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Alpinismo

Sala racconta l’Everest degli ampezzani

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CAMPO BASE EVEREST, Nepal — "Abbiamo fatto una faticaccia. Però siamo partiti in tre, arrivati in vetta in tre: è stato perfetto". Questo il commento di Marco Sala del Gruppo Rocciatori Caprioli di San Vito, che qualche giorno fa ha raggiunto la vetta dell’Everest con Renato Sottsass degli Scoiattoli di Cortina e Cristian Corazza guida Alpina di Zoldo. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente al campo base per farci raccontare la loro avventura sul Tetto del Mondo.

Come avete affrontato la salita?
Avevamo solamente due sherpa e ci hanno aiutato ben poco. Ci hanno montato le tende e ci hanno portato al campo 4 solamente due bombole di ossigeno ciascuno. Bombole piccole, da 200 litri, non quelle grandi normali. Queste sono le uniche bombole che noi tre abbiamo usato dal Colle Sud per arrivare in vetta. Lassù l’ossigeno è finito e siamo scesi, fino al Colle Sud, senza ossigeno. E’ stata durissima. Cristian, scendendo, ha avuto dei problemi e ha usato ancora una bombola.
 
E’ vero che non avevate le bombole prima di partire per la vetta?
Avevamo bisogno di altre due bombole per gli sherpa: loro necessitano di tre bombole e noi ne avevamo solo due, non lo sapevamo. Le abbiamo chieste in amicizia alla Piramide, purtroppo non potevamo darcele ma è logico, ne avevano poco, ce lo aspettavamo. Comunque siamo riusciti a recuperarle da un’altra spedizione e siamo partiti per la cima.
 
Quando siete arrivati lassù?
Siamo arrivati in vetta il 22 maggio alle 8.20 del mattino, dopo dodici ore di salita. Eravamo partiti da Colle Sud alle 21.30 della sera precedente e abbiamo scalato di notte. Purtroppo, abbiamo perso molto tempo sull’Hillary step e in altri punti perchè abbiamo dovuto aspettare il passaggio di tutti i clienti delle spedizioni commerciali.
 
Quanta gente c’era lassù?
Per arrivare in vetta, dall’Hillary Step in poi, c’era la coda. Letteralmente. Abbiamo dovuto aspettare molto, ci siamo presi un freddo tremendo ai piedi, perchè si doveva aspettare gli alpinisti delle spedizioni commerciali erano lenti, lenti, e non si poteva superarli.
 
Com’era il tempo sulla cima?
Era abbastanza buono, non c’era vento. Verso il Nepal era abbastanza sereno, si vedeva l’Ama Dablam, il Cho Oyu che abbiamo salito nel 2002, lo Shisha Pangma che abbiamo salito l’anno scorso. Dalla parte del Tibet c’era una nuvolaglia continua e una nebbia tremenda. Nella prima mattinata è venuta una perturbazione e ha nevicato per tutta la discesa. Siamo arrivati a Colle Sud nel tardo pomeriggio nel mezzo di una fitta nevicata. Ci siamo fermati lì per la notte e il giorno dopo siamo scesi.
 
Qual è stata la difficoltà più grande?
Non è stata tanto la salita, perchè eravamo "carichi" e abbiamo usato queste due bombole di ossigeno che tra l’altro non erano nuove ma ricaricate, dunque non sappiamo quanto in realtà ce ne fosse dentro. La cosa più difficile è stata piuttosto scendere dal Colle Sud fino al campo 2. Eravamo sfiniti, ci sembrava di non arrivare mai, ce l’abbiamo dovuta mettere tutta.
 
Ora come vi sentite?
E’ stata una grossa soddisfazione per noi. Abbiamo fatto una faticaccia. Però siamo partiti in tre, arrivati in vetta tutti e tre, insomma è stato perfetto. Ora stiamo per partire verso la Valle del Khumbu.
 
Avevate scalato altri ottomila prima dell’Everest?
Io e Renato ne abbiamo fatti quattro, Cristian era alla prima esperienza.
 
Qual è stato il suo commento?
Che non credeva fosse così dura! Ma la soddisfazione era stata enorme: la prima volta, arrivare in cima all’Everest, lo ha reso contentissimo.
 
Avete altri progetti alpinistici per il futuro?
Abbiamo appena finito una spedizione importante, e durissima anche per colpa dei blocchi dei cinesi che ci hanno costretto ad allungarla. Siamo esausti, abbiamo voglia di tornare a casa, dove ci aspetta un’estate di lavoro… per quanto mi riguarda al rifugio che gestisco tra il Pelmo e la Civetta. Più avanti penseremo a nuove avventure!
 
 
Sara Sottocornola
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