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Everest 60 anni dopo: sogno, rischio o opportunità?

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KATHMANDU, Nepal – 60 anni fa, il 29 maggio del 1953, Sir Edmund Percival Hillary e Tenzing Norgay Sherpa compivano la prima salita accertata sulla cima del monte Everest. In quell’epoca si parlò di conquista, nel senso colonialistico del termine, dal momento che le nazioni cercavano di accaparrarsi il primato delle salite in vetta alle 14 montagne più alte della terra. E tuttavia fu di certo una conquista anche per l’umanità, che arrivava per la prima volta sul punto più alto del pianeta. Da allora il Tetto del mondo è stato calpestato sempre più spesso, da allora le evoluzioni della tecnica e delle attrezzature hanno fatto un’enorme differenza. Fatto sta che quest’anno si registrano 31 spedizioni all’Everest (30 straniere e una militare nepalese) solo sul lato sud, e fino a mercoledì scorso, tra versante nord e versante sud, tra stranieri e sherpa, la vetta è stata raggiunta da 465 persone, secondo i dati del ministero del turismo di Kathmandu. Ma allora il mito è tramontato? La più ampia accessibilità alla montagna è da considerarsi come un’opportunità o come un rischio? Lo abbiamo chiesto a voi lettori: ecco le risposte che ci avete inviato.

Con i suoi 8848 metri l’Everest è il punto più alto del pianeta. Quanti sognatori, quanti amanti della natura e prima di tutto della montagna, si sono immaginati di poter un giorno toccare quel cielo con un dito? Molti hanno serbato il desiderio fin dall’infanzia per realizzarlo poi da adulti. La maggior parte di loro lo sta concretizzando proprio ai nostri giorni, quando, grazie all’incredibile macchina messa in piedi dalle spedizioni commerciali, l’Everest non è più un’impresa per soli Messner.

Il Chomolangma oggi è accessibile a molti, tanto che quest’anno il governo nepalese ha registrato un aumento del numero di persone al campo base: i tempi moderni offrono l’occasione di realizzare un sogno a molte più uomini di prima. Ma a che costo? Tralasciando la questione ambientale – che rimane un problema accertato derivato dall’alta frequentazione – il margine di rischio che corrono gli scalatori dell’Everest quanto pesa?

E se la montagna è più a portata di mano, se oggi l’Everest non è più inafferrabile (almeno per molte più persone di prima), continua a rappresentare un sogno? Oppure il mito è in ragione di quel senso di irraggiungibilità?

Di seguito le vostre risposte (persino quella di uno Yeti).

 

 

 

Oliviero Bellinzani: L’ Everest é un sogno, e come ogni altra montagna, non può e non deve essere un’ opportunità per ottenere altro !!!!

Rinaldo Mezzanzanica: E’ ancora un sogno per un medio alpinista, anche se ha perso quell’alone di mistero e fascino degli anno ’60. In parte dovuto anche alle troppe spedizioni commerciali che ne hanno offuscato il mito.

Cesare Re: A mio personalissimo parere il mito dell’Everest esiste ancora e, fermamente, credo sia così per tutti. Ogni escursionista, trekker o alpinista, che abbia salito un qualche “4000 m” o messo piede su un qualche ghiacciaio alpino, ha sognato, almeno per una vota, di salire sul tetto del mondo. Che sia difficile slegare l’ascensione alla vetta dall’idea della spedizione commerciale, o dall’opportunità del utilizzo dell’ossigeno e dai vari ragionamenti sulla scalata in stile alpino è un altro discorso. L’Everest è e rimane un mito!

Fabio Buttarelli: Everest è un sogno. Dentro ognuno di noi  intatta rimane la magia che discende dalle emozioni dei primi e degli ultimi salitori, dai racconti dei  grandi alpinisti che hanno scritto la storia dell’alpinismo come di quelle degli  sconosciuti  che hanno scritto la loro personale storia. Per loro unica. Ed io vorrei salirci, in stile alpino, senza ossigeno, con accanto chi amo e stimo: ma non lo potrò mai fare così e quindi non lo farò mai in altro modo.  Per me sull’Everest soffia e soffierà sempre quello spirito del Pianeta che nessuna dittatura cinese, nessuna spedizione commerciale, nessun ciclista clownesco potrà mai cancellare. L’Everest rimarrà sempre li anche quando il tempo avrà spazzato via l’isterismo di questo mondo oggi impazzito che un domani non potrà che ritornare ad avere rispetto per la madre terra e della sua cima più alta.

Diego Foroni: Sarebbe un grandissimo sogno salire sul punto piu alto della terra…. Ma costa troppoooooo….. Ci si puo comunque accontentare delle nortre montagne che sono bellissime e fanno sempre sognare…..

Stefano Armellin: Fine del mito dopo la prima salita. Molto più difficile oggi, per tutti, salire l’Everest di noi stessi, come sostenuto fino alla fine da Walter Bonatti. SA

Tino Gianbattista Colombo: Il fatto che si renda accessibile a tutti è positivo e se vogliamo una grandissima opportunità. Dovrebbero rimanere imperativi ll rispetto dei luoghi, lo spirito dell’avventura, nell’identità, nell’umiltà della pratica ludico sportiva culturale dell’Alpinismo. La terra l’abbiamo in prestito dai nostri figli e questo non va dimenticato.

Patrizia Valenziano: L’Everest è si sogno, come il MonViso, sogni irrealizzabili a volte ma sogni proprio per questo, non bisogna mai perdere il senso della realtà e soprattutto aver sempre chiari in testa i propri limiti

Beni Maiya Hyoju: L’Everest è ancora un sogno, come dimostrano le tante salite da record di quest’anno: gente senza arti, anziani di 80 anni, che vogliono ancora salirlo. Di certo è un rischio però, per le valanghe per esempio, e perché si attaccano in 150 su una corda, creando lunghe e spaventose code. Però è anche un’opportunità per il popolo nepalese, per gli Sherpa, i portatori, per le tante persone che trovano lavoro.

Luciana: L’Everest, secondo me non è ne un rischio ne un’opportunità. Forse un sogno si, ma come tale dovrebbe restare. Chi ama la montagna la sa anche rispettare e scalare a tutti i costi una cima non sempre è necessario, o meglio, non lo dovrebbe essere per tutti. Sempre più spesso troviamo delle “autostrade” al posto di sentieri o ferrate e così, almeno l’Everest lasciamolo come privilegio per chi ci va più per uno studio utile all’umanità che non per la brama di arrivare in cima. Le montagne si amano non si conquistano 🙂

Geipi Ravanello: Sull’Everest si è scritto di tutto e molti l’hanno salito, ma credo che pochi di coloro che ne hanno scritto l’abbiano capito veramente e pochi di coloro che l’hanno scalato l’abbiano scalato veramente. In questo senso Mallory diede la definizione migliore sul perchè scarlare questa montagna senza assegnare alla stessa connotazioni mitiche, ma identificandola come meta sportiva (sicuramente un’ambiziosa realizzazione per una carriera alpinistica) e Messner nel 1980 (con Loretan e Triollet nel 1986) furono gli unici a scalarlo veramente (senza ossigeno, senza corde fisse e senza traccia o aiuto esterno senza soluzione di continuità). E’ una montagna che rimarrà sempre un’opportunità per l’umanità perchè la natura ha voluto che fosse della quota giusta: 100 o 200 metri in più e forse non si sarebbe potuto scalare senza ossigeno, 100 o 200 metri in meno e non sarebbe stata una meta così selettiva per la maggior parte degli alpinisti che l’affrontano con mezzi leali. Raggiungere il vertice del mondo e farlo per una via nuova in puro stile alpino  penso possa essere il sogno e il il vertice della carriera di ogni alpinista; il resto è la noia della cose già viste e vissute!

Giorgia Brunozzi: Sogno: arrivare sulla cima del mondo essendo consapevole di essere a un passo dal paradiso. Rischio: la paura di non essere in grado di farcela in un luogo dove la natura ti fa sentire una nullità. Opportunità: entrare a far parte della storia dell’alpinismo e fregiarsi di un’esperienza unica al mondo. Salire in cima all’Everest è l’Opportunità di far avverare un Sogno accettando qualche Rischio!

Luigi Macchi: sicuramente è un’opportunità per chi se lo può permettere è sempre una bellissima avventura come qualche secolo fa salire il Monte Bianco.

Francesca Valloni: Oggi i sogni sono tali solo per chi non ha la possibilità economica di realizzarli, all’Everest come ovunque, e con i rischi che ne conseguono: di perdere la vita, propria e di altri nel primo caso; di perdere il vero valore delle piccole e grandi conquiste nel secondo. Le spedizioni commerciali “rovinano” il sogno, l’ambiente, e forse le popolazioni locali. Io amo e scalo le montagne, ma l’Everest, non sarà mai alla mia portata “fisica”, e allora mi basta SAPERE che c’è.

Beppe  Leyduan: L’Everest è un perfetto esempio di banalizzazione della #montagna. Succede anche a quote più basse. Anche dalle nostre parti.

B. Lucia: Sicuramente esiste ed esisterà sempre il mito dell’Everest, è un rischio salire più oggi che ieri, troppe spedizioni commerciali, centinai di persone, montagne di spazzatura lasciata, troppo stress alla montagna occorre prendere dei provvedimenti per salvaguardare questo spettacolo della natura. Che spettacolo!!  il tetto del mondo.

Luciano Zuccarini: Con tutto il rispetto che ho per quella montagna sacra, personalmente il mito è scaduto, vengo da quella generazione datata. Ho frequentato il Nepal fin dal lontano 1979, quando si discuteva della zona della morte (appunto gli ottomila metri), Che il grande alpinista Reinhold Messner dimostrò che era fattibile senza l’ausilio dell’ossigeno, e salito anche in solitaria. Vedere oggi quella fila di persone (mi è difficile chiamarli alpinisti) delle spedizioni commerciali, mi rattrista. Perdonatemi ma la vedo così!

Emiliana Tb: no, ormai non c’è avventura, è routine, pericolosa ma routine.

Giorgio Michele Invernici: Dopo l’epica avventura iniziale,l’Everest e’ stato per troppo tempo dissacrato, violentato e sporcato, credo allora che oggi chieda semplicemente di essere lasciato solo per rispettare il suo silenzio e la sua bellezza. Grazie per l’attenzione e saluti.

Luca Giacomini: Esiste ancora, quando accogli nella sfida del vivere, la gloria e la sconfitta parimenti, come celati nell’ultimo sguardo di Mallory. Esiste ancora, quando la lezione di Hillary e Norgay ti porta a volgere lo sguardo verso nuove vette e antiche cime. Altrimenti non fosse, in quel mattino, tutta la storia dell’alpinismo si sarebbe congelata sull’Hillary Step. Alla loro impresa, però, seguì un 31.07.1954, Karl si scoprì ancora esploratore sul Genyen nel 2006 e Hervé continua a scrivere la storia dell’alpinismo a poca distanza da casa sua.

Valerio: Il tuo Everest, se vuoi, lo trovi ovunque e tutti i giorni.

Francesca (Roma): Per considerare l’Everest ancora come una montagna “mito”  bisogna pensarla al passato e ricordare i grandi alpinisti che hanno fatto storia senza prestare attenzione alle notizie di oggi che la fanno invece apparire come “merce” facile alla portata di tutti… basta pagare!!!!!

Stefano Pizzorno: “Per me esiste. Esiste proprio perché è nato con la storia e la letteratura dell’alpinismo. È un mito fatto non solo di viaggio verso l’alto ma di un viaggio fatto di contatto con popoli,luoghi e culture lontane da noi. Il modo di fare alpinismo moderno con i suoi eccessi e record ha sicuramente scalfito e ridotto il fascino.

Mauro Losano: penso anch’io che il mito dell’Everest sia finito, non alla prima salita, ma quando la montagna è stata banalizzata e commercializzata, con il risultato di morti banali per stupidità – gli alpinisti che “comprano la montagna- per avidità – le guide che la vendono- per lavoro- i portatori che ne sono vittime- per nazionalismo – i militari indiani e cinesi che sono “comandati a salire” – di un immane cesso al posto di una valle e di una città al posto del campo base…no, non è più questa “la montagna”. Parlo della “normale”, ma penso che la montagna involgarita e dissacrata rovini lo spirito di ogni via, anche la più difficile, almeno per chi cerca , nel monte, anche la sua sacralità.

Marinella Parravicini: Esiste! preparazione, passione , entusiasmo. voglia di salire sempre piu’ in alto. Il tutto si traforma in “un mito” portandoti fin lassu’.

Piero Vaccari : a)Sogno, per me era un sogno da ragazzino, fin che non ho conosciuto la montagna veramente, da escursionista prima e poi come alpinista, ora ritengo che l’Everest sia solo per i ricchi e per chi non conosce la montagna, e vuole far bella figura al bar o nei circoli esclusivi, ho frequentato zone più impervie in appennino a un’ora da casa… Ma sono mie impressioni in quanto non sono mai stato in Nepal e penso non vorrò nemmeno andare in futuro dopo quello che è successo a Simone Moro, Alpinista che stimo moltissimo. b)Rischio, tutto l’alpinismo è rischioso, come d’altronde la vita, se una persona si conosce bene il rischio è contenuto, perché sensatamente lo si evita, da alpinisti questo si sa. Ma anche da non alpinisti. L’Himalaya non è rischioso, è costoso, perché l’unica cosa a cui sono attenti là, sono i nostri soldi, parlo delle istituzioni e di chi dovrebbe tutelarci a livello di soccorsi o pratiche burocratiche, si paga tanto per non avere niente indietro, altro che APT Val di Fassa o Aiut Alpine Dolomites. c)Le uniche opportunità le hanno loro per lo sfruttamento dei nostri soldi. A parte il tono polemico, penso che per loro le montagne siano sacre e quindi non da salire, dovremmo rispettarli, non salirle e non pagare permessi costosissimi, richiesti da autorità che alla fine per scopi di lucro sminuiscono i valori sacri, della popolazione povera. Torniamo a scoprire casa nostra, le bellissime alpi, i selvaggi appennini.

Alessandro Orsini: sono un soccorritore dei Vigili del Fuoco nato alle pendici del Gran Sasso – L’Aquila per cui mi occupo spesso delle problematiche relative al bisogno di aiuto. Ho premesso quanto sopra, perchè anche se il Gran Sasso non è l’Everest  si  nota quanta superficialità, scarsa preparazione sia fisica che di conoscenza di attrezzature, vi è negli escursionisti che si incontrano tra i sentieri o lungo le vie. Per  questi pseudo alpinisti economicamente agiati che possono permettersi di pagare le guide, sono solo spinti dal bisogno di  raccontare che sono stati in cima alla vetta magari omettendo i pericoli che hanno corso….e quelli che avrebbero corso gli altri in caso di bisogno!!! Sicuramente le motivazioni e la preparazione per gli alpinisti che si recano sull’Everest  sono diverse…però credo che oggi qualcuno crede….che con i soldi ( e qui mi riferisco alla possibilità di viaggiare o appunto pagare le guide o i sherpa) possa raggiungere qualsiasi obbiettivo anche senza la benchè preparazione fisica e senza la valutazione dei rischi!! Raggiungere qualsiasi vetta scalando la sua montagna è un sogno…almeno per il sottoscritto!!

Alfred K. Everest – uno Yeti: Cercherò per una volta soltanto di essere serio e di rispondere che cosa ne penso: io ritengo che voi umani non abbiate ancora capito bene qual è la differenza tra conquistare e distruggere. Sono di sicuro molto più vecchio del più vecchio di voi e vi garantisco che negli ultimi secoli ne ho viste davvero di ogni sorta, ma la vicenda del monte Everest – che noi chiamiamo Dhwak-labh-lahn, a onor del vero! – è di sicuro quella che vi rappresenta meglio. Conquistate con la fatica e a costo della vostra stessa vita uno dei posti più sacri e inaccessibili al mondo e non vi accontentate in qualità di umani di avere raggiunto un così elevato traguardo, no…ognuno di voi che ne abbia la possibilità vuole fare lo stesso, e così i conquistatori e i pionieri diventano un’orda selvaggia di turisti che trasformano un luogo sacro in un posto qualsiasi dove poter dire: “io ci sono stato!”. Ma non è così che funziona, cari i miei umani, non potete raggiungere tutti il Dhwak-labh-lahn così come non potete improvvisamente nutrirvi tutti di carne di Dodo…! Questo significa distruggere, non conquistare! Ecco appunto come la pensa uno che ha una opinione molto autorevole in merito… Haurgha! 🙂
PS: Sono un lettore affezionato di Montagna.TV

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