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Miti e leggende

Palòta e la caccia all’orso bruno (prima puntata)

Era il giorno della Madonna di settembre. Fu suonata l’Ave Maria che c’erano ancora tutte le stelle. Alzatomi svelto svelto, mi recai ad ascoltare la mia breve messa prima. Quando uscii, il Pizzo delle sette Sorelle incominciava appena appena a chiarirsi.

Messomi quindi a tracolla il mio caro schioppo, che custodivo gelosamente come l’uovo benedetto, e intascato un mezzo pane di segale per pranzo e merenda, in compagnia del povero Pecen, mi misi in viaggio per Lapalù a pascolare il nostro bestiame minuto: pecore e capre. Quando fummo di fronte a Galleno, io zufolai per chiamare la mascherina dei Bili, una tanto brava cagnolina che mi si era affezionata più della mia ombra.

Quella gente lì me la prestava sempre, perché sapeva che io la tenevo con cura. La cagnolina, alla quale mancava solo la parola, mi udì subito: balzò sulla loggia, abbaiò tre volte e in un amen ci raggiunse.Andammo che sembrava che volassimo. Appena giunti a destinazione, dando uno sguardo intorno, ci accorgemmo che il sole era giunto sul fondo della valle e faceva luccicare l’Ogliolo nei pressi di Lombro.

Levate le nostre bestie dall’ovile e presa una secchiella ciascuno, ci dirigemmo, sempre col nostro schioppo, verso Fontanamora per raccogliere lamponi, che, quell’anno, erano non solo abbondantissimi, ma tanto profumati e dolci, che sembravano manna.

Non eravamo ancora giunti nei dintorni delle Calchère, quando mi accorsi che la cagnolina era scomparsa. Io mi trattenni a cercarla, mentre Pecen continuò la sua strada, spingendo avanti le pecore e le capre. Chiama di qua, chiama di là, ma la cagnolina non appare. Salgo una ventina di passi, monto su una roccia e mi guardo intorno preoccupato e zufolando.

Ad un tratto, quando proprio meno me l’aspettavo, il caro animaletto sbuca da un gruppo di abeti nani, dimena la coda abbaiando e guaendo ad intervalli. Mi guarda in faccia come una persona e col muso pare che mi faccia cenno di seguirla verso la vetta. Anzi si mette a salire, invitandomi col suo modo di fare quasi umano. Io, che ero del mestiere e capivo il linguaggio dei cani, più di adesso, immaginai che quella bestiolina avesse davvero qualcosa di nuovo e su dietro di lei.

Infatti aveva proprio ragione. Poco lontano c’era una capra dilaniata. L’orsa le avea mangiato le interiora durante la notte, perché la carne era ancora fresca e le mosche erano poche.

Ormai capii che la belva non poteva essere molto lontana. Io fui assalito da mille pensieri e preoccupazioni. Ero solo soletto e non sapevo come regolarmi. Finalmente presi il coraggio a quattro mani e mi decisi a cercare le impronte della belva. Dopo non molte ricerche, le rintracciai ben chiare. L’orsa era salita lungo il bosco, e aveva diretto i suoi passi verso Castione.

Allora mi arrampicai su un’alta rupe, dalla quale si poteva scorgere la Val Brandet e mi misi a chiamare con quanta voce avevo in gola il Rosso dei Palazöi che stava sulla porta del cascinale ammucchiando fasci di legna di abete. Questi era il mio fido compagno di caccia. Era proprio un buono e sincero amico. Quando potevamo trovarci, passavamo ore e ore insieme, dimenticando interessi, questioni, dolori e preoccupazioni!

Ebbene, quando il Rosso, che aveva orecchio fine, udì la voce che chiamava, capì subito che era la mia. Intuì che c’era qualcosa di nuovo in aria, e di qual genere. Chiuse l’asino nella stalla, e, imbracciato il suo schioppo, sempre lucido e pronto, si mise a salire verso di me, come una lepre.

Quando lo vidi ad un tiro di sasso, con gli occhi fuori dal capo, gli gridai: «Ros, corri di botto, che l’orso oggi è nostro! Stanotte, poco sopra, ha sbranato una capra. Dopo essere passato per Castione, è andato a rifugiarsi nei dintorni delle Calchère, proprio nei nostri cari posti. Ho seguito per un bel tratto le sue pedate».

Il Ros, che intanto che parlavo mi aveva raggiunto, non si riposò neanche un secondo a tutti e due di buona lena ci lanciammo a cercarlo, proprio nel luogo dove dimorava quasi sempre durante il giorno.

Scorgemmo infatti sei buche, dove il bestione amava riposarsi nelle ore calde. Questo luogo era posto su un largo dosso, tutto coperto di una fitta selva d’abeti grandi e piccini,

attraverso la quale era difficile passare senza rompersi la pelle e sbrindellarsi camicia e calzoni. Non so dire quante volte perlustrammo il luogo invano! Finalmente stanchi morti, desistemmo, scoraggiati, dall’impresa e andammo in cerca di coturnici nella Val Garsuneta e guarda la Val del Tossico, ci avviammo verso Fontana Milanese.

Ad un tratto, lungo le via, incontrammo la meda Francesca, la proprietaria della capra sventrata, un tocco di donna che pareva un tronco di quercia o di castagno. Costei, col suo fare solenne e marcato, mi disse: «Palòta, non hai veduto la mia capra, che smarrii ieri sera?».«Che cosa volete mai che sappia io della vostra capra? Io non ne ho mai udito parlare». «Ma certo che la conosci: è la capra "colombata!». Allora io mi ricordai o feci finta di ricordarmi e risposi: «Ho capito! Seguitemi e ve la indicherò». Così detto, la condussi sopra un greppo e la feci guardare nel sottostante Canale della Marosa.

Quindi aggiunsi: «Vedete quell’abetino, laggiù pieno di barba? Ebbene la vostra capra è là, mangiata in parte dall’orso. Se scendete subito, la potete trovare quasi tutta, prendetela e portate via, perché non puzza nemmeno un po’».

Non avevo ancora finito di pronunciare queste parole, quando udimmo, poco sopra, un frusciare strano ed un rompersi di rami. Il Ros ed io ci guardammo in faccia;^ ordinammo alla meda Francesca di non muoversi, ma di rimanere immobile, poiché quel rumore misterioso poteva essere prodotto dall’orsa.

Quindi dissi all’altro: «Tu Ros, prova a salire e a buttare due o tre sassi in mezzo a quei boschetti!». Non avevo ancora finito di parlare che lui era- già montato sopra. Io, col cuore che voleva scapparmi, più dalla voglia di freddare il bestione, che dalla paura. M’accosciai dietro un abete, tenendo fra le mani il mio fido schioppo.

Sopra i pallini nelle canne, cacciai due pallottole per ciascuna, quindi mi posi in atto di sparo. Mi trovavo proprio di fronte al luogo, per dove l’orsa sarebbe stata costretta a passare. Dopo un certo tempo, sento Francesca che mi chiama disperatamente; «Palòta, ne vengono due: l’orsa col figlio!».

Ed io «Scappate a gambe levate» e poi «pata-tam» due colpi formidabili sulle belve! Ciò fatto, via balzelloni, perché lo schioppo era vuoto. Mentre me la cavavo, mi vidi cadere a poca distanza un grosso sasso, lanciatomi dall’orsa; se mi avesse colpito, non avrei più mangiato polenta. E Francesca?

Quella povera oca, invece di fuggire, era rimasta al suo solito posto con la bocca aperta ad aspettare i gnocchi che scendevano dagli abeti. L’orsa, appena l’ebbe ravvisata, le balzò addosso con furore inaudito: le diede una zampata sulla testa, un grosso morso in un fianco e con un altro le spaccò per metà il polpaccio di una gamba.

Non ancora soddisfatta trascinò a rotoloni per un gran tratto la povera donna che, non avendo perduto il suo sangue freddo, insolentiva e minacciava il prepotente animalaccio.

Questo poi, scostatosi alquanto per guardarsi attorno, s’accosciò ai piedi d’una roccia; Francesca, e non sembra vero, che cosa fece? Prese il bastoncino che aveva sempre seco e, con le sue quattro dita di fegato,lo diede all’orsa sul muso. Non l’avesse mai fatto!
Il bestione, adirato ed inferocito, le balzò nuovamente addosso allungandole una zampata sulla faccia. In quel mentre, sopraggiunse il Ros, che con una schioppettata, cacciò una manciata di pallini nell’occhio sinistro della belva, la quale, dopo un urlo da far agghiacciare il sangue a poco esperti cacciatori, scese precipitosamente per un canalone.

Appena udita la detonazione, io scesi dal mio nascondiglio rapido come una saetta chiedendo: «Dov’è il mostro?». E l’amico: «Guarda! Scende per il bosco: tremano ancora i rami!».Abbandonammo l’orsa per curarci di Francesca che era in condizioni più che pietose. Questa però era piena di spirito e aveva una di quelle chiacchiere che non si poteva superare.

Aveva osservato bene le condizioni del bestione e diceva, trascurando tutti i suoi mali: «Palòta, guarda che ha scavezzata una gamba. In una spalla ha uno squarcio non da poco; anche l’orsacchiotto sembrava grondante sangue!».

Allora io soggiunsi: «Tu Ros, fermati qui a curare Francesca; io intanto inseguo l’orsa». E così ne seguii le pedate fino alle Calchère: circa trecento metri di cammino. Da lì essa si era diretta verso il Sasso dell’Avvoltoio. Siccome era il crepuscolo e già qualche stella brillava sul Corno di Lagna, pensai tra me; «È meglio che desista dall’inseguimento: non si sa mai!».

Inoltre avevo una grande preoccupazione per la meda Francesca. Come avremmo potuto condurla al cascinale? Tornai sui miei passi alla gran volata. Quando giunsi, Francesca era appena stata rizzata in piedi. La prendemmo quindi sotto braccio, ai due lati e la portammo sulla strada e quindi proseguimmo verso Sacco. Andavamo avanti benone, quando, ad un certo punto, la donna non può più reggersi; si sente mancare le forze.

Pare che voglia svenire. Ed era ormai tardi: il cielo era pieno di stelle e la luna non era ancora sorta. Fattomi coraggio e appellatomi a tutte le mie forze, mi misi sulla groppa la donna e via. Ma percorsi che ebbi solamente duecento metri, Francesca sviene. Capii allora che la minestra si faceva spessa e la polenta dura. Risoluto dissi al Ros: «Fila a Corteno a chiamare lo speziale, Chiodi: digli che venga subito.

Racconta il fatto anche in casa comunale e manda a dire al nipote di Francesca che venga immediatamente. Io, un po’ a braccia, un po’ a spalle, cercherò di condurre Francesca a Sacco». Ma il Ros, dopo aver riflettuto un pochettino, soggiunse: «È meglio che vada tu, Palòta, perché, come tu sai, io sono sprovvisto della licenza di caccia, e potrei avere delle noie poco simpatiche, se venissi scoperto». Trovate più che giuste le sue preoccupazioni, senza proferire parola piantai su due piedi l’amico e Francesca nella Valle del Zucco, e giù come il vento verso il Pres per prati, boschi e greppi.

Giunto accanto al fienile di Folzete, vedo sbucare fuori col lanternino acceso Angelina, che poi diventò dei Nodèr. «Ma che hai di male, Palòta, che sei stravolto?». In quattro e quattr’otto le narrai il caso strano e doloroso e aggiunsi che dovevo precipitarmi a Corteno, ad avvisare gli interessati.

Angelina che era una donna intelligente e di grande cuore, col suo fare che non ammetteva repliche e con la mano sinistra ad un fianco disse: «Tu fai il santo piacere a rimanere qui: sei troppo stanco. Hai una cera che sembri stato dissotterrato. Scendo io a chiamare chi si deve. Tu frattanto corri a porgere soccorso a Francesca». Dette queste parole, spense il lanternino, che depose sulla finestrina della cucina, e, presi gli zoccoli in mano, scomparve come un lampo dietro un gruppo di betulle.

Allora io, tornai sui miei passi e quando giunsi a Sacco, vidi spuntare dal bosco il Ros con Francesca a spalle, che si doleva in tutte le parti del corpo, fuorché nella lingua. Sebbene stanchi morti, unimmo le nostre rimanenti energie e con sforzo supremo riuscimmo a trasportarla al Cavrinal, podere dove la donna soggiornava con le sue bestie durante l’autunno. Oh che sudata che facemmo!

Grondavamo come fontane! Infatti pesava poco meno di un quintale! Il Ros non aveva più fiato! Seduto su un sasso, mi faceva soltanto cenni con una mano! Poco dopo, provenienti dai poderi vicini, accorse uno sciame di donne, che, portata Francesca sul fienile, la coricarono, la governarono: sapranno loro le cure che le hanno prodigate.

Siccome il nostro compito era finito, scendemmo in cucina ad asciugarci il sudore, a cavallo del fuoco che una pietosa donna ci aveva acceso premurosamente.Non era ancora trascorsa un’ora, che lo speziale era già al Cavrinal con Giampedrino, il nipote della malata. Lo speziale che era anche medico, ma di quelli in gamba, il povero Pietro Chiodi, si portò sul fienile subito, al capezzale di Francesca, a prodigarle le cure del caso.

Il medico, frattanto, le fece raccontare la poco bella avventura.

Ed ella «Madonna Santa, signor Pierino, pensi che l’orsa, mangiò la mia capra e avrebbe mangiato anche me, se quei due cacciatorelli non mi avessero salvata. Se avessi avuto in mano lo schioppo, l’avrei uccisa anch’io quella bestiaccia». Il medico rideva a più non posso alla narrazione, sia per il tono usato dalla donna, sia per il parlare scultoreo.

Finita la medicazione, il sig. Pierino le fece trangugiare un qualcosa come un sonnifero che in breve la fece cadere in un sonno profondo.Lasciato il fienile, scese a scaldarsi in cucina. Noi approfittammo dell’occasione per narrargli per filo e per segno l’accaduto. Appena terminato, egli soggiunse: «Domani, allora, andremo a scovare l’orsa».

Lo speziale era un cacciatore di prima qualità e con lui si aveva fior di bontempo; teneva allegra la brigata con le sue splendide trovate ed era generoso assai. Senza volerlo, poco dopo, il discorso ricadde su Francesca e io soggiunsi: «È stato proprio questo a salvarla». Ed infatti era vero. Essa portava un mezzolana pettinato che pareva una scorza di larice. Dopo poche altre parole, ci appisolammo e in un fulmine spuntò il nuovo giorno.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.

Leggenda proposta da Antonio Stefanini

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