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Alpinismo

Lhotse: i “soliti ignoti” fermano la Piolini

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EVEREST, Nepal — I “topi di tenda” hanno colpito ancora. Cristina Piolini rinuncia definitivamente alla scalata del Lhotse, dopo aver trovato a campo 3 una sgradita sorpresa: tutto il materiale sparito a causa “dei soliti ignoti”. L’alpinista ossalana torna comunque a casa con un buon risultato: è salita, da sola, fino a 8300 metri d’altezza, senza ossigeno.

Quando Cristina è arrivata a campo 3 sabato, la tenda era distrutta. Ma era normale, visti tanto
vento e neve. Ma quel che non si aspettava è che fosse sparito tutto il resto: “A campo 3 – racconta la Piolini – non ho trovato più nulla del materiale necessario a tentare la vetta. Avevo lasciato lì tuta d’alta quota, sacco letto e altro, dopo il mio tentativo di dieci giorni fa”. Le è rimasta solo la maschera d’alta quota.
 
Si è trattato, nonostante tutto, di una bellissima pagina di alpinismo al femminile. Scritta da
questa giovane e intrepida ossolana che, senza sponsor e senza ossigeno, ha scalato da sola il
Lhotse fino a arrivare a poco più di un centinaio di metri dalla vetta.
 
Sulla via del ritorno porterà con sé anche un’esperienza indimenticabile, avvenuta durante il suo
primo tentativo, spentosi a 8300 metri di quota. Ecco il racconto dalla sua viva voce: “C’è un
metro e 10 di neve quassù. Il freddo è intenso, intorno ai 35 gradi sottozero. La telecamera e la
fotocamera sono ghiacciate.
 
Io sto bene, sono abbastanza veloce ma la coltre di neve m’impedisce di avanzare. Intorno alle
tre e mezza inizio a scendere. La telecamera per ora è assente. Mi fanno compagnia il buio, il
vento e le lucine sull’Everest degli “alpituristi” che illuminano la salita.
 
Poi risalgo. Arrivo in tenda al campo 4. Accendo il fornellino per scaldare l’ambiente che non è
dei più caldi. Riposo nel mio sacco-letto e mi raggiunge un saluto: “Good Morning”. Apro la tenda
e vedo un “omone”. Si presenta: è una guida alpina austriaca. Si chiama Ronald Mathli.
 
Un tea caldo, e partiamo insieme. Io e Ronald, due solitari. Purtroppo dopo un po’ .Ronald mi fa
sapere di avere un problema ai piedi. Ormai è quasi giorno. La vetta è lassù. Mancano solo 200
metri, possiamo farcela, ma il tempo trascorre velocemente e i piedi di Ronald chiedono aiuto
sempre più. E sono molto più importanti che la mia vetta de Lhotse. Forse che dovevo rinunciare
alla vetta e aiutare Ronald stava scritto nel destino.
 
Alle 6 e mezza, siamo al campo 4. Ronald in lacrime mi chiede di togliergli gli scarponi. Immagino fra me e me la terribile scena che mi aspetta. Dita e piedi di colore indefinibile. Inizio a massaggiargli i piedi. Scaldo le mie calze di scorta all’interno del mio tutone d’alta quota. Poi le infilo sui due “ghiaccioli”. Le ore passano con un po’ di panico. Poi finalmente, quando tutto sembrava perduto, il lieto fine: il pericolo di congelamento e il rischio di un’eventuale amputazione delle dita, è scongiurato.
 
Consiglio a Ronald di scendere subito al campo base. Io intanto mi gusto, ancora per un paio
d’ore, la vista dall’alto: Pumori. Everest, montagne, orizzonti…
 
In conclusione.sono contenta di aver ficcato il naso su questa montagna – chiosa Cristina -, ho
visto e toccato l’Everest, e spero un po’ più di fortuna nel meteo, nella mie prossime salite”. Il prossimo obiettivo dell’alpinista ossolana è, a settembre,  l’Ama Dablam, detto anche il “Cervino dell’Himalaya”, montagna tecnica e bellissima.
 
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