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Miti e leggende

La leggenda della “Valle del Santo”

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La Valle del Santo (Alpi valtellinesi) è così chiamato per un burrascoso torrente che, incassato fra due alte ripe rocciose, precipita dalla vetta del Padrio nella valletta cortenese, descrivendo un caratteristico angolo retto alle Scale, confluendo nello Ogliolo a Campopiano (Camplà), ingrossato delle acque provenienti dall’Aprica (SO).

Intorno ad esso fiorì una leggenda interessante, che risale a tempi assai remoti e che vive ancora nella tradizione. Narra questa che, un tempo, il terribile torrente scendesse in Valtellina, attraverso la valletta di Trivigno, arrecando continui ed ingenti danni ai villaggi di S. Rocco e di Stazzona.

Le popolazioni di queste terre che si erano viste, più volte, le loro case seppellite da valanghe di massi e di acqua, esasperate, pensarono di deviare il corso d’acqua verso la Val di Corteno.

Ma come riuscire nel gigantesco intento? Sarebbe stata necessaria l’opera di qualche diavolo dell’inferno. Tuttavia Stazzonesi e Sanrocchesi non si disarmarono, decisero di trovarsi, uomini e donne, la sera dell’11 novembre, armati di picconi, badili, zappe e travi, proprio sotto la sorgente dell’indiavolato torrente.

Erano appena cadute le tenebre, rese più nere da una massa di nebbie, che giravano vorticose, intorno alla vetta del Padrio, quando, uno stazzonese, ben piantato e con una spanna di pelo sul petto quasi nudo, comparve, per primo, nel luogo stabilito e incominciò a scavare, canticchiando felice come una pasqua. Da un momento all’altro, sarebbero giunti anche gli altri e, lavorando di buona lena, tutti insieme, qualcosa, verso l’alba, sarebbe stato fatto.

Mentre l’omone lavorava accanitamente, bestemmiando ad ogni piccola difficoltà che gli si presentava, ad un tratto, si vide, a pochi passi di distanza, un giovanotto bianco e rosso in faccia, sorridente, rivestito di un abito fatto di papaveri. Dai suoi occhi si sprigionavano, di quando in quando, ondate di scintille. Fattosi riconoscere subito per il demonio, si offrì d’attuare la gigantesca impresa, a patto che lo stazzonese gli vendesse l’anima.

Costui, sebbene fosse coraggioso come un lupo, provò un brivido, che dalla punta dei capelli scese fino al mignolo dei piedi; ma si riebbe subito dallo spavento e, impugnato in atto minaccioso, il badile a difesa, incominciò a raccapezzarsi e a studiare la proposta.

Poiché dell’anima s’era sempre curato poco, e l’aveva maltrattata come un cane rabbioso, girato lo sguardo intorno per osservare se fosse presente lo spirito della sua santa mamma, dopo ancora un momento di indecisione, accettò la proposta, stendendo timidamente la mano.

Belzebù gliela strinse fortemente, sghignazzando e si mise all’impresa. Sprizzando scintille da tutte la parti del corpo, si mise a spiccare enormi salti, poi sfoderato, da non si sa dove, un tridente che, pian piano s’allungò a dismisura, incominciò ad agitarlo verso Corteno.

Quasi all’istante, lungo il versante si aprì il nuovo letto del torrente, lungo il quale, le acque si gettarono urlando come belve, minacciando di distruggere Galleno. La popolazione, svegliata dal fracasso insolito, che s’avvicinava sempre più, ricorse a S. Martino, protettore della Valletta. Uomini donne e bambini erano inginocchiati sulle soglie delle case, invocando e piangendo.

Il Santo non fu sordo alle preghiere dei suoi fedeli. Apparso in un oceano di luce a cavallo di un superbo destriero bianco, in groppa ad un eminente «dosso» ad occidente di Plèr, detto poi «Dosso del Santo», rischiarando a giorno il cielo e la terra, comandò al torrente di volgersi verso sera.

Al suo cenno, le acque deviarono nel luogo indicato, dove lentamente si aprirono, tra la roccia il nuovo letto, profondo e misterioso, ad angolo retto col vertice alle Scale e l’apertura verso mattina. Nelle Rocce del Dosso del Santo il popolo scorge ancora le impronte lasciate dai ferri del cavallo.

Le mamme si inginocchiano sopra di esse e le baciano e le fanno baciare ai loro piccoli, i quali, commossi dalla bella leggenda santa, d’estate coprono di garofani silvestri, colti saltellando sulle rocce, le impronte dei ferri del cavallo di San Martino, protettore della ridente valletta prealpina.

E là sul luogo dove l’uomo poco pio vendette l’anima a Belzebù, si scorge una voragine, che un tempo doveva essere immane. Ora è per tre quarti ripiena di sassi, ghiaia e terriccio. In essa sprofondarono il diavolo vestito di rosso, dalla cera bianca e rossa e l’uomo nerboruto di Stazzona, con un palmo di pelo sporgente dal petto, che si curava poco dell’anima.

Sprofondarono fra un boato terribile che pareva un tuono, ed un visibilio di scintille che a ventaglio salivano fino alle stelle, che, essendo state fugate nubi e nebbie, dalla luce del Santo, fiorivano tante, tantissime nel giardino del cielo.

da "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito da La Compagnia della Stampa 2005 – Roccafranca BS.

Leggenda proposta da Antonio Stefanini

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