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Invernale al Nanga Parbat, finita la spedizione di Daniele Nardi

Nardi e la Revol a campo 2 (Photo Daniele Nardi)
Nardi e la Revol a campo 2 (Photo Daniele Nardi)

CHILAS, Pakistan — “Purtroppo finisce qui la nostra sfida al Nanga d’inverno sullo sperone Mummery. E’ lei a decidere. Ci ha chiuso le porte un’altra volta. Accettazione, è stata l’esperienza umana e alpinistica più straordinaria della mia vita”. Con queste parole Daniele Nardi annuncia la fine della spedizione invernale all’ottomila pakistano. L’alpinista laziale è rientrato al campo base dopo essere salito a 6000 metri di quota insieme alla compagna di cordata, la francese Elisabeth Revol. Questo il racconto del loro tentativo, l’ultimo prima dell’imminente rientro in Italia.

Nardi e la Revol sono rientrati l’altro ieri al campo base del versante Diamir del Nanga Parbat. I due alpinisti erano partiti alla fine della settimana scorsa per compiere un secondo tentativo di salita, dopo il primo sullo sperone Mummery durante il quale avevano raggiunto quota 6450 metri. In questo caso la salita si è interrotta al loro campo 2, a circa 6000 metri.

“Salire lo sperone Mummery in inverno significa pensare la salita in quattro sezioni più o meno simmetriche tra loro – scrive l’alpinista di Sezze -, metro più metro meno, poi bisogna aggiungere il freddo ed il tempo variabile e difficilmente prevedibile di questo inverno, io non so come saranno o come sono stati gli altri, conosco questo e di questo parlo. Correnti che si sovrappongono ad altitudini differenti con direzioni completamente diverse e tutte e sempre su quello sperone…La prima sezione sono mille metri, di traccia da battere e crepacci da saltare per arrivare a campo 1, circa 5100 metri. Sotto un seracco e sopra un crepaccio che ci protegge dalla grande falce lassù. Di notte si parte per la parte più pericolosa che ci porta all’attacco dello sperone e per un canale tra i 45 ed 60 gradi che ci porta ad un terrazzino a circa 6000 metri il campo 2. Da qui altri 450 metri circa ci portano alla fine dello sperone dove siamo arrivati al primo tentativo per poi traversare in cresta e salire sul plateau. Da li piu o meno dritti fino in vetta per riprendere la via Kinshofer. Il fatto è che la parte più tecnica e complessa parte proprio li dal balconcino dei 6000 metri. La differenza tra questa salita ed una via normale è che qui devi scalare. Tieni in mano le due piccozze che cercano e beccano tra ghiaccio, neve dura, e rocce coperte da dieci centimetri di neve fresca o ventata. I ramponi a volte grattano sulle rocce affioranti ma quello che piu ci preoccupa è il ghiaccio blu molto più presente che nel primo tentativo. Se su una via normale puoi camminare e ti preoccupi molto delle dita dei piedi, qui devi stringere le piccozze, tenere duro sulle punte dei ramponi e cercare di penetrare il ghiaccio. Abbiamo la sezione successiva di 300 metri almeno su ghiaccio”.

Daniele Nardi (Photo Daniele Nardi)
Daniele Nardi (Photo Daniele Nardi)

E proprio su quella sezione successiva i due alpinisti hanno deciso di rinunciare. Mentre montavano il campo 2, il 10 febbraio, Nardi ha rischiato di perdere lo zaino che fortunatamente è riuscito a recuperare. Al risveglio dell’11febbraio, intorno alle 4 del mattino ora pakistana, gli scalatori hanno trovato una meteo avversa, con forti venti che li hanno convinti a temporeggiare un altro giorno.

“L’11 febbraio non riusciamo proprio ad immaginarci a stringere quelle piccozze e a salire e decidiamo di restare al c2 – scrive infatti Nardi -. Abbiamo pochi viveri ma una razione di sicurezza di un puree francese e due barrette per un eventuale quinto giorno. Aspettiamo fiduciosi che il 12 sia bello, che il vento cali, che tutto sia di “rose e fiori”. Ma è la montagna a decidere, non siamo noi, noi abbiamo chiesto il permesso di salire per una via ignota su uno sperone grandioso verso gli 8125 metri della Regina delle Montagne. Durante la notte il vento ci percuote, ma con più calma, stavolta non è a folate ma è continuo ed incessante. La mattina, le solite 4 am pakistane arrivano lente e tormentate. Ancora una volta il dolore alle dita si fa lancinante e ci ricorda che forse d’inverno è meglio appesantirsi con un sacco più performante. Apro la tendina ed è buio. Quel buio che in montagna racconta di nuvole e nevischio non della notte illuminate dalla luna e dalle stelle. Esclamo ad alta voce “cloud” ed altro che è meglio non scrivere. Un’altra volta, un’altra fottutissima volta, se ieri fossimo partiti saremmo stati a 7000 metri in mezzo ad una bufera. Tutto si copre, tutto ci bastona, la tenda sembra esplodere mentre il vento aumenta la sua forza. Alle 6am riusciamo a metterci in movimento, proviamo ad accendere i fornelli per sciogliere un po’ di neve ma non c’è verso stamattina. Il gas che viene fuori dallo sgancio del fornello tocca la mano di Elisabeth che scatta via. Sulla mano di Elisabeth compare come una piccola bolla bianca. Alle 8am è chiaro che dobbiamo scappare da quella trappola mortale. Le nuvole coprono il sole che ci dovrebbe scaldare, il vento ci butta addosso tutta la neve della montagna, almeno cosi ci sembra”.

Una volta deciso di rinunciare Nardi e la Revol hanno iniziato la discesa, sempre in condizioni di forti venti e di grande freddo. Il 12 febbraio, nelle ore di attesa del loro rientro al campo base, era circolata su alcuni siti la voce di possibili congelamenti.

Elisabeth Revol  (Photo Daniele Nardi)
Elisabeth Revol (Photo Daniele Nardi)

“Eli esce 5 minuti per fissare una vite da ghiaccio per la discesa – continua Nardi sul suo sito -, rientra di corsa, si toglie uno scarpone e comincia a massaggiarsi un piede. E’ la prima volta che la vedo soffrire il freddo in modo cosi violento. Mi sento quasi in trappola. Perchè cavolo spira cosi forte se le condizioni davano 50 kmh in vetta? Lo sento li affianco, lui con i suoi baffi che se la sorride. “Pensavi fosse facile?” “No per niente ma speravo mi deste una chance…”. I minuti che seguono sono pura follia tra fissare le doppie per la discesa e la battaglia contro il vento. Controllare continuamente le dita delle mani e dei piedi affinché non scendano al disotto di limiti ragionevoli. Mettiamo tutto dentro lo zaino, smontiamo la tenda, fissiamo le corde, ci proteggiamo dalle sferzate del vento. In quel momento mi tolgo un guanto ed afferro la pala dal suo manico di plastica. Il mio indice però tocca la parte metallica mentre il vento mi sposta in avanti. Sento una schicchera totale, puro dolore che ti arriva fino ai nervi. Lascio la pala conficcata nella neve, metto la mano sotto l’ascella un luogo di calore. 5 minuti per capire. Poi metto il guanto e prendo la pala. E’ difficile lavorare cosi, tiro fuori la piccozza usata come corpo morto, devo togliere ancora il guanto per sciogliere il nodo della fettuccia, poi via i paletti della tenda. Zaino in spalla e via verso il vuoto. La montagna scompare dietro nugoli di nuvole poi riappare mentre scendiamo doppia dopo doppia. Poi le corde nello zaino e giù nella neve soffice e poi in quella ventata, il vento scompare, l’ossigeno invece man mano che scendiamo ci riempie sempre di più i polmoni. Arriviamo alla base dello sperone dove il vento ci concede una tregua. Tolgo il guanto e non sento più l’indice. Una chiazza bluastra ed un bolla bianca hanno preso in suo posto. Andato. Non lo sento più. In poche ore siamo di nuovo sotto la falce quasi a sfidarla, poi nevica, poi siamo al campo 1 dove riusciamo a mangiare qualcosa e poi giù al base in poche ore”.

Alla fine i due alpinisti sono arrivati al base sani e salvi, ma convinti che la loro avventura sia conclusa qui. Senza rammarico spiega Nardi, che il Nanga Parbat l’aveva salito nel 2008, ma che quest’anno sperimentava per la prima volta un ottomila in invernale. “Certo – conclude l’alpinista nel suo racconto -, si lo so, se avessimo fatto tana saremmo più felici. Ma allora perché mi sento cosi ricco in questo momento? Perché mi sento cosi appagato da questa esperienza? Mi viene da pensare che lo stile che abbiamo usato, la voglia di superare il superato, di spingerci dove neanche noi sapevamo con certezza di poter riuscire, il fatto di averlo fatto, di esserci stati con tutti noi stessi, mi abbia arricchito di un senso di alpinismo di esplorazione di vita che si fa sempre più piena, e poi vallo a sapere cosa ci nasconde il futuro”.

Foto e info www.danielenardi.org

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