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Storia dell'alpinismo di Motti, una nuova edizione a cura di Camanni

Storia dell'alpinismo di Piero Motti - copertina
Storia dell’alpinismo di Piero Motti – copertina

BERGAMO — Per alcuni è una specie di libro sacro, per altri un compendio, un sussidiario dell’alpinismo che racchiude quello che c’è da sapere dei miti e delle grandi scalate. Per chi non lo avesse mai letto non è solo una guida storica, ma anche un’appassionante lettura ed è forse anche questa una delle ragioni per cui la fortuna editoriale della “Storia dell’alpinismo” di Gian Piero Motti continua, tornando infatti in libreria con una riedizione degli editori Priuli & Verlucca nella collana i Licheni. L’introduzione e l’aggiornamento sono a cura di un’altra penna nota della letteratura di montagna, quella di Enrico Camanni.

“Gian piero Motti ha concluso la sua Storia nel 1977, con un approccio squisitamente autodidatta. Cercatore solitario, cresciuto alpinisticamente sotto le austere sotto le austere direttive della Scuola “Gervasutti” di Torino (l’alpinista friulano morì sul Mont Blanc du Tacul proprio nell’anno in cui Motti nasceva), il trentenne Motti ha trasfuso nel suo lavoro i dubbi e le intuizioni di una generazione inquieta.”

Parla così Enrico Camanni di Gian Piero Motti e della sua celebre storia dell’alpinismo nella nuova edizione appena ripubblicata. Lo scrittore, torinese come l’autore del libro, ne ha curato l’introduzione e l’aggiornamento delle schede e della bibliografia.

Camanni analizza il lavoro di Motti mettendone in evidenza limiti storiografici e pregi letterari. Da un lato infatti, l’autore ha a suo avviso compiuto scelte opinabili dal punto di vista delle scienze storiche, lasciandosi coinvolgere emotivamente dal racconto, interpretando smaccatamente, personificando quasi le montagne, dando anche una descrizione dai toni romanzeschi degli stessi alpinisti (personaggi, verrebbe da chiamarli). Dall’altro però, secondo il curatore, l’autore si è sforzato di uscire da vecchie retoriche, e di dimostrare come “non possa esistere un modo ‘giusto’ e universale di andare in montagna”.

“Legato all’analisi interiore dei personaggi – scrive ancora Camanni -, a scapito della lettura sociale dei fenomeni peraltro in voga negli anni Settanta, Motti ha una visione esistenzialista della storia: ‘La più grande difficoltà da vincere è posta in noi stessi e non al di fuori di noi’. Convinto esploratore delle ‘diversità’ e spietato rivelatore di contraddizioni (‘Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere: una vera e propria ossessione’), scava instancabilmente nelle motivazioni filosofiche dell’alpinismo e non si accontenta dell’alibi o dell’immaginetta da parata. Pessimista e apocalittico in alcune conclusioni, dolce e umanissimo in altre, non è mai un osservatore passivo. E’ uno storico appassionato che procede con andamento ondulatorio, severo e affettuoso, razionale e romantico, acuto e distratto, sempre generoso di parentesi e digressioni”.

Il volume è unico (800 pagine) rilegato in brossura, formato 12,5×20 centimetri. È completo di immagini in bianco e nero, ritratti, documenti d’archivi ed è in vendita al costo di 28 euro. E’ uno di quei libri che vale la pena comprare e conservare nello scaffale dietro alla scrivania: per rinfrescarsi la mente quando viene voglia, per conoscere i ‘trascorsi’ della vetta che andremo a scalare o che semplicemente ci troveremo a guardare durante un’escursione. Perché Motti parla sopratutto di Alpi, e questa Storia quindi, è anche un pezzo di storia di casa nostra.

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