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Piccola Civetta parete Nord: Beber, Dellai e Angelini aprono "Argento vivo"

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MARGONE, Trento — Si chiama “Argento vivo”, è una nuova via di ghiaccio e misto e sale “dritta come un filo sulla verticale della cima della Piccola Civetta”. L’hanno aperta tra il 12 e il 15 maggio tre Guide alpine trentine: Stefano Angelini, Fabrizio Dellai e Alessandro Beber. Proprio a Beber – giovane e forte alpinista dolomitico – abbiamo chiesto di parlarci della loro via.

“Una grandiosa linea di ghiaccio e misto”: queste le prime parole che Beber ha usato per descrivere la nuova via aperta sulla parete nord della Piccola Civetta. La montagna è ben nota all’alpinista trentino, che è molto conosciuto nell’ambiente alpinistico anche per alcune vie aperte proprio su questa montagna. “Argento vivo” ha uno sviluppo di 1350 metri, con difficoltà di WI 6+ / M8 e A2 / V+. Le tre guide, tutte membri del gruppo Guide Alpine Mountime, l’hanno aperta in 2 giorni e 32 ore di arrampicata effettiva, più un giorno di avvicinamento e un giorno di discesa, per un totale quindi di 4 giorni

Perché il nome “Argento vivo”?
Per più ragioni. La prima è la passione che ci spinge a cacciarci in certi posti, che muove i progetti e i sogni degli alpinisti. Poi in senso figurato: si dice avere l’argento vivo addosso, no? E infine perché è una via di ghiaccio, in continuo mutamento.

L’hai definita una via dalla caratteristiche insolite per le Alpi Orientali, cosa intendi?
La parete è gigantesca, con dimensioni simili a quelle delle Alpi Occidentali. E la via è una via di goulotte, una via di misto, come le grandi vie del Bianco, per esempio. In Dolomiti è più facile trovare o vie di roccia o vie di ghiaccio puro, è difficile trovare delle vie con ghiaccio da fusione e sistemi di goulotte come questa. E poi l’ambiente è molto severo.

Dove sale la via?
Dritta come un filo sulla verticale della cima della Piccola Civetta. A destra del ghiacciaio del Cristallo, sulla parete nord.

Con chi l’hai aperta?
L’ho aperta con  Stefano Angelini e Fabrizio Dellai, che sono due amici e colleghi del gruppo Guide alpine Mountime, siamo un gruppo di 6 Guide alpine che lavora con base ad Arco. Anzi, ne approfitto per ringraziare gli altri componenti del gruppo per averci coperto nei turni e averci dato il tempo di andare a provare questa via. La forza è stata quella del team, un vero lavoro di gruppo. Ci siamo divisi compiti e fatiche in maniera paritaria, è una via di tutti e tre.

Quindi era un progetto pensato da tempo?
È una cosa un po’ strana. Avevo la sensazione che si potesse formare una linea di misto su quella parete, però non l’avevo mai spiato tanto bene. Allora mi sono fatto mandare delle fato da un’amica, Deborah, e delle foto di una settimana prima della parete e a grandi linee sembrava ci fosse qualcosa. Così abbiamo deciso di andare a vedere. Un tentativo a naso, lo definirei.

Quali sono le difficoltà maggiori della salita?
Prima di tutto l’ambiente severo. Poi più sali meno hai possibilità di scampo, di ritirata, non hai vie di uscita laterali. È una via dove c’è un po’ di tutto: pendenze simili alle pareti nord, goulotte, tiri di misto molto difficili. I tiri più duri sono delle fessure intasate di ghiaccio che sono state scalate con la tecnica del dry-tooling e hanno delle difficoltà molto elevate. E’ un po’ diverso dal misto classico, è proprio misto moderno, perché sono degli strapiombi da fare con piccozze e ramponi. Ci tengo a sottolineare che a risolvere le lunghezze più difficile è stato Stefano Angelini che ha una marcia in più sul dry-tooling e ha fatto davvero dei bei numeri.

Le Dolomiti sono le tue montagne, le conosci molto bene e hai già fatto molto da quelle parti. Hai già in mente un’altra linea che ti piacerebbe aprire?
Ne ho cassetti pieni, ma gli alpinisti non svelano mai i propri i progetti! Non per diffidenza ma per scaramanzia. In Dolomiti si possono fare ancora tante cose: anche su una parete blasonata come la nord ovest del Civetta, dove ci sono diversi itinerari, negli ultimi cinque anni con Alessandro Baù e Nicola Tondini abbiamo aperto altre vie come “Chimera Verticale” e “Colonne d’Ercole”. Credo sia la dimostrazione lampante che se uno ha fantasia in Dolomiti c’è ancora molto da fare per diverse generazioni.

Photo Alessandro Beber

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