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Il valore della montagna italiana

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TRENTO – In Italia il territorio di montagna rappresenta complessivamente il 54,3% della superficie nazionale, dove vivono circa 11 milioni di abitanti, il 17,9% della popolazione. Non subisce più l’impoverimento demografico dei decenni scorsi: tra il 2004 e il 2014 la popolazione montana è cresciuta dell’1,3%, sia pure con ampie differenze regionali. E dispone di un capitale umano di livello non inferiore a quello medio del Paese. L’indice di vecchiaia è più alto della media, ma la quota di persone con basso livello di istruzione è simile a quella nazionale (il 31,2% contro il 29,8%), i laureati nei comuni totalmente montani sono l’8,3% contro il 10,8% delle aree di pianura, il tasso di occupazione è analogo a quello medio nazionale (42,8%). Nelle aree di montagna si producono 235 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 16,3% della ricchezza totale generata in Italia. Il valore aggiunto pro-capite è di poco inferiore alla media del Paese (21.600 euro l’anno contro 23.800). È quanto emerge dall’ultima ricerca del Censis sull’economia della montagna, realizzato per Tsm-Trentino School of Management, presentata al Festival dell’Economia di Trento.

La montagna è un luogo dove fare impresa è più difficile, ma non impossibile. Il tasso di imprenditorialità risulta più elevato nei comuni totalmente montani che in quelli non montani (86,7 imprese ogni 1.000 abitanti contro 84,7). Le unità locali hanno meno addetti, ma sono spesso classificabili nel segmento dell’alta qualità produttiva nazionale: il 18,7% dei comuni totalmente montani è inserito nel perimetro di un distretto industriale e questo genera un valore aggiunto di quasi 48 miliardi di euro l’anno. Una «questione montagna» certamente esiste, ma va posta in maniera diversa dal passato. Della montagna occorre occuparsi non per assisterla, ma per far sì che il suo valore, le sue specificità, i suoi tanti talenti siano valorizzati e messi in circuito: a beneficio della montagna stessa e del Paese nel suo complesso.

In molte aree montane si rilevano elementi di qualità e vitalità superiori alla media del Paese, con tante carte da giocare anche nell’attuale scenario di globalizzazione. Il primo elemento di forza è la disponibilità di suolo, di spazio aperto, di paesaggio. Il territorio montano è stato «consumato» (edificato, infrastrutturato, impermeabilizzato) in misura minima rispetto al resto del Paese (solo il 2,7%), mentre nei comuni non montani il consumo è quasi il quadruplo (il 9,7%, con punte regionali che oltrepassano i 20 punti percentuali). Un elemento correlato è quello della conservazione e valorizzazione dei biotopi naturali. Il 33,3% dei comuni montani è collocato all’interno di un parco nazionale o regionale. E i nostri parchi nazionali storici (Gran Paradiso, Stelvio e Abruzzo) nascono per tutelare importanti ambienti alpini e appenninici. La qualità ambientale si riflette sulla vocazione turistica. Nei comuni totalmente montani si rilevano complessivamente 171,5 posti letto ogni 1.000 abitanti contro i 66,6 nei comuni non montani. I due principali circuiti di borghi storici (il Club dei Borghi più belli d’Italia e le Bandiere Arancioni del Touring Club) raccolgono una percentuale di comuni montani che è il doppio rispetto a quella dei comuni non montani. Gli elementi di differenziazione, di alterità, di specificità hanno un altissimo potere identitario, che genera coesione sociale. In montagna nelle organizzazioni non profit si censiscono 112,2 volontari che operano a titolo gratuito ogni 1.000 abitanti, mentre nelle aree non montane il valore scende drasticamente a 72,9.

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