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Miti e leggende

Palòta e la caccia all’orso bruno (seconda puntata)

Appena fu chiaro, ci mettemmo in cammino alla ricerca dell’orsa. Eravamo tutti pieni di ardore e di fiducia e armati come assassini.

La comitiva era composta da cinque persone: lo speziale, io, il Ros, Giampedrino e un altro di poco valore. Io fui invitato a precederli tutti come un cane da caccia. Perciò avanti con precauzione, gettando occhiate a destra e a sinistra, per evitare delle sorprese.

Mentre procedevo, raccomandavo agli altri di non inoltrarsi nel bosco. Quando giungemmo nel bel luogo, dove il giorno precedente avevo sparato al bestione, dissi: «Voi, Pierino, seguitemi! Gli altri ci attendano qui».

Lo condussi quattro passi sopra la strada per mostrargli il luogo, poi scendemmo con gli altri: «Ora — dissi io — andrò a scovarlo». Detto ciò, scivolai sotto per una cinquantina di metri a cercare minuziosamente le impronte. Di quando in quando, trovavo ramoscelli di ontano verde o di betulla, mirtilli macchiati di sangue, ma non riuscivo a raccapezzarmi dove potesse essersi rifu¬giato l’orso.

Ad un tratto, vedo una striscia di quelle mosche che inseguono la carne, le quali vanno e vengono. Capii, allora, che l’animale non poteva essere tanto lontano e in un balzo portai la notizia ai compagni.

Ormai era piuttosto tardi e lo speziale disse che non poteva più rimanere con noi, poiché doveva scendere in paese a riaprire la farmacia. Dopo un cordiale saluto ed un augurio di buona caccia, partì in compagnia d’un altro.

Rimanemmo lassù io, il Rosso e Giampedrino. Io avevo una sete da morire, tanto che mi si attaccavano insieme il palato e la lingua. Perciò dissi: «Attendetemi qui per qualche minuto. Io scenderò al fontanino dello spiazzo dell’Ala Aperta (che poi fu chiamato Spiazzo dell’Orso) a vedere se trovo un gocciolo d’acqua, farò in un amen».

Scesi diritto come un tiro di schioppo e nel giungere, ebbi la sorpresa di trovare sporca e rigata di sangue l’acqua del fontanino. Si capisce che l’orsa si era buttata dentro a lavarsi e a rinfrescarsi un poco, e quando aveva udito la schioppettata, sparata ad un francolino poco prima, si era alzata ed era scesa lungo il canale, trascinandosi dietro una striscia di acqua, che aveva indicato la strada che aveva percorso.

Non poteva essere lontana più di dieci passi. In un lampo salii dai compagni: «L’ho trovata! Tu, Ros e tu, Giampedrino, correte a mettervi nel mio posto, sopra il Sasso delle Merle». Era questo un luogo, assolutamente privo di alberi, abbastanza elevato. L’orsa era obbligata a passare sotto.

Quando credetti, press’a poco che i due fossero ben collocati, incominciai a seguire le pedate bagnate dell’orsa, le quali, dopo quattro metri, tagliavano verso sera. Allora capii che mi trovavo sotto l’animale, posizione non troppo sicura, non bisognava scherzare.

Voltatomi svelto, m’arrampicai su una roccia e gettai un sassone nel luogo ove, di solito, si accucciava. C’era proprio e mandò un urlo potente. Giampedrino si spaventò così tanto che ne fece un bel po’ nei pantaloni.

Come se non bastasse, l’orsa salì verso di loro, passando proprio vicino a Giampedrino che tremava come una fronda di nocciolo e non sapeva più se era a questo mondo o all’altro. Non curandosi del poveretto, l’orsa mosse difilata verso il Rosso. Questi, appena l’ebbe a tiro, le sparò: essa urlando, si mise ad inseguirlo. L’altro, svelto come un camoscio, balzò in cima ad un greppo.

La belva stava cercando il modo di vendicarsi, quando le arrivai addosso io. Quella, allora, si voltò cercando di venirmi alle spalle, per balzarmi addosso a tradimento, ma io scattai in cima ad un greppo e le sparai un potente colpo tra una spalla e l’altra, uccidendola. Insieme con i pallini nella canna del fucile, avevo messo perfino alcuni chiodi.

L’orsa che ci aveva dato tanto filo da torcere, finalmente era finita e incominciò a rotolare lungo il pendio ripido, giù attraverso il Sasso delle Merle e si arrestò in uno spiazzetto sotto la Via di Medola.

Le persone che si trovavano alla Brandet e a Tremonti, che avevano udito le nostre grida e i colpi di fucile, salirono verso di noi a congratularsi e ci aiutarono a trascinare l’orsa fino alla Brandet. Qui la caricammo sulla groppa di un robusto asino (pesava cento e otto chili) e la conducemmo a Corteno, dove giungemmo come dei trionfatori e quindi ad Edolo, per riscuotere il premio stabilito dall’autorità per l’orsa uccisa.

L’orsacchiotto fu trovato decomposto alcuni giorni dopo. La belva aveva divorato più di settanta fra pecore e capre ai contadini di Aprica e di Corteno. Certo che abbiamo corso un bel rischio! C’è mancato poco che ci lasciassimo la pelle! Il Rosso ebbe la sua brava medaglia al valore civile ed io neanche quella, sebbene fossi stato io l’eroe dell’impresa.
E la vecchia Francesca? Dopo pochi giorni era già bell’e guarita, ma il nipote, Giampedrino, morì l’inverno seguente a causa dello spavento provato.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.

Leggenda proposta da Antonio Stefanini

 
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