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Attualità

Editoriale: l’aria sottile dell’informazione

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BERGAMO — Che peccato. Per una volta le gradi testate giornalistiche di tutto il mondo si erano interessate a questo sport, affascinante quanto drammatico, che risponde al nome di alpinismo. Ma a fronte di uno spiegamento di forze mai visto in tempi recenti sulle questioni che riguardano la montagna, alcuni giornalisti hanno perso l’occasione per fare della buona informazione.

Le storie di Karl Unterkircher, Walter Nones e Simon Kehrer prima e quelle di Marco Confortola poi, sono finite su tutti i giornali del mondo. I grandi network nazionali e internazionali hanno mostrato grande interesse per queste vicende. Ma – ahìnoi – taluni giornalisti sono rimasti intrappolati dagli stereotipi e dalle stucchevoli polemiche tipiche del giornalismo nostrano.

 

In particolare nella vicenda del Nanga Parbat, abbiamo assistito a un teatrino che non fa onore alla professione giornalistica. A partire da una serie di strafalcioni francamente preoccupanti. Uno per tutti: una prestigiosa testata nazionale ha piazzato il Nanga Parbat in Nepal – a mille chilometri di distanza da dove si trova in realtà -, mentre altri scambiavano il Karakorum per l’Himalaya.

 
Ma tant’è, non spetta a noi dare lezioni di geografia. Ci permettiamo però di esprimere un rammarico. Per quell’esercito di giornalisti, di solito puntuali e ben informati, che stavolta non sono riusciti ad andare oltre gli stereotipi ormai cronici – "montagna assassina", "pazzi alpinisti" – o sono rimasti imbrigliati dallo schema della caccia a colpevoli e cattivi, toccando l’apoteosi con la polemica sull’effettiva necessità dei soccorsi. Invito taluni colleghi a passare un fine settimana a 8000 mila metri d’altezza, a 30 gradi sottozero, completamente soli, senza cibo e senza telefono, per comprendere di cosa stiamo parlando.
 
Abbiamo letto in questi giorni molti articoli di cronaca. Poche, pochissime analisi, e soprattutto diversi articoli di commento pretestuosi, fatti ad arte per crocifiggere questo o quello: dall’alpinista che rischia troppo, al soccorritore che tenta di salvarlo. Attacchi gratuiti, financo personali, che trasudano bile, ma che non sono supportati da motivazione oggettiva alcuna. Insomma, qualche giornalista, per l’ennesima volta, si è lasciato andare allo sport nazionale: quello della critica a tutti i costi. E per giunta sfruttando “trucchetti” del mestiere come mettere in bocca all’intervistato ciò che in realtà il giornalista voleva affermare.
 
Perchè – e me lo chiedo da giornalista – taluni colleghi devono sempre avere qualcuno da abbattere? Perchè non si può raccontare una storia senza trovare per forza un colpevole o un cattivo? Perchè dobbiamo fare sempre della dietrologia e trovare significati reconditi?
 
Troppo impegnati nella ricerca del nascosto abbiamo perso di vista quello che era più palese, ovvero i fatti. E i fatti – quelli che dovremmo raccontare tutti i giorni – dicono che lassù una persona è morta e altri due sono salvi per miracolo. E per salvarli – mentre molti parlavano, parlavano parlavano – qualcuno invece si è mosso e ha organizzato un soccorso dall’Italia.
 
Capisco che l’amicizia e lo spirito alpinistico siano concetti difficilmente comprensibili a chi non è dell’ambiente. Ma forse questi aspetti avrebbero meritato un maggiore approfondimento se davvero si fosse voluto capire come funzionano le cose lassù a 8000 metri. Invece no, qualcuno ha utilizzato gli schemi mentali e giornalistici con cui di solito si scrive di politica, di cronaca nera o di ruberie, senza davvero intendere cosa sia la montagna. Lo ha detto bene, nella sua semplicità, Walter Nones: "Mi è morto un amico, mi hanno chiesto chi pagava l’elicottero". 
 
Oggi, permettetemi, sono deluso da alcuni dei cosiddetti "grandi" che fanno la mia professione. Perchè invece di raccontare storie, sono diventati inquisitori a tutti i costi, imbrigliati da un modo di pensare che vede sempre il bianco o il nero, mai le mille sfumature che stanno nel mezzo.
 
Con la superbia di Dio dall’alto dei cieli sputano a priori sentenze di condanna, basate su presupposti cervellotici tutti loro. Eppure, talvolta la vita è molto più semplice di quanto appaia ad occhi iniettati di sangue. Ce lo spiega la montagna, che su certe tragedie stende il suo velo di rispettoso silenzio.
 
Wainer Preda
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