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Arrampicata sportiva, Primo Piano

Stop alle sponsorizzazioni di Clif Bar, Alex Honnold dice la sua

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Alex Honnold (Photo courtesy of Alex Honnold - Instagram Profile)
Alex Honnold (Photo courtesy of Alex Honnold – Instagram Profile)

YOSEMITE NATIONAL PARK, Stati Uniti d’America — Arriva dalle pagine dell’autorevole New York Times l’opinione di Alex Honnold sull’interruzione della sua sponsorizzazione e di quella di altri quattro atleti da parte dell’azienda Clif Bar. Nell’articolo, scritto dallo stesso Honnold, il giovane racconta lo shock nell’apprendere le motivazioni della decisione del noto marchio di barrette alimentari ed effettua un’analisi sul rapporto tra uno sponsor e un atleta nel mondo dell’arrampicata, nonchè su limiti e rischi che ne conseguono.

“Sette anni fa, quando ho iniziato a praticare free solo sulle lunghe e difficili vie della Yosemite Valley, l’ho fatto perchè mi sembrava il modo più puro ed elegante di salire le big walls.” Inizia così l’articolo scritto da Alex Honnold e pubblicato sull’edizione di ieri del New York Times. “Arrampicare, in particolare in solitaria, dava l’impressione di vivere una grande avventura, ma non avevo mai pensato che potesse diventare una professione.”

“Tuttavia, negli anni gli sponsor si sono avvicinati a me. Ho immaginato che mi volessero a rappresentare le loro aziende perchè appoggiavano ciò che stavo facendo. É stato quindi uno shock quando la scorsa settimana sono rientrato da un’arrampicata di quattro giorni ad ElCap e ho scoperto che Clif Bar, che mi aveva sponsorizzato per 4 anni, aveva licenziato me e altri quattro famosi climbers: Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill. Cosa stava succedendo? Clif Bar aveva preso questa decisione perchè stavo facendo esattamente ciò per cui pensavo mi avesse ingaggiato fin dall’inizio?”

Nel comunicato stampa che annunciava la decisione, l’azienda californiana ha infatti riportato di aver riflettuto a lungo sulle nuove forme di Base jump, highline e arrampicata in free solo giungendo alla conclusione che “queste forme di sport spingono il confine troppo in là, conferendo all’elemento rischio uno spazio che la nostra società non vuole più sostenere. Capiamo che alcuni climber pensano che queste forme di arrampicata spingano lo sport verso nuove frontiere. Ma non ci sentiamo più di appoggiare e trarre beneficio da atleti che sopportano un tale carico di rischio in aree di pratica di questo sport che non consentono margine di errore, che non prevedono una rete di sicurezza”

Il logo dell'azienda Clif Bar
Il logo dell’azienda Clif Bar

Honnold sottolinea come “All’interno del mondo dell’arrampicata, tutti siamo conosciuti per correre dei rischi, in una forma o in un’altra. Il fatto che le avventure che inseguiamo sono pericolose è una parte di quello che le rende interessanti al pubblico e agli sponsors.” Sul licenziamento, invece, scrive che “ovviamente ne sono rimasto deluso e mi sembra strano che dopo anni di supporto, qualcuno in Clif Bar si sia svegliato all’improvviso e abbia realizzato che arrampicare senza una corda su pareti verticali alte 2000 piedi (circa 610 metri) sia pericoloso. Eppure non posso fare a meno di comprendere il loro punto di vista.”

Dal comunicato stampa di Clif Bar, Honnold cita questo passaggio “Il rischio è parte integrante dell’avventura. Siamo d’accordo sul fatto che la valutazioni di rischio sono decisioni molto personali. Questa nostra scelta non vuole mettere un confine nello sport o limitare gli atleti nel perseguire le loro passioni. E’ una linea che tracciamo per noi stessi.” commentando che “sostanzialmente è lo stesso modo in cui mi sento durante il free solo. Io traccio i limiti per me stesso, gli sponsors non hanno alcun peso sulle mie scelte o sulla mia analisi del rischio.”

“Se gli sponsors indietreggiassero di fronte a comportamenti rischiosi, tanto varrebbe trasformare lentamente l’arrampicata in una versione più sicura e sterile di ciò che oggi. Tutti hanno bisogno di trovare i propri limiti per rischiare – conclude Honnold – e se Clif Bar vuole tirarsi indietro, è sicuramente una giusta decisione. Ma noi tutti continueremo ad arrampicare nei modi che troviamo più stimolanti, che siano una corda, un paracadute o niente di niente. Che siamo sponsorizzati o meno, le montagne ci stanno chiamando e noi dobbiamo andare.”

L’articolo completo di Alex Honnold pubblicato dal New York Times: The Calculus of Climbing at the Edge

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