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Alpinismo

Inferno sul K2: il racconto di Confortola

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BERGAMO — "Mi sono spostato verso sinistra, dove il pendio era un po’ più ripido, ho guardato giù e ho visto che le corde fisse sparivano nel seracco. Piano piano da là in cima ho guardato giù. Ho visto che c’erano tre persone appese. Erano i tre che erano partiti poco prima". Un drammatico racconto quello che Marco Confortola ha fatto al telefono pochi minuti fa ad Agostino Da Polenza. L’alpinista ha rievocato gli eventi della tragica notte tra l’1 e il 2 agosto. 

“Sono nella tenda, ho ritrovato tutti. Ho ritrovato Roby, i nostri cuochi. Ho ritrovato Mario Panzeri che è venuto a trovarmi e mi ha accompagnato sul ghiacciaio fino al base. Io sto bene, per fortuna ho la testa bella dura. L’unico problema è che adesso mi fanno male i piedi. Sono stato sette giorni su quella montagna. E’ dura. E’ stato tremendo.
 
Il giorno della cima, siamo partiti in tanti da campo 4. Vado a memoria, c’erano cinque coreani, poi io e Roby, 4 norvegesi, 5 olandesi saliti dalla Cesen, 4 serbi dall’Abruzzi, altri sherpa e portatori pakistani di diverse spedizioni. 
 
Siamo arrivati un po’ tardi in cima. Il problema è stato il materiale tecnico, sul collo di bottiglia e soprattutto sopra. Prima sembrano tutti professori e invece poi tanti o non sono capaci o non vogliono. Si era deciso che in quel punto lì avrebbero tracciato 5 sherpa nepalesi e invece poi c’erano avanti altri.
 
Hanno montato un chiodo corto sul traverso, appena si sono appoggiati è venuto via. Poi andavano messi 2-300 metri di corda, ma una corda valida anche se pesa un po’. Invece hanno messo la corda dei pakistani. Non voglio fare il diavolo della giustizia ma è stato un disastro. Erano 100 metri di una roba di plastica che non serve nemmeno a legare fieno. C’era misto un po’ delicato, roccia e ghiaccio, non hanno calcolato bene pesi e carichi ed è volato via tutto.
 
Insomma, quando sono arrivato in vetta erano le 19 circa. Ero insieme agli olandesi. Guardavo l’orologio, continuavo a guardarlo, eravamo in ritardo. Ho fatto quattro foto di numero e poi siamo scesi. Il problema è che nello scendere, nessuno aveva le bandierine come avevamo concordato. Io le avevo nello zaino ma non bastavano. E così durante la notte, un po’ stanchi, un po’ storditi perché eravamo saliti senza ossigeno… è successo il disastro.
 
Anzi, in realtà ne sono successi vari. Io sono sceso giù, ero uno degli ultimi, ero sopra il grosso seracco. C’era Gerard davanti, il mio amico, io lo chiamavo Jesus. Gli ho detto stai un po’ fermo perché ho sentito un rumore, poi un po’ di casino, e abbiamo visto partire tre coreani sul ripido. Erano circa le otto e mezza di sera. Poi silenzio assoluto, non si sentiva più niente. Ho detto a Jesus stiamo fermi, è buio non facciamo i fenomeni, c’è il rischio di saltar fuori da un balcone che si chiama seracco pensile, facciamo passare la notte. Lì ho chiamato Agostino.
 
Io e Jesus abbiamo fatto giù due buchi, due sedie perché lì è ripido: sono 60 gradi. Abbiamo aspettato mattina. Cercavamo di non addormentarci, io chiamavo uno che era un po’ più sotto da solo, se si addormentava cadeva giù per conto suo. Chiedevo aiuto anche agli altri. Ma non mi muovevo, stavo lì fermo e scaldavo le gambe a lui perché lui aveva più freddo di me.
 
A un certo punto a furia di chiamare, sulla mia destra, guardando la parete da sotto, ho visto che è arrivato wilco, che è il capo degli olandesi. Mi ha detto qualcosa, ma  il mio inglese fa schifo. Gli chiesto da dove era arrivato. Mi ha fatto un po’ segno ma non ci capivamo, poi c’era un venticello bastardo e dopo un po’ si è coperto tutto.
 
Intanto Jesus è andato a fare pipì verso la sinistra, dove era un sul ripido e mi ha detto “cammina Marco”. Vado, guardo giù in questo canale e vedo le corde fisse che spariscono dal seracco. Piano piano da là in cima guardo giù… ce ne sono giù in tre appesi: quei tre che erano partiti prima e che non si sentivano più. Quando li abbiamo visti partire abbiamo detto questi qui sono morti, sono andati. E invece erano ancora lì. Allora ci siamo calati io e Jesus. Ho tento il soccorso ma eran giù a testa in giù, non è così semplice, se raddrizzavi uno si stortava l’altro. Un casino, ma ci provavo.
 
Dopo verso le 3 e mezza ho guardato su, ho visto 4 sherpa forti nepalesi. Han continuato loro. Ho dato un guanto d’alta quota all’ultimo alpinista in fondo a questo canale, era senza guanti, perché nella gran botta ha perso roba, anche uno scarpone e una custodia. L’unica cosa che ho potuto fare è stato dargli un guanto. Non ne avevo più, non ne potevo più.
Sono sceso giù, ho fatto il mio traverso, sono sceso dal Collo di bottiglia e in fondo sento un primo gran boato. Mi giro e 400 metri sopra vedo una cascata che esce dal seracco e sotto due scarponi. Li ho riconosciuti: era Jesus. Accidenti.
 
Sono sceso ancora un pezzettino e mi sono addormentato, crollato. Nel frattempo è arrivato Pemba e mi ha svegliato. Mi ha dato l’ossigeno, e mi ha portato verso campo 4. Se non era per lui stavo per morire.
 
Quando stavamo raggiungendo campo 4, ho sentito un’altra grande botta, una roba infernale. Si era staccata un’altra fetta di seracco. Ce n’erano otto su. Ci hanno superati due sherpa e ha preso una bombola d’ossigeno in testa e un pezzo di ghiaccio. E lì lo sherpa mi ha coperto come una leonessa che protegge un suo leoncino. Mi ha protetto fino in tenda e poi è andato ancora fuori a cercare gli altri, a cercare Wilco.
 
La discesa è stata devastante, soprattutto l’ultimo tratto. Ma il momento peggiore è stato sinceramente quando ho visto saltar fuori dal seracco gli scarponi di Jesus, del mio amico. E poi lassù quando sono arrivati gli sherpa e io provavo il soccorso. Ho fatto di tutto ma non riuscivo a raddrizzarli e portarli a casa. In veste di soccorritore sono sentito una nullità, inutile.
 
 
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