuto un’intensa attività in Dolomiti, facevo tre le settanta e ottanta vie a stagione. Ho fatto anche alcune belle solitarie come la via Gogna a Punta Rocca in Marmolada o la via dei Polacchi al Pan di Zucchero, sulla nord del Civetta e ancora il diedro Oggioni alla Brenta Alta.

Cosa ti dava l’essere da solo in parete?

Mi dava grande soddisfazione personale. Volevo realizzarmi e farmi conoscere, per questo cercavo di fare molte prime solitarie. Era soddisfacente perché erano salite che ancora non aveva fatto nessuno.

A influenzare questa mia voglia di successo era anche il fatto di venire da una situazione scolastica disastrosa, diciamo che ero alla ricerca di me stesso. Sono sempre stato preso per uno che non aveva voglia di fare nulla, per uno che non avrebbe mai trovato la sua strada. Aver finalmente scoperto qualcosa che sapevo fare bene, dove avevo un talento mi ha aiutato. L’avere poi le altre persone che, dopo avermi visto scalare, mi dicevano che ero bravo che ero forte, mi spronava a continuare in questa direzione. Ero super gasato da tutto questo e probabilmente mi gaserei ancora oggi sa fare quelle cose, anche se la testa oggi è un’altra. All’epoca pensavo di meno, ero giovane e non avevo una famiglia sulle spalle. Ogni cosa ha il suo tempo.

Hai mai avuto paura?

Qualche volta è accaduto, ma non sono mai state troppe le volte. Nonostante questo la paura c’è sempre stata. Si tratta di un sentimento normale che però sono sempre riuscito a tenere sotto controllo. La strizza è normale perché quando sei lì, da solo, a cinque o seicento metri da terra, capisci che ti potrebbe accadere qualcosa di inaspettato. Una volta in Marmolada ad esempio mi sono ritrovato a pensare molto spesso ai miei genitori, al fatto che erano soli a casa. È stato un momento particolare in cui ho sentito la morte molto vicina, con l’azione e la concentrazione del momento sono poi riuscito a uscire da quei pensieri e a riguadagnare la calma.

La mia fortuna credo sia stata quella di non essere mai stato preso dal panico.

Un’ultima domanda, cosa significa essere romano e fare l’alpinista?

In realtà io sono nato in Toscana, però sono cresciuto a Roma. Potrei definirmi un romano dal sangue toscano (ride).

All’inizio i romani erano guardati in generale con diffidenza quando salivano sulle Alpi, come se valessi meno di uno nato sulle Alpi. Anche io mi sono sempre sentito addosso questa cosa di essere romano, poi però quando mi vedevano arrampicare tutto cambiava. Sono stati molti quelli che sono venuti a complimentarsi con me dopo avermi visto in azione o che hanno iniziato a seguirmi. Alcuni mi hanno preso fin da subito come un piccolo mito (ride).

Come dico sempre puoi essere del Nord, del centro o del Sud, ma se sei uno che arrampica bene e sa quel che sta facendo vieni considerato al pari degli altri.

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Stefano Gregoretti: dal triathlon alle traversate più estreme del pianeta https://www.montagna.tv/cms/129351/stefano-gregoretti-dal-triathlon-alle-traversate-piu-estreme-del-pianeta/ https://www.montagna.tv/cms/129351/stefano-gregoretti-dal-triathlon-alle-traversate-piu-estreme-del-pianeta/#comments Tue, 04 Sep 2018 04:00:08 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=129351 Classe 1974, ama tutto quel che si può fare a contatto con la natura. Se poi c’è da far fatica ancora meglio. Pratica sport da sempre con una particolare predilezione per il nuoto, la bicicletta e la corsa. Passioni che l’hanno portato, nel 2006, ad avvicinarsi al triathlon. Con diversi Iron Man portati a termine, una vittoria alla Yukon Artic Ultra (100 miglia) e alla Gobi March (250 km) oggi Stefano Gregoretti è un atleta completo. Uno sportivo tutto tondo difficile da descrivere e raccontare, per questo abbiamo deciso di raggiungere Stefano e fargli qualche domanda.

 

Partiamo dagli inizi, perché hai iniziato a correre?

Ho iniziato perché ero interessato alla montagna e per andarci mi serviva il fiato. La corsa era quindi un mezzo con cui potermi allenare per la montagna. Con il tempo poi tutto si è evoluto portandomi al triathlon che mi ha permesso di unire le mie tre grandi passioni: nuoto, bicicletta e corsa.

Nonostante le gare però non ho mai dimenticato la montagna tant’è che nella seconda parte di stagione abbandonavo completamente il triathlon per dedicarmi ai trail e agli ultratrail.

Poi decidi di lasciare le gare…

Si l’incontro con Ray Zahab, ultrarunner canadese detentore di diversi record di traversata in giro per il mondo, con cui ho trovato un’ottima intesa mi ha portato verso le spedizioni e le avventure nei luoghi selvaggi del mondo. Oggi Ray è il mio compagno di avventura di avventura nei luoghi più estremi del pianeta.

Una domanda stupida, cosa provi in quando ti cimenti in questo tipo di prestazioni?

Innanzitutto trovo che il tempo, il cronometro, perda del tutto la sua utilità mentre diventa importante il rispetto per l’ambiente. Correre in mezzo alla natura è molto diverso dal partecipare a una gara, ti trovi in una condizioni completamente diversa. C’è una componente di rischio per cui ho i sensi molto più attivi; devo calcolare tutto perché non posso sbagliare nemmeno sui più piccoli dettagli; spesso non hai nulla per chilometri e chilometri, non incontri alcuna traccia umana. Tornare alle gare dopo questo è difficile perché manca quel limite che trovi quando ti metti alla prova nei posti veramente selvaggi come l’artico o il deserto.

Se abbiamo capito bene, le gare diventano “troppo definite”…

In gara hai più certezze. Hai un percorso definito, delle bandierine da seguire, posti tappa, qualcuno che ti aiuta. Nelle mie esperienze non hai nulla, non hai un percorso tracciato, non sai quanto è sicuro il percorso. Sta a te disegnare il tracciato in base alla caratteristiche del terreno, scegliere la direzione.

Le gare invece hanno a loro vantaggio che mi permettono di scoprire una Regione, le sue valli e la bellezza della natura. In gara si stringono amicizie, si approfondiscono rapporti umani. Mi hanno sempre attratto per il loro lato umano e anche per la cucina. Sarebbe bello organizzare un ultratrail in Emilia Romagna dove servire, nei posti tappa, spaghetti allo scoglio e prosecco (ride).

Qual è stata una delle esperienze più belle che hai vissuto?

La traversata della Namibia fatta in gennaio dove abbiamo corso per 1900 chilometri dal confine del Sud Africa fino al confine dell’Angola attraversando anche il deserto del Namib che è il deserto più antico del mondo e la Skeleton Coast. Fauna, cambiamenti di paesaggio, una cosa dura dove per un mese devi correre tra i sessanta e i settanta chilometri al giorno trasformandoti in un muratore della corsa: la mattina suona la sveglia, colazione si parte, ci si ferma per pranzo, mangi e riposi, riprendi la cazzuola e riparti con il tuo lavoro.

Una traversata bellissima dove però è mancata la componente di ignoto che invece avevamo nell’artico. Questo perché quando attraversi un continente caldo, com’è stato nel deserto della Patagonia dove siamo andati dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico, hai bisogno di acqua e quindi sei in semi-autosufficienza. Significa che ogni trenta chilometri c’è un team di supporto che ti aiuta portandoti l’acqua. Nell’artico invece è diverso: sei da solo per un mese e devi avere con te tutto il materiale che ti serve per sopravvivere durante la tua traversata e, una volta oltrepassata la metà del tracciato, sai che non puoi più tornare indietro perché finiresti i viveri, il carburante necessario per sciogliere la neve.

Hai mai raggiunto i tuoi limiti?

Assolutamente si, soprattutto nell’artico. Siamo stati presi da una tempesta artica mentre eravamo in marcia, durante la notte. Ci trovavamo su un colle a 1500 metri di quota quando siamo stati investiti da una tempesta che arrivava dal Polo Nord a cui si sono aggiunti dei venti catabatici che scendevano da cinque ghiacciai in contemporanea. I venti registrati alla stazione Inuit più vicina segnavano correnti a 170 chilometri orari, potete immaginare le condizione in cui ci trovavamo. Eravamo in autosufficienza e persi nella bufera, anche i dispositivi di navigazione non funzionavano perché, tirandoli fuori, il freddo dopo pochi secondi congelava lo schermo. Ho anche avuto un congelamento alla mano a causa del vento che si è infilato dentro le moffole.

Eravamo in una condizione in cui non ci si poteva fermare. Siamo andati avanti fino a trovare un masso dove riposarci e piantare la tenda.

Come ti prepari prima di partire per una nuova avventura?

La mia è una preparazione che dura dodici mesi in cui mi alleno parallelamente a Ray Zahab, se abbiamo in mente un progetto comune. Un mese prima della partenza poi facciamo un test per valutare le condizioni fisiche e la tenuta dei materiali. Ad esempio per la Namibia siamo andati nel deserto di Atacama, in piena estate, dove abbiamo provato i materiali e abbiamo fatto una settimana insieme per vedere la navigazione e il modo in cui uno ragiona e l’altro lo segue. Io e Ray in spedizione quasi non parliamo, andiamo quasi in simbiosi. Per questo prima di partire vogliamo verificare che questa intesa non sia andata perduta.

Oltre a questo e all’allenamento fisico c’è poi un discorso di alimentazione. Prima di partire bisogna sempre mettere su del peso, inteso come muscolatura e grassi. Riserve che ti permettano di resistere ai cambiamenti, al caldo e al freddo. In Namibia ad esempio ho perso 9 chili in un mese, ma il mio corpo è talmente abituato a processare i grassi che su 9 chili ho perso 8 chili di grasso e un chilo di muscoli.

L’alimentazione è fondamentale…

Diciamo che cambia in base a dove si va. Nell’artico avendo tutto con se e avendo un consumo calorico anche di diecimila calorie giornaliere non possiamo pensare di portarci dietro degli spaghetti, ne servirebbero troppi. La dieta in quell’ambiente sarà per il sessanta, settanta percento a base di grassi e il corpo deve essere in grado di abituarsi a una dieta di questo tipo. Il corpo deve abituarsi a processare in modo efficace i grassi altrimenti si perde la prestazione.

Nei deserti più caldi invece l’alimentazione sarà basata sui carboidrati con patate, olio di oliva e altri cibi che si conservano fuori frigo. In questo caso conviene partire un po’ più grassi in modo da avere una riserva.

In questo periodo ti stai preparando per qualche nuova spedizione?

Con Ray sto lavorando a un nuovo progetto in totale autosufficienza nell’artico. Un progetto della durata di circa un mese, di cui ci sarà modo di parlare più avanti.

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Yuri Palma, messaggero di bellezza https://www.montagna.tv/cms/129331/yuri-palma-messaggero-di-bellezza/ https://www.montagna.tv/cms/129331/yuri-palma-messaggero-di-bellezza/#comments Sun, 02 Sep 2018 04:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=129331 Yuri Palma, videomaker, talento, intervistaDiciannove anni ancora da compiere, un volto sbarbatello e un talento naturale per la fotografia e il videomaking. Stiamo parlando di Yuri Palma, figlio del Ragno di Lecco Fabio Palma, che nonostante la giovanissima età si è già guadagnato un posto tra i migliori videomaker d’Italia. A dimostrarlo i suoi video, dei piccoli capolavori di bellezza. Potete vederne un assaggio tra una domanda e l’altra mentre scopriamo qualcosa in più su questo ragazzo prodigio.

 

Yuri, quando hai preso in mano la tua prima fotocamera?

Avrò avuto undici o dodici anni. Avevo visto una pubblicità su National Geographic, così l’ho chiesta per il compleanno e ho iniziato a fare foto. In realtà non avevo la più pallida idea di come si usasse e quasi tutte le foto erano da buttare. Sbagliando mi è però nato l’interesse per quell’arte e così la voglia di imparare.

I bambini di undici anni leggono il Topolino, tu National Geographic…

Ho sempre fatto letture di questo genere, principalmente National Geographic e Le Scienze. Mi piacevano sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista naturalistico e fotografico. Mi piaceva viaggiare grazie alle fotografie, vedere i posti del mondo.
Diciamo che molta di questa curiosità mi è arrivata dal modo in cui i miei genitori mi han cresciuto. Mi han sempre portato in luoghi fuori da quello che è l’ordinario per un bambino piccolo. Ho trascorso molto tempo con loro in mezzo alla natura.

Capito che volevi migliorare come hai imparato?

Le basi le ho acquisite totalmente tramite gli errori. Andavo in giro, scattavo centinaia di foto, poi le riguardavo e magari una su cento mi piaceva così cercavo di capire cosa avevo fatto di giusto per ottenere quel risultato.
Una volta apprese le regole base la passione si è evoluta e fortificata. Uscivo di casa con l’intento e il piacere di fare foto, così mi sono anche messo alla ricerca di tecniche particolari per migliorare e approfondire la mia conoscenza.

Hai frequentato dei corsi?

No, ho iniziato a informarmi tramite video su You Tube. Dei tutorial americani (ho imparato l’inglese più lì che a scuola) su cui ho imparato i primi passi del retouching e grazie a cui ho ampliato la fotografia base. Passavo ore e ore, ogni giorno, su questi video tutorial. Poi, a un certo punto del progresso, ho iniziato a sperimentare per ricercare il mio stile.

Qual è il tuo stile, cosa cerchi di trasmettere con i tuoi video?

Posso dire che ho uno stile particolare perché non è identificato da un singolo interesse. Spesso parto da un lavoro che mi interessa per studiare un tipo di filone che poi sviluppo. Se però dovessi individuarne uno in particolare direi che il mio genere è legato a natura e avventura.

Cosa ti “racconta” la natura?

Questa è una bella domanda e la risposta varia molto. Non posso individuare una singola emozione che mi trasmette la natura perché ogni luogo mi induce sentimenti e sensazioni diverse. L’idea che ho della natura è di una forza superiore, una sensazione che provo a cercare anche nelle piccole cose, anche nei posti in cui un occhio non allenato non riuscirebbe a trovare alcunché.
Mi piace molto riuscire a trovare e mostrare quella bellezza, è qualcosa di unico.

Per ricercare la bellezza della natura devi allontanarti da casa?

Assolutamente no. Per quanto io adori viaggiare i luoghi in cui preferisco fare video sono dietro casa. Non ho bisogno di allontanarmi per trovare la bellezza, non bisogna allontanarsi per trovare la varietà e la diversità della natura. La bellezza si può trovare ovunque e ricercare quella vicino a noi aiuta a riscoprire e a rivedere i luoghi di sempre. Così facendo si capisce la grandiosità della natura che stupisce sempre ed è ogni volta impressionante.

Sei giovane, cosa vedi nel tuo futuro?

Grazie al fatto che questa passione si è trasformata in professione sto provando e sto riuscendo a convertire tutta l’emozione che provo in un vero e proprio lavoro. Al momento sto lavorando per aziende ed enti con ideali che coincidono con i miei, situazioni dove posso trovare un punto in comune con i miei pensieri. Spero di poter continuare a lungo in questa direzione. Spero di poter continuare a farlo soprattutto in ambito avventura/viaggi in modo da trovare altri posti nel mondo che possano continuare ad ispirarmi.

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Walter Bonatti e la sua “maledetta” passione che l’ha portato a vincere il GIV https://www.montagna.tv/cms/129002/walter-bonatti-e-la-sua-maledetta-passione-che-lha-portato-a-vincere-il-giv/ https://www.montagna.tv/cms/129002/walter-bonatti-e-la-sua-maledetta-passione-che-lha-portato-a-vincere-il-giv/#comments Sat, 01 Sep 2018 10:00:32 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=129002 La vetta del Gasherbrum IV appare ancora lontana nell’immagine di copertina de “La montagna scintillante”, il libro postumo di Walter Bonatti, edito da Solferino, che si sono ritrovati tra le mani quelli del Museo Montagna durante i lavori di sistemazione dell’archivio Bonatti. C’è da provare una certa invidia a immaginare il momento del ritrovamento, a immaginare gli archivisti del museo aprire uno scatolone e trovarsi tra le mani questo diario di una delle più belle spedizioni italiane in Karakorum.

Scritto da un ventottenne Walter Bonatti il libro appare quasi “acerbo”. Ma non è questa la verità. La scrittura è si semplice e giovanile, ma è ricca di dettagli e memorie su quanto accaduto. È uno dei primi testi scritti da Bonatti, fino a quel momento non si era mai cimentato nella scrittura, poi migliorerà moltissimo diventando lo scrittore di viaggio e avventura che tutti gli appassionati conoscono.

Quel che davvero impressiona di questo testo è la sincerità del racconto, è la minuziosità dei dettagli che permette di ricostruire momenti mai narrati prima di questa salita al “quasi” Ottomila del Karakorum. Bonatti racconta e ricorda. Torna indietro nel tempo ricercando con la memoria gli accadimenti di quattro anni prima quando, per la prima volta, calpestò le sabbie del Baltoro.

In fondo il K2 sta lì vicino, a uno o due giorni di cammino, difficile non rimembrare l’accaduto.

Il Walter che troviamo in questo libro è però rilassato e disteso. La squadra è unita e guidata da un vero leader, Riccardo Cassin, il grande escluso dalla spedizione del 1954. Già in partenza si conosce il calibro di Bonatti e Mauri, tutti sanno che hanno qualcosa in più e che probabilmente saranno loro i protagonisti di questa incredibile vicenda. Nessuno vuole primeggiare. Si gioca insieme per portare a casa un risultato unico, la salita della montagna scintillante, quella che per una manciata di metri non fa parte della corona degli Ottomila.

In poche parole un libro affascinante che si snoda tra vicende umane, ricordi dolorosi, rimpianti, amicizia, difficoltà tecniche, burocrazia e delusioni. Delusioni di un giovane alpinista appassionato e pregno di ideali. Ideali romantici per un alpinismo pulito e non spudoratamente commerciale.

“Per la prima volta giunsi a maledire la grande passione, ma solamente perché, accecato da questa, non avevo saputo prevedere tante conseguenze” scrive Walter a un passo dalla fine del testo. Di che conseguenze parla? Lo raccontano le 216 pagine di racconto.

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