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Merelli: la vetta del Dhaulagiri è stata una battaglia

Mario Merelli
Mario Merelli

LIZZOLA, Bergamo — “Non avevo detto di aver fatto cima perché la cima non l’avevo vista. Poi a Kathmandu ho incontrato l’assistente di Miss Hawley che ha voluto intervistarmi a tutti i costi. Mi ha chiesto dove ero arrivato, cosa avevo visto: dopo un’oretta di chiacchiere lui si è alzato in piedi e mi ha detto: ‘per me eri in cima’. A quel punto mi sono sciolto”. Intervista a Mario Merelli appena rientrato dal Nepal dove ha conquistato la vetta del Dhaulagiri. Un’impresa dura come una “battaglia”.

Merelli è andato in cima al Dhaulagiri il 15 maggio ma ha scoperto di esserci stato davvero solo alcuni giorni dopo, una volta arrivato a Kathmandu. La salita infatti alla “Montagna Bianca”, con i suoi 8.167 metri di altezza, la settima vetta della terra, si è svolta sotto la bufera, in solitudine e nella nebbia più assoluta, che gli ha impedito di guardarsi intorno. Viste le condizioni l’alpinista di Lizzola ha preferito essere prudente, ma poi le verifiche dello staff di Miss Hawley, la “custode” degli ottomila, gli hanno confermato la vetta. Questa l’intervista che ci ha rilasciato al rientro dalla spedizione. In Nepal con lui c’era anche l’amico di sempre, Marco Zaffaroni.

Quando sei arrivato su cosa vedevi?
Niente. Sono arrivato a 30 metri all’inizio del canalino finale, poi è scoppiato l’inferno, ma nonostante la bufera sono andato avanti sulla rampa finale, poi sono arrivato al colle, e lì ho capito che ero in piano perché invece di piantarsi la piccozza è andata a vuoto, per cui lo scalino era finito. Ho cercato la cresta sulla sinistra, ho sentito che sotto i piedi stavo ancora un po’ salendo, poi di nuovo una spianata, ho cercato di guardarmi intorno ma non vedevo più niente. Poi sono sceso.

E come mai pensavi di non essere arrivato in cima?
Perchè la cima non l’avevo vista. Ho pensato che fosse meglio non dire di essere arrivato, visto che non ero sicuro, piuttosto che dire di sì e poi essere smentito. Infatti ero molto freddo e calmo a riguardo. Invece l’assistente di Miss Hawley mi ha detto: “ci conosciamo da tanti anni, Miss Hawley mi ha detto di venirti a intervistare di chiederti di tutto e di più. Mi ha detto che tu sei uno dei pochi che dice sempre la verità. Secondo me era questione veramente di pochi metri, quindi la cima te la do”. Mi ha detto inoltre che circa due anni fa era successo un caso uguale, di uno sherpa, e anche in quel caso lui aveva dato buona la cima.

Quali erano le condizioni meteo?
L’inferno. C’era bufera, vento forte e nevicava, e poi la nebbia. Non vedevo proprio più niente.

Quel giorno non è salito nessun altro in vetta?
No. Alcuni alpinisti cileni e coreani sono partiti molto presto con l’ossigeno. Invece io e lo Zaffa siamo partiti più tardi ma poi li abbiamo raggiunti e superati sul traverso. Io sono andato avanti aprendo la traccia, dietro di me c’era Marco, che però si è fermato un po’ più indietro. Mentre scendevo al rientro l’ho trovato sotto al canalino e gli ho detto che era meglio tornare indietro se no rischiavamo di non trovare più la traccia. Poi abbiamo incontrato anche tutti gli altri che stavano tornando indietro.

E’ stata dura?
E’ stata una battaglia. Non tanto fisicamente, perché le ore non sono state tantissime: circa 9 e mezza, visto che siamo partiti alle 4 e alle 13.30 ero in vetta, e poi alle 4 del pomeriggio ero già a campo 3. Ma la bufera, il non vedere più niente…poi dopo che hai già perso due amici su quella montagna, non vai via a mente libera, pensando qui non mi succede niente.

Zaffaroni fino a che quota è arrivato?
Appena sotto la vetta, credo a 30 metri di distanza. Comunque siamo contenti tutti e due: stiamo bene ed è andato tutto bene. L’importante è sempre tornare a casa, e in questo caso poi con un successo in tasca.

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3 Comments

  1. grande Mario, complimenti e da bergamasco sono orgoglioso per l’impresa che hai fatto, soprattutto per l’umiltà che hai, cosa che nel mondo alpinistico di oggi pochissimi hanno. grazie

  2. Ammirazione per l’onesta’ e semplicita’, ma anche per l’approccio alla montagna: “l’importante e’ tornare a casa”, atteggiamento non di tutti, purtroppo, con conseguenze negative sull’immagine dell’alpinismo. Bravo: le montagne restano al loro posto, noi possiamo sempre tornarci, se non rischiamo inutilmente la vita nostra e quella degli altri. AT

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