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Everest, ragazzino down arriva al Campo Base: è il primo al mondo

Eli Reimer al Campo Base dell'Everest (Photo courtesy of www.theelishafoundation.org)
Eli Reimer al Campo Base dell’Everest (Photo courtesy of www.theelishafoundation.org)

KATHMANDU, Nepal — Si chiama Elisha “Eli” Reimer ed è un 15enne americano. Ecco la prima persona al mondo con la sindrome di down che è riuscita a raggiungere il Campo Base dell’Everest. Il ragazzo è stato accompagnato dal padre e altri amici per dimostrare che le disabilità non è un ostacolo, ma una “marcia in più”, e per raccogliere fondi a favore della Fondazione creata dalla sua famiglia.

La famiglia Reimer vive in Oregon, negli Stati Uniti d’America e lì padre e figlio si sono allenati per un anno prima di compiere la “Trek for TEF”, la “Scalata per The Elisha Foundation” sulla montagna più alta della terra: L’Everest. L’iniziativa era infatti nata dalla Fondazione con cui i Reimer aiutano da anni altre famiglie con persone affette da disabilità e lo scopo era di sensibilizzare quante più persone su cosa significasse nascere con la sindrome di down e raccogliere fondi per la causa.

Il 3 marzo Eli e suo padre sono arrivati a Kathmandu e da lì si sono spostati a Lukla dove hanno iniziato il trekking con altri 7 amici verso il Campo Base del versante sud dell’Everest, posto a 5380 metri di quota. Dopo quasi 113 chilometri percorsi in 9 giorni, il 14 marzo la spedizione ha raggiunto l’obiettivo. Il signor Reimer ha dichiarato alla stampa: “In realtà era lui a guidare il gruppo e a condurci. Ci stava trascinando. Stavamo provando la nostra personale disabilità mentre salivamo le montagne.”

“Potrei dire che più del 90 percento delle persone non accetta la disabilità -continua il padre di Eli – e non può nemmeno pensare che qualcuno come mio figlio sarebbe capace di compiere da solo qualcosa di simile, così sono partito con lui ed è stata un’esperienza incredibile da fare insieme. Spero che ciò che abbiamo fatto incoraggi la gente a comprendere il concetto che tutti siamo unici, e anche se mio figlio è disabile, è comunque un dono per tutti quelli che incontra.”

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