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“Quella parete con più di mille metri era un’attrazione unica”, intervista a Matteo Della Bordella

Foto @ Matteo Della Bordella

Matteo Della Bordella è da poco rientrato nella sua casa di Varese dopo l’avventura patagonica vissuta con il compagno svizzero Silvan Schüpbach (qui la relazione di scalata). Un’esperienza ricalcante le orme dei Ragni di Lecco. “Impossibile non farlo in Patagonia”, afferma l’ingegnere lombardo che ha però saputo dare il suo tocco distintivo a quest’esperienza di totale immersione in un mondo ai confini della modernità. In una fascia di territorio ancora da conoscere ed esplorare nei suoi tratti più intimi e seducenti. Un ambiente dove i percorsi sono solo labili tracce che scompaiono a pochi giorni dal passaggio, ridando alla terra la sua naturale connotazione.      

Foto @ Matteo Della Bordella            

Matteo e Silvan sono partiti da lontano, scegliendo di lasciare la civiltà a bordo di un mezzo che non lascia impronta del suo passaggio, con la consapevolezza di poter contare solo sulle proprie forze per andare alla scoperta di un’avventura all’antica, by fair means.

 

Perché avete scelto un avvicinamento in Kayak?

Dopo la spedizione in Groenlandia del 2014, con Silvan Schüpbach, mi sarebbe piaciuto rivivere una spedizione più o meno simile, ma in un altro posto. Tornare sugli stessi luoghi sarebbe stato scontato e banale. Avevo voglia di confrontarmi con un ambiente diverso e così ho iniziato a ragionare sulle varie possibilità.

Come sei arrivato a scegliere il Riso Patron?

Ne avevo già sentito parlare. Avevo letto le vicissitudini di Ferrari e poi dei francesi che ci sono andati nel 2015. Avevo letto del loro avvicinamento dal mare e questo è bastato per aprire uno spiraglio alla possibilità di una scalata by fair means con avvicinamento in kayak, cosa che ti permette di vivere un’avventura più ampia. Un’esperienza ricca perché parti dall’ultimo posto civilizzato e ti avventuri in un ambiente da esplorare dove puoi contare solo sulle tue forze.

Foto @ Matteo Della Bordella

Che ambiente era?

Erano fiordi abbastanza stretti, larghi dai quattro agli otto, dieci chilometri. Una caratteristica che ci permetteva una navigazione protetta dal punto di vista delle onde, anche se in alcune zone l’ingresso dei ghiacciai generava delle correnti da controllare.

Anche l’ambiente terrestre non era da sottovalutare. Prima di partire avevo letto dei pochi che si erano avventurati in quelle terre, delle difficoltà che avevano incontrato. Ad esempio i francesi che nel 2015 sono riusciti nella salita, l’anno precedente avevano avuto problemi di progressione durante l’avvicinamento. Per questo, prima di partire, abbiamo valutato diverse opzioni di percorso, trovando poi una soluzione relativamente semplice.

Una volta capita la strada in sei ore andavamo dal campo base al campo avanzato. All’inizio invece eravamo in guardia su tutto, temevamo difficoltà molto più grandi, eravamo influenzati dalle nostre letture.

Foto @ Matteo Della Bordella

Vento?

Siamo in Patagonia (ride). Ovviamente c’era vento, molto vento da gestire. Ci muovevamo con kayak molto grandi e stabili. Erano lenti, ma ci permettevano di andare anche con venti forti.

Ci racconti la logistica di una spedizione che si muove kayak, è stato difficile?

Questo è uno dei punti su cui eravamo più tranquilli perché sapevamo bene come organizzare il mezzo grazie alla precedente esperienza in Groenlandia. La spedizione del 2014 durava di più e avevamo molta più attrezzatura con noi. Qui viaggiavamo più leggeri, non avevamo ad esempio la portaledge, e avevamo bisogno di meno cibo vista la durata ridotta. Sapevamo che ci sarebbe stato tutto nel kayak, ovviamente posizionando i materiali con accortezza.

Negli stessi luoghi, trent’anni dopo, un caso?

Personalmente io sono sempre stato affascinato dalle salite di Casimiro Ferrari. Anche se non ho mai avuto il piacere di conoscerlo ho letto di lui e delle sue salite. È un personaggio di grandissima ispirazione per lo stile e la determinazione con cui portava a casa gli obiettivi.

Tornare, dopo trent’anni esatti (anche se non volutamente), su una montagna che i ragni avevano salito per primi è stato particolarmente emozionante. Per correttezza va però detto che non era la stessa cima. Loro sono saliti sulla centrale mentre io e Silvan ci siamo mossi sulla Sud che era inviolata.

Foto @ Matteo Della Bordella

Come mai avete fatto questa scelta?

Perché sembrava una bella sfida, una parete particolarmente interessante da scalare. Qualcosa di cui si sapeva poco. Il fatto poi che ancora nessuno l’avesse salita aumentava l’interesse.

Non sapevamo a priori a cosa andavamo incontro. Non c’erano tracce  di passaggi precedenti, si poteva spaziare dove si voleva e poi, soprattutto, quella parete Ovest con più di mille metri era un’attrazione unica.

Dopo la scalata cova avreste voluto fare?

Ci sarebbe piaciuto scalare anche la cima Centrale, ma non avevamo ancora deciso come muoverci, su quale linea, su quale parete.

Magari a qualcuno può sembrare assurdo che, una volta raggiunto l’obiettivo, si rimanga ancora sul posto per scalare altre montagne, ma noi eravamo lì con quel mare di cime da salire, con un sacco di linee bellissime. Montagne su cui vivere avventure uniche e non volevamo farci scappare l’occasione. Volevamo sfruttare al meglio la situazione. Volevamo scalare.

 

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