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Everest, sacralità e tradizioni. Parola di Laxman e Lhakpa Sherpa

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LOBUCHE, Piramide — Si dice che l’Everest sia diventato ormai una meta di turismo di massa, che vadano perdute tradizioni, culture, poesia a favore delle ragioni del business. Oggi noi vogliamo farvi fare un passo indietro, per recuperare l’atmosfera di quei luoghi perduti, attraverso il racconto di due nepalesi membri dello staff Evk2Cnr del Laboratorio Piramide posto alle pendici del tetto del mondo: Laxman Adhikari ci ha parlato della “dea madre” e delle altre divinità più potenti del Chomulongma, incarnate da vette magari meno note, magari meno alte. Lhakpa Tshering Sherpa ha invece spiegato il significato della Puja, dei simboli che la costituiscono e delle preghiere propiziatorie.

La nostra tradizione – di Laxman Adhikari

“La mia storia si basa su alcuni racconti che ho sentito dai miei nonni, su alcune cronache riportate  dai monaci di Tyangboche e sulle chiacchiere fatte con le persone anziane di Khumjung e Khunde. Quindi quanto vado a raccontare molto probabilmente non troverà corrispondenza con quello che è stato pubblicato sui libri. Oggi giorno il Monte Sagaramatha o Chomulongma è conosciuto universalmente per essere la montagna più alta del mondo ma la sua storia e la sua fama risalgono alle origini del Buddismo. In Himalaya e in Nepal ci sono molti monasteri e templi nei diversi distretti del paese, ma il loro spirito, la  loro  cultura e le attività religiose sono tra loro molto simili. La maggior parte delle etnie dell’Himalaya pregano la montagna come un Dio. Qui quasi tutte le montagne hanno un nome o sono collegate a un dio o una divinità. Tra i molti luoghi importanti in Nepal dal punto di vista storico e religioso, si distingue sicuramente la Valle del Khumbu; per la gente di qui, la montagna è la dea madre e viene pregata perché assista i singoli passi della vita di ognuno.

Ma l’Everest non è il più potente degli dei e le preghiere vengono così rivolte anche a montagne più piccole ma ben più potenti. La montagna viene chiamata Sagaramatha dalle autorità Nepalesi, Chomolungm dai tibetani e Everest dagli occidentali: a volte anche i locali la chiamano Everest, perché ormai sono abituati a lavorare e pregare quotidianamente con gli occidentali ; ma le persone davvero religiose pregano la montagna perché la riconoscono quale divinità.  No so dove e se sia effettivamente scritto negli antichi testi buddisti, ma gli anziani e i monaci raccontano che ci sono 5 sorelle della Dea madre: la più vecchia è Tashi sheriring ma  (Mount Gauri Shankar) lo si può vedere durante il volo da Kathmandu a Lukla. Near Jiri ( questa divinità è conosciuta anche come protettore Dharma). La seconda sorella è  Miyolangsama  (Mt.Sagaramatha) : questa divinità è gentile e bellissima. Il suo colore è l’arancio ed è splendente. La terza sorella è Ting gyi shal Zangma, ma non so a quale montagna corrisponda. La quarta sorella è Chopen Drinzangma, il Monte Makalu. ( Mahakalu). La quinta sorella è Takar Drozangma (questa montagna si trova nel Kham- Tibet)”.

Chomu Lungma: La dea madre – di Lhakpa Tshering Sherpa

“Gli Sherpa considerano il  Chomu Lungma come un Dio. Il nome del dio è Khang Doma. Khang Doma è un dio femmina. Chomu lungma ha quattro lati. Ogni lato di Chomu Lungma è conosciuto con un nome diverso di Khang Doma. Gli sherpa e gli alpinisti prima di partire per una spedizione all’Everest sono soliti fare una puja (preghiera), chiedendo alla montagna, “Dea madre”, un buon esito e che li protegga. Un rito propiziatorio per rendere omaggio alla montagna prima di salirla.  Si tratta di un rito sacro, effettuato prima di ogni scalata alla montagna più alta della Terra, al quale nessuno sherpa è disposto a rinunciare. La manifestazione religiosa prevede una “riverenza” (puja, appunto, in sanscrito) alla divinità, attraverso preghiere e offerte. Per tradizione, la puja si esegue di fronte ad una Murti, ovvero una statua o un’immagine che raffiguri la divinità. Il rito è accompagnato dalla recita di mantra e dal canto di inni sacri.

I testi hanno significati simbolici che affondano le loro radici nell’esoterismo indù e sono volti a ottenere specifici benefici, sia spirituali, sia intellettivi, sia fisici. Dobbiamo sempre indossare anche un cappello mentre eseguiamo la puja, ma il cappello non deve essere assolutamente di colore nero, perché segno di cattiva sorte, così ne usiamo di colorati o anche bianchi. La puja prevede anche che si facciano offerte di prodotti naturali alla divinità pregata nel rito: dalla frutta al latte, passando per il riso e i fiori. Una volta “benedetti” dalla Dea Madre, i doni vengono consumanti da chi ha richiesto il rito propiziatorio. In quel caso prendono il nome di “prasad”, ovvero, cibo benedetto e purificato.

Per fare omaggio alla Dea madre ogni anno, nel mese di dicembre, celebriamo la festa Mani Rimdu presso il monastero di Tengbuche; durante la festività i monaci pregano, danzano, raccontando le fantastiche storie di Chomu lungma proprio per rendere la montagna felice”.

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