Agostino Da Polenza – Montagna.TV http://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Fri, 12 Jan 2018 16:57:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.1 K2 montagna potente, ma non troppo http://www.montagna.tv/cms/117646/k2-montagna-potente-ma-non-troppo/ http://www.montagna.tv/cms/117646/k2-montagna-potente-ma-non-troppo/#respond Fri, 12 Jan 2018 07:30:34 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117646 K2 montagna potente, ma non troppo. Non facile stare d’inverno al campo base del K2, allestirlo, organizzarlo in tutte le sue componenti, anche se buona parte della fatica l’hanno fatta, da quel che è dato sapere dalle scarne e imprecise informazioni, dai portatori e sirdar che in anticipo hanno lavorato sul ghiacciaio sotto il K2.

Gli alpinisti hanno a disposizione ora una loro tenda-casa e le tende comuni, la cucina e la mensa, che d’inverno vengono tenute insieme per non disperdere prezioso calore. C’è l’impianto per produrre energia elettrica, sempre più necessaria per i pc, le telecamere, i telefoni. Non si capisce però se la mancanza di comunicazione che affligge o delizia la spedizione polacca dipenda da questioni di risparmio economico sul traffico satellitare, da direttive governative polacche o da direttive del management della spedizione, ma forse solo da qualche problema tecnico e di scarsa esperienza da parte del patrio ufficio stampa. È però un gran peccato che il grande evento dell’ultima invernale su un ottomila, per di più sul K2 – che è la “Gran Becca” degli 8000, rischi di passare in sordina.

Pochini seguono l’evento, persino tra gli specializzati, ma siamo solo all’inizio. Tutti costretti a usare immagini di repertorio estive, alcuni spacciandole subdolamente per fresche di giornata importate dalla Polonia.

Sul ghiacciaio Godwin Austen le tende degli alpinisti, dei portatori d’alta quota e del personale pakistano sono sferzate dal vento radente. Uscendo dalla tenda mensa dopo aver ingurgitato la colazione i passi sulla morena secca stridono come il gesso sulla lavagna, l’aria è a meno venti e lo sguardo corre in direzione dell’attacco della via Cesen.

Oggi si parte per davvero, abbigliati per opporsi al tagliente vento che sfila in quota da sud-ovest, sbatte a 70 km orari contro il K2, si infrange come un’onda e lo circonda provocando correnti che espandono in tutte le direzioni la loro potenza. Il sole, dov’è il sole? Pochissime ore al base, ma salendo l’esposizione migliora e se tutto va bene, con la buona voglia del primo giorno nelle gambe, si arriva a campo 1, appena sotto i 6000, qui la temperatura è a meno 35.  

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“Il peso delle ombre”: racconti veri, fake news e comode bugie http://www.montagna.tv/cms/117402/il-peso-delle-ombre-racconti-veri-fake-news-e-comode-bugie/ http://www.montagna.tv/cms/117402/il-peso-delle-ombre-racconti-veri-fake-news-e-comode-bugie/#comments Sun, 07 Jan 2018 06:00:46 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117402 Alessandro Gogna ama la montagna: la notizia è vera. Per questo riesce a scovare nel mondo dei montanari e ancor più in quello degli alpinisti delle particolarità e delle criticità che a volte rendono difficile questo amore.

Questa volta da bibliofilo montano s’è incontrato con il libro “Il peso delle ombre”, GabrieleCapelli Editore, di Mario Casella, giornalista svizzero di carta stampata, radio e televisione, ma anche provetto alpinista.

Vien da pensare, leggendo il libro, che la verità e l’oggettività siano materia poco frequentata sulle montagne: la complessità degli elementi interpretativi ambientali, la lunghezza della prestazione, che spesso si protrae continuativamente per giorni, l’incredibile quantità di stimoli e influenze psicologiche determinate dall’individuale condizione fisica, dallo stato di nutrizione, dalla mancanza di ossigeno, per dirne solo alcune, influenzano a tal punto la condizione psichica da proiettarci talvolta in realtà parallele, come studiato di recente da una ricerca scientifica sugli effetti psicotici dell’alpinismo d’alta quota. Insomma, in certi momenti non sappiamo cosa facciamo e se quel che ricordiamo è quel che abbiamo fatto. E così, giocoforza, ricostruiamo l’accaduto, spesso con ambiguità e, ovviamente, a nostro vantaggio.

Ma è anche vero che la prova non è in assoluto richiesta in alpinismo e dunque l’impresa, la mancata impresa o il salvataggio, proprio o altrui, rimangono nella storia come fatti accaduti, criticati e a volte confutati con altri pezzi di storie alternative alla prima. Questo crea il caso e quelle che Casella definisce ombre, che ci si trascina appresso, qualunque sia stata la motivazione della storia raccontata dal protagonista, o della contro-storia raccontata dai suoi detrattori.

Le conseguenze sulla vita dei protagonisti possono essere dolorose e deleterie, cambiano la percezione della credibilità da parte degli altri, sono un duro colpo all’autorevolezza, sia pure sportiva e alpinistica. Anche se a taluno pare non importi proprio e procede imperterrito verso… la cima.

Una ricerca complessa quella di Casella che tocca, lui lo fa con grazia, uno dei nervi scoperti dall’alpinismo. La verità è importante, ma la sua ricerca, sostiene Casella, non può essere però ossessiva tanto da deformarne i contorni e a volte i contenuti.

Resta il fatto che l’ambizione e l’esibizionismo sono indubbiamente, in dosaggi differenti secondo i casi e le persone, presenti nella storia dell’alpinismo e degli alpinisti, sempre, sia in senso positivo che deteriore. La competizione, altro elemento di stimolo al miglioramento anche qualitativo delle prestazioni, particolarmente nelle sue ricadute economiche, è talmente al ribasso e drogata dal rapporto tra professionisti ( guide e alpinisti sponsorizzati a vario titolo) e dilettanti ( accademici e amatori di vario pensiero e natura ideologica) da non consentire l’espandersi di un serio e credibile movimento professionale delle attività alpinistiche-sportive, che si fondi su un’oggettiva valutazione e riconoscimento della qualità delle attività stesse.

Il terreno incerto e ambiguo nel quale l’alpinismo si agita contribuisce a creare non pochi “casi”, veri e/o falsi.

Le storie nel libro di Casella sono 17, dal K2 di Walter Bonatti al Cerro Torre di Cesare Maestri, alle imprese di Cook in Alaska, all’Annapurna di Ueli Steck, ma anche la parete sud del Lhotse di Tomo Cesen e le ombre su Messner sopo il Nanga Parbat. Il tema dell’ossigeno e le storie di onestà ed umiltà delle donne di montagna attraverso le vicende di Henriette d’Angeville e di Edurne Pasaban. Sono tutte vere come le polemiche e le contro-verità che hanno suscitato.

Del resto, ogni alpinista è stato certamente protagonista, come ogni uomo di mare, di caccia o pesca, di piccoli e grandi “casi”, volontari o no, di esagerazione e manipolazione della verità. Qualcuno ci ha perfino costruito pezzi della propria fama. Ma non è un fenomeno dei giorni nostri. Esilarante ed emblematico in tal senso il famoso “libretto” di Giuseppe Mazzotti, regalato in edizione anastatica allo scorso Film Festival di Trento e che titola: “La montagna presa in giro”, anno 1935.

Casella conclude: “È stata per me una scalata carica di emozioni e a momenti fonte anche di inaspettate riflessioni che credo possano essere estese ad altri ambiti dell’attività umana: dal lavoro al tempo libero, dalla vita privata alla malattia. Sono temi che interpellano: la vita e la morte, l’amore per chi ti vuol bene; l’autostima e l’egoismo; la competizione e il rispetto degli altri”.

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Buon compleanno Krzysztof Wielicki! http://www.montagna.tv/cms/117380/buon-compleanno-krzysztof-wielicki/ http://www.montagna.tv/cms/117380/buon-compleanno-krzysztof-wielicki/#comments Fri, 05 Jan 2018 11:40:21 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117380 Auguri Krzysztof, auguri di cuore a te per i tuoi 68 anni, compiuti oggi mentre te ne vai sul ghiacciaio del Baltoro per raggiungere uno dei balconi più belli, Urdukas, con i suoi 4000 metri dai quali allungare lo sguardo verso le maestose Cattedrali, la torre di Trango e su su fino al Broad Peak che fa capolino di sopra la barriera della torre Muztagh.

Farai di nuovo festa questa sera, nel buon campo di Urdukas, con i tuoi compagni di spedizione e sarà bello e importante il regalo di compleanno che ci tutti ci auguriamo ti faranno: la vetta del K2 in quest’inverno tutto polacco, dedicato alla grande montagna, ora dei pakistani e ancora un poco anche degli italiani. Per questo sentiamo tutti di esserti vicini.

Buon Compleanno e buon K2.

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“Il pugno di ferro” di Wielicki. Consigli per la vetta? http://www.montagna.tv/cms/117205/il-pugno-di-ferro-di-wielicki-consigli-per-la-vetta/ http://www.montagna.tv/cms/117205/il-pugno-di-ferro-di-wielicki-consigli-per-la-vetta/#comments Sat, 30 Dec 2017 09:15:14 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117205 Credo fosse su Scandere, rivista antica di alpinismo pensato. Si raccontava di un alpinista e yogi giapponese trasferitosi in quel di Chamonix, nessuno lo vedeva scalare le montagne eppure era nota a tutti la sua raffinata bravura. Scoprirono, seguendolo di nascosto, che il suo pensiero e la concentrazione erano talmente grandi che arrampicava senza dover toccare la roccia, semplicemente mettendosi davanti alla parete e salendo con lo spirito.

Ora, le invernali himalayane forse son troppo complesse per essere risolte solo con la forza del pensiero, anche se pare che la prima regola per arrivare sul K2 in inverno sia quella di concentrarsi, ma non già sulla cima (sulla vittoria, si diceva una volta) o sulla competizione (con altri pretendenti?), ma sulla sopravvivenza. Supposto che un certo Darwin già considerava la lotta per la sopravvivenza un atteggiamento competitivo, concentrarsi sulla sola sopravvivenza pare limitativo come atteggiamento (anche se immenso è il beneficio che ne deriva) per portare piedi umani fin sull’ultimo metro di una montagna di 8611 metri in inverno.  

La seconda virtù consigliata e obbligatoria è quella della pazienza e qui la saggezza e l’esperienza dei “consigliatori” vengono fuori tutte. Aggiungere l’essenzialità dei pensieri e delle azioni, che con la pazienza va a braccetto, pare doveroso.

Il terzo consiglio è di credere nella scienza predittiva, nel senso metereologico. Se Dio è oggetto di fede, talvolta traballante a causa dell’umana debolezza, il meteorologo di fiducia è invece certezza matematica. Se una “finestra” si apre, si apre di sicuro e splende il sole. E dunque è a lui solo che giunti al campo base bisogna dedicale stupa e puja (ed anche un telefono satellitare).

Tutto qui.

Riguardo la spedizione polacca partita per il K2, trattasi poi di spedizione pesante, ancorché nazionale, di squadra, come una volta. Certo questa scelta si porta appresso qualche critica, anche amica, proprio per l’“impostazione filosofica”, soffusa ma aspra; ma si capisce che dovendosi garantire il massimo delle possibilità di successo, non si poteva far diversamente.

Se la massima probabilità possibile di successo dev’essere garantita, c’è quindi anche da consigliare al bravo ed espertissimo Krzysztof Wielicki, capo spedizione, che prenda con sé non solo le carote, ma anche il bastone. Ci son teste calde in quel gruppo a cominciare da Denis Urubko che, secondo quanto è stato dichiarato recentemente da chi lo conosce bene, pensa e agisce un po’ rozzamente, da militare russo. Viene da pensare a Desio a cui glie l’han menata mica poco per il piglio militare con il quale aveva gestito la spedizione al K2 del ‘54. Ora si consiglia lo stesso metodo “autoritario e fascista” a Wielicki. Boh.

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K2: si parte! http://www.montagna.tv/cms/117137/k2-si-parte/ http://www.montagna.tv/cms/117137/k2-si-parte/#respond Fri, 29 Dec 2017 06:00:45 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117137 “Siamo ai blocchi di partenza” avevo scritto due anni fa quando Moro/Lunger, Txikon /Nardi/ Sadpara, Revol/ Markievicz si apprestavano il 21 dicembre a iniziare a salire le loro vie sul Nanga Parbat.

Quella volta tutti s’impegnarono in un pre-acclimatamento da qualche parte in quota per arrivare poi al Nanga bell’e acclimatati pronti per dare il meglio in tempi brevi.

Alla fine, dopo vicissitudini non proprio edificanti, Txikon, Sadpara e Moro arrivarono in vetta a gloria loro e dei loro sponsor. Bravi, quel che conta e che rimane nella storia dello sport e non solo, è quello che ha segnato il goal o il primo che arriva al traguardo.

Janusz Majer, organizzatore in patria, e Krzysztof Wielicki, capo spedizione sulla montagna, polacchi di lungo corso alpinistico himalayano anche d’inverno, per mesi hanno cercato sponsor, fatto strategie e messo insieme una squadra più che credibile per la prima invernale al K2.

Oltre a Janusz Gołąb che supporterà Krzysztof, faranno parte della spedizione anche Adam Bielecki, Denis Urubko, Rafał Fronia, Marek Chmielarski, il paramedico Jarosław Botor, il regista Dariusz Załuski, Marcin Kaczkan, Artur Małek e Piotr Tomala.

Et voilà!

Una parte dei portatori, il irdar e il personale che rimarrà per l’inverno sul ghiacciaio al campo base a 5000 m, sono già sul posto e stanno predisponendo tende, fornelli e preparando nel migliore dei modi il campo.

Wielicki, 67 anni e centinaia di grandi salite e decine di spedizioni, è l’uomo di maggiore esperienza al mondo sugli “ottomila”, inverno compreso, ma è anche uomo di formidabile esperienza e capacità nel gestire una spedizione e, cosa essenziale, nel far funzionare la squadra e i singoli uomini che ne fanno parte. È carismatico e gentile, ma anche determinato. Ha scelto di salire il K2 con uno stile “classico” con una grande spedizione. Quindi i rischi, oltre che climatici e meteorologici, sono anche umanai, psicologici, determinati dalle ambizioni di tutti, ma anche dalle paure di ognuno.

La via di salita scelta é la Cesen che si sviluppa a sinistra, guardando il K2 dal campo base, della via degli Abruzzi, quella salita dagli italiani nel ‘54 e ritenuta la via classica per la vetta.

La Cesen è più ripida fino alla “spalla”, ma più protetta. Lì si ricongiunge con la via classica degli Abruzzi dove normalmente viene posizionato campo 4 attorno ai 7700metri circa, dipenderà dalle condizioni dei pendii. Da lì in poi si affronta la parte ripida del pendio che porta al “collo di bottiglia”, sotto il grande seracco sommitale oltre il quale le speranze di arrivare in vetta diventano concrete.

Quante probabilità hanno di farcela? I numeri e le statistiche, ne ho lette nei giorni scorsi che assomigliano più alla cabala o ai numeri un po’ tarocchi che i politici enunciano e che incredibilmente dimostrano sempre che hanno fatto “molto bene”, non aiutano più di tanto. Quindi mi affido al mio istinto e a due “se”.  Se si acclimateranno per bene e se avranno la possibilità di avere una finestra di quattro giorni di tempo bello e vento accettabile (max 30/40 km orari nel percorso terminale), nelle prime tre settimane di febbraio le possibilità di arrivare in vetta potrebbero aggirarsi attorno al 30%. Qualcuno degli alpinisti in partenza è stato molto più pessimista, Bielecki ha azzardato un 5%. Ma la prudenza di chi parte per un’impresa così dura è comprensibile. Io credo che Krzysztof la pensi più come il sottoscritto. Vedremo, il nemico da battere sono i venti che sferzano impietosi da nord ovest la montagna. Quanti campi abbiamo visto portar via sul K2.

Simone Moro che quest’anno sarà al freddo in Siberia, dove tenterà una montagna di poco più di 3000 metri di quota, quindi non in quota, intervistato per il rinnovato sito Python, afferma al riguardo: “Una via nuova in estate riguarda l’arrampicata tecnica, ma in inverno è più una questione di resistenza psicologica e fisica e dolore, è come essere ai margini di una situazione disumana per diverse settimane” e continua: “Conta più l’atteggiamento mentale, che l’allenamento vero e proprio. Ciò che è richiesto è saper aspettare. E aspetta. E aspetta. A volte si aspetta per settimane o addirittura anni prima che il giorno giusto o la finestra del bel tempo o l’inverno giusto si presenti”.

 

Lo squadrone polacco di tempo ne ha, fino al 20 marzo, e poco importa la recente polemica sulle date entro le quali un’invernale è riconosciuta tale. Urubko, per esempio, non pare proprio essere d’accordo con le teorie più generali che indicano le date del 21 dicembre e del 20 marzo come quelle entro le quali realizzare invernali. Sulla questione Moro si scalda nell’intervista a Pythom e ribadisce la sua posizione molto intransigente: 21-12/20-03. Le regole sono regole.

Ma ci sono le regole sugli 8000? Basta decidersi se si o se no.

Intanto godiamoci la performance dei nostri amici polacchi e facciamo il tifo!

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L’arrampicata e l’alpinismo sono politicamente innocenti? La polemica attorno a Adam Ondra http://www.montagna.tv/cms/116924/larrampicata-e-lalpinismo-sono-politicamente-innocenti-la-polemica-attorno-a-adam-ondra/ http://www.montagna.tv/cms/116924/larrampicata-e-lalpinismo-sono-politicamente-innocenti-la-polemica-attorno-a-adam-ondra/#comments Tue, 26 Dec 2017 06:00:50 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116924 In un mondo nel quale a tutto viene dato un colore politico, la polemica (ma lo è?) che coinvolge l’arrampicatore più forte e noto al mondo fa un po’ sorridere.

Adam Ondra s’è infilato con tutta l’agile destrezza e forza di cui è capace nelle spire della propaganda pro e contro Israele e pro e contro palestinesi, ma anche nel pregiudizio melmoso della destra e della sinistra nostrani che parteggiano per l’una o l’altra parte.

Estrapolano il caso specifico di Adam Ondra – e cioè dalla questione se Adam sia stato vittima consapevole o meno dell’enorme trappolone propagandistico che l’ha stritolato  fino a fargli piagnucolare “…climbing should be free for everyone and it does not really depend on country, religion, sex or race.” (e ci mancava altro!) – la domanda che taluno si pone è se l’arrampicata e (allarghiamoci) l’alpinismo siano per davvero innocenti come il bimbetto del Natale, politicamente parlando.

No di certo. Lo sport, nonostante de Coubertin, si è tinto spesso dei colori della politica: a volte del nero o del rosso della dittatura, altre del rosso sangue di innocenti massacrati proprio durante le Olimpiadi come accadde a Monaco di Baviera nel ‘72.

Ma anche l’alpinismo e l’arrampicata non sono stati a guardare. Con Manaresi, presidente fino all’aprile del 1943 quando cadde Mussolini, il CAI era di fatto espressione diretta del Regime. Emilio Comici fu commissario prefettizio di Selva Val Gardena.

Guido Rossa, emigrante bellunese a Genova, fu sindacalista ed alpinista: molti giovanissimi forse non lo ricordano, ma praticò con maestria e intelligenza l’arrampicata in falesia e su durissime vie delle Alpi. Rossa accettò di rappresentare gli operi dentro le fabbriche genovesi negli anni di piombo, ma denunciando anche i violenti. Fu ucciso il 24 gennaio 1979 dalle Brigate Rosse e la sua morte determinò la definitiva liberazione della sinistra dal fiancheggiamento al terrorismo.

Sono episodi che mi vengono in mente di getto e in ugual modo pigio sulla tastiera.

Eccone un altro di fatto intriso di politica, fanatismo, terrorismo, d’altro continente e natura: ero a Skardu nell’estate 2013 nel cuore del Baltistan e mi stavo incamminando con la mia compagna per raggiungere il campo base del K2 quando la polizia ci informò che al campo base del Nanga Parbat, nella zona di Fairy Meadows, 11 alpinisti internazionali erano stati assassinati da terroristi talebani. Fu terribile e certo non c’incamminammo sul Baltoro con serenità.

Il povero Ondra, spero e voglio credere nella sua innocenza, intesa come totale buona fede, dovrebbe sapere che dalle parti della Palestina e di Israele i giochi sono molto, molto più pericolosi dell’arrampicarsi su dei sassi per aprire il primo 9a della regione, foss’anche senza alcuna protezione. Lo sono pericolosi, questi giochi, per la vita delle persone che da decenni difendono le parti contrapposte dentro un gioco che tale non è, perché assomiglia troppo alla guerra.

Forse Adam doveva capire, prima di partire per questo suo viaggio, come ci dicevano le nostre madri, che non tutto è un gioco, nemmeno se poi chiami la tua via “Climbfree”. Doveva anche sapere che in questi luoghi, in ogni dove ti muovi, trovi un raccontatore di storie moderne pronto a strumentalizzare per la sua parte il tuo agile muoversi in verticale.

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Parapendio nuova frontiera dell’alpinsimo esplorativo himalayano? http://www.montagna.tv/cms/116949/parapendio-nuova-frontiera-dellalpinsimo-esplorativo-himalayano/ http://www.montagna.tv/cms/116949/parapendio-nuova-frontiera-dellalpinsimo-esplorativo-himalayano/#respond Mon, 25 Dec 2017 06:00:59 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116949 L’American Alpine Journal, prestigiosa raccolta annuale di attività alpinistiche e montane, pubblica una storia che merita d’essere raccontata più per il titolo (“Innovative Approach: Using paragliders to attempt high peaks in Nepal’s Langtang Hima”. Per leggere l’articolo, qui) che per il fatto in sé, peraltro curioso.

Julien Dusserre si diletta d’alpinismo e parapendio e s’inventa, ma non pare essere una novità assoluta, per superare valli impervie e seraccate complesse – e spratto pericolose, di affidarsi al vento e alle correnti ascensionali che nelle valli himalayane spingono l’aria calda delle pianure e foreste subtropicali verso le fredde alte quote, come degli immensi camini. Il fenomeno è noto anche per il trasporto degli inquinanti e in particolare del black carbon dalle pianure e boscaglie pre-himalayane, spesso interessate nelle stagioni secche da estesi incendi di sterpaglie, fin alle bianche distese nevose dove si deposita, accelerando i processi di scioglimento della neve.

E così Julien per raggiungere versanti e pareti nascoste e inaccessibili del Lantang Himal, la catena più vicina alla capitale Kathmadu e confinante a nord con il Tibet, prende il volo con il suo parapendio.
Per a verità la logistica non pare particolarmente semplice ed il peso degli zaini, 37 kg a testa, è tutt’altro che confortante. Certo il Lantang Lirung (7227m) è una magnifica montagna, in linea d’aria vicina al punto di accesso alpinistico turistico del Nepal, l’aeroporto di Kathmandu, ma poco accessibile se non per i versanti sud-est e sud-ovest, che dalla conquista, avvenuta nel 1978, hanno registrato sin ora solo 14 salite in vetta (ufficiali).

Come accade in Himalaya, l’intera parete est è vergine e anche gli altri versanti sono inviolati e pressoché inesplorati. Alpinismo d’esplorazione dunque: affascinante e attrattivo.

Usando le montagne come punto di lancio si sono allungati nella regione dell’Helambu e con questa affascinante tecnica di trasporto aereo hanno raggiunto il Langtang evitando qualche giornata di cammino.

“Il 30 aprile abbiamo preparato zaini da 18 chilogrammi e abbiamo volato da un’altezza di 4200 metri ad una terrazza nevosa sulla parete sud-ovest della montagna a 5800 metri. Sfortunatamente eravamo nelle nuvole”. Da lì iniziano una discesa complicata dall’abbondante neve, fino a “volare giù per la valle principale”.

Dopo aver sperato tra il 5 e 10 maggio che le nuvole ed il vento consentissero il ritorno in quota con il parapendio, ciò che infine è realmente volato via sono state le speranze di salire la montagna. E son tornati a casa.

Quando da giovani leggevamo l’American Alpine Journal subivamo una certa soggezione di fronte al rigore autorevole della rivista. Questo articolo buffo che non porta da nessuna parte, nemmeno nelle prossimità della cima del Lantang Lirung, lascia un poco stupiti e disillusi. Scoprire con qualche decennio di ritardo che con il parapendio in montagna ci si può spostare da una valle all’altra pare, come dire, poco innovativo ed applicare questa tecnica all’esplorazione himalayana al tempo degli elicotteri, che ti portano esattamente dove vuoi, pare quantomeno aleatorio, ma simpatico.

Affidare al parapendio le sorti della buona riuscita delle spedizioni in Himalaya, da questo esperimento, pare del tutto catastrofico.

L’articolo lo inseriamo nella categoria curiosità/costume/cazzeggio, tanto per intenderci.

 

 

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Regali alpinistici di Natale http://www.montagna.tv/cms/117090/regali-alpinistici-di-natale/ http://www.montagna.tv/cms/117090/regali-alpinistici-di-natale/#respond Sat, 23 Dec 2017 09:00:17 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=117090 La gran sorpresa annunciata come l’avventura alpinistica invernale più fredda della storia sarà il Pik Pobeda, 3003 metri, nel cuore della regione del Chersky Range. Mai nessuno l’ha scalata in inverno. Autori: Simone Moro, gran campione mondiale dell’alpinismo invernale d’alta quota, e Tamara Lunger, sportiva determinata e appassionata, che questa volta in cima ci arriverà per certo.
Freddo lo farà di sicuro e l’appassionante avventura di portarsi, subito dopo Natale, in luoghi remoti per passare qualche settimana selvaggia, consentirà ai nostri eroi di raccontarci poi la loro storia. Evviva.

Al K2 i portatori pakistani, nonostante le nevicate di queste ultime settimane in Baltistan, hanno risalito il Baltoro e raggiunto i 5000 metri del campo base iniziando a installarlo, facendolo bello e accogliente. Condizione assolutamente necessaria perché Krzysztof Wielicki e i suoi prodi polacchi, passato il Natale in famiglia, possano poi incamminarsi rapidamente a loro volta verso la loro montagna ed avere una buona chance di realizzarne la prima invernale. Intanto si allenano a più non posso. Sono loro i predestinati dalla tradizione e non possono certo venir meno alle aspettative. Anche loro scriveranno e racconteranno le loro storie di freddo, vento ed alta quota per tutti noi.

Mentre la Catalogna si ripete, nel senso che rivota gli indipendentisti incarcerarti dal governo spagnolo, il basco Alex Txikon lascia la turbolenta, politicamente, terra iberica e se ne va all’Everest per il secondo tentativo invernale. Ci va per realizzare la prima invernale senza ossigeno (sulla questione della prima un signore che di nome fa Urubko, che sarà al K2 con Wielicki e che è stato compagno di invernali di Moro, ha detto che secondo lui non è vero che è la prima perché il nepalese Ang Rita nel 1987 lo ha già fatto). Con lui Ali Sadpara, fortissimo pakistano che con Alex aveva salito il Nanga Parbat. Di sicuro anche all’Everest farà molto, molto freddo e loro racconteranno e scriveranno e filmeranno per la nostra curiosità di appassionati d’alpinismo.

Ma a proposito del Nanga, ecco di nuovo un’altra coppia appassionata. Tomek Mackiewicz ed Elisabeth Revol tornano sul Nanga Parbat, caparbiamente, per salire la via tracciata da Messner ed Eisendle e mai salita, nemmeno d’estate. Moro non aveva detto che era andato con Txikon perché la Messner era troppo pericolosa? A loro non gliene frega proprio niente. Gli brucia dentro un fuoco talmente violento che se non stanno attenti scioglieranno i ghiacciai. Lei è proprio brava e determinata, lui non si sa bene cosa sia, ma di certo è forte come un toro e sufficientemente matto da tornare sulla sua montagna per la prima invernale. La sua. Quella degli altri, due anni fa, per lui non conta nulla. Storia d’altri tempi.

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Gogna …montagne da 25.000 metri d’altezza. Tecnologia e alpinismo http://www.montagna.tv/cms/116542/gogna-montagne-da-25-000-metri-daltezza-tecnologia-e-alpinismo/ http://www.montagna.tv/cms/116542/gogna-montagne-da-25-000-metri-daltezza-tecnologia-e-alpinismo/#comments Sun, 10 Dec 2017 06:00:22 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116542 È come se Alessandro Gogna avesse seguito la nostra lunga e animata discussione di redazione di qualche giorno fa, iniziata prendendo spunto dal gioioso annuncio degli alpinisti polacchi pronti per il K2 invernale con tanto di guanti e scarponi riscaldati e che s’è infognata su un irrisolto 9c del dibattito alpinistico: su cosa è lecito o no usare in alpinismo senza vergognarsene. A quel punto s’è materializzato sul gognablog un lungo articolo dal titolo “Alpinismo e Tecnologia”.

La faccio breve nel riassumere la nostra discussione: prima ognuno di noi ci ha messo il suo pensiero e sentimento, poi ci siamo posizionati su un piano più oggettivo chiedendoci quali siano le discriminanti qualitative per un’impresa alpinistica d’alta quota, più semplicemente cosa si può e non si può fare in alpinismo per non sentirsi degli imbroglioni.

Ma andiamo per ordine, tre gli ambiti presi in considerazione.

Il primo riguarda la “battaglia dell’ossigeno”, che modifica artificialmente e certamente in modo significativo la prestazione atletica individuale, che di fatto iniziammo 10 anni fa proprio su questo sito (Dossier: l’ossigeno è doping?), pare oggi vinta. Se sali una montagna con l’ossigeno devi dirlo subito se scrivi o racconti pubblicamente della tua salita.

L’altra questione riguarda i farmaci. Quali sono consentiti e quali no? Sempre per non sentirsi degli imbroglioni o peggio dopati.

Ovviamente stiamo parlando di farmaci assunti per aumentare la capacità di prestazione in condizioni ambientali avverse, determinate dalla notevole minore disponibilità di ossigeno, dalle temperature rigide, dalla difficoltà di alimentarsi per lunghi periodi. I diuretici e gli analgesici, con l’aspirina e gli antinfiammatori vari stanno probabilmente in cima alla classifica dell’assunzione, ma i contenitori plastici che arrivano tutt’ora ai campi base con intere farmacie ambulanti potrebbero far pensare che molti alpinisti qualche eccesso farmacologico, diciamo così, lo hanno praticato e tuttora lo attuano. Non che in passato fosse proibito impasticcarsi, la storia dell’alpinismo ci racconta dell’uso del Pervitin, una metanfetamina, da parte di Hermann Buhl per salire il Nanga Parbat e non era il solo: vennero poi fatte persino prove di emotrasfusione per aumentare la capacità di acclimatamento e di prestazione dell’alta quota. Al di là che farmacologi e fisiologi, visto che ci stiamo occupando di prestazioni atletiche, ribadiscono che l’effetto dei farmaci assunti in stato di ipossia grave è pressoché sconosciuto, rimane l’interrogativo di quali farmaci possano essere considerati doping, anche per l’alpinismo. Ovviamente ci sono farmaci che possono salvare da edemi polmonari e cerebrali e da insufficienze cardiache o servire a contrastare le conseguenze dei congelamenti e devono essere usati in caso di pericolo.

Infine le tecnologie. Sandro Gogna sul suo blog la prende da lontano, da Saturno e dalle montagne dello spazio per poi tornare subito sulla terra: “Le discussioni su materiali, tecniche e adesso anche sulla tecnologia probabilmente sopravvivranno all’alpinismo stesso”. Aggiunge: “Abbiamo innalzato standard e limiti, a volte di tanto. Ci consoliamo così, ed è giusto. Ma se ci facciamo l’altra domanda “e l’esperienza individuale?” cosa rispondiamo? È aumentata? È rimasta sostanzialmente simile? O magari è diminuita?”. Il testo di Gogna pone interrogativi e fornisce spunti per risposte più ampie e complesse rispetto a quanto ci siamo qui proposti.

La nostra domanda iniziale era più semplice e riguardava i guanti e gli scarponi riscaldati. Si possono usare senza sentirsi, come dicevamo, degli imbroglioni. In occasione della prima invernale al Nanga Parbat leggemmo un autorevole e sdegnato ripudio di questi dispositivi tecnici, ma anche del loro utilizzo. E non era la prima volta. Alcuni li usano altri no. Punto.

Nemmeno noi oggi abbiamo raggiunto l’unanimità del verdetto. Proprio i più giovani paiono più intransigenti, sul piano dell’etica sportiva, se si può applicare all’alpinismo. Certo, come scrive Gogna e come sappiamo tutti, l’evoluzione non riguarda solo di corde, piccozze, ramponi e abbigliamento.

Il mondo dell’informatica e della tecnologia elettronica è ormai parte integrante dell’andare sulle montagne: GPS e telefoni satellitari, action cam, droni, orologi con sistemi di diagnostica medica sono una realtà degli alpinisti e soprattutto delle spedizioni.

Certo il sogno dell’uomo d’essere libero e la nostalgia per un mondo con meno orpelli seppur tecnologici ci assale e il buon Sandro dopo aver dissertato su questo e con nostalgia su Dibono e Messner, si rifugia nell’assioma che piace a tutti, ma che salva da sempre anche gli svergognati dell’alpinismo: “Non stabilire regole, la libertà prima di tutto. Se cominciamo a dire qui questo si può fare, là no, è già finita in partenza. Meno male che la comunità alpinistica è sempre stata abbastanza restia ad accettare decaloghi e codici vari. Ma con l’aumento della tecnologia anche questa difesa naturale potrebbe essere azzerata”. Infine, il colpo d’ala: “Sì al favorire la verità dell’informazione, impegnarsi nell’azione, ma anche tenere basso il livello di tecnologia e non pensare che le cosiddette “prove” del fatto siano più importanti del fatto stesso”.

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Alaska, nuovo (?) confine estremo dell’alpinismo, anche in inverno http://www.montagna.tv/cms/116415/alaska-nuovo-confine-estremo-dellalpinismo-anche-in-inverno/ http://www.montagna.tv/cms/116415/alaska-nuovo-confine-estremo-dellalpinismo-anche-in-inverno/#respond Wed, 06 Dec 2017 06:00:17 +0000 http://www.montagna.tv/cms/?p=116415 Sembra lontana, è geograficamente poco nota, eppure è una delle nuove frontiere dell’alpinismo tradizionale e severo. Montagne dure e fredde che ci riportano gli echi dell’alpinismo “eroico” di Riccardo Cassin che nel 1961 superò con tutti i suoi compagni l’immensa parete sud del McKinley, oggi monte Denali per volontà del presidente Obama di ripristinare gli antichi toponimi, che con i suoi 6190 metri è la montagna più alta del Nord America.

Montagne remote, immerse in una natura selvaggia e spesso protetta, fredde, terribilmente fredde, basta guardare la media delle temperature riportata nella tabella che qui pubblichiamo.

Sono 16 le persone salite d’inverno sul Denali, un paio d’anni fa Lonnie Dupre raggiunse la vetta da solo e il nostro sito ne commentò l’impresa: “La sua non è la prima invernale della storia, né la prima solitaria invernale. Secondo le statistiche riportate dal suo stesso sito, prima di lui 16 persone sono andate in vetta in inverno: 4 in solitaria e 5 team. Dei 16 “summiter” 6 sono morti: tra questi anche il primo a compiere la solitaria d’inverno, il giapponese Naomi Uemura, deceduto nella discesa il 13 febbraio del 1984. Solo una spedizione russa è riuscita a raggiungere la cima, alta 6.194 metri, nel mese di gennaio, il più freddo dell’anno”.  Chissà se l’inverno siderale dell’Alaska ospiterà imprese anche quest’anno sulle sue aspre e difficili montagne.

Non che l’estate non abbia fatto registrare imprese di gran valore, anzi.  Basta ricordarne due bellissime per  rendersi conto dell’alta qualità dell’alpinismo e degli atleti che lo praticano da quelle parti.

La prima è la performance dei Ragni di Lecco David Bacci e Luca Moroni alla loro prima esperienza nello stato più freddo del continente nordamericano. I due Ragni sono riusciti a ripetere la diretta slovacca sul Monte Denali, la via più difficile della montagna che Matteo Della Bordella così commenta: “La via in questione, la Slovak direct al Denali, magari fuori dal ristretto cerchio alpinistico non è super famosa, ma è di fatto una pietra miliare dell’alpinismo, una via sulla quale si sono confrontati e sono diventati famosi i migliori alpinisti a livello internazionale. Viviamo in un’epoca dove è difficile capire quale sia il valore reale di una performance alpinistica, dal momento che molto spesso il valore di una salita è fortemente influenzato dalla comunicazione della salita stessa o del personaggio. Soprattutto se non si è dentro il nostro mondo è molto difficile giudicare quale è veramente una performance importante e cosa invece è puro marketing. Ebbene, per quanto possa contare la mia opinione, posso dire che questa salita è davvero qualcosa di importanteE ripetere una via del genere ha sicuramente molto più valore che aprire una via nuova, su una montagna dove non hai lo stesso ingaggio e queste difficoltà.”

 La seconda, sempre a proposito di grande avventura e alpinismo in Alaska quest’anno, riguarda quel che di formidabile ha fatto Sílvia Vidal, eccezionale e disarmante per la sua semplicità alpinista iberica. Quest’estate ha aperto una nuova via sul lato ovest di Xanadu (Arrigetch Peaks, parecchio a nord della regione del Denali), da sola, passando 53 giorni in quella valle sperduta. La via l’ha chiamata “Un pas més” (un passo in più) ed è lunga 530 metri e offre difficoltà su A4/A4 + e 6a. Sílvia ha passato 17 giorni in parete, portandosi dietro 150 kg di materiale e cibo, un peso non da poco se teniamo conto del fatto che lei pesa 45 kg. Sílvia ha dovuto percorrere una ventina di volte la pista d’accesso alla parete trasportando tutto il materiale da dove l’idrovolante l’aveva lasciata con la paura per gli orsi che le si era incollata addosso.

Alaska nuovo terreno di gioco? Certamente si! Per chi ha il coraggio di ingaggiare un confronto è un terreno altamente selettivo sul piano della capacità alpinistica, della solidità e motivazione, della capacità di tentare di superare il massimo della difficoltà fisica, psicologica e ambientale. Un terreno che difficilmente accetta e consente “trombonate” mediatiche come talvolta accade per imprese definite iperboliche, ma che tali non sono.

È un bel sapore di alpinismo antico e genuino, quello che il palato di noi poveri osservatori riesce a percepire godendo delle parole e delle immagini che i protagonisti, con semplicità, raccontano di questi nuove e superbe, anche tecnicamente, imprese dell’alpinismo moderno. 

 

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