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Alpinismo

E i cinesi fermano anche la Nord del GI

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BELLUNO — "Fino ad agosto, nessun alpinista potrà avvicinarsi alle montagne cinesi. L’esercito sta bloccando tutte le spedizioni dirette laggiù, compresa quella di Karl Unterkircher alla Nord del Gasherbrum I". A rivelare la sconcertante situazione dell’alpinismo in Cina, anche al di là dell’Everest, è Renato Moro, responsabile della commissione spedizioni alpinistiche dell’Uiaa e titolare di una nota agenzia di trekking internazionale. "L’Uiaa doveva essere più dura" dichiara Moro senza mezzi termini.

"I miei corrispondenti in Cina – ha detto Moro – hanno escluso in maniera assoluta che gli alpinisti possano accedere alle montagne cinesi del Sichuan, della zona a Nord del K2, a Nord del Sinkyang, del Kunlun. Non parliamo del Tibet e di tutte le zone adiacenti. In pratica, nessun ottomila sarà accessibile dalla parte cinese e saranno bloccati anche tutti i trekking turistici fino a dopo le Olimpiadi".
 
La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno, quando ormai i preparativi per la partenza delle nuova avventura sulla nord del Gasherbrum I erano quasi ultimati. Karl Unterkircher, Daniele Bernasconi e Walter Nones – avevano raccolto sponsor, fatto annunci alla stampa e avevano praticamente la valigia pronta. Volevano partire il 30 maggio.
 
Il loro obiettivo era quello di salire l’inviolata parete Nord del GI, 8.065 metri. Si tratta proprio del versante cinese della montagna, che sorge sul confine tra Cina e Pakistan. Importante sottolineare, però, che il GI si trova in Karakorum, a migliaia di chilometri di distanza dall’Everest e dal Tibet, dove fino ad oggi sembravano essere concentrati i divieti relativi alle Olimpiadi di Pechino 2008.
 
Qualche giorno fa, però, la telefonata di Renato Moro ha comunicato la sorprendente decisione di Pechino di fermare qualsiasi alpinista o turista diretto sulle montagne cinesi.
 
"Quando ho mandato in Cina i passaporti degli alpinisti – spiega Renato Moro – mi hanno detto che non c’era niente da fare. Ufficialmente, il permesso di salita può essere rilasciato ma l’esercito ha l’ordine di fermare chiunque tenti di oltrepassare la frontiera e avvicinarsi alle montagne cinesi. Già ora, alcune spedizioni sono bloccate al confine, alcuni gruppi di trekking sono già tornati a casa e altri stanno cancellando i prossimi viaggi".
 
Secondo quanto riferisce Moro, si tratta di una decisione recente, di un paio di settimane fa, assunta da Pechino per ragioni di sicurezza. "E non si sa nemmeno fino a quando continueranno questi blocchi – incalza Moro -. Qualcuno spera che i controlli diminuiscano a giugno, ma molti pensano che dureranno fino alla fine dei Giochi, ad agosto".
 
E sì che fino a due mesi fa i cinesi assicuravano che non ci sarebbe stato alcun blocco. Invece, oltre a vietare l’Everest, il Cho Oyu e alla fine anche lo Shisha Pangma, sembra che nessuna montagna cinese possa essere avvicinata da  alcun alpinista o trekkinista. Una situazione a dir poco paradossale.
 
"Mi sono molto, molto arrabbiato con il presidente dell’Uiaa – dichiara Moro – perchè è uscito dopo un mese e mezzo di divieti con una "soluzione da Ponzio Pilato". Ritirare la bandiera va bene, ma la posizione doveva essere più dura. Prima di tutto, non bisognava nemmeno dare il patrocinio a questo tipo di spedizione. Capisco che volesse gestire al meglio i rapporti con la Chinese Mountaineering Association, la quale risponde al governo cinese. Ma questa situazione sulle montagne è inaccettabile, come lo è quello che la Cina ha imposto al Nepal. Un evento come quello delle Olimpiadi non può pregiudicare tutte le altre attività che con lo sport olimpico han ben poco a che fare. E mettere in difficoltà alpinisti che hanno già pagato per le loro spedizioni".
 
"Penso comunque che queste Olimpiadi costeranno care a Pechino per due motivi – conclude Moro -. A livello economico, perchè un anno senza turismo nelle zone montane e nel Tibet rappresenta un disastro. E a livello di immagine perchè a causa di questi divieti e militarizzazioni ora tutti fanno il tifo contro la Cina. E’ un danno che si ripercuoterà per anni. A mio parere, molto peggio che se qualcuno avesse alzato una bandiera Free Tibet su qualche montagna".
 
Sara Sottocornola
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