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Neonati e montagna: che fare?

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Neonati

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Un neonato può essere portato in alta quota? A che altitudine possono verificarsi dei problemi? Quali sono i sintomi di fronte ai quali preoccuparsi? Quali precauzioni bisogna prendere perchè l’escursione o la vacanza in montagna proceda per il meglio? C’è parecchia confusione, riguardo questi argomenti, tra le neomamme. Abbiamo provato a dipanare la matassa con il nostro esperto di medicina di montagna, Giancelso Agazzi, che in questo articolo chiarisce molti dubbi riguardo i neonati e l’alta quota, raccontando anche di casi nei quali i piccoli sono stati portati fino a seimila metri.

Attualmente, la letteratura medica offre scarsi dati riguardo questo specifico argomento, ma alcune linee guida da adottare con i bambini in alta quota possono essere estrapolate dal “consensus statement” definito nel marzo 2001 dalla International Society of Mountain Medicine.

Innanzitutto, è opportuno segnalare che al di sotto dei tre anni di età un qualsiasi viaggio in un ambiente diverso da quello abituale può creare altrazioni del sonno, dell’appetito, dell’attività ed anche dell’umore. Talvolta, risulta difficile distinguere le alterazioni provocate dal viaggio rispetto a quelle causate dalla quota.

I principali sintomi legati allo stare in quota nei bambini “piccoli” sono infatti rappresentati da aumento dell’irritabilità, diminuzione dell’appetito, vomito, diminuito interesse per il gioco, insonnia. Si tratta di una sintomatologia che compare entro 4-12 ore dall’arrivo in altitudine. Spesso i neonati sono considerati a rischio in quota dal momento che non sono ancora in grado di esprimersi, ma spesso è difficile capire il malessere anche dei bambini che sono già in grado di parlare perchè è difficile che siano in grado di riferire i sintomi con precisione.

Prima di tutto, comunque, è necessario chiarire quale altitudine si intende quando si parla di “portare in quota”. Pollard ha affermato che bambini al di sotto dei 2 anni di età non dovrebbero dormire oltre i 2000 metri di quota. A quote inferiori, non dovrebbero sussitere particolari problemi soprattutto se si tratta di escursioni giornaliere, a patto che si presti particolare attenzione alle reazioni del bambino.

Capita, comunque, che bimbi molto piccoli vengano portati anche a quote superiori. In questi casi, i bambini rispondono all’altitudine in modo analogo ai soggetti adulti con vari cambiamenti di tipo fisiologico legati al processo di acclimatazione. Il loro rischio di edema polmonare e cerebrale acuti legati all’alta quota è uguale a quello riscontrato negli adulti. Ma proprio per la difficoltà di comprendere i sintomi, qualsiasi neonato da poco salito in quota che si dimostra indisposto, qualora non possa essere emessa una diagnosi alternativa, dovrebbe essere considerato affetto da male acuto di montagna e dovrebbe essere riportato a valle.

Ma quali siano le raccomandazioni da impartire ad un genitore che porta un neonato in montagna?

La salita deve essere lenta, permettendo al piccolo un’acclimatazione graduale, anche se si parla di quote inferiori ai duemila metri. Si deve tener conto dell’immaturità del meccanismo di controllo respiratorio e della diminuzione dello spessore dello strato di muscolatura dell’arteria polmonare. L’ipossia, infatti, deprime la ventilazione polmonare nel neonato e questo influisce soprattutto sul sonno.

In particolare, viene segnalato sonno disturbato durante la prima notte trascorsa in quota (Yaron, 2004). Si consiglia di evitare la posizione prona per il neonato per evitare rischi di S.I.D.S., ovvero morte improvvisa nel neonato, che è stata riscontrata con maggior frequenza in alcune zone di alta quota in Austria, come emerge da uno studio di Kohlendorfer nel 1998, anche se non si può al momento dimostrare che l’altitudine sia un fattore di rischio. Non c’è da spaventarsi: poche evidenze cliniche esistono a proposito di morti improvvise del neonato anche a quote molto alte. Vi è sempre un rischio teorico e qualche evidenza che l’esposizione all’alta quota possa in qualche modo interferire con il normale adattamento respiratorio post-natale (Niermeyer, 1997; Parkins, 1998).

Di solito il pattern respiratorio del neonato diventa simile a quello dell’adulto nel corso delle prime settimane di vita, ma uno studio effettuato da Parkins nel 1998 ha evidenziato che in alcuni neonati di due mesi di vita, in alta quota, si sono verificati episodi di apnea isolata ed episodica, che può essere rischiosa soprattutto durante il sonno. In altri neonati, la saturazione dell’ossigeno nel sangue arterioso è scesa al di sotto dell’80 per cento: sono state evidenziate differenze importanti riguardanti la saturazione arteriosa da parte dell’ossigeno nel corso dei primi mesi di vita tra i neonati che vivono a bassa e ad alta quota ed in varie popolazioni che vivono in alta quota.

Per quanto riguarda il freddo i neonati, rispetto agli adulti, sono più a rischio di ipotermia e di lesioni dovute all’abbassamento della temperatura, soprattutto quando vengono trasportati e non si muovono.

Se il soggiorno in alta quota è prolungato, il lattante andrebbe seguito attentamente, con particolare attenzione alla crescita in percentili; può essere utile la pulsiossimetria specie nel corso del sonno ed anche l’elettrocardiogramma può essere utile per valutare l’eventuale insorgenza di un’eventuale ipetrofia ventricolare destra.

Questo, comunque, quando si parla di quote molto alte. La maggior facilità di accesso a regioni montane del mondo da parte di soggetti adulti ha fatto aumentare il numero di bambini anche molto piccoli che si recano ad altitudini elevati. E’ capitato che alcuni neonati siano stati portati addirittura fino a 6000 metri, secondo quanto segnalato dal pediatra inglese Pollard nel 1998. In questi casi, forse, c’è da chiedersi se il viaggio abbia senso dal momento che, certamente, il neonato corre  dei rischi e non è in grado di apprezzare l’iniziativa, anche se il viaggio con tutta la famiglia rappresenta un’interessante esperienza.

Particolare attenzione va rivolta al tipo di equipaggiamento da utilizzare per i neonati. Va sempre garantito da parte dei genitori un appropriato livello di igiene nel corso di un viaggio. I bambini, specie se piccoli, sono maggiormente predisposti a sviluppare una disidratazione, che può mettere a rischio la vita in caso di gravi gastroenteriti. Ovviamente, vanno sempre valutate le eventuali malattie pre-esistenti.

Un problema da porsi è che, trovandosi in aree remote del mondo in alta quota, magari lontani da ospedali e da cure mediche in genere, si può andare incontro a rischi maggiori. E’ quindi opportuno, prima della partenza, assicurarsi che vi sia una certa facilità nel raggiungere un ospedale o un luogo dove poter ricevere appropriate cure mediche, garantendo, in tal modo un’evacuazione veloce in caso d’emergenza, che tuteli la salute del neonato.

Conoscere tutte queste cose aiuta sicuramente a valutare la situazione dei piccoli portati in montagna, tenendo conto che comunque le escursioni fino a duemila metri si possono affrontare con una certa tranquillità. Sicuramente, dei genitori esperti o comunque abituati all’alta quota possono fare la differenza, sia nel comprendere le reazioni del figlio, sia nel valutare le condizioni ambientali.

Avete dubbi, curiosità o esperienze da esporre al nostro medico? Scriveteci, vi risponderà appena possibile!

 Gian Celso Agazzi

Commissione Medica Cai Bergamo

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1 risposta per “Neonati e montagna: che fare?”

  1. katia scrive:

    E’ molto interessante mi ha tranquillizato un pò ,perche frà una settimana partiamo per Selva Di Val Gardena che è situata a 1563 metri di altitudine e portiamo con noi la nostra bimba di sei mesi.dovre stare tranquilla ma noi mamme a volte siamo troppo apprensive.grazie per queste informazioni.

Commenti chiusi

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