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Quello non è il nostro K2. Parlano Compagnoni, Desio, Rey e gli altri eredi del 1954

La spedizione del K2 1954 (Photo courtesy Roberto Rey)
La spedizione del K2 1954 – In piedi da sinistra Ubaldo Rey,Ugo Angelino, Walter Bonatti, Ardito Desio, Lino Lacedelli, Erich Abram, Gino Soldà, Achille Compagnoni, Cirillo Florianini, in ginocchio Sergio Viotto, Mario Fantin, Guido Pagani e Pino Gallotti. (Photo courtesy Roberto Rey)

BERGAMO – Protagonisti irriconoscibili. Ambientazione inverosimile. E’ un coro di proteste quello che si è levato dal mondo alpinistico alla fiction “K2 – la montagna degli italiani” andata in onda sulla Rai questa settimana. Snobismo da alpinisti verso un prodotto che non poteva essere che di massa, o critiche fondate ad una fiction che poteva essere realizzata meglio con un po’ di documentazione? Lo abbiamo chiesto agli eredi dei protagonisti. Elda Compagnoni, moglie di Achille. Mariela Desio, figlia di Ardito. Roberto Rey, figlio di Ubaldo. Mario Lacedelli, nipote del celebre Lino. Leonardo Pagani, figlio di Guido. E Monica Cassin, nipote di Riccardo. Ecco i loro pensieri.

Uno dei personaggi che escono peggio dalla fiction della Rai è Achille Compagnoni, descritto come un opportunista senza scrupoli soprattutto nella parte dell’attacco alla vetta. La moglie Elda, che abbiamo intervistato questa mattina, definisce senza mezzi termini la fiction “una vergogna”.

“Nella prima parte prendono di mira Desio – dice Elda Compagnoni – nella seconda attaccano Achille. Ma lui non ha mai fermato nessuno in quella spedizione, né fatto torti di quel genere. L’attacco ad Achille va avanti da molti anni ed è ora che finisca, non so perché continuino con questi toni. E’ una storia complicata, fatta di dettagli che devono essere messi in luce. In famiglia siamo tutti meravigliati. Nessuno della fiction ci ha contattato. Io ho scritto alla produzione, dicendo che avrei desiderato vederla prima della messa in onda, ma non ho ottenuto risposta. Mi è sembrata una cosa molto brutta”.

“La storia personale di Achille è del tutto romanzata – aggiunge Elda Compagnoni -. Enrica, sua moglie a quel tempo e purtroppo scomparsa nel 1969, non ha mai avuto dissapori con lui per la spedizione, Anzi. Achille passava le notti pensando al Karakorum e alla partenza, alla fine è stata lei a dirgli: vai, parti. Poi sembra che sia andato al K2 per fare i soldi per aprire l’albergo, e non è assolutamente vero. Lui faceva la guida e piano piano ha costruito la sua casa, una piccola pensione, e poi è arrivato a costruire l’albergo come hanno fatto tutti a Cervinia perché allora nasceva questo paese (n.d.r. l’albergo di Compagnoni si trova a Cervinia, e non a Santa Caterina Valfurva come lascia intendere la fiction). Ma andava di persona a raccogliere le pietre nel torrente con la moglie per fare i muri. Anche Don Vietto racconta che lo vedeva andare a raccogliere le beole per il tetto a plateau Rosa, con le mani gonfie e insanguinate”.

Nei titoli di coda, in effetti, la produzione segnala a caratteri ben evidenti che per la storia alpinistica si è rifatta al rapporto del Cai del 2004, mentre per le storie personali degli alpinisti sono stati introdotti elementi di fantasia. Ma la cosa, secondo gli eredi dei protagonisti, rende tutto il racconto un clamoroso travisamento della storia italiana.

“E’ una storia ben romanzata sulle vicissitudini di protagonisti alle prese con la difficile scalata di una montagna – dice Mariela Desio – ma che ha ben poco a che vedere con le vicende della spedizione al K2 del 1954. La fiction non riflette, come invece sembra avere la pretesa, la vera storia del k2. Anche i personaggi risultano poco attinenti alla realtà, scostandosi dai protagonisti dell’impresa”.

“Come figlio di uno dei partecipanti alla spedizione – dice Roberto Rey – sono deluso da come abbiano inventato la storia. Non è raccontata, ma inventata. La cosa che mi ha dato più fastidio è la mancanza di rispetto verso i personaggi originali. Bonatti non si sarebbe mai permesso di fare pernacchie a Desio o comportarsi in certe maniere. Lino Lacedelli è ridotto alla storia del tradimento di questa Teresa… troppe cose false che hanno dato fastidio a chi conosce la vera del K2. Ho sentito, tramite Facebook, le nipoti di Gino Soldà e il figlio di Ugo Angelino, suo padre si è perfino messo a piangere vedendo quel film. Noi purtroppo siamo rimasti molto, molto amareggiati per tutte le falsità che sono state raccontate. Io capisco benissimo che sia una fiction. Però se si devono spendere dei soldi per una cosa del genere, allora si fa bene o è meglio non spenderli”.

Ma non solo i personaggi hanno destato sorpresa e delusione in chi questa storia l’ha conosciuta per “direttissima”. Ci sono anche l’erba che spunta dalla neve a 8000 metri, gli alpinisti che correvano ai campi alti dove invece ci si muove al rallentatore. Le montagne attorno, che apparivano più alte. Le corde legate male. Un K2 che appare ogni tanto soltanto in fotografia, con le nubi in dissolvenza appiccicate su uno sfondo fisso come negli western degli anni 50.

Erich Abram, che insieme ad Ugo Angelino è l’unico protagonista della spedizione ad essere ancora in vita, ha dichiarato di non essersi per nulla ritrovato nel racconto. Sua moglie Carla, sentita da un nostro collaboratore di Bolzano, ha confermato l’impressione di fisionomie e caratteri poco centrati sui protagonisti nella spedizione: Bonatti viene presentato come un sempliciotto invece era una figura equilibrata. Puchoz era una persona forte, portava 100 kg sulle spalle quando costruirono un rifugio al Monte Bianco, e ha parlato piú nel film che in tutta la sua vita.

Stamattina perfino Reinhold Messner – che sabato aveva condotto addirittura lo speciale di Rai 1 sulla spedizione del 1954 in vista della messa in onda della fiction, ha condannato la fiction sulla Gazzetta dello Sport con Rossana Podestà, compagna di Bonatti, e di Luigi Zanzi, uno dei “saggi” della commissione del Cai che riabilitò Bonatti. Hanno dichiarato che “purtroppo è stata resa ‘piccola’ anche la più grande impresa dell’alpinismo italiano. Una miniserie può liberamente proporsi di integrare con invenzioni l’evocazione di una persona: ma è inaccettabile che giunga a renderne grottesca, risibile e contraria al vero l’immagine, come nel caso di Bonatti, che risulta opposta a quella autentica. Neppure c’è l’invocata rispondenza di questa fiction alle ricostruzioni storiche che finalmente, dopo cinquant’anni!, sono state fatte a cura del Cai, di tale “epopea” fin lì viziata da gravi falsità storiche. Vicende ormai nitidamente ben note vengono pasticciate, confuse, rese irreali”.

Secondo i racconti che abbiamo raccolto, Giuseppe Cederna, l’attore che interpretava Desio, è stato da Abram e da alcuni altri protagonisti ad informarsi sul suo personaggio. Per il resto, dalla produzione non pare esserci stato quasi nessun altro contatto con gli eredi del 1954.

Leonardo Pagani, figlio di Guido, medico della spedizione, rileva come invece non sia stata resa abbastanza realisticamente la situazione, per certi versi drammatica, del 1954: quello che questi uomini sono riusciti a fare con lunghi mesi in un campo base così remoto e lontano dal mondo, e la stremante salita ai campi alti con l’attrezzatura “elementare” di un tempo, dice Pagani, sono cose che ben avrebbero potuto “creare un feeling con il telespettatore”.

“La fiction non ha reso l’idea di un impegno del genere lanciato indietro di 50 anni – dice Pagani, che è stato poi due volte al K2 -. Non ha trasmesso lo spirito della montagna che aveva avvinto questa gente. Dopodichè forse siamo anche noi che sbagliamo in qualche modo l’approccio, perchè siamo abituati a conoscere il K2, a vedere altri tipi di film sull’alpinismo. Ma tra un punto di vista alpinistico e quello di uno spettatore forse si poteva andare un po’ più incontro a tutti e due. Un’altra cosa che ho ho notato è che non è stato reso minimamente lo spirito di gruppo, quello che deve averli uniti dopo aver compiuto questa storica salita, e che è rimasto per decenni. Io ho conosciuto tutti i protagonisti, per molti anni è rimasta la tradizione di vedersi in autunno con tutti i membri del k2 e io ci andavo con papà. Si vedevano con gioia. Devo dire che comunque avendo conosciuto tutti di persona nessuno di questi aveva un granchè a vedere con i personaggi della fiction”.

Ma non tutti condannano senza appello la fiction della Rai. Molto più moderati, infatti, sono i pareri di Mario Lacedelli, nipote di Lino e celebre alpinista ampezzano, e Monica Cassin, nipote di Riccardo.

“Era solo una fiction – dice Lacedelli –. Si poteva fare meglio, ma non mi sono agitato.La storia di Teresa è tutta inventata. Ci sono quattro o cinque punti storici, come l’esclusione di cassin, la cassetta degli occhiali, lo spostamento del campo. Tutto il resto è inventato. Il birichin c’era, ma non era così bambino e non è stato adottato. Il problema è che tutti partivano dal presupposto che avrebbe dovuto essere il film che avrebbe chiarito tutte le questioni, ma non era un docu-film, una ricostruzione storica. Era una fiction presa da una storia. Dopo è logico, noi conoscendo personaggi e storia ci sembra tutto strano perché si vede che non sono in Karakorum, ma uno che non sa niente non si accorge. Insomma, è una fiction, e va presa per quello che è”.

“Fiction vuol dire finzione, no? – dice Monica Cassin, nipote di Riccardo -. Quindi non so se è perché la figura di Riccardo è uscita con la testa mentre altre sono uscite più mortificate, ma a me non è sembrato strano, anche nei titoli di coda hanno segnalato che si sono ritenuti liberi di inventare le storie personali degli alpinisti. Se avessero voluto fare una docu-fiction ci avrebbero contattato, avrebbero chiesto foto, libri, informazioni, avrebbero capito che il nonno non è andato in Russia, non abbiamo uno zio pakistano, non fumava la pipa e non l’ho mai visto bere grappe, non ha mai vissuto alle pendici del Bianco e non è mai stato il “suo” Monte Bianco, piuttosto la “sua” Grigna, che non viveva solo ma con l’inseparabile Irma. Ma alla fine sono stupidaggini. Non so se è stato fatto per non conoscenza o volutamente. In generale devo dire che mi ha fatto molto piacere che abbiano parlato di questo importante pezzo di storia italiana fatto dall’alpinismo. Capisco, certo, la moglie di Compagnoni perché Achille viene descritto molto male davanti a milioni di telespettatori. Certo è un’occasione che poteva essere sfruttata diversamente: se fosse stata più fondata dal punto di vista storico, poteva essere per esempio qualcosa da proporre nelle scuole. Sarebbe stato bello che facessero capire meglio che il K2 lo hanno scalato con attrezzature che rispetto a quelle odierne non erano niente. Che Bonatti a 8000 metri ha fatto un bivacco senza praticamente niente”.

Come vedono queste critiche gli esperti di cinema e la produzione del documentario, che arriva da una collaborazione di Rai Fiction e Red Film – Terra Internationale Filmproduktionen, con la regia di Robert Dornhelm? Abbiamo contattato la casa e stiamo cercando di appurarlo. Alla prossima puntata.

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11 Comments

  1. Non vale chiedere un parere su una fiction ai diretti interessati, ovvio che nessuno si sia sentito rappresentato.L’unica che sembra averlo capito è Monica Cassin.(ricordo che c’è una foto, bellissima, di Riccardo Cassin con la pipa in bocca, nella valle dei camosci, con alle spalle i campelli…vabbè non ha importanza,se mi ricordo dove l’ho vista lo scriverò). Cos’è una fiction?Semplicemente un film-finzione basato su trame di storie realmente accadute, oppure completamente inventate. Qui hanno fatto un mix delle 2 cose.Nessun personaggio è aderente alla realtà.La figura di Achille Compagnoni ne esce veramente male dal film,con tutto il rispetto dovuto a una persona defunta e ai famigliari,per quanto mi riguarda,un po’ se lo merita anche!(attenzione la storia la conosco abbastanza bene!!). comunque sia, la regia e la sceneggiatura non è degna della RAI, e mi sarei aspettato molto di più dalla fotografia. Bonatti is God!!

  2. signora Elda… per favore.
    L’unica cosa veritiera di quella fiction è l’mmagine di suo marito. Perchè non ha mai detto la verità per oltre 50 anni ????????? Perchè ?

  3. C’è ben poco da essere orgogliosi per quello che è accaduto durante e dopo quella spedizione. Non sono stati affatto eroi. L’unico vero eroe è stato Walter Bonatti che ha dovuto combattere non solo contro la montagna ma anche contro i suoi stessi compagni. Nessuna casualità, nessuna incomprensione, nessun incidente improvviso, nessun destino beffardo… solo disprezzo per chi così giovane e così eccezionalmente forte e capace. Disprezzo per le menzogne che Compagnoni Lacedelli e Desio si sono poi inventati. Vergognoso. E si è aspettati la morte di Bonatti per esaltarne ancora le figure. Con la messa in onda lo si è ucciso una seconda volta.

  4. …e se uno volesse vedere un film che rispecchi di più la realtà delle cose? Esiste qualcosa sul mercato?
    Grazie.

    1. Caro collega, cerca su internet il documentario del CAI “ITALIA K2”. Non è tutta la verita ma almeno è un autentico pezzo di quella pagina di Storia.

  5. Forse gli autori avrebbero anche potuto prenderso la briga di guardare il bel documentario del CAI Italia K2 (del 1955)!
    A noi, scolaretti di terza elementare, era parso allora “assai istruttivo”

  6. Credo che gli autori della fiction si siano documentati e se il risultato non rispecchia la realtà di quella spedizione è semplicemente perchè i partecipanti alla stessa o gli eventuali eredi non hanno dichiarato esattamente quello che è successo.

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