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Le montagne

Verza: quella notte sul K2

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"Aldo ed io seguivamo la lenta discesa, un po’ preoccupati per la gelida notte che li seguiva, contenti per loro, dubbiosi per la nostra salita di domani. Il tempo passò inesorabile portando l’oscurità sul collo di bottiglia, il gruppo era fuori da 20 ore, la resistenza fisico-psicologica necessaria doveva essere qualcosa di sovrumano". Inizia così il racconto di Gian Pietro Verza della notte del 1996 in cui sul K2 perse la vita Lorenzo Mazzoleni. Verza tentò di andargli incontro e salvarlo. Ma inutilmente.

Era gia’ freddo ad 8600 metri, la sera glaciale ai margini della stratosfera rallentava le operazioni di fissaggio dei prismi per la misura della quota, dalla cima ci arrivavano le appassionate descrizioni del panorama. Presto i nostri amici dovettero preoccuparsi della discesa, le mani intirizzite, nell’anima la grande felicita’ del successo, nelle gambe la fatica della salita e la rigidita’ dell’ipossia. Aldo ed io seguivamo la lenta discesa, un po’ preoccupati per la gelida notte che li seguiva, contenti per loro, dubbiosi per la nostra salita di domani. Il tempo passò inesorabile portando l’oscurità sul collo di bottiglia, il gruppo era fuori da 20 ore, la resistenza fisico-psicologica necessaria doveva essere qualcosa di sovrumano.

Arrivarono uno alla volta, sfiancati, con principi di congelamenti, in stato di leggera confusione mentale, Mario rantolava, cercammo di rifocillarli come possibile, chiesi di Lorenzo, era dietro di loro, doveva arrivare presto. Poi divenni impaziente, non si vedeva nesuna luce, non ci fu’ nessuna risposta ai nostri richiami, il vento gelido disperdeva le nostre grida.

Mi immaginai Lorenzo stanco e freddo ritardare il suo arrivo, sedersi nella neve, raffreddarsi di piu’, preso nella morsa dell’ipossia. Non potei piu’ attendere, divenne impellente fuggire dal tepore della tenda dove solo tre dei quattro amici avevano ritrovato la vita. In un attimo fu’ pronto il thermos, due frontali, dal walkie talkie uscirono delle frasi di incoraggiamento che udii lontane, agganciai i ramponi e fui solo una figura ansimante nella notte.

Erano le 22:30, sotto la tuta d’alta quota indossavo tutto quello che avevo, il duvet mi riparava dal vento laterale, presto mi ornai di baffi di ghiaccio. Non avevo nemmeno chiesto ad Aldo se voleva venire, non capivo da dove veniva quesa energia, mi aspettavo di crollare da un momento all’altro, solo la speranza di scorgere la sagomadi Lorenzo nella tenue luce lunare mi sorreggeva.

Urlavo nella notte, speravo in una risposta, volevo trovarlo accocolato e tremante, quante sagome mi hanno illuso, fino a trovarmi all’imbocco del canale del collo di bottiglia. Nel cuore della notte, a 7900, alla base del ripido pendio dalla neve instabile trovai tutte le mie paure, sentivo quanto limitate erano le mie forze, e quanto definitivamente ero solo e lontano dalla protezione della tenda di campo 3  e dagli amici.

La luce della luna mi aveva abbandonato nel ripido canale sotto i minacciosi seracchi, le corde fisse che mi avrebbero garantito sicurezza nella notte irreale erano ancora troppo alte, la neve a placche si frantumava sotto i miei piedi, istintivamente avvertivo tutta la pericolosita’ di quella situazione nelle mie condizioni.  La picozza offriva un’ancoraggio spesso aleatorio, rovesciarsi o partire sul pendio avrebbe posto tragicamente termine al mio tentativo di soccorso.

Con un impulso rabbioso decisi di troncare il dischetto di un bastoncino colpendolo con la picozza, ma l’unico effetto fu una disperazione ansimante, il dischetto resisteva, in un ultimo sforzo in bilico sul pendio sfilai un segmento del bastoncino, ottenendo un rudimentale secondo attrezzo da piantare nella neve per stabilizzare la mia progressione.

Mi infilai nella notte con rinnovata convinzione, Lorenzo doveva essere necessariamente lassu’, urlavo disperatamente verso il giganteso muro di ghiaccio, un piccolo pezzetto in caduta sul pendio mi avrebbe trascinato nell’immensita’ del pendio dellla via Cesen. Non vedevo ancora le corde fisse, la frontale si esauri’ mentre ero nella parte piu’ ripida, le tracce erano confuse e temevo di perdere la strada.

Le rocce, i seracchi, i canali, prendevano una grottesca dimensione, mi sentivo un bambino perso nel castello delle streghe, in un assurdo luna park ad 8000 metri. La situazione e l’intensita’ delle emozioni nella notte rischiava di farmi perdere la lucidita’. Cominciai a pensare con paura di potermi imbattere in Lorenzo non piu’ vivo, assiderato in un bivacco sull’orlo del colllo di bottiglia.

In una reazione di razionalita’ mi imposi di usare l’altra frontale, tanto valeva farlo ora, non mi era possibile trovare un  terrazzino per togliere lo zaino, dovevo farlo in equilibrio sul pendio, non potevo aspettare ancora di raggiungere le corde fisse per assicurarmi. Con una luce piu’ intensa ritrovai un po di equilibrio, le corde fisse, ed un po di ottimismo. Raggiunsi il bordo del seracco annaspando nella neve inconsistente, compresi perfettamente perche’ quel tratto aveva richiesto sei ore ai miei compagni, approdai al chiodo da ghiaccio annunciando per radio "sto alla frutta", di Lorenzo nessuna traccia, il mio stomaco tormentato dalla tensione aveva deciso di dare forfait.

Tore, l’ultimo alpinista in contatto con Lorenzo assicurava di averlo visto prenedere le corde fisse sul traverso sotto il seracco, decidemmo così di estendere le ricerche fino all’inizio del traverso, abbandonai lo zaino e percorsi col cuore in gola le tracce contando su di una precaria sicurezza offerta da corde ancorate a 50 m di distanza, orizzontali, pregando di non scivolare e rimanere appeso qualche metro sotto il bordo del gradino roccioso.

Ad 8200 m di quota cominciai ad esaurire le speranze di trovare Lorenzo, rinnovai l’energia dei miei richiami senza ottenere altro che gli echi della notte e l’esaurimento del mio fiato. Le ipotesi sulla posizione di Lorenzo furono rivolte ad altri posti, mi sentii inutile. Nel frattempo Aldo, lasciato la tenda del campo 3, aveva perlustrato per un paio d’ore, al chiaro di luna, e con l’aiuto di una frontale, il ghiacciaio che in leggera salita oltrepassava la tenda del giapponese Masa e va verso i piedi del collo di bottiglia.

I dubbi, discussi via radio, riguardavano la possibilita’ che Lorenzo fosse caduto in qualche crepaccio lungo questo percorso. Non vi fu alcun riscontro che potesse risolvere le ricerche, cosi’ Aldo rientro’ alla tenda del campo 3, tenendosi in contatto sia con il campo base che con me impegnato nelle ricerche piu’ in alto. Alle 3:00 si decise il mio rientro al campo 3, le oltre quattro ore trascorse in uno stato piu’ prossimo alla tranche che non alla realta’ non dovevano impedirmi di trovare la lucidita’ e le energie per la discesa, in piu’ non avevo potuto alimentarmi in nessun modo, avevo solo rubato qualche sorso di the destinato a Lorenzo, provandone vergogna.

Adesso a Lorenzo non serviva il mio the. Discesi rapidamente le corde fisse incontrandone con timore l’asola finale, decisi di affidarmi con fiducia ai miei attrezzi, il nuovo giorno mi avrebbe illuminato il pendio ed allontanato la sonnolenza che mi faceva pericolosamente socchiudere gli occhi. Il primissimo albeggiare delle 3:30, apprezzabile solo dalle alte quote mi riscaldo’ il cuore, ma fu’ solo per un’istante, dov’era Lorenzo? Possibile che fosse caduto in un crepaccio?

Discesi cautamente verso il campo cercando di scandagliare i pendii collo sguardo. Dovetti sedermi diverse volte per reagire alla debolezza che mi vinceva la muscolatura delle gambe, appoggiato lo zaino chiudevo gli occhi e speravo di riaprirli piu’ vicino al campo, non dovevo scivolare camminando e non potevo addormentarmi seduto. 

Esaurita la tensione della ricerca non mi rimaneva altro che riportare il mio corpo vinto dalla stanchezza alla tenda.

La luce permetteva ormai di vedere bene il vasto ambiente della spalla, non un segno di vita all’infuori delle tende, la vita di Lorenzo, dov’era? All’interno della tenda un groviglio di corpi sfiniti ammucchiati in un ansimare unico. Mi addormentai esausto sulle scarpe dei miei amici. Dal base la radio gracchio’, le alternative rimaste circa la soppravvivenza di Lorenzo erano bruscamente ridotte, si rendeva necessario un volo di ricerca, Agostino aveva richiesto un elicottero, ma la quota di ricerca eccedeva la massima quota di volo.  Io ed Aldo rimanemmo nella tenda mentre i nostri amici scendevano barcollando verso il campo base, la speranza che Lorenzo fosse ancora vivo, addormentato in un bivacco, e presto destato dal calore del sole ci tratteneva a controllare la via di salita ed i pendii limitrofi usando il tele della camera, riprendendo immagini particolareggiate, cercando di scorgere segni di vita.

Alle 11:00 venne deciso di ispezionare il vasto pendio della via Cesen, nell’ipotesi Lorenzo fosse scivolato dal collo di bottiglia. In un’abbacinante tarda mattinata, carichi di tutto il nostro equipaggiamento e del GPS ci avviamo faticosamente verso le corde fisse da poco installate dai giapponesi. Da 7700 a 5200 la discesa è interminabile, le impressionanti dimensioni verticali della montagna assorbono i nostri sforzi, ci sentiamo persi nel cuore di questa muraglia di rocce frammiste a neve.

Il primo plateau glaciale è a circa 7000 metri, Aldo ha intravisto delle macchie colorate col tele, dobbiamo scendere ancora, avvicinarci, capire.

All’altezza del campo 2 giapponese, a 7040 di quota ci fermiamo, sono le 15:00 e la conca glaciale al nostro fianco riverbera pericolosamente. Trasmettiamo al base la nostra triste scoperta, una tuta gialla e’ distesa in mezzo alla conca, ma non basta un triste dubbio, e’ necessaria una devastante certezza, per confermare l’amara verita’ dobbiamo a nostra volta assumere dei rischi, ma dobbiamo sapere la verità.

Aldo ed io ci leghiamo, ci promettiamo la massima velocita’, imponiamo il silenzio radio, il canale deve essere libero affinche’ dal base ci possano avvisare di eventuali scariche di ghiaccio, il silenzio e’ intenso, i nostri amici 2000 m piu’ sotto scrutano la parete con i teodoliti dei ricercatori. Per la tensione trascino Aldo in una marcia forzata, devo fermarmi, a meta’ strada un seracco forma un muro che puo’ proteggerci, all’orizzonte un mare quieto di montagne e’ un’inoffensivo scenario per quest’atto tragico.

Raggiungiamo la tuta gialla, riconosco i braccialetti di Lorenzo, non ho il coraggio di guardare a lungo il corpo dell’amico, il senso di precarietà della nosta esistenza e’ li’ schiacciante. Tutta la grande vitalita’ del nostro compagno e’ divenuta memoria, i momenti felici appartengono ai ricordi. Non riesco ad odiare questa montagna, non riesco a capire ancora, quanto in poco tempo puo’ cambiare se ami questa natura selvaggia, quanto ti puo’ dare, quanto ti puo’ prendere.

Poi realizziamo che siamo noi stessi in un luogo pericoloso, incito Aldo a tornare rapidamente, mi volto a guardare Lorenzo, poi cerco la salvezza verso le tende. A 150 m dalle corde fisse un boato suote il pendio sopra di noi, una gragnuola di pietre si sparge sul pendio, non abbiamo alcun riparo, cerchiamo di intuire le traiettorie di quei veloci proiettili, vorrei fuggire, ma sono legato ad Aldo, aspettiamo, le pietre attraversano il pendio tra noi e le tende, sono secondi, ma durano un’eternita’, siamo ancora dei superstiti, qui la vita e’ decisamente sopravvivenza, esistere e’ lotta, e’ per questo che siamo qui?

Non abbiamo piu’ molto da dirci, la rassegnazione ci piega sui discensori mentre scendiamo a valle, la grandiosita’ e la bellezza severa dell’ambiente si arricchisce di colori caldi mentre il sole concede la pace della notte a questa natura crudele che ha voluto accogliere il nostro Lorenzo.

Gian Pietro Verza

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