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L'approfondimento, Medicina d'alta quota

Trapianto di fegato, cuore, reni: tornare in montagna si può

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TRENTO – C’è chi ha salito il Kilimanjaro e chi i quattromila delle Alpi. Ma una cosa è certa: tornare in montagna per chi ha subito trapianti anche importanti è una possibilità concreta e – se affrontata nei giusti termini – anche salutare. Oggi la medicina ha fatto passi da gigante, regalando nuove possibilità ai pazienti che prima avevano poche speranze di tornare in attività. Se ne è parlato sabato 27 aprile 2013 a Trento, al Convegno in oggetto organizzato dalla Società Italiana di Medicina di Montagna, in collaborazione con il Trento Film Festival 2013, con la Commissione Centrale Medica del CAI e con l’Ordine dei Medici della Provincia di Trento

Silvio Calvi, Past President del CAI Bergamo, trapiantato di fegato alcuni anni orsono, ha presentato la relazione del Prof. Jacques Pirenne, chirurgo che si occupa di trapianti a Lovanio in Belgio, che, a causa di motivi di famiglia non è riuscito a partecipare al Convegno. Pirenne è riuscito a portare nel 2003 cinque dei suoi pazienti trapiantati di fegato sulla vetta del Kilimanjaro. Ciò è avvenuto a due anni dall’intervento. Uno solo non è riuscito a raggiungere la cima a causa di una recidiva dell’epatite che lo aveva colpito e per la quale era stato sottoposto a trapianto. La spedizione organizzata da Pirenne ha avuto un grande effetto sulla popolazione belga, portando ad un aumento dei trapianti e delle donazioni di organo. Determinanti per un soggetto trapiantato che voglia riprendere a fare attività in montagna sono la preparazione fisica e mentale, la tecnica, le condizioni atmosferiche, l’esperienza personale, la logistica, le guide. I cinque soggetti che hanno raggiunto la vetta del Kilimanjaro non hanno avuto problemi particolari. Pirenne oltre che chirurgo è un alpinista che ha salito tutti i “Seven Summits”.

Enrico Donegani, Vicepresidente della Commissione Centrale Medica del CAI, ha parlato dei trapiantati di cuore che vogliono riprendere ad andare in montagna. Il ritorno in montagna presenta in questi trapiantati alcuni problemi. Rispetto al fegato, il cuore è,infatti, un organo più particolare. Il cuore trapiantato è denervato e risponde solo alle catecolamine. La frequenza cardiaca a riposo nel trapiantato è più alta. La regolazione simpatica è più lenta. Vi è un’alterata vaso -regolazione coronarica. Il precarico è alterato a causa di alcuni ormoni ( ormone natriuretico atriale che determina aumento della diuresi). La pressione polmonare è elevata. Anche le dimensioni del cuore non sono le stesse. La risposta circolatoria è ridotta. Si possono pure verificare alterazioni strutturali a livello muscolare. Nel post- trapianto si può andare incontro ad alcune complicazioni quali ipertensione arteriosa, infezioni, dislipidemie, diabete mellito, disfunzioni endocrine dovute alla terapia che i trapiantati devono fare.

Va effettuato un accurato programma di training aerobico e di potenziamento muscolare. E’ giusto sottolineare che esistono ben pochi studi sui trapianti di cuore nei soggetti che vanno in montagna. Difficile risulta dare consigli e fare considerazioni. Unica cosa è usare il buon senso. Solo dopo un anno dal trapianto si consiglia di riprendere l’attività in montagna. Ogni soggetto dovrebbe fare una valutazione personale di tipo psico-fisico. Occorre sottoporsi ad una visita specialistica cardiologica di tipo specialistico, controllando la pressione arteriosa, effettuando un’ecocardiografia, un Holter e un elettrocardiogramma. Non si dovrebbe superare i 3000 metri di quota. La terapia va seguita con rigore. Donegani ha parlato di un trapiantato cardiaco che nel 1995 a 34 anni ha salito alcune cime tra le quali il Cervino. Un alpinista canadese di 36 anni ha salito il monte Sajama fino oltre i seimila metri di quota. Un altro alpinista trapiantato di 30 anni nel 2005 ha salito il Monte Vinson ( 4897m.) in Antartide. Un alpinista canadese ha salito il Mera Peak nel 2000 in Nepal.
Interessante l’intervento del nefrologo trentino Giuliano Brunori che ha parlato della pratica della montagna nei trapiantati di rene. Jospeh Murray (1919-2012) è stato il medico americano, premio Nobel per la medicina nel 1990, che ha inventato il trapianto di rene. Prima esisteva solo la dialisi renale. Un soggetto dializzato ha salito il Crevino nel 2008. L’utilizzo dell’Eritropietina ha portato grandi vantaggi ai nefropatici cronici, curando il loro stato di anemia cronica. Questo farmaco fa il miracolo, rendendo possibile ai nefropatici di raggiungere vette un tempo considerate irraggiungibili. Brunori ha citato il caso di un soggetto di 30 anni, presente in sala, che all’età di 15 anni è stato sottoposto a doppio trapianto di fegato e di rene. Questo giovane soggetto ha salito cime di quattromila metri nelle Alpi. Una nuova alba è giunta per i trapiantati di rene, permettendo loro traguardi prima non raggiungibili.

Complicanze possibili per i trapiantati di rene sono le dislipidemie, l’ipertensione arteriosa, l’obesità, il diabete mellito ( maggiore resistenza all’insulina), la sindrome metabolica, in parte a causa della terapia immunosoppressiva. L’incidenza delle malattie cardiovascolari è 4-6 volte maggiore rispetto ai soggetti sani. Nel trapiantato di rene si sviluppa nel tempo un quadro infiammatorio di tipo cronico che porta alla diminuzione della massa magra. Nei trapiantati di rene inattivi il rischio di morte risulta 8 volte maggiore rispetto ai trapiantati attivi dal punto di vista fisico. L’attività fisica migliora la sopravvivenza nei trapiantati di rene. Nel tempo la funzione renale aumenta nei trapiantati attivi fisicamente rispetto ai meno attivi. Ecco perché occorre invogliare i trapiantati di rene a svolgere attività fisica. L’attività fisica ha anche un effetto positivo sull’umore del soggetto trapiantato. L’attività fisica migliora la qualità della vita.

Sei soggetti trapiantati di rene da almeno dieci anni e dieci soggetti sani di controllo si sono sottoposti ad una prova di resistenza nel deserto per 5 giorni. Le risposte dell’organismo all’ambiente ostico si sono dimostrate uguali in tutti i soggetti, senza alcuna differenza. Il trapiantato di rene deve idratarsi in modo corretto, evitare sforzi prolungati ( lo sforzo deve essere calibrato), non assumere farmaci antinfiammatori non steroidei, mangiare frutta e verdura. Far attenzione alla massa muscolare a causa dei farmaci assunti. Il trapiantato deve conoscere bene il percorso e evitare le ore più calde della giornata.

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