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Alpinismo

Il Dhaulagiri respinge Pauner e soci

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CAMPO BASE DHAULAGIRI; Nepal — “Ieri mattina alle sette, tre esseri umani si sono fermati a 7800 metri per prendere la decisione migliore. Il freddo era intenso, il vento ogni minuto più forte e le possibilità di raggiungere la vetta, sono svanite attimo dopo attimo”.  E’ il toccante racconto del fortissimo alpinista basco Carlos Pauner che con rammarico ha dovuto abbandonare ieri il suo tentativo di vetta al Dhaulagiri.

Carlos Pauner, 42 anni, sta ricorrendo il sogno dei 14 ottomila scalati senza ossigeno. La spedizione al Dhaulagiri, di cui fanno parte anche Ricardo Valencia, Nacho Ortiz, Raquel Pérez e Willy Barbier, dovrebbe portare a Pauner il settimo sigillo. Ma la montagna sembra non essere d’accordo.
 
Colti da un’improvvisa e impetuosa tormenta, Pauner, Valencia e Ortiz hanno saputo rinunciare alla vetta quando mancavano solo 350 metri, vanificando gli sforzi sovrumani dei giorni precedenti. Ma consapevoli di rischiare la vita se avessero proseguito.
 
Ogni passo del loro cammino verso la vetta è stato una battaglia. Il primo giorno di scalata, i tre alpinisti sono partiti da campo 2 con tutto il materiale necessario alla scalata e al montaggio di campo 3 sulle loro spalle. E hanno percorso, carichi come muli, ben 1700 metri di dislivello in poche ore.
 
Le tende dove i tre hanno pernottato sono state smontate la mattina successiva e ricaricate negli zaini. Il programma era quello di risalire altri 1000 metri e installare campo 3. Ma all’una del pomeriggio una feroce tempesta di vento ha colto all’improvviso la cordata spagnola.
 
“Abbiamo dovuto montare di fretta e furia una tenda nel mezzo di un terribile pendio, mentre la bufera imperversava – racconta Pauner – abbiamo scavato un piccolo scalino, dove abbiamo speso il pomeriggio seduti in pendenza con i piedi appesi nel vuoto. Con le mani completamente congelate, battenti per il freddo, l’interno della tenda pieno di neve e il rischio permanente di essere portati via dalla neve che cadeva da molte ore.”
 
Niente riposo e niente ristoro. Nemmeno un goccio d’acqua. Nonostante questo, i tre ripartono a mezzanotte e raggiungono quota 7.800. Ma la tempesta non si placa. E arriva la sofferta, ma necessaria, rinuncia. Pena, il rischio di essere inghiottiti per sempre dalla montagna.
 
“Tutto quello che volevamo era arrivare in vetta, proprio per lo sforzo smisurato che avevamo fatto – è il doloroso commento di Carlos Pauner –  Ma alla fine, la montagna ci ha imposto la sua legge ed oggi, qui al base, abbiamo le mani vuote, alcune dita congelate, le gole lacerate, e le speranze sottoterra. Abbiamo dato tutto, e il successo ci è sfuggito tra le dita.”
 
Ora la spedizione è dedicata a riprendere le forze e curare le ferite. Ma, nonostante la delusione, tra le righe si legge la loro voglia di non mollare.
 
Forse non è una sconfitta, forse sono solo scaramucce. Forse, questi tenaci alpinisti e il Dhaulagiri stanno imparando a conoscersi.
 
Al base del Dhaulagiri, c’è anche la spedizione italiana di Nives Meroi e Romano Benet, partita dall’Italia all’inizio di aprile. La settimana scorsa i tarvisiani sono giunti a 7100 metri, attrezzando gli ultimi trecento metri di ripido pendio con delle corde. Ma una bufera li ha costretti al rientro al base.
 
 
Sara Sottocornola
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