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Daniele Nardi: torno allo Sperone Mummery, il mio grande sogno sul Nanga Parbat

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Daniele nardi (photo Daniele Nardi)
Daniele nardi (photo Daniele Nardi)

SEZZE, Latina — La partenza è prevista intorno al 20 dicembre, anche se la data esatta verrà annunciata alla conferenza stampa ufficiale, il 10 dicembre a Roma in Campidoglio. Quello che è già certo è che per il terzo inverno di fila Daniele Nardi sarà al Nanga Parbat a tentare l’impresa ancora mai realizzata: la prima invernale sull’ultimo dei due ottomila finora mai scalati nella stagione fredda (oltre al Nanga rimane solo il K2). L’idea è quella di aprire una via nuova, questa volta con un team più corposo degli anni passati: di questo e di altro ci ha parlato l’alpinista di Sezze in questa intervista.

Daniele torni sullo Sperone Mummery?
“Bella domanda…Si, lo Sperone Mummery è il mio grande sogno sul Nanga Parbat, quindi si ritorna lì. Il gruppo si è un po’ ampliato proprio in questi giorni: oltre ad Elisabeth Revol, ci saranno Tomasz Mackiewicz, che l’anno scorso era sul versante Rupal, e Roberto Delle Monache che è una new entry dall’Abruzzo, che ci assisterà con le riprese, poi si vedrà se avrà voglia di scalare con noi o rimanere al campo base.

Con Delle Monache sei già stato in spedizione, giusto?
Sì con Roberto ho fatto già 2 spedizioni alpinistiche e in una terza ci siamo incrociati. Eravamo insieme al Gasherbrum II, la mia prima spedizione nel 2001, e poi siamo stati al Bhagirathi, in India, dove abbiamo aperto la via che dedicammo a Walter Bonatti, perchè fu in quel periodo che Walter scomparve: la via è “Il seme della follia”, che ha vinto il premio Paolo Consiglio 2011. Quindi c’è un grande feeling con Roberto. Con lui conto di provare a scalare il Ganalo Peak: quindi uno dei suoi obiettivi oltre fare le riprese è quello di salire in vetta al Ganalo come invernale, e poi spero che decida di salire con noi anche sul Nanga Parbat.

Il Ganalo Peak è la cima su cui ti sei acclimatato l’anno scorso?
Il Ganalo al momento non sono riuscito a salirlo, perchè ho scoperto che è molto più complesso arrivarci di quello che immaginavo. Quello che ho fatto l’anno scorso è stata la scalata in solitaria di una cima di 5900 metri, quindi quasi 6000, che per quello che ne so non era mai stata scalata. Questa vetta, che ho battezzato “Punta Piccola”, è collegata alla cresta che porta in cima al Ganalo. L’idea è quella di tornare sulla vetta e continuare fino al Ganalo, e finire qui l’acclimatazione. La strategia in queste mie spedizioni al Nanga è sempre questa: acclimatarmi sulle montagne laterali e poi tentare in stile alpino lungo lo Sperone Mummery di scalare il Nanga Parbat.

Non più in solitaria quindi…è stata dura l’anno scorso non avere compagni?
L’anno scorso sapevo perfettamente che avevo poche probabilità di riuscire nell’impresa. Però l’esperienza che ho fatto lì da solo mi ha permesso di capire tutta la determinazione, il desiderio che ho di scalare questa montagna. E’ stata un’esperienza molto forte. Stando da solo tutte le decisioni erano legate a me: dovevo scegliere quando andare, capire le condizioni della montagna, mettermi in gioco…è stata probabilmente l’esperienza più incredibile della mia vita, con tutto che a mala pena ho raggiunto i 6000 metri sulla montagna. Chiaro che se si mira a un tentativo più proficuo, con abbia in sé più probabilità di successo non si può andare da soli al Nanga Parbat. O per lo meno, io non posso andarci da solo. E quindi quest’anno ho cercato di ricostruire un buon team: quello già testato con Elisabeth, a cui si aggiunge Tom, di cui mi sto fidando sebbene in realtà non lo conosca di persona, ma conosco le sue avventure alpinistiche. E poi Roberto Delle Monache: per me sarà di estrema tranquillità sapere che ci sarà una persona che si occuperà della logistica e delle riprese al campo base. Poi con noi ci sarà anche il cineoperatore che verrà a fare le riprese per conto della Sd Cinematografica e per quel film che, a prescindere che quest’anno si vada in vetta oppure no, racconterà questi 3 anni sul Nanga Parbat.

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