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Alpinismo

Verza: quella notte di 12 anni fa sul K2

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BERGAMO — Dodici anni fa sul K2 si consumò un’altra tragedia italiana, la morte di Lorenzo Mazzoleni, forte alpinista lecchese. Mazzoleni era salito in vetta lungo la via dello Sperone Abruzzi, ma durante la discesa andò incontro ad una fatale caduta nella zona del Collo di Bottiglia. Gian Pietro Verza, suo compagno di spedizione, salì da solo in piena notte per cercare l’amico. Ecco l’intervista a Verza e il suo racconto di quella notte.

Sono passati 12 anni dalla morte di Mazzoleni sul K2. L’alpinista, salito in vetta con i compagni Mario e Tore Panzeri e Giulio Maggioni, faceva parte della spedizione scientifico-alpinistica organizzata dal Gruppo Ragni di Lecco e dal Comitato Ev-K2-Cnr. Dopo il grande successo della cima, Mazzoleni andò incontro ad una fatale caduta nella fase di discesa, fra la cima e il campo III.
 
Gian Pietro Verza, suo compagno di spedizione, aveva deciso di salire da solo nel cuore della notte per cercare l’amico. Solo il giorno successivo, dopo ore di disperate ricerche, con Aldo Verzaroli, individuò il suo corpo privo di vita sotto una zona di seracchi, nei pressi della via Cesen. Ecco l’intervista a Verza e il suo racconto di quella notte.
Gian Pietro come andarono le cose?
Quella notte ero a campo 3 con Aldo Verzaroli: quando abbiamo capito che Lorenzo non scendeva abbiamo deciso di cercarlo. Aldo e io ci siamo divisi, lui ha fatto una ricerca nella zona del plateau e io invece sono andato da solo verso il Collo di bottiglia. Sono salito fino alla fine del traverso, dove c’è il pendio che va verso la cima. Sono arrivato fino a lì perchè i compagni con cui stava scendendo l’avevano visto l’utlima volta agganciarsi lungo le corde del traverso.
Il tentativo di recupero a così alte quote sul K2 è un’operazione difficilissima. Perchè?
Innanzitutto perchè è difficile raggiungere una persona che è in difficoltà sopra di te. In quel caso quello che potevo fare era portargli un termos di the per idratarlo, e aiutarlo a scendere fisicamente, sorreggendolo. Ma soprattutto avrei potuto per radio dare la notizia del ritrovamento e ottenere altro aiuto dagli altri.
 
Che tu sappia si erano già verificate situazioni analoghe sul K2 prima del 1996?
Probabilmente sì. Quella volta è stato critico perchè io ero da solo e mi sono mosso su un tratto così delicato.
 
Qual era il punto più difficile?
Sotto il collo di bottiglia. c’erano corde sul traverso ma troppo lasche e per questo garantivano poca sicurezza. C’era solo una corta corda corta sotto il collo di bottiglia. Sono arrivato fino a sotto al seracco per prendere quella corda e per questo mi sono dovuto avvicinare molto: una volta lì mi sono reso conto di quanto fosse pericoloso, per via di alcune zone di placche di neve ventata. Si tratta di lenti di neve più dura su un punto in cui disolito il terreno è coperto dineve soffice e alta. Queste placche ventate hanno una zona centrale che regge e zone periferiche che si rompono: per questo il terreno è molto pericoloso, perchè quando le placche si rompono si perde l’equilibrio. Quella volta con me avevo solo la picozza e quindi ho sfilato il bastoncino telescopico e l’ho usato come secondo attrezzo. E’ probabile che Lorenzo sia scivolatoi su una di queste placche.
 
Pensi che quella di questi giorni sia una situazione analoga?
Difficile dirsi perchè quella volta c’erano placche ventate, magari oggi non ci sono e sono altri i problemi, anche perchè non perchè c’è vento ora.
 
Quali sono le difficoltà che hanno incontrato gli alpinisti secondo te?
Senza corde è dura e pericolosissimo scendere da una montagna, soprattutto quando si è così stanchi come dopo una salita come il K2. Peggio ancora quando è buio, come lo era quando loro hanno inziato la discesa. Gli avvenimenti di questi giorni sono paragonabi a quelli tragici accaduti all’Everest nel 1996. Ma forse anche peggio, se si considera che all’Everest ci sono molte più corde fisse e il terreno è più roccioso. Al K2 invece nella parte alta c’è molto ghiaccio e neve, le pareti vanno costantemente riattrezzate. E’ difficile.
 
 
 
Valentina d’Angella
 
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