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Everest 1992: la vetta "scientifica" di Gianpietro Verza, per misurarne l’altezza

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BERGAMO — Scienza e alpinismo hanno da sempre un legame inscindibile. Se oggi infatti l’alpinismo è performance, all’inizio era semplicemente esplorazione e ricerca. Lo era ai tempi del Duca degli Abruzzi, ai tempi di Ardito Desio e del K2, e lo è ancora oggi la scienza con diverse spedizioni scientifiche sulle montagne del mondo, e l’attività di enti come il Comitato EvK2Cnr nello studio del clima, dell’atmosfera e dell’ambiente. Gianpietro Verza, guida alpina e tecnico proprio di questa organizzazione, è spesso ospite delle pagine di Montagna.tv con opinioni, interviste e consigli. In questa giornata speciale abbiamo deciso di regalarvi un suo inedito racconto: la sua salita in vetta all’Everest del 1992 con Abele Blanc, anno in cui avvenne una storica rimisurazione della montagna. Della spedizione, organizzata da Agostino Da Polenza, facevano parte anche  Lorenzo Mazzoleni e Benoit Chamoux.

“Autunno 1992, la Piramide EvK2Cnr è al suo secondo anno di vita e diversi progetti di ricerca sono stati portati avanti, anche molti nel settore della fisiologia, guidati dal prof. Cerretelli. Ma grazie all’incessante lavoro del nostro prof. Poretti gli accordi con i Cinesi sono andati avanti e la congiunta misurazione dell’Everest può divenire una realtà.

I geodeti italiani stabiliscono 3 punti di misura in territorio Nepalese e i Cinesi altri 3 in territorio tibetano, ognuno di questi punti viene collegato geodeticamente con gli altri e poi con le reti Nepalesi e Cinesi.
Allo stesso tempo una determinata spedizione alpinistica sta salendo sulla montagna trasportando una mira ottica, dei riflettori laser e un ricevitore GP di alta precisione.

Le misure verranno realizzate in contemporanea dai 6 punti utilizzando le più avanzate tecnologie:
* quelle ottiche dei teodoliti e distanziometri laser che garantiscono 0,1 mm per chilometro di precisione e che richiederanno anche l’utilizzo di palloni sonda meteorologici per valutare i profili di temperatura, umidità e pressione tra i 5.000 metri di quota in media dei 6 punti e la cima a quasi 9.000 m
* quelle dei segnali radio GPS ricevuti sulle doppie frequenze dei ricevitori di precisione geodetica

L’aspetto difficile dell’operazione? Non solo salire sull’Everest, ma montare l’attrezzatura e avviare le misure, e – come se non bastasse – il meteo deve anche essere buono e permettere buona visibilità della cima. Le misure perche siano precise devono essere fatte negli stessi istanti simultaneamente.
Oggi in un’operazione come questa avvieremmo semplicemente un collegamento in conferenza chat via internet e la coordinazione sarebbe perfetta.

Nel 1992 potevamo disporre di un terminale satellitare composto da 2 valigioni da 70 kg che consumavano mezzo chilowatt di energia e che realizzavano un collegamento audio a 13 dollari al minuto, le connessioni dati erano possibili ma costosissime.

Per coordinarci con i Cinesi organizzai quindi dei canali radio in onde corte con radio da 100 watt e in VHF con walkie talkie; in quell’occasione sopra la Piramide installammo un ponte radio con l’ambizione di attraversare la catena Himalayana con la potenza di un semplice walkie talkie.

I canali primari rimanevano tuttavia quelli in onde corte e, mentre attendevamo l’attivazione della stazione cinese, io dovevo far la spola tra Piramide e campo base. Finalmente arrivano i primi segnali, ma l’intelligibilità’ è scarsa: i disturbi tipici delle onde corte e l’inglese dell’operatore cinese fanno poi a gara per impedirci di capire.

Non rimane che cambiare canali fino a trovarne uno accettabile. Ma io sono al base e la radio in Piramide. Non rimane che operare la radio, ma il trasmettitore ha una ventina di controlli e nessuno se la sente. L’unica persona che garantisce di seguire esattamente le mie istruzioni e darmi il corretto feedback è la dott.ssa Lenotti, medico della spedizione. E ci riusciamo! Il collegamento viene stabilito e io inauguro una carriera di operazioni controllate a distanza.

La spedizione alpinistica va avanti rigorosamente e i miei colleghi alpinisti e guide migliorano continuamente le loro performance sulla via dell’Everest. Reduce da una frattura avuta a fine giugno e dopo due mesi, riesco a salire solo 300 metri; poi la caviglia cede e il mio morale va a pezzi. Mi concentro sulla parte tecnica, c’è da far funzionare un GPS sulla cima dell’Everest e tutto deve essere perfetto.

Ma con l’Everest stipulo un patto: proverò e darò il mio meglio anch’io fino al punto più alto possibile. Ogni mattina corro fino a 5300 e imparo a respirare, se le gambe sono deboli il respiro, almeno quello, dovrà essere forte. Installiamo il ponte radio: non è uno di quelli oggetti microscopici, computerizzati e codificati come quelli di oggi; è un semplice, robusto e resistente sistema radio, prodotto da un’azienda italiana. L’azienda non c’è più, il ripetitore funziona ancora!

L’antenna viene posta a 5.600 metri, giusto sopra la Piramide, il segnale è perfetto in tutto l’alto Khumbu. Un giorno, una voce gracchiante irriconoscibile ci segnala il tentativo dei cinesi. Con la potente radio in onde corte li guidiamo e un po’ alla volta definiamo le posizioni da cui il collegamento è finalmente chiaro: non dipenderemo più dalle radio in onda corta e i ricercatori potranno parlare direttamente con gli alpinisti.
I giorni si fanno sempre più intensi e io mi sono conquistato un posto nel terzo team, l’ultimo in ordine cronologico.

Agostino sfodera tutta la sua esperienza e, d’accordo con Poretti, stabilisce una strategia efficace:
1) team di trasporto sulla cima delle apparecchiature
2) team di attivazione misure
3) team di rimozione e rientro del tutto.
Con noi Benoit Chamoux, il francese che ha salito il K2 in 19 ore. È un mingherlino che, quando cammina sul ghiacciaio, sembra sfiori la neve con un passo ed un’armonia con queste montagne incredibile che – purtroppo – si arresterà sul Kachenjonga, suo 14esimo ottomila. Lo ricordiamo con un “chorten” sopra la Piramide.

28 settembre 1992, Benoit è nella prima squadra e sale coi materiali fino alla cima sud senza ossigeno; poi diventa tardi ed è pericoloso continuare: il terreno tra cima sud (8.750 m) e cima è difficile e molto esposto, il vento domina la cresta.

29 settembre. Benoit sale con l’ossigeno e porta i materiali alla cima dell’Everest; è accompagnato dal secondo team composto da alpinisti “freschi”. Il lavoro dei primi due team, tra cui Lorenzo Mazzoleni fortissimo Ragno di Lecco che rimarrà al K2, permette l’avvio delle misure.

In cima viene montato quel treppiede che rimarrà visibile per molti anni e sul quale gli sherpa fisseranno le bandiere di preghiera oltre alle Kathe e una foto del Dalai Lama. La visibilità è buona, l’Everest è raggiunto dai sei laser dei punti di misura. Poretti rimarrà’ immortalato in un’immagine in cui scruta la cima dal teodolite; Agostino viene fotografato in un balzo di gioia al Campo Base.

Io sto faticosamente salendo a Colle Sud; dopo aver rinunciato alla salita continua da campo 2, mi sono fermato a Campo 3 con Marco Barmasse. Gli altri scendevano, quelli entusiasti dalla cima, gli altri un po’ tristi dopo le rinunce.

Entrambi non ce la siamo sentita di continuare, ci siamo infilati in 2 tende a Campo 3 a 7.400 m.
Il giorno delle misure mi incontro con Abele Blanc a Colle Sud. Abele ha tentato ma è stato respinto, gli propongo di tentare con l’ossigeno, qualcuno deve andar su a smontare le installazioni, siamo soli a Colle Sud.
Il giorno dopo alle 3 partiamo da Colle Sud; alle 9 siamo in cima e li restiamo per mezzora, poi Abele suggerisce di scendere. Ci carichiamo il materiale ma io resto un’altra mezzora sulla cima, da solo, sorpreso dall’altezza della montagna, dalla vastità dei panorami tibetani, e dalla vicinanza dei villaggi Nepalesi. Mi immaginavo che a Pangboche, 5 chilometri più in basso fosse un giorno come gli altri e che là si continuasse a piantar patate.
Le misure dell’Everest furono un evento scientifico di rinomanza mondiale. Solo il profilo dello spessore della calotta nevosa rimaneva ignoto. Dov’era la roccia più alta? E quanto ghiaccio e neve la ricopriva?
Solo nel 2004 la nostra spedizione portò un georadar in grado di fare questa misura, salendo questa volta dal Tibet.

Ma giù alla Piramide è rimasta attiva l’antenna del Doris, il sistema di georeferenziazione del sistema di satelliti, che da allora registra anche i movimenti della crosta terrestre. L’antenna Doris è stata collegata ai punti geodetici di misura dell’Everest.

Oggi quando la guardo penso ai suoi 40 Cm di spostamento verso NE e ai suoi 3 centimetri verso l’alto in 10 anni e sento ancora una volta la forza e la dinamicità di queste montagne che salgono in poche decine di chilometri dalle foreste alla sommità della Terra”.

 

Gianpietro Verza

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