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Reportage

Scialpinismo nel Grande Nord

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MILANO — Un viaggio nel Grande Nord. Di quelli sognati per una vita e descritti nei libri d’avventura. E’ questa la sfida affrontata da un gruppo di scialpinisti italiani non più tardi di due settimane fa. Ecco il loro reportage, in esclusiva per i nostri lettori.

"L’aereo per la Norvegia è lì che ci aspetta. Sul piazzale dell’aeroporto di Linate. Sono le 6 del mattino di sabato 15 aprile. Un cambio a Copenaghen, uno ad Oslo e, nel primo pomeriggio, siamo a Tromso, città situata a circa 450 km oltre il Circolo Polare Artico. Finalmente siamo arrivati, ora ci aspettano per 8 giorni solo montagne da salire e ridiscendere!
Stupendo, guardare giù dall’aereo, il territorio norvegese. Già a pochi chilometri da Oslo è tutto un susseguirsi di foreste, laghetti ghiacciati e campi nevosi sterminati. Così doveva presentarsi, in epoca medioevale, il territorio europeo. Anche alle nostre latitudini, dove invece le foreste sono state piano piano sacrificate dagli insediamenti umani….
La cittadina di Tromso ci accoglie con un tepido sole. E dire che noi credevamo di trovare le nordiche bufere. Invece, già dall’aereo, possiamo vedere il Tromsdastilden, la montagna di Tromso, che saliremo l’indomani con gli sci e le pelli di foca.
E’ la vigilia di Pasqua. E, da queste parti, con le feste, non scherzano: alle tre del pomeriggio è tutto ermeticamente chiuso. Invano giriamo alla ricerca di un supermercato per compare qualcosa da mangiare: soprattutto, salmone. Invano cerchiamo una banca per cambiare qualche Euro per le spese correnti con le preziosissime (e carissime) corone norvegesi. Sopravviveremo lo stesso fino a martedì.
Il giorno di Pasqua ci avviamo alla risalita del Tromsdalstinden di buon mattino. Anche se qui non sarebbe necessario visto che le giornate sono ormai lunghissime e le condizioni della neve non subiscono, con il passare delle ore, le variazioni a cui siamo abituati sulle Alpi.
 
Il percorso inizia con una lunga digressione di avvicinamento su una pista da fondo. Poi si sale, decisamente. In tre ore siamo in vetta. Da qui si domina splendidamente tutta la città e un intreccio fantastico di fiordi, foreste, montagne. E giù: la neve non è la polvere sperata. Anzi, prima è un po’ ventata. Poi pastosa e "marciotta". Ma, che importa? Siamo al nord!

Rientriamo al nostro camping di Tromso. Che non è fatto – come prevedibile – di scomode tendine canadesi e temperatura polari per raggiungere un bagno esterno, bensì da vere e proprie casette di legno, con ogni comfort. Caldissime, dotate di cucina, con piastre rigorosamente elettriche (l’energia deve avere costi molto bassi da queste parti) e bagni puliti e funzionali. Le nostre cene sono ottime ed abbondanti e ben innaffiate dal vino che, saggiamente, ci siamo portati dall’Italia.

La mattina di Pasquetta ci portiamo un po’ più a nord, per salire la comoda cima dell’Ulstinden. Si tratta di una gita tranquilla e redditizia, abbastanza diretta. In cima troviamo una simpatica compagnia di scialpinisti francesi: hanno scelto di effettuare il resto del viaggio in barca. Sono due scuole di pensiero diverse: forse è più affascinante la scelta della navigazione, con la possibilità di vagare fra i fiordi e scegliere le cime da salire osservandole dal mare. Bello pescare i merluzzi che pullulano letteralmente in questi mari. Quanto al comfort, allo spazio, ai servizi igienici, però, la soluzione delle casette di legno offerte dai campeggi norvegesi. Comodità che non sono neppure paragonabili alla barca. E, questo, dopo faticose gite sci alpinistiche, ha la sua importanza!
Martedì ci spostiamo verso Svensby, dove ci fermeremo per tre giorni. Lungo il percorso, una cinquantina di chilometri, risaliamo la bellissima cima dello Stormheim. Una salita direttissima, senza alcuna inversione! La discesa è semplicemente fanstastica, con tratti di neve splendida e ripidi canaloni. Riprendiamo la strada, attraversiamo un fiordo con il traghetto e arriviamo a Svensby, dove ci accoglie un campeggio piccolissimo ma delizioso per ubicazione e comfort. Dotato perfino di una accogliente sauna nordica: non ci siamo fatti mancare proprio niente!
 
Mercoledì attraversiamo un altro fiordo, a Lyngen. E ci apprestiamo a risalire il Gavtavari. Lungo il percorso, però, ci affascina la cima dirimpetto, dal nome ignoto. Dopo una lunghissima marcia di avvicinamento in splendida vallata nordica, lungo pista di fondo, riusciamo a trovare il punto di guado del torrente, da dove cominciamo l’estenuante risalita. Il pendio si fa ripido. La neve è pesante. I pericoli aumentano: qua e là si vedono delle slavine. Arrivati alla sella sommitale, però, tutto cambia. Il clima si fa rigido, la neve prettamente invernale. Dopo la lunga risalita si arriva su un immenso pianoro, che percorriamo fino alla presunta cima. Ce l’abbiamo fatta. La discesa è semplice fino alla sella. Poi diventa faticosa per la neve pesante, e le pendenze. Questa gita sembra un po’ la ritirata di Russia: lunga, lunghissima, La più lunga di tutto il viaggio.
Giovedì siamo accolti dal maltempo. Fino al giorno prima, in verità, la nostra fortuna era stata sfacciata: sole e temperature miti (rare da queste parti), panorami tersi, fotografie stupende. Doveva finire. E forse un po’ di tempo nordico non guasta a dare un giusto contorno, anche meteorologico, a questo viaggio. Dopo un lungo peregrinare alla ricerca di una cima abbordabile, martellati dal maltempo troviamo, nei pressi di Lyngen, una bella montagna. Decidiamo però di porre termine alla gita arrivati sulla spalla terminale della montagna, dove, ormai su spazi più aperti, imperversa un’impetuosa bufera polare. Ci consoliamo con una bella sauna e una splendida cenetta a base di tagliatelle, condite con abbondante salmone e accompagnate da un ottimo vino italiano.
E’ venerdì e, a grande richiesta, ci portiamo alla fine della strada di Lyngen. Qui  troviamo un grazioso villaggio costruito attorno a a un porticciolo per pescherecci. Risalendo la vallata, a partire da 300 metri di quota, incontriamo un vero ghiacciaio nordico. Il tempo è parecchio “bigio”. E, sull’immensa distesa glaciale, sembra di dondolare, per l’assenza di punti di riferimento visivo. Lo sviluppo della risalita è notevole, per arrivare, alla fine, a circa 1200 metri di quota, al punto sommitale del ghiacciaio. Qui termina la parte scialpinistica, ma siamo circondati da vette molto interessanti. La discesa pare fatta su una sedia a dondolo, sempre per l’assenza di riferimenti, ma è di grande soddisfazione!
E’ l’ultimo giorno ormai, sabato. Non vogliamo certo mancare la cima quotidiana: il Finnhim Fiellet è proprio sulla via del ritorno verso Tromso. Trovare l’attacco non è agevole. Siamo obbligati a una lunga e profonda digressione di avvicinamento. Ma poi, la risalita è stupenda. La vetta è addirittura entusiasmante. Il  panorama è mozzafiato. Ma siamo costretti a lasciarlo in fretta a causa di un gelido vento polare. Così affrontiamo l’ultima, splendida, discesa.
 
L’indomani rientriamo in Italia, al termine di una settimana intensa, faticosa, stupenda! Un viaggio sicuramente da consigliare a tutti gli appassionati di questa polvere bianca chiamata NEVE!".
Paolo Paracchini
I componenti della spedizione:
Celso Rio
– guida alpina e istruttore nazionale, maestro di sci e tecnico di elisoccorso a Cuneo.
Shopsk Plamen – guida alpina, maestro di sci a S.Caterina di Valfurva (SO)
Massimo Brambilla – alpinista, primario reparto fisiatria Ospedale di Sondalo (SO)
Giovanni Pirola – alpinista e farmacista di Lecco
Paolo Paracchini – alpinista, dirigente d’azienda di Domodossola
 
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