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Destinazione Adamello

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“Quest’estate dobbiamo riuscire a salire almeno una cima di quelle serie…” Ecco la frase che ha fatto partire la macchina organizzatrice che ci ha portato a salire in vetta all’Adamello. Ci troviamo Mercoledì 11 luglio per definire i dettagli della “spedizione” e vedere chi ci sarà per tentare la salita.Il gruppo è formato da nove persone; Io, Claudia (la mia ragazza), Mattia (Matu), Luca, Marchino e Ramona, Silvia, Ferruccio e la nostra guida alpina e spirituale Don Mauro.

Decidiamo di partire la mattina di venerdì 20 luglio da Almè (Bergamo) per raggiungere il rifugio Garibaldi in Val d’Avio dove passeremo la notte, ma per problemi di ferie, io, Matu, Luca e Marchino dobbiamo rinviare la partenza al pomeriggio.
 
Alle 14 si accende il motore e si parte per Temù; il meteo sembra buono anche se i cumuli che vediamo all’orizzonte non ci rassicurano troppo. La temperatura è molto alta e, infatti, lungo il tratto finale della strada sterrata anche la macchina va in ebollizione e dobbiamo fermarci ad aspettare che si raffreddi. Siamo in super ritardo rispetto alle previsioni.
 
Arrivati all’inizio del sentiero mettiamo in spalla i pensanti zaini, carichi di corde e attrezzature varie e ci incamminiamo verso il rifugio dove ci attende il resto della compagnia. Durante la salita la fatica, il caldo e la fame si fanno sentire alla grande. Con la dovuta calma e le necessarie soste per bere e mangiucchiare qualcosa arriviamo al Garibaldi; sono ormai passate le 20.00, ma fortunatamente i rifugisti ci aspettavano e gentilmente ci hanno sfamato con un’ottima cena. Dopo aver mangiato, tutti in camera a preparare l’attrezzatura per la salita e poi a nanna.
 
La sveglia suona alle 03.00 e, con estrema fatica, ci alziamo; Silvia e Claudia decidono di rinunciare a causa di problemi fisici. Dopo un’abbondante colazione si parte. Il Cielo è splendido, le uniche luci che si vedono oltre alle stelle sono le nostre frontali che viaggiano verso l’attacco della ferrata che porta al Passo Brizio. Poco prima dell’attacco anche Ramona decide di rinunciare e così restiamo solo noi sei uomini a continuare.
 
Senza troppi problemi superiamo la ferrata e giungiamo al passo Brizio dove ci attende un panorama che ci lascia senza parole. Il Sole sta iniziando a sorgere e il chiaro ci rivela che il ghiacciaio si è abbassato in maniera drastica rispetto a quanto ci aspettavamo.
 
Scendiamo lungo il ripido ghiaione e arriviamo all’attacco della Vedretta del Mandron; il ghiacciaio è in ottime condizioni e non c’è nemmeno un crepaccio, però ci sono parecchie scariche di sassi a cui bisogna stare molto attenti. Seguiamo una traccia che passa al centro del ghiacciaio e ci portiamo al Corno Bianco dove ci aspetta un primo passaggio molto delicato; bisogna superare un tratto ripido in cui il ghiaccio è molto duro e dobbiamo cercare una via di salita più sicura; dopo qualche attimo di ricerca riusciamo a salire alla sommità delle roccette da cui è ben visibile la vetta dell’Adamello.
 
Il tempo si è un po’ annuvolato, la temperatura si è abbassata e stiamo sforando dai tempi previsti; che si fa? La vetta è ancora lontana e la fatica comincia a farsi sentire. Marchino e Luca decidono di tornare indietro, mentre noi decidiamo di procedere ancora per un po’ e vedere come evolve la situazione anche se tra noi si fa strada il dubbio che alla vetta non ci arriveremo.
 
Scendiamo con fatica da un ripido canalino e molto ghiacciato e arriviamo finalmente al Pian di Neve; seguiamo senza particolari problemi il ghiacciaio aggirando il Monte Falcone fino ad arrivare alla base della vetta dove iniziano le roccette che portano in vetta.
 
Il cielo si è ripulito e l’entusiasmo di noi quattro reduci è tornato alle stelle; ormai la cima è vicina. Dopo aver superato ancora qualche passaggio un po’ delicato sulle rocce finalmente intravediamo la croce bianca posta in vetta, non ci sono parole per descrivere l’emozione che si prova, CE L’ABBIAMO FATTA!!!
 
Una stretta di mano per complimentarci dell’avventura portata a termine e poi ci godiamo il panorama che da quassù è meraviglioso; il rifugio Garibaldi ci guarda da mille metri più giù, i vari laghi della Val d’Avio sembrano macchie di vernice buttate da chissà chi e, tutt’intorno, siamo circondati da alte e splendide cime.
 
Facciamo merenda e qualche foto poi decidiamo di tornare; siamo totalmente fuori dai tempi previsti, ma questo non conta, l’importante è aver raggiunto la cima.
 
Il ritorno al Garibaldi avviene in maniera più spedita e tranquilla (sarà per la discesa?); superiamo i due passaggi più critici (Corno Bianco e la salita al Passo Brizio) con molta difficoltà a causa delle cattive condizioni del terreno e per la fatica che ormai ci ha distrutto.
 
Fortunatamente la mente resta lucida e non commettiamo nessuna stupidata che in questi casi potrebbe risultare fatale.

Percorriamo la ferrata in discesa e poi ci dirigiamo al rifugio a cui arriviamo alle 15.30 dopo circa 12 ore di cammino; siamo stremati, e il piatto di pasta che i rifugisti ci hanno preparato è una di quelle cose che sognavamo scendendo lungo il sentiero. Adesso che il gruppo si è riunito facciamo una bella mangiata, una brevissima pennichella e andiamo a celebrare una S. Messa di ringraziamento nella cappella vicina al rifugio dopodiché ci incamminiamo sulla via del ritorno.
 
Questi due giorni sono stati meravigliosi, come sempre la montagna richiede sacrifici e ti mette di fronte alle tue paure ed insicurezze, ma il bello è che ti dà anche modo di superarle. Tutti questi ostacoli che abbiamo incontrato ci hanno permesso di godere ancora di più della meraviglia della montagna e di rafforzare la nostra amicizia. 

   

 

 

  
   Marco Caccia

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