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Sicurezza in montagna: il meteorologo Filippo Thiery ci spiega l’importanza delle previsioni meteo

Dati i numerosi incidenti in montagna degli ultimi tempi legati anche al maltempo e le previsioni meteo di questo weekend che annunciano fenomeni temporaleschi, anche intensi, sulle Alpi, ci sembra utile ed interessante riproporvi l’intervista che abbiamo fatto la scorsa estate a Filippo Thiery circa il tema delicato delle previsioni meteo. 

Di seguito, già pubblicato su montagna.tv in data 19 agosto 2016. 


Abbiamo chiesto a Filippo Thiery, fisico e meteorologo che si occupa di previsioni a supporto di attività operative in ambito istituzionale, da sempre appassionato di montagna e quindi spiccatamente votato alla meteorologia d’alta quota, tanto da aver fornito il supporto delle previsioni meteo a tutte le spedizioni invernali di Daniele Nardi sul Nanga Parbat, un approfondimento e dei consigli per conoscere e valutare al meglio le condizioni meteorologiche che permettono alle nostre escursioni o scalate di essere il più sicure possibili. Alcuni incidenti di quest’estate hanno infatti mostrato come la conoscenza del meteo sia poco approfondita rispetto ad un tema molto delicato e complesso come quella della sicurezza in montagna.

 

È davvero così semplice farsi sorprendere dal cattivo tempo in montagna?

È assodato che il tempo in montagna può cambiare tanto rapidamente quanto bruscamente, a maggior ragione poi se parliamo di attività temporalesca, cioè del fenomeno meteorologico più capriccioso per antonomasia, vale a dire ad evoluzione tipicamente molto rapida (e di intensità generalmente forte) anche in località di pianura o di mare, figuriamoci laddove l’orografia aggiunge un ingrediente affatto banale all’instabilità della colonna atmosferica. Anche il resto della fenomenologia atmosferica, quando si sale di quota, può riservare scherzi improvvisi, dal rapido calo delle temperature al repentino calare della nebbia, o all’innesco di forti venti.

Ma proprio perché la mutevolezza meteorologica in montagna è cosa a dir poco nota e conclamata, va messa assolutamente in conto, e deve far parte del novero di elementi da considerare quando si pianifica e si affronta una escursione o una via alpinistica, né più né meno dell’attrezzatura o della scorta di acqua da mettere nello zaino, e per quanto possibile prevenuta, sia in sede di pianificazione dell’itinerario (scartando le ascensioni più impegnative e più esposte quando siano previste giornate meteorologicamente non ottimali) che durante il cammino (imparando a cogliere i segnali precursori dell’imminente cambio del tempo, e soprattutto non sottovalutando e non sfidando quest’ultimo, evitando l’ostinazione di andare avanti a tutti i costi e imparando il sommo valore alpinistico del saper rinunciare, preoccupandosi di guadagnare velocemente una posizione meno esposta).

Che importanza hanno le previsioni meteo per chi frequenta la montagna?

Se consultare i bollettini di previsione è buona norma anche nel pianificare il più tranquillo dei pic-nic per prati o boschi, l’informazione meteorologica assume una importanza tanto più elevata, fino a diventare davvero cruciale, quanto più si vogliono affrontare vie tecnicamente impegnative, o comunque itinerari con scarso margine per battere rapidamente in ritirata in caso di repentino peggioramento del tempo: a parità di quota, un conto è trovarsi in una situazione anche molto esposta, ma che permetta di scendere velocemente guadagnando in tempi brevi un avvallamento o un bosco se non un riparo più solido, un conto è trovarsi su un lungo percorso obbligato in cresta o in parete, senza vie di fuga alternative verso una posizione più protetta. A maggior ragione questo vale su itinerari particolarmente esposti al pericolo di fulmini (vette, creste, vie ferrate, percorsi a contatto con la roccia bagnata dallo scioglimento di nevai o dalla stessa pioggia) o al pericolo di frane, smottamenti o colate di fango in conseguenza di forti precipitazioni (scarpate o pendii scoscesi su terreno non compatto o su versanti instabili). Bisogna comunque ricordare che è sufficiente un normale temporale estivo (magari anche breve, ma tipicamente intenso) per trasformare un piacevole sentiero nel bosco in una pericolosa e scivolosa insidia, soprattutto se si svolge su pendenze ripide o costeggia comunque zone a strapiombo. In tutte queste situazioni, poi, l’improvviso calar della nebbia e (specie in inverno) il brusco calo delle temperature possono aggiungere difficoltà non banali per l’orientamento e per il nostro fisico, rendendo molto complicate anche situazioni apparentemente sotto controllo.

Penso sia sufficiente per catalogare le previsioni meteorologiche (e l’utilizzo saggio che ne deve essere fatto) nel novero delle risorse potenzialmente vitali, né più né meno dell’avere una corda non logora o un moschettone affidabile.

Quanto sono affidabili i bollettini meteo a breve medio e lungo termine?  

Iniziamo col dire che l’attendibilità delle previsioni meteorologiche (specie se cerchiamo un livello di dettaglio minimamente utile alla pianificazione di una escursione) decade rapidamente a zero spingendosi oltre il secondo o terzo giorno nel futuro, per cui i presagi su che tempo farà sulla zona che ci interessa da qui a una settimana (per non parlare di quelli a dieci o quindici giorni) vanno considerate alla stregua di un oroscopo, a maggior ragione nelle situazioni di tempo variabile e/o instabile, che sono quelle affette da maggiore incertezza.

Le previsioni a breve termine invece hanno buona od ottima attendibilità, a partire da quella, generalmente elevata, sull’evoluzione attesa per le ore immediatamente a seguire (emesse cioè al mattino per il pomeriggio-sera), a quella che resta ancora alta per il giorno dopo, fino a quella medio-alta (ma comunque sempre da tornare a verificare) per il dopodomani.

Attenzione, però, a cosa si intende per “affidabilità”: nel caso di perturbazioni estese, capaci di interessare vaste porzioni di territorio, è fin troppo facile garantire che, nell’ambito di quella provincia o regione, pioverà praticamente ovunque (e tipicamente si riesce a circoscrivere con buona precisione anche la fascia oraria interessata dall’evento, stante la buona predicibilità della dinamica di strutture così ampie), mentre quando si ha a che fare con eventi a carattere più locale e di rapida evoluzione (e i temporali estivi, capaci di colpire singole località con il classico evento fantozziano, ne rappresentano un tipico esempio), ci si trova a fare i conti con un grado di imprevedibilità molto più elevato, ed è impossibile determinarne in anticipo l’esatta intensità, localizzazione e tempistica di evoluzione, questo per motivi oggettivi intrinseci alla caoticità della fisica dell’atmosfera, e non per limiti del meteorologo o dei modelli numerici. In queste situazioni, quindi, è molto pericoloso e fuorviante fidarsi di quei prodotti di larga fruibilità (siti web e App dei telefonini) che spacciano livelli di dettaglio assolutamente fittizio su luogo e ora esatti dell’evento, e bisogna invece accontentarsi di sapere che la giornata è a rischio di fenomeni di instabilità: se si decide di salire comunque in quota, a questo punto, il quadro generale tracciato dai bollettini di previsioni va integrato con la costante osservazione del cielo lungo il proprio itinerario, e tradotto saggiamente (e prontamente!) in decisioni sul da farsi.

Hai dei consigli per leggerli al meglio?

Innanzitutto è importante consultare bollettini elaborati da meteorologi professionisti, privilegiando quindi quelli emessi dagli enti pubblici istituzionali e dalle poche (ma buone) realtà private che operano in modo serio e con elevati standard professionali, scartando invece la valanga di informazioni di carattere più dozzinale da cui (specie nella giungla del web e dei social) ci troviamo quotidianamente invasi, buoni solo a garantire valanghe di click e (tipicamente) fior di introiti pubblicitari a chi le diffonde (e non a caso questo tipo di fonti, pur di massimizzare la propria audience, fanno largo uso di toni eclatanti, espressioni sensazionalistiche, colori sgargianti, frasi in maiuscolo e termini a effetto, purtroppo spesso rilanciate anche dai grandi mezzi di informazione, svilendo la scienza meteorologica a fenomeno da baraccone e soprattutto perdendo qualsiasi connotato di affidabilità e qualità).

Una volta identificata una fonte autorevole e qualificata, è essenziale non fermarsi mai alla previsione sintetizzata in forma grafica (men che mai alle classiche icone automatiche, che sono il mero output numerico emesso da un computer, mentre la vera previsione deriva dal valore aggiunto dell’esperienza umana) e concedersi invece i 5 minuti necessari e sufficienti a consultare i bollettini scritti o esposti da un meteorologo. La serietà di quest’ultimo si può riconoscere facilmente dal fatto di esprimersi con linguaggio asciutto, terminologia seria e rigorosa, toni senza enfasi a tutti i costi e proporzionati di volta in volta all’effettiva intensità dei fenomeni previsti, mancanza di vistosi artifici grafici a catturare l’attenzione a tutti i costi, assenza di nomignoli più o meno folcloristici (quale l’imbarazzante usanza di battezzare ogni anticiclone o perturbazione che giunge sull’Italia) e di roboanti termini a effetto (un temporale molto intenso in meteorologia si chiama nubifragio, senza alcun bisogno di attingere alla nomenclatura bellica), e non ultima una adeguata comunicazione del grado di incertezza e della probabilità della previsione (diffidare di chi spaccia false certezze e presunti dettagli su ora e luogo esatti di un temporale o di una nevicata!). In una scienza esatta (la Fisica) che studia un sistema fortemente caotico (l’atmosfera), la quantificazione, volta per volta, dei margini di incertezza (che non sono sempre gli stessi, e possono essere circoscritti) rappresenta un valore aggiunto, e non un limite, della previsione, e va utilizzata a dovere nella pianificazione di una via alpinistica.

Quali sono indicatori di cambiamento del meteo a cui un alpinista dovrebbe stare attento quando è in montagna?

Se il cielo si popola di nubi cumuliformi di media o grandi dimensioni che iniziano ad acquisire protuberanze molto sviluppate verticalmente (le tipiche nuvole a forma di cavolfiore), e magari la giornata in valle è calda ed afosa, nelle ore a seguire il rischio dello sviluppo di temporali è alto. Anche la presenza prematura, cioè ad inizio o metà mattinata, dei piccoli ed innocui cumuli (i classici batuffoli nuvolosi, che nelle giornate di tempo stabile si sviluppano solo a cavallo di mezzogiorno e nelle ore pomeridiane, e sono allora detti “cumuli di bel tempo”) può costituire un segnale di possibili capricci atmosferici nelle ore a seguire. L’improvvisa attivazione di raffiche di vento deve indurci a non perdere d’occhio il cielo. Se non è stato possibile cogliere questi segnali, e ci si trova ancora in ambiente esposto mentre inizia a lampeggiare e/o a tuonare, vale il motto americano secondo cui “If you can see it, flee it; if you can hear it, clear it”: ovvero, “se puoi vederlo sbrigati, se puoi sentirlo fuggi”. Infatti i lampi sono visibili anche a decine di chilometri di distanza, mentre i tuoni si sentono solo fino a pochi chilometri, e rappresentano quindi il segnale di un temporale ormai prossimo; volendo essere più raffinati, l’intervallo di tempo fra il bagliore del lampo ed il rombo del tuono fornisce una misura di quanto il temporale sia vicino.

Va considerato che un segnale precursore non fornisce la certezza assoluta dell’imminenza di un peggioramento del tempo, specie se lo riferiamo alla nostra testa: possibilissimo, ad esempio, che un temporale si svilupperà a qualche chilometro di distanza, senza coinvolgere la singola valle o montagna dove ci troviamo, ma non bisogna mai dimenticare che non c’è modo di prevedere con esattezza questa evoluzione, né si deve sottovalutare la rapidità con cui le nubi temporalesche si sviluppano e si accrescono: quando il cielo sopra di noi dovesse tendere a scurirsi più decisamente, fino a presentare i classici connotati cupi e minacciosi che annunciano con certezza l’arrivo del temporale, e con esso dei fulmini (il più temibile pericolo per l’alpinista) e dei rovesci di pioggia, neve o grandine, a quel punto il tempo a disposizione per mettersi in sicurezza sarà molto poco, nella maggior parte dei casi insufficiente. La regola aurea da seguire è che con fenomeni come i temporali, capaci di svilupparsi così repentinamente dando luogo a manifestazioni per definizione violente (è sufficiente una sola scarica elettrica per non tornare a casa a raccontarlo), è sempre preferibile un eccesso che un difetto di prudenza.

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2 Comments

  1. Sicuramente le pevisioni del tempo, soprattutto al giorno d’oggi che vogliamo tutto, subito e con la certezza del risultato, sono un valido aiuto, ma penso a quanto erano forti, soprattutto mentalmente, gli alpinisti degli anni 50 – 80 che affrontavano la montagna con previsioni incerte e sicuramente non precise ed accurate come quelle del giorno d’oggi.
    Alla fine credo che anche questo possa definirsi un aiuto effettivo (alla stregua di corde fisse, bombole di ossigeno ed altro ancora); infatti penso che salire una via nuova su un ottomila come ha fatto Messner sul Nanga Parbat fidandosi solo del suo fiuto (tanto che poi il brutto tempo è arrivato), abbia un altro peso, soprattutto psicologico, rispetto ad oggi dove si conosce alla precisione la durata della finestra di bel tempo, la velocità dei venti, la temperatura alle varie quote etc.. Assodato che la grandezza di un’avventura è data dalla maggiore esposizione esposizione che questa comporta (intendendo con questo tutti gli aspetti non noti quali itinerario, condizioni, tempo, etc.), conoscere in anticipo alcune incognite della stessa ne riduce sicuramente l’importanza.

  2. Un tocco di scienza e poesia cui tornare: la vecchia arte di interpretar le nuvole…
    Tovato sul web “Atlante delle nubi”..una strenna per i i giovani, accanto a qualche manuale di lettura delle tracce.

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