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Ipossia, raggi cosmici e microbi: la ricerca fa base all'Everest

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KATHMANDU, Nepal — Siamo agli sgoccioli della stagione primaverile himalayana che anche quest’anno ha incoronato il campo base dell’Everest come punto d’osservazione scientifico d’eccezione. Diverse ricerche internazionali infatti, sono state condotte tra la valle del Khumbu, il campo base e i campi alti della montagna più alta del mondo. Ipossia, raggi cosmici e possibilità di vita di micro organismi sono stati gli elementi presi in esame.

Una delle più importanti spedizioni scientifiche che quest’anno sono state di stanza al campo base dell’Everest è la Xtreme Everest 2, organizzata da un grande team britannico col sostegno di università e istituti di ricerca americani e australiani. Si è trattato della continuazione di un lavoro iniziato nel 2007 con la prima spedizione Xtreme Everest. Oggetto di studio è stata l’ipossia al fine di aumentare le conoscenze sulla terapia intensiva: come la prima volta, medici e scienziati hanno sottoposto loro stessi (oltre che un consistente numero di volontari) a test scientifici per verificare il comportamento del proprio organismo in alta quota, dove appunto l’ossigeno è inferiore che al livello del mare. Tra i soggetti in osservazione ci sono stati quest’anno anche bambini, gemelli e sherpa. La spedizione Xtreme Everest 2 è partita a inizio marzo e si è conclusa proprio in questi giorni, dopo 82 giorni totali.

Campioni di terreno della spedizione indiana (Photo giripremi.com)
Campioni di terreno della spedizione indiana (Photo giripremi.com)

Anche una spedizione giapponese ha condotto studi sull’ipossia, in particolare legata alla vecchiaia. Gli scienziati hanno seguito Yuichiro Miura, attualmente l’uomo più anziano del mondo ad essere arrivato in cima all’Everest, che ha raggiunto il 23 maggio scorso all’età di 80 anni. Lo studio partiva dall’ipotesi che in età avanzata l’altissima quota peserebbe sul corpo dell’uomo come se avesse il triplo degli anni.

Sempre all’Everest, ma questa volta dal lato nord, quello tibetano, ha lavorato il team di Bob Kerr – consulente della Radiation Protection Adviser (RPA) e della Radioactive Waste Adviser (RWA) – che ha condotto dei test sui raggi cosmici in alta quota. Lo studio è collegato a una ricerca che ipotizza che le Guide alpine siano maggiormente esposte a questo tipo di radioattività: stando all’assioma di partenza, più in alta quota si sale più si viene in contatto con i raggi cosmici. Pertanto chi come le guide (o come gli equipaggi degli aerei) trascorre tanti giorni sulle montagne più alte del mondo, verrebbe inevitabilmente sottoposto più di altri a questi tipi di raggi.

Al campo base di Everest-Lhotse, sul versante nepalese, in questa primavera c’è stata una spedizione del Club alpino indiano, la “Giripremi Lhotse Everest Expedition 2013”. Il team si era dato come obiettivo scientifico la raccolta di campioni di suolo tra campo 2 e campo 3: attraverso l’analisi di quei campioni di terreno infatti, gli scienziati vorrebbero scoprire se alcune tipologie di microbi possono o no vivere ad altissime altitudini. Il team di scalatori indiano è poi andato in vetta ai due ottomila: il 19 maggio al Lhotse, il giorno dopo all’Everest.

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