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Ciclismo: morto il “Camoscio d’Abruzzo”

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AVEZZANO, L’Aquila — E’ morto Vito Taccone, l’ex ciclista diventato famoso negli anni ’60 con il nome di "Camoscio d’Abruzzo". Il ciclista, stroncato da un infarto, era stato arrestato lo scorso giugno per associazione a delinquere finalizzata al commercio di capi d’abbigliamento con marchi contraffatti o provento di furti. Era in attesa di processo.

E’ stato il figlio di Taccone a ritrovarne il corpo esanime nella sua casa di Avezzano: l’ambulanza del 118 è arrivata in fretta, ma i medici non hanno potuto che constatarne il decesso, avvennuto a causa di un infarto.
 
L’ex ciclista non sarà dunque mai giudicato dai magistrati che lo avevano fatto arrestare lo scorso 14 giugno. Taccone era infatti accusato con altre 11 persone di associazione a delinquere finalizzata al commercio di capi d’abbigliamento con marchi contraffatti o provento di furti. Un’accusa per la quale si era sempre dichiarato innocente.
  
La settimana scorsa si era incatenato al tribunale per protesta, ed era poi stato ricevuto da un giudice che gli aveva garantito un processo in tempi brevi. "Non voglio fare la fine di Enzo Tortora"- aveva dichiarato – "Oggi ho potuto constatare l’umanità di persone di cui a volte ci si fanno concetti sbagliati", aveva detto riferendosi al magistrato che lo aveva ascoltato. "Vedrete che dimostrerò presto la mia innocenza".
  
Vito Taccone era attualmente titolare di un’azienda per abbigliamento sportivo,  per la quale era rimasto coinvolto nell’inchiesta della magistratura.
  
Il "Camoscio d’Abruzzo", vincitore del Giro di Lombardia nel 1961, doveva il suo soprannome non solo alle sue doti di scalatore. Era infatti famoso per per il suo carattere irruente: rimase celebre la scazzottata con il corridore spagnolo Fernando Manzaneque, e fu accusato di aver provocato diverse cadute negli arrivi in volata al Tour de France del 1964.
 
 
Foto courtesy of Corriere della Sera
 
 
 
Valentina d’Angella
 
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