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Alpinismo

Ochoa, himalaista ghiaccio e sapone

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BERGAMO — Un grande dell’alpinismo ha perso la vita poche ore fa sull’Annapurna. E adesso conoscenti e colleghi sono immersi nel ricordo: della persona, dell’alpinista e dell’amico. Ecco l’intervista che Gian Pietro Verza, alpinista e responsabile scientifico della spedizione Share Everest, ha fatto qualche anno fa a Inaki Ochoa.

Incontro Inaki in una improbabile nebbiosa sera a Namche, vado al Khumbu lodge gestito dal mio amico Pemba, che ha un internet cafe via satellite nella capitale degli sherpa, entro e vedo in fondo il “biondo”. Già immagino l’argomento spostarsi dai costi delle licenze, delle strategie dei provider dai vantaggi delle connessioni wireless a quello delle grandi montagne. Si, lo riconosco, ho ignorato Pemba e ho cercato di capire perché lo spagnolo è qui…
   
Un ragazzo “acqua e sapone”, anzi “ghiaccio e sapone”. Con Inaky abbiamo un’affinità istintiva, non voglio disturbarlo davanti alla sua zuppa che si raffredda, ottengo una promessa per un’intervista a Lukla.
  
Il giorno dopo, a Lukla, ci incontriamo a 15 minuti dall’inizio del coprifuoco, io all’Himalaya lodge e lui allo Sherpa, decidiamo che un’intervista non vale una schioppettata, la rimandiamo a Kathamandu.
 
Yeti Airlines, il volo si è fatto aspettare, ma il primo Twin Otter si arresta rumorosamente sulla pista. Un leggero odore di kerosene copre la sensazione olfattiva da “brodo primordiale” che chiunque potrebbe avvertire arrivando a Lukla dall’alto. Che combinazione, saliamo insieme, e mentre con le turbine al massimo l’areomobile in cima alla pista di 300 mt vibra attendendo la fine delle preghiere hindi del comandante, Inaky mi confessa che, si, ha un po paura di questo volo.
   
Il minuscolo turboelica si stacca dolcemente dalla pista, appena prima che sotto i sederi dei passeggeri finisca l’asfalto e inizi il prato di pochi metri che si affaccia sul precipizio della valle. Parliamo ancora con Inaky, del nostro Himalaya e della sua avventura che sta per iniziare, della vita lontano dai nostri, della nostra vita, un po’ proprietà di quelle montagne.
  
Un pò di turbolenze per prendere quota e quando siamo su una tranquilla rotta Ovest a oltre 12.000 piedi, il comandante apre a fatica il quotidiano nepalese nella minuscola cabina, coprendo oltre metà del parabrezza. “Vedi è questo a volte che non mi piace” mi dice Inaky scherzando. Ma sai che sono così gli dico, questo aereo sta su da solo, e ritorniamo a parlare di montagne…
  
Kathmandu, dopo un’atterraggio soffice su una ridicola pista 10 volte lunga quella di Lukla usciamo nel caldo di una primavera tropicale appena iniziata, “è per stasera allora l’intervista” ok, per stasera, al “Fire & Ice”.
 
Perché sei stato nel Khumbu?
Per fare un  piccolo giro di acclimatamento prima di andare in Tibet. Sono già stato 23 volte in Nepal, 8 in Tibet e 7 in Pakistan, ma mai di febbraio in Himalaya. Qui ho potuto trovare una prima sensazione dell’inverno, e comunque andare in Tibet costringe a una prima brusca notte in quota, fastidiosa se non sei acclimatato. Questa settimana di trekking mi ha permesso di trovare un’equilibrio dopo la partenza (devi riequilibrarti su tanti piani, anche quello sentimentale,  organizzativo, la tua situazione economica a casa…) e per questo basta una settimana in Khumbu, così ho ottenuto la concentrazione, una focalizzazione della mia motivazione, dell’equilibrio e… un po’ di globuli rossi in più. Ma quella più importante è la parte psicologica. Perche devo andare in Tibet, ecco perchè stavo nel Khumbu.
 
Parlaci invece del K2.
Il K2 sono 11 anni della mia vita, un maestro che  mi ha insegnato più di ogni altra persona: Nel 1994 al versante nord succede un incidente con una corda fissa e io sono caduto 80 mt e mi sono rotto un braccio, il naso e 3 costole e ho avuto la fortuna di avere amici italiani e spagnoli che mi hanno aiutato. Dopo l’incidente 4 dei miei amici vanno in vetta tra il 30 luglio e il 4 agosto, in vetta con bufera e 2 bivacchi. Uno di questi, Atxo Apellaniz muore 7 giorni dopo la salita alla vetta di complicazioni da esposizione all’altitudine e sfinimento. Da questa spedizione ho imparato di più che in altre 20, il K2 è rimasto impresso nel mio sangue. Non ritorno al K2 fino al 2002, dove vado come guida per una spedizione, ma la neve ci ha ricacciati indietro, anche nel 2003 il vento e l’essere tardi all’attacco alla cima ci fa fallire.  Nel tentativo del 2004 avevo più da perdere che da guadagnare, se non fossi andato in cima avrei dimostrato la mia inferiorità, se fossi andato nello stesso modo degli altri avrei dimostrato che in fondo non era tanto impegnativo. Invece per me è stato il modo giusto di farlo, nel migliore delle condizioni: vado in vetta se posso, senza ossigeno, magari aiutando gli altri. Magari avrei potuto sognare vie alternative, ma il K2 è una “macchina” che ti riporta alla realtà. Una volta al base ho fatto quello che ho potuto, ma per tre settimane non vedevo equilibrio, sul totale della popolazione per me 20 alpinisti erano ok e 100 non. Il K2 è stata una montagna da cui Kukuzca è dovuto tornare in elicottero, una montagna per altri alpinisti con grande esperienza, io vedevo invece gente senza esperienza, l’ho detto ad alcuni di loro. Un giorno un francese mi ha risposto: “sono solo 500 dollari in più rispetto al G2 (basta cambiare G in K)”, con questo non mi sentivo a mio agio. Gli alpinisti forti erano già raggruppati. La mia spedizione era quella di Panchio Villa, non mi piaceva, ma era la realtà. Dopo tutte queste circostanze volevo andare in vetta, ma l’ho capito solo in vetta, dopo tante altre volte oltre gli 8000, ma sul K2 ho pianto, vedendo la Nord, e temevo di disidratarmi dalle lacrime. C’era la traccia e la corda fissa, ma per me è stata una montagna diversa da ogni altra. Al K2 non avevo niente da guadagnare come professionista ma volevo un risultato per me, la via è fantastica: lo sperone Abruzzi. Ho fatto una prima puntata a campo 2 dove ho dormito poco sotto i 7000 metri, poi un fastidio ad una mano per il freddo mi ha fatto rientrare. La volta successiva sono salito direttamente al 2 e poi al 4. In cima sono arrivato il giorno dopo alle 7:30 di mattina, dopo sei ore di salita. Ma la discesa è stata emozionante, quando appena sopra il campo 4 non riuscivo a trovare il percorso in una bufera improvvisa, una nuvola lenticolare di prima mattina, poi è stato brutto per una settimana. Dopo aver ascoltato questa storia in una conferenza mia madre mi ha regalato un GPS.
 
Perche ora vai allo Shisha Pangma?
E’ un progetto che ho da tempo, perché per mè una solitaria è quando non c’è nessuno sulla montagna, gli esempi ce li hanno dati Messner, Vielizki, La Faille, Begin, pochissimi alpinisti Himalayani, questo è strano. Eccomi alla fine dell’inverno in un progetto che permette di esprimermi. Io penso che le scelte alternative per un’alpinista possano essere: una nuova via, una ripetizione, un’invernale, una solitaria, una salita express e l’ultima è il collezionismo delle grandi montagne. Il migliore alpinista comprende tutto. Messner ha fatto di tutto meno l’express, Benoit ha fatto l’express, io ho fatto del collezionismo, ho fatto express, poi ho anche tentato ripetizioni di vie, non ho mai fatto vie nuove, non sono uno specialista della difficoltà, ma una solitaria vera e propria non l’ho mai fatta. Ho sempre pensato che i solitari sono forti mentalmente, e dopo 15 anni e 30 spedizioni mi sento al punto giusto. Ma è sempre possibile che non arrivi in vetta. Ora ho anche gli sponsor, ma questo rimane un’alpinismo rischioso e d’elite, come è nella storia delle Alpi.
Alpinismo solitario in Himalaya: tanti che hanno soldi e sponsor non lo fanno, perché non lo hanno mai fatto? Perché non sono andati d’agosto a Rongbuk per salire l’Everest?
 
Tanti alpinisti con esperienza che scompaiono in Himalaya, perché?
Sono 10 alpinisti che dicono che hanno fatto tutti gli 8000, ma tanti più di 10, sono vicino al traguardo dei 14 ottomila: Chamoux, Inurrategi, Garces, Parl, Nazuka, Boukreev, Ruedi, e tanti altri, Begine, l’elite inglese e francese sono completamente scomparsi. Il messaggio è “l’Himalaya te mata”, uno come Messner ha avuto tanta fortuna, normalmente hai 50 % di probabilità di riuscire, molti hanno usato dei supporti esterni (ossigeno, corde, sherpa), e senza questi la probabilità sarebbe stata ancora meno. Alex Mc Intyre è morto per una pietra alla sud dell’Annapurna, sua madre pone una tavola incisa: “meglio 1 giorno da leone che 100 come pecora”, io dico meglio vivere 100 anni come una tigre, ma quando si guarda l’Himalaya si vede che là muoiono tanti, è facile morire e hai una responsabilità su 20-30 persone che ti amano (se non altre 200-300).  Per questo devi mettere sulla bilancia da una parte: l’ego, l’ambizione e la pressione di media e sponsor (che sono spesso collegati), da l’altra che tipo di persona sei e devi domandarti voglio rischiare tutto per questo o meglio trovare un sistema per restare rivo? Io ho questo vantaggio, il coraggio di tornare indietro, nei primi 7 anni del mio himalaysmo ho imparato a tornate indietro: 7 anni col 30% di successo, ero contento e non volevo questo (la schiavitù dagli sponsor), che ritengo “mierda”, perché se seguo questo muoio. Devo trovare io il sistema, ora che sono professionista uso la stessa filosofia, torno indietro se non è perfetto. Se tutto va bene do il 120 % ma se c’è qualcosa che non va bene torno. Rispetto la montagna, io ho le gambe, lei no, per il resto lei ha tutti i vantaggi. Io posso con le gambe tornare e preparami meglio perchè ho visto le storie, in generale da tutti ho appreso una possibilità di sopravvivenza.
 
L’ossigeno…
Ho fatto una statistica e ho scoperto che al Cho Oyu il 95 % và “ossigenato”, 10-12 anni fa pensavo all’evoluzione dell’Himalaysmo verso le salite senza ossigeno, oggi invece scopro per esempio che nello scorso autunno al Cho Oyu nel settembre dal 16 al 30  ben 180 alpinisti anche non da spedizioni commerciali salgono con ossigeno. All’Everest negli ultimi anni siamo a una media di 1% senza ossigeno. È impossibile fare nuove vie all’Everest, ma c’è comunque un pò di posto per la creatività, misuriamo una media di quanti fanno solitaria adesso? La Faille l’anno scorso, poi nessuno. Express sembrava una possibilità, ma dopo i grandi di 10 anni fa nessuno lo fa ancora. Per questo l’evoluzione attuale dell’alpinismo Himalayano è una involuzione, ma è sempre la testa che muove le gambe per una avventura nuova, sempre ci sarà qualcuno con qualche idea, sempre meglio pochi e buoni che tanti e “male”. Io non voglio fare parte della storia dell’alpinismo, ma voglio che l’alpinismo faccia parte della mia storia. Un alpinismo “ricco” con una serie di montagne in programma (non voglio andare a fare una lista di salite) non è il mio alpinismo. Il trekking per me è altrettanto importante che la cima, che è solo una piccola parte della soddisfazione complessiva in una spedizione, per me tutto è importante, non andrei mai con l’ausilio di un elicottero. Per questo amo il Khumbu, come pochi giorni fa al Kala Pattar dove mi sono sentito commosso come un bambino che aspetta un regalo. Anche per questo ho studiato e conosco bene la storia dell’alpinismo, ma per appartenerci mi sembra di essere nato troppo tardi. Non sono un pioniere, ma per mè le alte montagne sono sempre una conquista.
 
Il piano per lo Shisha.
Una salita in solitaria deve essere il più semplice possibile, con una filosofia un pò minimalista, semplice perché la mia forza è limitata, quindi deve essere estremamente semplice. Mi sono allenato come una bestia, come chi va a giocare al calcio, come Pele. Come ora, dopo Messner, non è semplice ma non e’ impossibile, senza altri, senza bottiglie di ossigeno, senza corde fisse, ma se serve una corda di sicurezza solo per un brutto crepaccio. La tattica è di salire in 2 giorni con un campo a 6900 (evitando il C1 e il C3). Facendo la via normale non so come sarà d’inverno, l’equipaggiamento deve essere semplice e leggero, ho bisogno di essere rapidissimo senza andare fuori controllo. Spero di montare in 20 giorni ma ho un permesso per 30. Se finisco prima del 21 marzo è meglio (così rimane un’invernale standard), ma se vado in cima il 25 è esattamente uguale.
 
Il piano dopo lo Shisha.
Voglio fare qualcosa in primavera come all’Annapurna, e magari, dato che è li vicino al Daulagiri, ho trovato degli amici Italiani e Peter Gugumoss, che hanno i permessi per questo. Forse l’idea per il Daulagiri potrebbe essere una salita express, un omaggio a Bukreef che lo ha salito in 17 ore e 15 minuti, un gesto in ricordo di un amico, per dire ho imparato qualcosa da te, seguo il tuo cammino. All’Annapurna è differente, è una montagna importante per i “collezionisti”, non conosco la faccia nord e vediamo, poi, di fare un tentativo con Ed Viesturs (gli manca l’Annapurna), se la considererò troppo pericolosa per la mia concezione tornerò indietro (con tanta modestia).
 
Mi hai detto che tra l’inverno e la primavera incontri la tua ragazza?
È vero che nella nostra vita è difficile avere una relazione, sto tentando di trovare un equilibrio, spero che lei venga nel tempo tra Shisha e Daulagiri almeno per 10 giorni. A proposito della nostra vita personale vorrei dire che tante volte siamo accustai di essere egoisti, ma penso che siamo un po una fonte di ispirazione per la gente che ha una vita normale, che chi ci circonda riceve un po di questa energia che noi a nostra volta riceviamo dalle montagne. Forse questa e’ un po’ autogiustificazione, ma mi sembra di no. Quando mi domandano che cosa e’ il peggio tra i disagi che affronto come: freddo, vento, crepacci, la valanga, rispondo: è il “celibato”.
 
Come va’ con gli sponsor?
Per 13 anni non ho avuto nessuno sponsor, per 13 anni ho anche fatto spedizioni per mangiare (come guida), dal 2003 ho cercato il mio cammino, ho cercato di capire se potevo limitarmi a fare la guida o se potevo andare oltre. Poi ho trovato due sponsor: il Diario de Navarra (quotidiano) e Lorpen (calze tecniche d’alpinismo) e per me è stato fantastico perche questi vogliono affiancare la loro immagine alla mia persona, hanno piena fiducia in me, e in 3 anni mai hanno fatto pressione, io vado dove voglio e con chi voglio, non mi arricchisco, ma posso fare quello che voglio, posso sognare, ora posso permettermelo, il che è una fortuna nella nostra civiltà.
 
Che ne pensi di essere una guida di spedizioni commerciali?
Queste sono legali, ma tutto dipende dall’organizzazione, si va’ dai pirati a gente che fa una professione degna, noi siamo dei paesi alpini, per noi è semplice andare tutti i week end in montagna, ma tanti non hanno questa possibilità e quindi scelgono una spedizione. Accompagnare dei clienti in quota? Questo è morale nelle Alpi e in Himalaya, ma sulle quote estreme non si puo fare proprio “la guida”, ma il consultant, come Bukreev, la gente (i clienti) deve essere capace di fare la sua parte in una spedizione. Quindi il lavoro importante dell’organizzatore è la selezione, prima e durante la spedizione. La guida è tra il capo e i clienti, qualche volta il capo decide quanti devono andare in vetta, della spedizione io non sono il capo, forse la mia prospettiva è troppo romantica, in realtà succede che si compensi l’impreparazione dei clienti con piu ossigeno e piu sherpa. Per me è possibile una nuova prospettiva, ma la realtà è diversa. Sarei incazzato se ci fossero spedizioni commerciali a tutte le montagne, ma non è cosi, pero’ e’ anche vero che fino al 2004 non c’erano spedizioni commerciali in stile Everest al K2.
 
Come ti alleni?
In cifre circa 200.000 metri di dislivello all’anno, 940 ore l’anno scorso, allenamento basico come la corsa a piedi e lo scialpinismo, ma anche camminando con i bastoncini, poi con gli sci da fondo e poi arrampicata su giaccio e roccia, che molti himalaysti trascurano. Il tutto in ambiente di montagna, possibilmente col freddo. Sono molto serio sull’allenamento, perche’ ho visto la differenza, inoltre rispetto ad altri sportivi noi himalaysti a 35 anni siamo al massimo, ma e’ anche possibile che delle buone condizioni rimangano basicamente le stesse per tutta la vita sportiva. Quindi devo essere serio, allenamento in continuità con serenità, non monacale ma serioso. La psicologia? Il tuo nemico maggiore è il divano, la tevisione e il bar, i soldi, la macchina…Bukreev non aveva niente, correva 10 km per andare a scuola, se arrivava tardi il maestro lo picchiava, quando tornava a casa se arrivava tardi non mangiava. Noi abbiamo tutto assicurato, e loro non avevano niente, devi sapere che hai del tempo per far delle cose, la tv ti fa finire li davanti a lei. Reazione Psicologica= oggi è brutto? Vado! Questo giorno vale per due, questa è la parte psicologica che diventa importante anche fisicamente. Quando torno da una spedizione ho una pausa nell’attivita’, riparto poi da una posizione di equilibrio (ci vogliono anni per capirlo) l’anno scorso sono stato tranquillo fino al 15 ottobre poi ho cominciato con 15 km verticali in un mese, 16 km nel secondo mese, poi 21, 26…Cerco di più il volume rispetto alla qualità specifica degli allenamenti intensivi. La mia preparazione e’ un po personale, non e’ un grafico costruito ma mi adatto alle mie condizioni e alle mie tendenze. Tutto conta, tutto va nel posto giusto, un giorno ti ritornera’.
 
Cosa temi di più di questa spedizione?
Se ho una paura è quella di fallire a me stesso, il non essere stato sufficientemente onesto con me stesso nel propormi un’obiettivo troppo alto. Fisicamente temo il tempo, il vento, i crepacci ma con questi posso fare un compromesso, voglio avere la testa chiara e poter leggermi dentro. Questa esperienza (della solitaria) stava già a casa mia come un cane che voleva uscire. Questo è il momento giusto per fare questa cosa, e non e’ nemmeno giusto se non la provo ora. Ho le condizioni giustre dentro e intorno a me, il che è importantissimo.
 
Il cibo.
Nella mia vita non mangio carne, ma pesce, per me è importante, per me dobbiamo apprendere dagli orientali, non sono vegetariano, ma ho visto degli sherpa che hanno sopravvissuto anni in altura, se avessero voluto potevano avere da noi il cibo degli occidentali, ma preferivano un piatto grande di “dhal bat” (riso e lenticchie), cio’ rende tutto il loro corpo (cosi’ per esempio la dentatura) perfetto per l’altura. Per me era chiaro fare lo stesso, facendo i trekking nessuno dei clienti lo mangiava, avevano sempre ordini di cibo diverso, ma non dhal-bat, questo mi ha insegnato che non è naturale avere la “pasticceria” in alta quota, ma il cibo semplice, come la patata, il riso, la lenticchia, cerco di seguire questa filosofia. In altura per me meglio salato che dolce, oggi per la mia solitaria ho speso 50 dollari per formaggio e prosciutto, al campo base mangio come il mio cuoco, ma poi mangiare diventa più importante di quello che  si pensa. Per il bere ho una regola radicale, l’unica, prima di dormire devo aver bevuto 4 litri di una qualsiasi bevanda liquida. Conto mentalmente la quantità di liquidi, è uno dei miei segreti, se non fai attenzione tu a te stesso, nessuno lo fa. Per me questo è basico, basta pisciare sempre chiaro chiaro. Lo stesso quando fai un tentativo e ritorni, così quando le urine tornano chiare sai che sei di nuovo pronto.
 
Gian Pietro Verza
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